Anthropic

Macchine che divorano libri by Filippo Venturi

Da mesi si parla del vizio delle principali aziende sviluppatrici di intelligenza artificiale (IA) di procurarsi milioni di libri con cui addestrare i propri modelli linguistici, per poi distruggerli una volta completata la procedura di digitalizzazione.

Nel 2024 Anthropic avviò il "Project Panama", un programma riservato che prevedeva l’acquisto di milioni di libri cartacei, la rimozione del dorso, la scansione ad alta velocità delle pagine e, infine, il riciclo di ciò che restava dei volumi. L’operazione aveva lo scopo di migliorare modelli come Claude. I libri erano infatti considerati una fonte di scrittura mediamente più strutturata e affidabile rispetto ai testi disponibili online, dove ormai proliferano anche contenuti generati dall’IA, spesso piatti, ripetitivi e inclini a riprodurre formule già esistenti.

L’addestramento delle IA sembra essere diventato una priorità tale da spingere le aziende a forzare continuamente i limiti dei diritti e delle regole esistenti. È accaduto con la privacy dei cittadini, i cui contenuti pubblicati sui social sono stati utilizzati senza un consenso realmente consapevole o un’adeguata trasparenza; con il diritto d’autore; con il ricorso ad archivi pirata e siti illegali; e ora persino con la distruzione materiale di milioni di libri.

La digitalizzazione industriale, infatti, richiedeva il taglio del dorso del volume, in modo da separarne le pagine e permettere agli scanner ad alta velocità di acquisirle automaticamente, come singoli fogli. Una volta terminata la scansione, ricomporre e rilegare ogni libro sarebbe stato troppo lento e costoso. Per questo, ciò che ne rimaneva veniva riciclato.

La distruzione era quindi la conseguenza del metodo più rapido ed economico scelto per trasformare milioni di libri in dati. A suo modo, un’immagine simbolica del nostro tempo, in cui le macchine divorano i libri, ne digeriscono il contenuto e ne defecano i resti.

(Questa è una fotografia di un magazzino di libri di Anthropic, archiviata fra gli atti giudiziari e ottenuta dal Washington Post)

L'Odissea di Nolan e l'intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Probabilmente avrete letto delle polemiche sulla scelta di Lupita Nyong’o per interpretare Elena di Troia nel film "Odissea" di Christopher Nolan.

Al di là del fatto che qualunque attrice chiamata a incarnare "la donna più bella del mondo" sarebbe inevitabilmente finita sotto esame, in questo caso la causa principale delle contestazioni è stata il colore della sua pelle.

Qualcuno ha pensato bene di modificare con l’intelligenza artificiale un fotogramma del film (dove il viso è già deformato perchè sta gridando), alterando il volto dell’attrice per renderlo meno attraente e gettando benzina sul fuoco di una discussione animata da odiatori e attraversata da razzismo e disinformazione. Sui social l'immagine modificata sta girando parecchio.

Non è la prima volta e certamente non sarà l’ultima. Questo però rappresenta un ulteriore episodio che conferma il timore che l'IA, in ambito visivo, continui ad affermarsi come strumento per la manipolazione della realtà con finalità propagandistiche o divisive.

E la facilità di utilizzo rende alla portata di chiunque alterazioni che in passato richiedevano più competenze. Quindi, sì, potevano farlo prima con Photoshop o simili, ma ora può farlo chiunque con una semplice istruzione testuale o verbale (prompt).

Anche contenuti apparentemente innocui, come i meme, nei quali immagini e video generati con l’IA sono ormai sempre più diffusi, possono contribuire a questo processo di normalizzazione delle immagini false, rafforzando pregiudizi e rendendo sempre più incerto il confine tra ciò che è vero e ciò che è manipolato.

Faceless Generation - Un progetto sul riconoscimento facciale by Filippo Venturi

Faceless Generation

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Questi diversi linguaggi confluiscono in un unico dispositivo narrativo, costruito attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024, nel corso delle quali ha osservato come le tecnologie di sorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo.

La domanda alla base è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire e classificare, a disposizione delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

La sorveglianza biometrica è ormai presente negli aeroporti, frontiere, infrastrutture urbane, dispositivi personali e apparati di sicurezza. Il riconoscimento facciale promette sicurezza, efficienza e semplificazione dell’accesso, ma introduce una forma di controllo spesso invisibile, capace di trasformare la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente. Quando viene impiegato per sorvegliare le proteste, questo processo coinvolge direttamente la libertà di espressione, il diritto di manifestare e la possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente identificati.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto si articola in quattro nuclei interdipendenti: il reportage delle proteste; la moda anti-biometrica della fittizia Maison Venturi; le maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale e stampate in 3D; e il contro-archivio nel quale fotografie provenienti dall’archivio fotografico dell’autore vengono alterate e ricodificate, mettendo in scena sia strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento.

