Articolo

Migranti di Ceuta e intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Una fotografia senza contesto, una notizia contraddittoria e il sospetto di un'immagine generata dall'IA

In questi giorni in cui sono in ferie, avevo notato un’immagine un po’ sospetta e mi sarei aspettato nei giorni successivi di leggere qualche verifica di fact-checker “noti”, ma non è accaduto.

Il 7 agosto il quotidiano Secolo d’Italia pubblica il seguente articolo:
Schengen, 15 irregolari provenienti dalla Spagna respinti negli aeroporti italiani: i fatti danno ragione al governo”, pubblicando a corredo quella che sembra una immagine d’archivio, con due poliziotti che svolgono dei controlli e la didascalia ”Foto: Ansa / Telenews (1 agosto 2026)”.

La fotografia non presenta particolari anomalie o curiosità, ma l’articolo al suo interno sembra contraddire il titolo perché dice “A riferire questo primo risultato è stata La Verità, facendo riferimento a fermi avvenuti in cinque diversi aeroporti: Linate, Malpensa, Bologna, Torino e Orio al Serio“. Non sono riuscito a reperire l'articolo originale de La Verità, quindi non posso verificare direttamente il contesto e la formulazione della notizia, ma l’aspetto più importante è che si tratta di fermi avvenuti in 5 aeroporti diversi, cosa che sarà importante in seguito.

In seguito l’articolo dice “Si tratta di extracomunitari privi di un permesso per circolare nel territorio italiano. Non è stato ancora possibile stabilire se fra questi 15 stranieri irregolari ci fossero anche immigrati passati dall’enclave spagnola in Africa“, il che fa dubitare sulla correttezza del titolo.

La notizia è stata condivisa su Facebook dalla pagina ufficiale di Fratelli d’Italia, utilizzando una immagine che mostra 13 migranti fermati da 4 poliziotti.

L’immagine presenta alcune anomalie:
1) L’immagine è priva di didascalia o comunque di un testo che la contestualizzi.
2) La scritta Polizia sulla schiena del poliziotto al centro sembra deformata, così come la scritta subito sotto, ricordando alcuni difetti tipici delle immagini generate con intelligenza artificiale (IA).
3) Anche l'abbigliamento dei presenti appare, a prima vista, poco compatibile con le temperature del periodo; si tratta tuttavia di un elemento secondario, così come altri dettagli presenti.
4) Se i 15 respingimenti sono avvenuti in cinque aeroporti diversi, non è però possibile stabilire che le 13 persone mostrate nell’immagine corrispondano a una parte di quei 15 casi. In assenza di una didascalia o di una fonte che identifichi l'immagine, il collegamento con la notizia rimane quindi non dimostrato.

Ci sono quindi vari livelli in cui questa notizia presenta delle criticità:
1) La notizia non dimostra che i 15 respinti provenissero da Ceuta — Prendendo per buona la notizia dei 15 fermi, è il quotidiano stesso a dire che non è stato possibile verificare quanti di questi 15 migranti provenissero da Ceuta. Appare un po’ affrettato quindi riconoscere dei meriti al governo circa la temporanea sospensione della libera circolazione Schengen nei collegamenti con la Spagna, senza dati verificati.
2) L’immagine non è contestualizzata e non viene fornita una fonte — L’immagine usata su Facebook da Fratelli d’Italia (e che non ho trovato altrove, se non dagli utenti che l’hanno condivisa partendo dal post Facebook) solleva qualche dubbio: prima di tutto non è presentata con una didascalia o descrizione, ma è semplicemente accostata alla notizia dei 15 fermi, lasciando quindi pensare che sia relativa a quell’evento. Il problema però è che presenta alcune anomalie tipiche dell’IA, come la scritta POLIZIA deformata e il testo subito sotto.
3) L'ipotesi IA — A parere personale, potrebbe essere una fotografia scelta da un altro contesto oppure, più probabilmente, l’ennesimo caso di immagine generata utilizzata a scopo illustrativo di un evento realmente accaduto (i 15 fermi, ma la notizia stessa si contraddice fra titolo e articolo, non rendendo possibile trarre conclusioni sicure), ma scelta o costruita in modo da risultare più efficace sul piano comunicativo e più persuasiva nei confronti del pubblico. Una immagine fotografica apocrifa (di cui avevo già parlato qui).

Immagine condivisa sulla pagina Facebook di Fratelli d’Italia, che riprende la notizia del quotidiano Secolo d’Italia

Pagina del quotidiano Secolo d’Italia, che usa una fotografia Ansa a corredo dell’articolo.

La distanza necessaria. Fotogiornalismo, documentazione e l'equilibrio tra prossimità, verifica e indipendenza by Filippo Venturi

Nel dibattito contemporaneo, soprattutto dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, l’attenzione si concentra spesso sull’autenticità delle immagini. È una fotografia reale? È stata manipolata? Quello che vediamo era davvero davanti all’obiettivo?

Ma una fotografia può essere perfettamente autentica e, allo stesso tempo, raccontare un avvenimento in modo parziale, fuorviante o propagandistico.

Il fotogiornalismo non dipende soltanto da ciò che appare nell’immagine, ma dal processo che l’ha prodotta: verifica delle informazioni, conoscenza del contesto, accuratezza delle didascalie, trasparenza, indipendenza dalle fonti e dagli interessi coinvolti.

C’è poi un problema più profondo: la progressiva riduzione di quell’infrastruttura editoriale fatta di photo editor, redazioni, fact-checker e confronto professionale che un tempo accompagnava il lavoro del fotografo.

Oggi molti freelance sono contemporaneamente autori, ricercatori, produttori, editor e promotori del proprio lavoro. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso. Nessun lavoratore del mondo dell'informazione, per quanto lucido, è immune a bias e bolle social.

Nell’articolo seguente provo ad approfondire questi temi e a ragionare sui confini, sempre più sottili, tra fotografia documentaria, fotogiornalismo, visual storytelling, intrattenimento e lavori commissionati. Contenuti prodotti con finalità, metodi e responsabilità differenti, ma che circolano negli stessi spazi online e possono apparire agli occhi del pubblico come equivalenti.


