Stati Uniti

A proposito di ICE by Filippo Venturi

Qualche testimonianza a proposito di ICE (l’agenzia federale che si occupa del controllo dell’immigrazione e delle frontiere degli Stati Uniti, ma che dall’arrivo di Trump è progressivamente diventata una milizia che opera al di sopra della legge, tra violenze e abusi di potere):

Mi hanno chiesto esplicitamente se sapessi dove vivevano le famiglie della comunità Hmong (un gruppo etnico asiatico), nel mio quartiere. Ho risposto che non lo sapevo. Allora mi hanno chiesto "E le famiglie asiatiche?". Ero un po’ scossa e piuttosto scioccata da ciò che mi era stato chiesto di fare.

Ho visto diversi rapimenti da vicino. Ciò che stanno facendo consiste nel girare in convogli militari finché non vedono qualcuno che è solo e non è di carnagione bianca, per poi scendere in massa dal veicolo e trascinare quella persona dentro il furgone, sgommando via, il tutto in una novantina di secondi circa.

Quelli di ICE non sanno chi stanno fermando perché non fanno domande e prendono passanti scelti a caso. Quando lo vedi, è letteralmente indistinguibile da un rapimento, se non per il fatto che sono così tanti e che sono armati e corazzati molto più di un qualsiasi rapitore.

Se ne vedi uno (di rapimento), la cosa più importante è chiedere a chi viene fermato "Come ti chiami?" perché altrimenti di quella persona si rischia di perdere ogni traccia. Ho visto un rapimento in un vicolo ma mi sono bloccato per un secondo e non l’ho gridato in tempo, e quell’uomo è semplicemente… sparito.

Mar-a-Lago by Filippo Venturi

Tina Davis aveva 14 anni quando è stata reclutata assieme ad altre 8-9 ragazze per un party a Mar-a-Lago, e le è stato detto “vestiti sexy”. Secondo la madre Sandra Coleman, che l’ha accompagnata, tutte erano molto giovani, a momenti non avevano neanche bisogno del reggiseno.

Quando sono arrivati a Mar-a-Lago a Tina è stato subito dato un bicchiere di champagne. La madre gliel’ha tolto di mano, ma i camerieri continuavano ad offrire. Uomini di mezza età si avvicinano di continuo a Tina, e la madre rispondeva “Buongiorno, sono sua madre.”

Durante una fermata al bagno hanno incrociato Marla Maples, che aveva sposato Trump l’anno prima e che avevano già conosciuto durante il party. Coleman dice che Maples l’ha presa per mano, l’ha guardata negli occhi, e ha detto “Fai tutto il possibile per impedire che quegli uomini si avvicinino a tua figlia, mio marito soprattutto. Proteggila.”

(fonte: The New York Times)

Le dinamiche del potere tendono a ripetersi con regolarità. Uomini ricchi si rivelano consumati dal bisogno di confermare la propria supremazia attraverso il dominio sessuale su ragazze giovanissime, ancora prive di quel carattere e di quella autonomia che rendono le donne adulte meno facili da sottomettere o comunque non completamente annullabili come persone. Il potere sembra quindi desiderare vittime disarmate per compiersi nella sua interezza.

In questo scenario, c’è una figura enigmatica che regolarmente ritorna: quella della moglie che sa.

Spesso anche lei una vittima, ma da tempo non più centrale, a volte giungendo a una convivenza arida e formale, che vive nel palazzo, accanto al mostro, e ne conosce la forma reale.

Marla Maples e Veronica Lario probabilmente un tempo furono attratte dal potere, dalla ricchezza e dal carisma di un uomo e solo in un secondo momento ne hanno scoperto la componente predatoria.

La Lario parlò delle “vergini offerte al drago”, nominando ciò che tutti vedevano ma nessuno voleva riconoscere come tale. Non lo fece per distruggere il sistema (cosa che chi vive dentro il palazzo raramente sceglie di fare) ma per incrinarne il mito. La Maples cercò invece di salvare una ragazzina di 14 anni ormai giunta nella tana del mostro, ma chissà quante altre volte è rimasta in silenzio, osservando il rito compiersi.

Queste donne stanno sul confine tra complicità e resistenza, tra protezione e impotenza, forse in cerca di una redenzione, a volte tardiva e parziale, senza però compiere il passo decisivo.

Questa esitazione, con la complicità della corte intera, consente al mostro di sopravvivere a lungo.