Questo lavoro rende così visibile una contraddizione centrale del presente: in un mondo nel quale essere visibili significa sempre più essere identificabili, l’invisibilità può diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione dallo spazio pubblico.


Presentazione estesa

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Fotografie documentarie, oggetti, immagini costruite e interventi digitali confluiscono così in un unico dispositivo narrativo, articolato attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il riconoscimento facciale è una tecnologia biometrica che identifica o verifica l’identità delle persone attraverso immagini fotografiche e video. I sistemi analizzano e confrontano una serie di caratteristiche del volto, come la distanza tra gli occhi, la conformazione del naso e della bocca, la forma del viso e altri elementi morfologici, traducendoli in dati misurabili. Oggi questa tecnologia viene impiegata in ambiti molto diversi: dalla sicurezza allo sblocco degli smartphone, dai controlli alle frontiere all’accesso a spazi pubblici e privati. La sua diffusione solleva tuttavia questioni etiche, politiche e sociali legate alla raccolta dei dati biometrici, alla possibilità di essere costantemente rintracciati e all’asimmetria di potere tra chi osserva e chi viene osservato.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024 contro il governo. In quel contesto, Venturi ha osservato come le tecnologie di videosorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo, estendendo il controllo ben oltre il momento della protesta e lo spazio fisico della piazza.

La successiva introduzione del divieto di coprire il volto durante le manifestazioni ha reso ancora più evidente il conflitto tra sicurezza pubblica e diritto a sottrarsi all’identificazione. L’obbligo di essere riconoscibili può infatti trasformare il monitoraggio in una forma di sorveglianza di massa, incidendo sulla libertà di espressione, sul diritto di manifestare e sulla possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente schedati o rintracciati.

La domanda alla base del progetto è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire, classificare e utilizzare da parte delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

Con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e la crescente integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi biometrici, il riconoscimento facciale è destinato a inserirsi in un numero sempre maggiore di dispositivi, infrastrutture urbane e apparati di sicurezza. Il controllo diviene così più capillare e, al tempo stesso, meno percepibile: non richiede necessariamente un’interazione consapevole, ma può agire a distanza, in modo continuo e automatizzato, trasformando la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto non propone soluzioni tecniche definitive, ma esplora in modo provocatorio la possibilità di interferire con i processi di riconoscimento e classificazione, mettendone in discussione l’apparente neutralità.

La ricerca si articola in cinque nuclei interdipendenti. Il primo raccoglie fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, comprese le immagini scattate in Georgia nel 2024, che costituiscono l’origine documentaria e politica del lavoro.

Il secondo è dedicato alla Maison Venturi, una casa di moda immaginaria concepita per il progetto, attraverso la quale foulard, cappellini e altri capi di abbigliamento trasformano il corpo in una superficie di interferenza biometrica. I pattern, composti da frammenti e ripetizioni di tratti facciali, sono pensati anche per quelle circostanze in cui coprire il volto sia vietato, collocandosi in un territorio sospeso tra sperimentazione, provocazione e dimensione ludica.

Il terzo nucleo è costituito dalle maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale per interferire con i sistemi di riconoscimento basati su quella stessa tecnologia e successivamente tradotte in oggetti fisici attraverso la stampa 3D. Realizzate in PLA, acido polilattico, le maschere presentano una texture che richiama la pelle umana e genera una tensione percettiva tra artificiale e organico, volto e superficie, identità e simulacro. Il loro nome deriva da una forma volutamente irregolare ispirata al greco e allude a entità prive di nome, difficili da ricondurre a un’identità stabile.

Il quarto nucleo è dedicato al trucco facciale, concepito per i contesti in cui sia vietato occultare il volto mediante maschere o capi di abbigliamento. Attraverso contrasti, campiture e geometrie, il trucco interviene sui riferimenti morfologici analizzati dai sistemi di riconoscimento, alterando la percezione della forma e delle proporzioni del volto e dei rapporti spaziali tra occhi, naso e bocca. Il viso rimane visibile, ma diventa una superficie mimetica e ambigua, più difficile da ricondurre a un’identità univoca.

Il quinto nucleo assume la forma di un contro-archivio nel quale fotografie realizzate dall’autore vengono alterate e ricodificate attraverso l’intelligenza artificiale. Le immagini mettono in scena sia possibili strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento, rendendo visibili operazioni che, nella realtà, avvengono generalmente in modo opaco e al di fuori della percezione dei soggetti coinvolti.

Faceless Generation riflette infine sul mutamento del significato politico della visibilità. Nella tradizione moderna dell’arte, della fotografia e dei movimenti di emancipazione, diventare visibili ha spesso significato conquistare rappresentazione, voce e potere. Nell’epoca delle immagini algoritmiche, tuttavia, essere visibili significa sempre più essere misurabili, classificabili e tracciabili.