Questo testo nasce da una serie di riflessioni sullo stato contemporaneo del fotogiornalismo e prende spunto, fra gli altri, dall’articolo di Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, pubblicato su Kaptur nell’aprile 2026 (1). La domanda alla base è “Che cosa rende una fotografia un atto giornalistico?”

Di fronte alla diffusione delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, che ormai convivono con la fotografia tradizionale, soprattutto in ambito commerciale e pubblicitario, penetrando però anche nel settore dell’informazione — fenomeno di cui ho parlato nel mio articolo Immagini fotografiche apocrife (2) — gran parte della discussione si concentra sull’autenticità dell’immagine: se sia una fotografia realmente scattata, se sia stata manipolata, se gli elementi che vediamo fossero effettivamente davanti alla macchina fotografica, ecc.  Sono questioni fondamentali, ma non esauriscono il problema.

Una fotografia può essere perfettamente autentica dal punto di vista tecnico e, allo stesso tempo, fornire una rappresentazione parziale, propagandistica o fuorviante di un avvenimento. Può mostrare persone realmente esistenti, in un luogo reale, in un momento reale, senza che siano sufficientemente verificati il contesto, le informazioni della didascalia, le cause di ciò che sta accadendo o gli interessi di chi produce e distribuisce quell’immagine. L’autenticità fotografica e l’attendibilità giornalistica sono quindi due questioni collegate, ma diverse.

Per comprendere la crisi attuale del fotogiornalismo occorre guardare all’intero processo che lo produce: chi fotografa, con quali relazioni, con quali risorse economiche, con quali controlli editoriali, per quale committente e secondo quali criteri di verifica.

Le quattro funzioni del fotogiornalista

Riprendendo lo schema proposto da Paul Melcher, possiamo individuare quattro funzioni storicamente riunite nella figura del fotogiornalista:

La prima è quella del testimone. Il fotografo è fisicamente presente nel luogo in cui qualcosa accade. La fotografia mantiene ancora oggi una particolare forza testimoniale proprio perché conserva una relazione materiale con un momento e con uno spazio: qualcuno era lì e ha rivolto una macchina fotografica verso qualcosa.

La seconda funzione è quella dell’autore. Essere presenti non basta. Il fotografo deve scegliere posizione, distanza, momento, obiettivo, esposizione, composizione. Deve riconoscere una relazione significativa fra gli elementi della scena e trasformarla in una fotografia leggibile.

La terza funzione è quella del giornalista. Significa conoscere ciò che si sta fotografando, raccogliere informazioni, verificare le fonti, comprendere il contesto politico e sociale, identificare correttamente persone, luoghi ed eventi.

La quarta è quella dell’interprete. Il fotografo cerca immagini capaci di condensare una situazione complessa in qualcosa che possa essere compreso, ricordato e, inevitabilmente, anche percepito emotivamente.

Quest’ultima funzione introduce un elemento essenziale: il fotogiornalismo non è una registrazione meccanica della realtà. Ogni fotografia nasce da una selezione. Il fotografo decide dove stare, cosa includere, cosa escludere e quando premere il pulsante di scatto. Successivamente qualcuno decide quale fotografia pubblicare, accanto a quale titolo, con quale didascalia e insieme a quali altre immagini. L’etica del fotogiornalismo non consiste quindi nell’eliminare la soggettività — obiettivo impossibile — ma nel governarla attraverso un metodo professionale.

Il codice deontologico della National Press Photographers Association statunitense chiede, per esempio, ai giornalisti visivi di rappresentare i soggetti in maniera accurata e completa, fornire contesto, evitare stereotipi, riconoscere i propri bias e proteggere la propria indipendenza da interessi politici, civici o commerciali (3).

La Society of Professional Journalists indica a sua volta fra i principi fondamentali del giornalismo la verifica delle informazioni, il contesto, l’indipendenza e la responsabilità nei confronti del pubblico (4).

Il fotografo, dunque, non diventa giornalista semplicemente perché fotografa qualcosa di vero. È il metodo con cui trasforma ciò che ha visto in informazione pubblica a rendere giornalistico il suo lavoro.

Il declino del reportage

Per gran parte del Novecento il fotogiornalismo si è sviluppato attraverso due forme editoriali differenti ma complementari. La prima era la fotografia singola: l’immagine destinata al quotidiano o all’agenzia di stampa, prodotta spesso durante un evento circoscritto nel tempo. Una manifestazione, una battaglia, un incontro politico, una competizione sportiva, un incidente. La seconda era il reportage fotografico, spesso organizzato editorialmente nella forma del photo essay: una sequenza di immagini capace di sviluppare un racconto.

Le grandi riviste illustrate costruirono attorno alla fotografia una vera grammatica narrativa. Non serviva necessariamente una singola immagine capace di contenere tutto. Una fotografia poteva introdurre il luogo, un’altra descrivere il contesto, una terza concentrarsi su una persona, un’altra ancora mostrare un dettaglio apparentemente marginale. La comprensione nasceva dal rapporto fra le immagini.

Questo non significa che il reportage sia scomparso. Esistono ancora magazine, supplementi, libri, siti dedicati al long-form journalism e organizzazioni che finanziano progetti complessi. Anche il World Press Photo mantiene categorie specificamente dedicate alle Stories e ai Long-Term Projects. Si è però fortemente ridimensionato l’ecosistema editoriale che rendeva normale finanziare, produrre, editare e distribuire sistematicamente quel tipo di lavoro.

Una fotografia fatta in cinque secondi e una fotografia ottenuta dopo cinque anni sembrano formalmente la stessa cosa

Una delle conseguenze più interessanti di questa trasformazione riguarda il rapporto fra tempo di produzione e forma finale dell’immagine. Consideriamo due fotografie. La prima documenta un evento durato cinque secondi. Il fotografo assiste a qualcosa di inatteso, scatta rapidamente e produce una fotografia che sintetizza quell’avvenimento. La seconda nasce da un progetto durato cinque anni. Il fotografo ha frequentato per anni gli stessi luoghi e le stesse persone, raccolto testimonianze, costruito relazioni, aspettato trasformazioni sociali e biografiche. Da migliaia di fotografie viene infine selezionata un’unica immagine.

