Fotografia e Informazione

Quando ho iniziato a padroneggiare la fotografia, ho scoperto che mi piaceva raccontare storie. Mi è capitato di raccontare anche sogni e illusioni, ma principalmente mi piace raccontare storie vere, accompagnando l’osservatore nella comprensione di ciò che sta guardando, cercando di lasciargli qualche stimolo, curiosità o conoscenza in più. Il compito del fotografo non si conclude mostrando ciò che accade, ma comprende anche l’offrire al pubblico gli strumenti per comprendere meglio una realtà che è complessa.

Il fotogiornalismo e la fotografia documentaria rappresentano la base del mio percorso e il terreno dal quale si sono sviluppate anche le mie riflessioni e ricerche sull’intelligenza artificiale, sulla sorveglianza biometrica e sul rapporto tra immagini e potere. Prima di interrogarmi su ciò che le immagini possono simulare, ho trascorso molti anni cercando di comprendere ciò che possono testimoniare.

Fotografare la realtà, tuttavia, non significa riprodurla in maniera neutrale ed esauriente. Ogni fotografia è il risultato di una serie di scelte: dove posizionarsi, quando scattare, cosa includere nell’inquadratura e cosa lasciare fuori. A queste si aggiungono poi l’editing, la costruzione della sequenza, le didascalie e il contesto nel quale le immagini vengono pubblicate o presentate. La soggettività è inevitabile; la responsabilità consiste nel riconoscerla e governarla attraverso un metodo, che comprende conoscere ciò che si sta fotografando, raccogliere informazioni, verificare le fonti, comprendere il contesto, scrivere didascalie accurate e mantenere, per quanto possibile, indipendenza rispetto ai soggetti e agli interessi coinvolti. Una fotografia può essere autentica e allo stesso tempo accompagnare un racconto incompleto o fuorviante. L’attendibilità di un’immagine dipende anche dal processo che l’ha prodotta.

Questa consapevolezza attraversa il mio lavoro. Ho utilizzato la fotografia per raccontare identità e condizione umana, dittature e sistemi di propaganda, crisi democratiche, movimenti per i diritti, trasformazioni sociali e ambientali. Nei progetti a lungo termine cerco di andare oltre la cronaca immediata, tornando nei luoghi, costruendo relazioni e osservando come le persone vivono dentro fenomeni politici, economici e sociali più grandi di loro. Il mio lavoro sulla Penisola Coreana, ad esempio, si è sviluppato attraverso diversi capitoli dedicati alla Corea del Sud, alla Corea del Nord e ai nordcoreani fuggiti dal Paese.

Fotografare le persone coinvolte in una storia comporta anche una grande responsabilità nei loro confronti. La necessità di informare deve continuamente confrontarsi con la dignità dei soggetti, con le conseguenze della loro esposizione e con l’asimmetria che inevitabilmente esiste fra chi produce un’immagine e chi viene rappresentato.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha reso ancora più evidente un altro elemento fondamentale del giornalismo: la fiducia. Oggi un’immagine dall’aspetto fotografico non garantisce più che qualcosa sia realmente accaduto. Ma nemmeno dimostrare che una fotografia è stata realmente scattata è sufficiente. Occorre sapere dove, quando e perché è stata realizzata, chi rappresenta, quale sia il contesto e attraverso quali passaggi sia arrivata fino a noi. Le procedure adottate dal fotogiornalismo professionale stanno diventando per questo ancora più importanti.

Paradossalmente, più diventa facile produrre immagini di qualsiasi cosa, più acquista valore poter testimoniare di essere stati realmente davanti a qualcosa. Non perché la fotografia sia una prova assoluta o infallibile, ma perché conserva una relazione fisica con ciò che è esistito davanti all’obiettivo e può inserirsi all’interno di un processo giornalistico fatto di verifica, responsabilità e confronto.

Negli ultimi anni la mia ricerca si è spostata spesso sul confine tra fotografia, informazione, potere e tecnologia. Continuo però a considerare la fotografia documentaria il mio punto di partenza e, in molti casi, anche quello di ritorno. Lavorare con immagini generate, in progetti dichiaratamente più concettuali o artistici, mi ha reso ancora più consapevole di ciò che distingue una fotografia documentaria da una simulazione. Non si tratta soltanto del suo aspetto, ma dell’esperienza, dell’incontro e della responsabilità che esistono dietro di essa.

In un ecosistema visivo sempre più affollato da immagini persuasive, sintetiche, decontestualizzate o semplicemente false, il compito del fotogiornalismo non consiste nel promettere una rappresentazione oggettiva del mondo (promessa irrealizzabile, perché la soggettività è inevitabile). Consiste piuttosto in qualcosa di più concreto: osservare il mondo con attenzione, verificarne i fatti, interpretarlo con onestà e assumersi la responsabilità di ciò che si sceglie di mostrare.

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