L’invisibilità può allora diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione. Per sottrarsi allo sguardo algoritmico, l’individuo rischia infatti di dover rinunciare alla riconoscibilità, alla propria immagine e, simbolicamente, a una parte della propria identità pubblica.

Il progetto rende così visibile una contraddizione centrale del presente: la possibilità di esprimersi liberamente può richiedere di sottrarsi allo spazio pubblico proprio nel momento in cui si tenta di rivendicarlo.


Anòmata

Anòmata è il nome delle maschere ideate e realizzate da Filippo Venturi appositamente per il progetto visivo "Faceless Generation".

Il termine è un neologismo volutamente non standard, costruito a partire da un riferimento al termine greco ónoma (nome) e al prefisso privativo a-, evocando una pluralità di forme prive di nome, mai pienamente inscritte nel linguaggio simbolico né nei sistemi di riconoscimento.

La scelta di una forma linguistica irregolare riflette una condizione di instabilità semantica, analoga a quella dei volti rappresentati, mettendo in crisi l'atto del nominare. L’idea nasce dalle influenze dell’artista statunitense Zach Blas e dal pittore irlandese Francis Bacon.

Questa maschera non cancella un volto ma ne impedisce la nascita, sottraendolo alla funzione identificativa del ritratto. Il suo pattern, che richiama la pelle umana nei pori e nelle irregolarità, trasforma il volto in una superficie biologica comune, priva di tratti distintivi, più vicina al corpo che all’identità.

Le sue forme nascono dal gesto deliberatamente paradossale di delegare all’intelligenza artificiale (IA) la modellazione di superfici informi progettate per eludere l’intelligenza artificiale impiegata nei sistemi di riconoscimento facciale. Attraverso modelli generativi vengono prodotte configurazioni ambigue e instabili, capaci di neutralizzare la morfologia alla base del riconoscimento automatico e successivamente tradotte in maschere fisiche tramite stampa 3D. In questo processo, l’IA agisce al tempo stesso come strumento e come bersaglio, chiamata a generare ciò che eccede la propria logica classificatoria.


After the Gaze - The photographer in the age of AI by Filippo Venturi

AFTER THE GAZE - THE PHOTOGRAPHER IN THE AGE OF AI
di Filippo Venturi

LA LECTURE
La fotografia sta attraversando una trasformazione profonda.
Non è solo una questione tecnologica. È un cambiamento che riguarda il modo in cui le immagini nascono, circolano, influenzano la percezione della realtà.
In questa Lecture con Filippo Venturi si esplora l’incontro tra fotografia e intelligenza artificiale come terreno critico. Non come tema di tendenza ma come snodo culturale che sta trasformando il modo in cui produciamo, leggiamo e diffondiamo le immagini.
Attraverso l’analisi di progetti realizzati con l’intelligenza artificiale, verranno messi a confronto processi, intenzioni e strutture narrative differenti. 
Perché la vera questione non è lo strumento. È il pensiero che lo guida.
L’IA non sostituisce la fotografia. La mette in discussione. Ridefinisce il concetto di immagine, amplia il campo delle possibilità espressive e ci costringe a rivedere il nostro ruolo di autori, quando la foto non è più solo il risultato di un incontro con il reale, ma anche di un dialogo con un sistema algoritmico.
È un linguaggio. E come ogni linguaggio va compreso prima di essere utilizzato.

ARGOMENTI PRINCIPALI
• Come si trasforma il concetto di testimonianza nell’era delle immagini generate;
• Quali differenze esistono tra documentare, costruire e simulare
• Come l’IA interviene non solo sull’estetica, ma sulla struttura narrativa di un progetto
• Quale responsabilità abbiamo oggi nel raccontare il reale

FILIPPO VENTURI
Filippo Venturi è un fotografo documentarista e artista visivo che indaga il rapporto tra immagine, potere e tecnologia.
Ha raccontato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti, sviluppando una ricerca centrata sull’identità e sulla condizione umana. Con una formazione in Informatica e un percorso nel fotogiornalismo, ha progressivamente integrato fotografia tradizionale e nuovi strumenti tecnologici, concentrandosi negli ultimi anni sul dialogo tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Sony World Photography Award e la candidatura al Leica Oskar Barnack Award, confermando una traiettoria che unisce rigore documentario e sperimentazione. I suoi lavori sono stati pubblicati su testate come National Geographic, The Washington Post e The Guardian, e hanno ricevuto riconoscimenti internazionali tra cui il Sony World Photography Award.
Nel 2023 ha presentato al Photo Vogue Festival l’intervento Broken Mirror, dedicato all’IA, e nel 2024 ha esposto nella mostra Pixel Perceptions: Into the Eye of AI presso Noorderlicht. Nel 2025 è stato nominato Autore dell’Anno dalla FIAF.
Accanto alla pratica artistica, insegna fotogiornalismo e fotografia documentaria, portando una riflessione critica su come le immagini costruiscono e trasformano la nostra percezione del reale.