Quando vengono pubblicate, entrambe assumono formalmente la stessa forma: una fotografia. Il processo che le ha generate è però radicalmente diverso. Nel primo caso, la fotografia singola nasce da un evento di durata estremamente breve. Nel secondo, la fotografia singola rappresenta una compressione di un’esperienza enormemente più lunga.

Questo invita anche a ripensare l’idea del decisive moment, il celebre “momento decisivo” associato a Henri Cartier-Bresson. Nella fotografia di attualità classica il fotografo cerca spesso l’istante in cui un insieme di relazioni visive e narrative raggiunge una forma particolarmente significativa. Nei progetti di lunga durata, invece, il momento selezionato può assumere il proprio significato soprattutto grazie a ciò che è avvenuto prima e dopo.

Privata di quel contesto, un’immagine può conservare una straordinaria forza emotiva ma perdere una parte della propria capacità esplicativa.

Il problema non riguarda soltanto la fotografia. Il giornalismo narrativo conosce bene la differenza fra informazione sintetica e racconto lungo: il long-form journalism permette di costruire contesto, stratificazione e interpretazione che un’informazione breve tende a comprimere. Nella fotografia questa perdita è particolarmente difficile da percepire perché la singola immagine appare autosufficiente. Ma spesso non lo è.

La specializzazione forzata

Alla trasformazione editoriale corrisponde una trasformazione professionale.

Il modello storico del fotografo prevedeva spesso l’esistenza di una struttura che assegnava il lavoro: quotidiano, agenzia, rivista o magazine inviavano il fotografo sul luogo della storia e ne finanziavano il lavoro.

Oggi molti fotografi costruiscono autonomamente i propri progetti. Per ottenere finanziamenti, pubblicazioni, grant, premi o incarichi devono spesso sviluppare una competenza riconoscibile su un territorio o su un argomento. Diventano specialisti delle migrazioni, di una determinata guerra, di una regione geografica, delle questioni ambientali, delle trasformazioni di una comunità.

Questa specializzazione ha prodotto alcuni dei lavori più profondi della fotografia contemporanea. Un autore che frequenta lo stesso territorio per dieci anni può comprenderne lingua, rituali, gerarchie, contraddizioni e trasformazioni con una profondità difficilmente raggiungibile da chi vi rimane tre giorni.

Ma la conoscenza produce anche relazioni. Le persone fotografate possono diventare amici. Un fixer (figura locale che facilita l’accesso, i contatti, le traduzioni e la comprensione del contesto) può trasformarsi in collaboratore abituale. Il fotografo può dipendere da alcune persone per continuare a ottenere accesso a una determinata comunità. La questione della distanza nasce qui. Quanto può avvicinarsi un giornalista alle proprie fonti senza perdere la capacità di raccontare anche ciò che quelle fonti preferirebbero non fosse raccontato? Non esiste una misura fisica della distanza corretta. Esiste invece un problema di indipendenza.

Differenza fra fotogiornalismo e documentazione

“Fotografia documentaria” e “fotogiornalismo” vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà i due ambiti si sovrappongono senza coincidere completamente. La fotografia documentaria può avere come finalità la costruzione di un archivio, l’osservazione di una comunità, l’interpretazione di un territorio, una ricerca antropologica, sociale, personale o artistica. Può essere estremamente accurata e può avere una grande importanza storica. Il fotogiornalismo aggiunge però alcuni obblighi specifici derivanti dalla parola giornalismo.

Questi obblighi riguardano innanzitutto l’accuratezza delle informazioni, la verifica dei fatti e del contesto, la corretta identificazione di luoghi, date e persone, la distinzione tra ciò che è stato osservato e ciò che è stato ricostruito, la trasparenza sulle modalità con cui le immagini sono state prodotte e l’indipendenza rispetto ai soggetti fotografati o agli interessi coinvolti.

Significa, per esempio, non alterare deliberatamente una scena per renderla più efficace, non presentare come spontaneo ciò che è stato messo in scena, non omettere informazioni essenziali che cambierebbero il significato di una fotografia e dichiarare eventuali conflitti di interesse o forme di sostegno che possano incidere sull’indipendenza del lavoro. Nella fotografia documentaria questi principi possono naturalmente essere adottati — e spesso lo sono — ma non costituiscono necessariamente requisiti intrinseci del genere.

Un progetto documentario può infatti prevedere collaborazione con i soggetti, ricostruzioni, interventi dell’autore, dispositivi performativi o una forte componente autobiografica e interpretativa, purché siano coerenti con il progetto e dichiarati quando potrebbero essere interpretati come documentazione diretta della realtà.

Una fotografia può essere un documento senza essere giornalismo. Anche un’immagine di propaganda può costituire un documento storico importante: documenta una determinata rappresentazione del mondo, una strategia comunicativa, un’ideologia. Non per questo diventa giornalismo. Allo stesso modo, un progetto fotografico profondamente partecipe della vita di una comunità può avere un enorme valore documentario e artistico senza necessariamente rispettare tutte le condizioni dell’indipendenza giornalistica. La differenza non dipende dall’estetica. Dipende soprattutto dal metodo di produzione della conoscenza.

Distanza e prossimità

Il ragionamento di Melcher diventa però più discutibile quando la prossimità fra fotografo e soggetto viene considerata quasi inevitabilmente come una perdita di indipendenza.

La distanza non garantisce di per sé il buon giornalismo. Un fotografo inviato per quarantotto ore in un territorio che non conosce può essere perfettamente indipendente dai suoi soggetti e, nello stesso tempo, fraintendere completamente ciò che sta osservando. Può non parlare la lingua. Può non conoscere la storia locale. Può affidarsi interamente a un fixer. Può riconoscere soltanto quelle immagini che corrispondono alle aspettative con cui è arrivato. Il rischio, in questo caso, è quello di produrre fotografie formalmente efficaci ma culturalmente superficiali.