Ha provato a riavviare? by Filippo Venturi

𝗛𝗮 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗼 𝗮 𝗿𝗶𝗮𝘃𝘃𝗶𝗮𝗿𝗲?

Ogni volta che Donald Trump entra in contatto con Vladimir Putin, sembra che quest'ultimo riesca magicamente a resettargli il cervello, riportandolo alle impostazioni di fabbrica, cioè con stima e reverenza verso il leader russo.

Basta una telefonata e i toni muscolari del Presidente USA svaniscono, facendo emergere cautela nelle sanzioni ai russi, ottimismo sui colloqui, fiducia nel fatto che “Vladimir vorrà la pace”.

Sembra di vedere un innamorato che non riesce a rassegnarsi ad accettare che il partner lo manipoli, finendo col concedergli troppi perdoni e possibilità.

È sudditanza psicologica? Ammirazione? Strategia negoziale?

Sarei curioso di assistere a quegli incontri e dialoghi per capire se ci sia veramente una maestria dei russi nell'abbindolare regolarmente l'anziano americano. E sono anche curioso di vedere se e come cambierà il discorso dei rifornimenti di missili Tomahawk e dell'appoggio in generale a Kiev.

Scommettere sulla democrazia by Filippo Venturi

Le principali testate internazionali (The Washington Post, The New York Times, Reuters, The Atlantic, CNN, ecc) hanno dichiarato pubblicamente che non firmeranno l'accettazione delle nuove normative previste dal Dipartimento della Difesa statunitense per i cronisti accreditati — che prevedono, fra le altre cose, il divieto di ottenere o sollecitare qualsiasi notizia non esplicitamente autorizzata dal Pentagono — perché costituiscono un’ingerenza sul loro lavoro e una compressione del diritto del pubblico a essere informato. Se non firmeranno, avranno 24 ore di tempo per consegnare le proprie credenziali stampa e lasciare il Dipartimento.

Questa presa di posizione (sacrosanta), unita ad altri episodi recenti — come l'intervista interrotta al Vicepresidente USA, J.D. Vance, nella trasmissione televisiva This Week, di ABC, da parte del giornalista George Stephanopoulos — lascia sperare che finalmente possa esserci una reazione netta da parte dei protagonisti del mondo dell'informazione americana, che fino a oggi non era stata né compatta né costante.

Forse si tratta di una semplice lotta per la sopravvivenza personale oppure, chissà, di una scommessa sul fatto che questa amministrazione non riuscirà a decapitare completamente la democrazia americana.

Il Governo di Donald Trump by Filippo Venturi

Magari tecnicamente non sarà eccelsa, ma questa fotografia racconta in modo simbolico cosa sta accadendo negli Stati Uniti, e non solo.

Siamo nell'Accademia dell'FBI di Quantico, Virginia. La foto risale a mercoledì 29 gennaio 2025. L'autore non è noto; la fotografia è stata fornita al Washington Post.

Stiamo tornando indietro nel tempo a tutta velocità, tirando nel cesso progressi e diritti faticosamente ottenuti. E una buona parte di noi sta applaudendo a questo scempio.

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It may not be technically excellent, but this photograph is symbolically telling of what is happening in the United States, and beyond.

We are in the FBI Academy in Quantico, Virginia. The photo is dated Wednesday, 29 January 2025. The author is not known; the photograph was provided to the @washingtonpost.

We are speeding back in time, flushing hard-won advances and rights down the toilet. And a good part of us is applauding this debacle.

Il fallito attentato a Donald Trump e la complessità che sfugge al momento decisivo by Filippo Venturi

Nel numero di ottobre di FotoIT è uscito un mio articolo, nella sezione Saggistica, in cui parlo a mente fredda de "Il fallito attentato a Donald Trump e la complessità che sfugge al momento decisivo".

L'attentato fallito a Donald Trump — ex presidente degli Stati Uniti e candidato repubblicano alle prossime elezioni presidenziali — avvenuto il 13 luglio 2024, mentre teneva un comizio elettorale in una fiera agricola a Butler, in Pennsylvania, ha riportato l'attenzione sulla fotografia, la sua importanza, il suo sfruttamento e la sua crisi di credibilità, ma anche sul modo in cui riceviamo le informazioni e le elaboriamo in pochi minuti, per giungere a delle convinzioni granitiche che difficilmente abbandoneremo una volta espresse sui social network, nei tempi brevissimi che ci impongono per esprimere noi stessi. Un mix di processi, consapevoli e non, che forgiano la nostra percezione del mondo e il nostro prendere posizione rispetto alla realtà.