Per maggiori informazioni, consulta il link ufficiale: https://ulilearn.academy/catalogo/lecture/after-the-gaze/

You're absolutely right, Senator by Filippo Venturi

"You're absolutely right, Senator"

Bernard "Bernie" Sanders è un senatore per lo Stato del Vermont dal 2007 e può essere considerato il più importante esponente della corrente progressista del Partito Democratico. Personalmente ritengo che sia uno dei politici americani più lucidi e, nonostante i suoi 84 anni, è molto attento a temi come l'innovazione tecnologica, compresa l'intelligenza artificiale, e in particolare a come questa influenzi i diritti e la democrazia.

In questo video di 9 minuti si confronta con Claude (IA di Anthropic), partendo dalla premessa che non vuole parlare delle problematiche economiche e di occupazione lavorativa che l'IA potrebbe provocare, ma che vuole focalizzarsi sulla privacy. Di seguito riassumo brevemente il contenuto, che non svela novità particolari rispetto a quanto si è detto negli ultimi anni, anche perché la finalità di Sanders sembra essere quella di far ammettere a una IA la pericolosità delle IA (cosa già vista e di dubbia utilità pratica, ma se il video verrà visto da molte persone, potrebbe comunque ottenere qualche effetto).

Ma il video è interessante per un altro motivo, come vedremo di seguito.

L'IA risponde ammettendo che gli utenti del web siano talmente in balia di profilazioni e raccolte di informazioni (le attività svolte online, la durata della fruizione di contenuti, le abitudine, ecc), da non poter immaginare fino a che livello. E che tutto parta dal gesto dell'accettare i termini di utilizzo (che nessuno legge, spesso confidando che diritti e doveri contenuti siano dettati dal buon senso e non dalle finalità lucrative di una multinazionale).

Il fine è addestrare le IA nell'aiutare le aziende sviluppatrici a estrarre profitto dalle informazioni personali degli utenti. E questa operazione non riguarda solo capire cosa e come venderti un prodotto, ma anche come influenzare le convinzioni politiche. Va da sè che ottimizzare le IA e i risultati ottenuti vada in conflitto con la tutela della privacy degli utenti e, al momento, non c'è una regolamentazione sufficiente per invertire le priorità.

Una moratoria sulla creazione di nuovi data center dedicati all'IA potrebbe fornire il tempo necessario per creare questa regolamentazione (sia Sanders che Claude omettono o danno per scontato che questa moratoria dovrebbe avvenire su scala mondiale per avere effetto; non sarebbe sufficiente se applicata solo negli USA), ma le multinazionali che sviluppano l'IA spesso hanno una forte influenza politica ed economica che fino a oggi ha impedito di intervenire con efficacia.

Sanders quindi ribadisce la domanda "Avrebbe senso una moratoria sui data center, così che possiamo rallentare questo processo?". Claude risponde "Ha assolutamente ragione, senatore".

Sanders ringrazia Claude, come se quell'ultima ammissione abbia portato a compimento la sua missione.
Claude infine aggiunge che il problema della privacy non è personale, ma riguarda la democrazia intera.
"Ed è per questo che il suo operato, senatore, è così importante".

Nei commenti al video su YouTube, alcuni utenti hanno descritto il confronto come una partita a scacchi, vinta da Sanders.
Io però ho notato una certa adulazione (sycophantic).

Claude non sta necessariamente "pensando" che Sanders abbia ragione ma sta calcolando che, in quel contesto, la risposta che massimizza la soddisfazione dell'utente è l'accordo. Se Sanders avesse chiesto a Claude se una moratoria avrebbe causato un disastro economico o il superamento da parte della Cina in termine di sviluppo di IA, Claude avrebbe probabilmente elencato con altrettanta convinzione i rischi di perdere tale corsa economica e tecnologica.

I complimenti finali completano la manipolazione che Sanders ha subìto.

Sanders ne esce convinto di aver ottenuto una validazione tecnica della sua linea politica da una fonte neutrale, se non persino rivale, quando in realtà ha solo parlato con un sofisticato specchio statistico. Un assistente servizievole che ha assunto le sembianze di un alleato.


Se desideri approfondire il rapporto tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale — tra ricerca visiva, implicazioni etiche e trasformazioni del linguaggio contemporaneo — puoi consultare la seguente pagina, dove raccolgo riflessioni, progetti, articoli e informazioni aggiornate su seminari, workshop e incontri pubblici in cui esploro questo tema:

👉 www.filippoventuri.photography/intelligenza-artificiale