La prossimità presenta il rischio opposto: identificarsi con le persone che si stanno raccontando fino a perdere la capacità di sottoporre le loro affermazioni allo stesso controllo riservato alle altre fonti. Ma fra distanza e identificazione esiste un ampio spazio professionale. Un fotogiornalista può sviluppare empatia senza diventare portavoce. Può conoscere profondamente una comunità senza rinunciare alla verifica. Può instaurare rapporti umani con le proprie fonti continuando a considerare il pubblico, e non la fonte, il destinatario principale del proprio lavoro.

La figura dell’editor

La crisi economica dell’editoria viene spesso descritta attraverso la scomparsa dei fotografi di staff. Ma questa è soltanto una parte del problema. La redazione tradizionale non forniva infatti soltanto uno stipendio o il denaro necessario per raggiungere un luogo. Forniva anche una struttura di verifica.

Il picture editor o photo editor non era semplicemente la persona che sceglieva la fotografia più adatta. Poteva chiedere al fotografo perché mancasse un determinato punto di vista. Poteva mettere in discussione una didascalia. Poteva accorgersi che il racconto dipendeva eccessivamente da una sola fonte. Poteva verificare se l’editing complessivo stesse trasformando una situazione complessa in una narrazione troppo semplice.

Accanto all’editor potevano esserci reporter, caporedattori, fact-checker e consulenti legali. La redazione funzionava quindi anche come un sistema di controllo epistemologico: un insieme di persone e procedure incaricate di verificare come quella conoscenza fosse stata prodotta prima di renderla pubblica. Il digitale ha creato nuove redazioni e nuove professioni, ma una parte importante dell’infrastruttura che sosteneva la produzione fotografica professionale si è effettivamente ridotta. Le conseguenze ricadono sul fotografo freelance.

Un fotografo indipendente deve oggi essere spesso contemporaneamente: fotografo, ricercatore, produttore, editor, autore delle didascalie, fundraiser, responsabile della comunicazione, gestore del proprio archivio, e promotore del progetto.

Deve inoltre presentare il proprio lavoro a bandi per grant, festival e concorsi. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso.

Visual storytelling

Nel lessico contemporaneo è diventata molto comune l’espressione visual storytelling, letteralmente “narrazione visiva”. È un termine estremamente ampio. Può indicare un reportage giornalistico, un documentario, un progetto fotografico, una narrazione multimediale, una campagna di un’organizzazione non governativa, una comunicazione aziendale o un contenuto pubblicitario. Il problema nasce quando la qualità narrativa viene confusa con la natura giornalistica del lavoro. Il visual storytelling non è incompatibile con il giornalismo, ma occorre distinguere la forma narrativa dalla finalità.

Un lavoro giornalistico può partire da una domanda: Che cosa sta succedendo? La conclusione deve rimanere, almeno in linea di principio, aperta fino a quando l’indagine non viene completata.

Una campagna di advocacy può invece partire da una posizione: Vogliamo dimostrare che questo problema richiede un determinato intervento.

Una comunicazione aziendale può partire da un obiettivo ancora più esplicito: Vogliamo produrre nel pubblico una determinata percezione del nostro marchio.

Tutti e tre possono utilizzare fotografie straordinarie. Tutti e tre possono raccontare storie vere. Tutti e tre possono utilizzare tecniche documentarie. Ma non stanno svolgendo la stessa funzione.

La differenza non può essere riconosciuta osservando soltanto la fotografia. Serve conoscere chi ha commissionato il lavoro, come è stato finanziato, quali libertà aveva l’autore, quali controlli sono stati effettuati e quale fosse lo scopo della pubblicazione. Per questo il termine visual storytelling non dovrebbe essere utilizzato come sinonimo di fotogiornalismo.

Immagine autentica e racconto autentico

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha reso evidente un problema che la fotografia possiede fin dalle origini: la fiducia. Oggi possiamo produrre immagini fotorealistiche di avvenimenti mai accaduti. Diventa quindi necessario verificare la provenienza dei file, i metadati, la storia delle modifiche e, sempre più spesso, utilizzare sistemi di content provenance (tracciamento della provenienza), cioè tecnologie e standard che permettono di documentare l’origine e le trasformazioni di un contenuto digitale.

Organizzazioni giornalistiche e concorsi internazionali hanno intensificato i controlli. Il World Press Photo richiede, per i lavori che accedono alle fasi avanzate della selezione, i file originali prodotti dalla macchina fotografica; i lavori vincitori vengono inoltre sottoposti a verifiche fattuali indipendenti (5).

Reuters continua a considerare autenticità, imparzialità e verifica requisiti fondamentali anche nell’uso dell’intelligenza artificiale, ricordando che qualsiasi informazione prodotta attraverso sistemi generativi deve essere verificata indipendentemente dal giornalista (6).

Ma certificare che un file provenga realmente da una fotocamera risolve soltanto una parte del problema. Attraverso un insieme di verifiche possiamo arrivare a stabilire con ragionevole certezza che una fotografia sia stata effettivamente scattata nel luogo e nel momento dichiarati e che il suo contenuto non abbia subito manipolazioni incompatibili con gli standard giornalistici.

Resta ancora da stabilire: che cosa significa ciò che vediamo? Chi sono quelle persone? Che cosa è successo prima? Che cosa è accaduto dopo? La didascalia è corretta? La situazione fotografata è rappresentativa o eccezionale? Il fotografo ha influenzato il comportamento dei soggetti? Perché si trovava lì? Chi ha finanziato il lavoro? Quali fotografie sono state escluse dall’editing? Esistono informazioni che contraddicono la narrazione proposta? Queste domande appartengono al giornalismo, non alla tecnologia fotografica.

Le quattro forme di distanza

Possiamo individuare quattro forme di distanza:

La distanza fra fotografo e soggetto
Riguarda il grado di coinvolgimento del fotografo con le persone che racconta. Troppa distanza può produrre superficialità. Troppa identificazione può compromettere l’indipendenza. Il punto di equilibrio non coincide con una neutralità emotiva impossibile, ma con la capacità di conservare autonomia di giudizio.

La distanza fra fotografia e contesto
Quando una fotografia viene estratta da una storia complessa e presentata da sola, può apparire autosufficiente. Diventa spesso più immediata e memorabile, ma perde parte delle informazioni che le altre immagini, le didascalie e il contesto narrativo fornivano. La scelta di isolare un’immagine, così come quella di includerne alcune ed escluderne altre, non è quindi neutra: l’editing contribuisce a determinare il significato del racconto.

La distanza fra fotografo e redazione
Quando il fotografo lavora senza un editor, viene meno uno dei principali livelli di confronto professionale. La libertà dell’autore aumenta, ma aumenta anche il rischio di confermare inconsapevolmente le proprie convinzioni.

La distanza fra documentazione e giornalismo
È forse il livello più importante. Non tutto ciò che documenta è giornalismo. Non tutto ciò che utilizza un’estetica fotogiornalistica è giornalismo. Non tutto ciò che racconta una storia vera è giornalismo. Perché esista giornalismo servono procedure di verifica, responsabilità, trasparenza e indipendenza.

Una possibile distinzione operativa

Le categorie restano inevitabilmente permeabili, ma è possibile costruire una distinzione orientativa:

Fotografia documentaria
Ha come obiettivo principale osservare, testimoniare, interpretare o costruire una memoria di un fenomeno. Può essere giornalistica, artistica, antropologica o personale. La relazione con il soggetto può diventare molto profonda.

Fotogiornalismo
Utilizza la fotografia come strumento di informazione pubblica. Richiede verifica, contestualizzazione, accuratezza delle informazioni e indipendenza. L’estetica è importante, ma subordinata all’integrità informativa.

Visual storytelling
Indica una modalità narrativa basata prevalentemente sulle immagini. Non definisce da solo né il metodo né la finalità. Può appartenere al giornalismo, alla comunicazione sociale, alla pubblicità o all’arte.

Advocacy storytelling
Utilizza testimonianze e immagini per sostenere esplicitamente una causa. Può essere accurato e documentariamente importante, ma parte da un obiettivo persuasivo dichiarato.

Branded storytelling
È una forma di comunicazione prodotta o finanziata nell’interesse di un marchio o di un’organizzazione. Può adottare pienamente l’estetica del reportage, ma, quando risponde agli obiettivi comunicativi del committente, non possiede l’indipendenza necessaria per essere considerato giornalismo.

Le contaminazioni fra queste categorie non rappresentano necessariamente un problema. Il problema nasce quando non vengono dichiarati con chiarezza la natura del lavoro, il committente e gli interessi coinvolti. La differenza fondamentale non consiste quindi nell’avere o meno un punto di vista iniziale, ma nella disponibilità a modificarlo quando i fatti lo contraddicono e nel grado di indipendenza rispetto a un risultato narrativo o persuasivo prefissato.

La crisi del fotogiornalismo è anche una crisi delle sue istituzioni

Nel dibattito contemporaneo sulla fotografia dedichiamo molta attenzione a una domanda: Possiamo fidarci di questa immagine? È inevitabile che sia così. L’intelligenza artificiale generativa ha reso definitivamente insostenibile l’idea che l’apparenza fotografica possa costituire, da sola, una garanzia dell’esistenza di ciò che rappresenta.

Ma per il giornalismo la domanda deve essere più ampia: Possiamo fidarci del processo che ha prodotto questa immagine e del racconto nel quale viene inserita? Una fotografia autentica non garantisce una didascalia vera. Una didascalia corretta non garantisce un editing equilibrato. Un fotografo in buona fede non garantisce l’assenza di bias. La conoscenza profonda di un territorio non garantisce indipendenza. E la distanza dal soggetto non garantisce comprensione.

Il giornalismo ha storicamente cercato di ridurre questi problemi non affidandosi alla presunta neutralità individuale del giornalista, ma costruendo procedure e istituzioni: editor, desk, verifica delle fonti, confronto, fact-checking, codici deontologici, responsabilità legale ed editoriale.

È forse qui che si trova uno dei nodi più importanti della fotografia contemporanea. La crisi del fotogiornalismo non riguarda soltanto la diminuzione degli incarichi, la concorrenza dei social network o l’arrivo delle immagini sintetiche. Riguarda l’indebolimento delle strutture che permettono di sottoporre la fotografia e il suo contesto a verifica.

Nel momento in cui possiamo generare tecnicamente qualsiasi immagine, diventa ancora più importante ricordare che il valore giornalistico della fotografia non è mai stato contenuto esclusivamente nei suoi pixel. Dipende dal sistema di relazioni, verifiche, responsabilità e scelte che esiste attorno ad essa. La credibilità dell’immagine è anche la credibilità del processo che l’ha prodotta.


Note


(1)
Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, Kaptur, 28 aprile 2026.
Il testo sostiene che la crisi più profonda del fotogiornalismo contemporaneo non riguardi esclusivamente tecnologia o manipolazione delle immagini, ma la progressiva scomparsa dell’infrastruttura editoriale che garantiva distanza, controllo e indipendenza professionale.
https://kaptur.co/world-press-2026-the-distance-problem

(2)
Filippo Venturi, Immagini fotografiche apocrife, Filippo Venturi Photography, 4 agosto 2026.

Il testo analizza la diffusione di immagini generate con intelligenza artificiale che ricostruiscono eventi realmente accaduti assumendo però l’aspetto e l’autorità testimoniale della fotografia. Venturi propone di definirle “immagini fotografiche apocrife”: rappresentazioni para-documentarie più leggibili, emotive e visivamente efficaci dei materiali originali, capaci proprio per questo di confondere il confine tra documentazione e illustrazione.
https://www.filippoventuri.photography/blog/immagini-fotografiche-apocrife

(3)
National Press Photographers Association, Code of Ethics.
Il codice pone fra i principi del giornalismo visivo accuratezza, completezza, contestualizzazione, riconoscimento dei bias, indipendenza e rispetto dell’integrità del momento fotografico.
https://bop.nppa.org/2026/technical-guidelines

(4)
Society of Professional Journalists, SPJ Code of Ethics.
I quattro principi generali sono: cercare la verità e riferirla, minimizzare il danno, agire indipendentemente, essere responsabili e trasparenti.
https://www.spj.org/spj-code-of-ethics

(5)
World Press Photo, Verification Process.
Le procedure comprendono controllo dei file originali, verifica delle manipolazioni, fact-checking di persone, date, luoghi e circostanze, oltre a requisiti di trasparenza su produzione e finanziamento dei progetti.
https://www.worldpressphoto.org/contest/verification-process

(6)
Reuters, Journalistic Standards.
Le linee guida ribadiscono i principi di verifica, responsabilità editoriale, autenticità dei contenuti visivi e controllo indipendente delle informazioni eventualmente prodotte attraverso strumenti di IA.
https://reutersagency.com/about/standards-values

"Non ho nulla da nascondere" può essere una risposta pericolosa by Filippo Venturi

Di fronte a forme di controllo esercitate in nome della sicurezza, in un’epoca in cui sorveglianza biometrica e riconoscimento facciale si diffondono rapidamente e silenziosamente, una delle reazioni più comuni è: “Non ho nulla da nascondere”.

È una risposta comprensibile, ma parte da un equivoco. La privacy infatti non riguarda soltanto la possibilità di tenere segreto qualcosa di illecito o imbarazzante. Riguarda anche il controllo su chi raccoglie informazioni su di noi, sul modo in cui vengono interpretate e sulle conseguenze che possono produrre.

IL POTERE DI DEFINIRE E CATALOGARE

La sorveglianza biometrica, in particolare, non si limita a registrare ciò che facciamo. Può collegare (e l’intelligenza artificiale agevola questo processo) il nostro volto a spostamenti, relazioni, abitudini e altri dati, trasformandoli in un profilo sulla base del quale vengono prese decisioni.

Un’informazione del tutto innocua, se estratta dal suo contesto e associata ad altri elementi o elaborata da un sistema fallibile (come è qualsiasi sistema), può generare sospetti, errori o discriminazioni difficili da riconoscere e ancora più difficili da contestare. Il problema, quindi, non è soltanto ciò che abbiamo da nascondere, ma il potere che altri acquisiscono su di noi e con cui possono definirci o catalogarci.

DAL PANOPTICON ALL’AUTOCENSURA

Ma la sorveglianza non agisce soltanto dall’esterno, attraverso i profili e le decisioni costruiti su di noi. Può influenzare anche il modo in cui ci comportiamo. Quando sappiamo, o anche solo immaginiamo, di poter essere osservati e identificati, tendiamo a evitare azioni, opinioni o frequentazioni che potrebbero essere fraintese, pur essendo perfettamente legittime.

È questo uno degli aspetti che Michel Foucault analizza in Sorvegliare e punire (1975), riprendendo il modello del Panopticon, una prigione ideata alla fine del Settecento dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che lo considerava uno strumento innovativo ed efficiente. L’edificio prevedeva una torre centrale dalla quale una guardia poteva osservare tutte le celle disposte intorno, mentre i detenuti non potevano sapere se in quel momento fossero effettivamente sorvegliati. L’incertezza li induceva quindi a comportarsi come se lo fossero sempre.

Per Foucault, il Panopticon descrive una forma di potere che non ha bisogno di controllare ogni persona in ogni momento: è sufficiente rendere permanente la possibilità dello sguardo. Chi si sente potenzialmente osservato finisce così per adeguare autonomamente il proprio comportamento, anticipando il giudizio o l’intervento dell’autorità.

Un fenomeno analogo viene oggi studiato attraverso il concetto di chilling effect, letteralmente “effetto raggelante”, in cui la percezione di essere sorvegliati può spingere le persone a rinunciare a comportamenti del tutto legittimi, come cercare informazioni su temi sensibili, esprimere opinioni controverse o partecipare a manifestazioni. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden del 2013 sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, alcuni studi hanno registrato una diminuzione nella consultazione di pagine di Wikipedia legate al terrorismo e alla sicurezza e una contrazione delle ricerche Google considerate sensibili, interpretandole come possibili forme di autocensura prodotte dalla consapevolezza di poter essere monitorati.

LA PRIVACY COME TUTELA DELL’AUTONOMIA

La sorveglianza, quindi, non riguarda soltanto chi commette un illecito ma può limitare concretamente anche la libertà di chi non ha nulla da nascondere. Come ha spiegato il giurista Daniel Solove, la privacy non coincide semplicemente con il diritto di nascondere un segreto. Serve anche a impedire che informazioni raccolte per uno scopo vengano riutilizzate per altri, che dati inesatti diventino permanenti o che qualcuno definisca la nostra identità attraverso categorie e criteri che non conosciamo.

Nel riconoscimento facciale questo rischio è aggravato dal fatto che il volto non può essere sostituito come una password e che i sistemi possono presentare tassi di errore sensibili. La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto “ho qualcosa da nascondere?” ma anche “chi raccoglie questi dati, secondo quali criteri li interpreta, con chi li condivide, per quanto tempo li conserva e come posso difendermi se sono sbagliati?”.

La funzione della privacy non è garantire l’impunità a chi commette un illecito, ma tutelare l’autonomia, la possibilità di cambiare idee e comportamenti senza restare prigionieri del proprio passato e il diritto a non essere ridotti a un punteggio o a un profilo.

Una immagine dal mio lavoro “Broken Mirror” (realizzato con l’IA), sulla dittatura nordcoreana e sulla natura invasiva e controllante della tecnologia.

Articolo su Provoke su FotoIT by Filippo Venturi

Su FotoIT è uscito il mio secondo articolo sulla fotografia giapponese.

Dopo “Il bagliore che non svanisce. Fotografia e memoria del trauma nucleare in Giappone, 80 anni dopo”, ho scritto dell’esperienza della rivista Provoke e dei suoi autori che tentarono di scardinare la fotografia dall’interno.

Di seguito un estratto:

Provoke. L’evasione incompiuta che ha riscritto i confini della fotografia.

Tokyo, novembre 1968. Nei circuiti indipendenti e nelle librerie alternative del quartiere Shinjuku, e non solo, circola un oggetto insolito, composto da poche pagine in bianco e nero, contrastate fino all’accecamento e senza didascalie rassicuranti. Il titolo è secco: “Provoke. Shisō no tame no chōhatsuteki shiryō” (Provoke. Materiali provocatori per il pensiero). È rivista e rivoluzione.

L'alleanza tra un critico e teorico, Kōji Taki (1928-2011), un fotografo militante, Takuma Nakahira (1938-2015), un poeta e pensatore, Takahiko Okada (1939-1997) e due indagatori urbani, Yutaka Takanashi (1935) e Daidō Moriyama (1938), con quest’ultimo che si unì al collettivo dal secondo numero della rivista, ha dato vita al tentativo di scardinare la fotografia giapponese dall’interno, armati di grana, mosso e sfocature che sembrano graffi sulla pellicola e sulla società.

Il Giappone di fine anni ‘60 era un paese in fermento. Le strade di Tokyo erano attraversate dalle proteste studentesche contro la guerra del Vietnam (il paese non era coinvolto direttamente, ma forniva logistica e basi militari agli Stati Uniti) e contro il rinnovo del Trattato di Sicurezza con gli Stati Uniti (ANPO), mentre le fabbriche e le periferie cambiavano volto sotto l’impeto di una modernizzazione rapidissima. In questo clima di tensione politica e di trasformazione, anche l’arte cercava nuovi linguaggi […]

Il bagliore che non svanisce by Filippo Venturi

IL BAGLIORE CHE NON SVANISCE.
Fotografia e memoria del trauma nucleare in Giappone, 80 anni dopo.

di Filippo Venturi, 26/08/2025.

In Europa, la Seconda guerra mondiale terminò l’8 maggio 1945 con la resa della Germania, ma nel Pacifico il conflitto proseguì in modo sanguinoso. Il Giappone, infatti, non contemplava la sconfitta e si preparava a una resistenza a oltranza contro gli attacchi degli americani.

Il 16 luglio 1945, con l’esito positivo del test Trinity, condotto nel deserto del New Mexico nell’ambito del Progetto Manhattan, gli Stati Uniti divennero i primi possessori dell’arma atomica funzionante. In breve tempo, questa nuova bomba fu considerata lo strumento con cui accelerare la conclusione del conflitto: avrebbe dovuto causare una tale distruzione da spezzare anche l’orgoglio giapponese e costringere il paese alla resa.

Il 6 agosto, alle ore 8.15, la bomba all’uranio Little Boy venne sganciata su Hiroshima (l’esplosione avvenne a un’altezza di circa 580 metri dal suolo) provocando la morte immediata di decine di migliaia di persone — il bilancio totale delle vittime, incluse quelle decedute successivamente per ustioni e radiazioni, è stimato in 140.000. Il 9 agosto, alle ore 11.02, la bomba al plutonio Fat Man colpì Nagasaki, causando complessivamente circa 70-80.000 morti.

Neppure dopo queste ecatombi i vertici militari giapponesi accettarono la sconfitta. Si rese quindi necessario l’intervento personale dell’imperatore Hirohito che — rompendo con la tradizione che lo voleva figura sacra e distante — si rivolse per la prima volta direttamente alla nazione, pronunciando il 15 agosto 1945 un discorso radiofonico per annunciare la cessazione delle ostilità e salvare il Giappone dalla completa distruzione. Il 2 settembre 1945, infine, venne firmato l’atto di resa a bordo della nave da guerra USS Missouri, nella baia di Tokyo. 

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Il trauma atomico del 1945 segnò profondamente l’identità culturale del Giappone e si riflesse con forza nella sua produzione artistica, dando origine a una lunga e dolorosa elaborazione collettiva. L’esperienza apocalittica di Hiroshima e Nagasaki, unita allo shock per la resa e la fine dell’imperialismo, generò un senso diffuso di lutto, vergogna e riflessione esistenziale, che si tradusse in una ricerca di nuove forme espressive capaci di affrontare l’irrappresentabile e di dare voce all’angoscia di un’intera nazione.

L’immaginario collettivo fu segnato da simboli indelebili — il fungo atomico, le ombre impresse sui muri, i corpi devastati — che tornarono ciclicamente nelle opere letterarie, cinematografiche e fotografiche. Persino generazioni successive, che non avevano vissuto direttamente il trauma, sentirono il bisogno di confrontarsi con quell’eredità. Questo impulso ha alimentato un filone che potremmo definire post-atomico, in cui l’eco della bomba continua a risuonare come spunto per riflessioni più ampie sull’identità nazionale, sulla fragilità dell’esistenza e sui pericoli della modernità.

La fotografia giapponese, in particolare, divenne uno strumento privilegiato di memoria e testimonianza: inizialmente documentaria e cruda — come nelle immagini dei sopravvissuti irradiati o delle città rase al suolo — si evolse verso linguaggi più concettuali, poetici e sperimentali, nel tentativo di restituire dignità a ciò che era stato annientato e di interrogarsi sul futuro.

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Nei giorni immediatamente successivi al bombardamento, alcuni fotografi iniziarono a documentare le rovine e le vittime. Tra i primi testimoni vi fu Yōsuke Yamahata (1917-1966), che il 10 agosto 1945 — appena un giorno dopo l’attacco a Nagasaki — girò la città realizzando oltre cento fotografie. Il suo lavoro rappresenta uno dei reportage più completi e sistematici su una città colpita da un’arma nucleare e offre una testimonianza unica per ampiezza e immediatezza. Le immagini di Yamahata mostrano scene di distruzione totale, ma anche la quotidianità spezzata dei sopravvissuti: corpi bruciati, edifici rasi al suolo, uomini e donne in cerca di cure o di acqua, famiglie che vegliano i loro morti. Lo sguardo del fotografo alterna vedute panoramiche a dettagli ravvicinati, restituendo tanto l’impatto della catastrofe sull’intera città quanto la sofferenza individuale. Yamahata si è spento all’età di 48 anni, a causa di un tumore, possibile conseguenza della sua permanenza a Nagasaki.

Yoshito Matsushige (1913-2005) fu l’unico fotografo a documentare Hiroshima subito dopo l’esplosione atomica. Con la sua macchina fotografica riuscì a scattare appena cinque immagini, tra cui quelle sul ponte Miyuki, dove studenti ustionati e poliziotti feriti cercavano soccorso. Quelle fotografie, che mostrano corpi scorticati e scene di disperazione, sono diventate l’unica testimonianza visiva diretta del bombardamento in quello stesso giorno. Matsushige stesso visse a lungo con il senso di colpa: da un lato per aver ritratto i propri concittadini in uno stato di tale sofferenza, dall’altro per non aver avuto la forza di documentare di più.

Il 18 agosto 1945 il Consiglio di Ricerca Scientifica del Giappone istituì la Special Committee for the Investigation of the Effects of the Atomic Bomb con lo scopo di raccogliere, classificare e analizzare dati scientifici, medici e tecnici sugli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Il comitato era diviso in sottogruppi disciplinari (fisica, chimica, medicina, geologia, ingegneria, ecc.) e operò fino al 1951, impiegando anche fotografi per documentare i danni, fra cui Shigeo Hayashi (1918-2002), un giovane fotografo dell’Imperial Japanese Army’s Photography Unit, incaricato dalla Commissione Speciale e poi dal Scientific Defense Investigation Group statunitense di realizzare immagini a Hiroshima e Nagasaki. Le sue fotografie (edifici distrutti, resti umani, effetti delle radiazioni) costituiscono alcune delle più complete testimonianze dell’epoca.

Altri fotografi, inclusi quelli delle Università di Tokyo, Kyoto e Hiroshima, furono coinvolti in campagne di rilievo, anche se spesso i loro negativi vennero requisiti dall’esercito americano nell’ambito della censura. La diffusione di queste immagini infatti fu ostacolata per anni.

Durante l’Occupazione americana (1945-1952) entrò in vigore una censura sistematica, che non riguardava solo la stampa giapponese ma anche la circolazione di fotografie e filmati legati alle bombe. Il Civil Censorship Detachment, organo istituito dal Comando Supremo delle Forze Alleate, proibì la pubblicazione di qualunque materiale che potesse suscitare compassione verso le vittime, fomentare sentimenti antiamericani o mettere in discussione la decisione di utilizzare l’arma atomica. Fotografie e rapporti vennero requisiti e archiviati; molte immagini rimasero inedite fino agli anni Cinquanta, quando il trattato di San Francisco sancì la fine dell’occupazione e il Giappone riacquistò la sovranità. L’immaginario della popolazione americana era dominato dall’iconica nuvola a fungo, mentre mancava la percezione della sofferenza umana diretta. La produzione fotografica americana fu legata soprattutto a scopi militari, scientifici o propagandistici. Le immagini del U.S. Strategic Bombing Survey e quelle dell’Atomic Bomb Casualty Commission documentavano rispettivamente i danni alle infrastrutture e gli effetti medici delle radiazioni, riducendo spesso la tragedia a un insieme di dati tecnici. Joe O’Donnell (1922-2007) rappresentò un’eccezione: le sue fotografie dei bambini sopravvissuti a Nagasaki, rimaste a lungo inedite, restano fra le rare testimonianze occidentali capaci di restituire la dimensione umana del disastro.

Anche il governo giapponese, piegato dalla sconfitta e impegnato a ricostruire il Paese, non incoraggiò una diffusione immediata di queste testimonianze. La narrazione ufficiale, soprattutto nei primi anni, privilegiava il mito della rinascita e della modernizzazione, relegando le vittime atomiche (hibakusha) a una condizione marginale, spesso segnata da stigma e discriminazioni. Molti superstiti, in particolare donne, venivano rifiutati ed emarginati perché ritenuti “impuri” o “geneticamente compromessi”, con il timore che potessero trasmettere malformazioni congenite o malattie ereditarie ai figli. Non solo nella sfera matrimoniale, ma anche in quella lavorativa e in generale a livello sociale, erano spesso trattati come “esseri umani di serie B”. Solo a partire dagli anni Sessanta si assistette a un progressivo riconoscimento della loro memoria e alla diffusione di una documentazione più ampia.

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Sul piano artistico, la fotografia giapponese seguì due direzioni. Da un lato rimase il filone documentario, volto a preservare la memoria visiva delle distruzioni. Ken Domon (1909-1990), uno dei maestri del realismo fotografico giapponese, ne fu il rappresentante più autorevole. Dopo aver raggiunto la notorietà come fotoreporter per la rivista Nippon, Domon sviluppò una concezione etica della fotografia, basata sulla “registrazione pura”, cioè la necessità di mostrare la realtà senza abbellimenti né artifici. Il progetto Hiroshima (1958), realizzato tredici anni dopo la bomba, raccoglie ritratti di hibakusha segnati da cicatrici, deformazioni e ustioni, accostati a immagini di rovine e memoriali. Non c’è ricerca di estetica formale, ma l’intento di restituire dignità alle vittime attraverso la loro semplice presenza e di costringere lo spettatore a confrontarsi con la tragedia. Hiroshima si impose come una delle prime e più importanti opere visive dedicate alla bomba, contribuendo a dare visibilità ai sopravvissuti in un periodo in cui erano ancora emarginati.

Dall’altro lato, negli anni successivi, emerse un linguaggio più poetico e concettuale, in cui il trauma atomico non veniva raccontato solo attraverso i corpi feriti e le rovine, ma mediante metafore visive, atmosfere e simboli. Kikuji Kawada (1933-), con Chizu (The Map) del 1965, compose un’opera ibrida tra libro fotografico e installazione visiva, in cui le fotografie delle “macchie” e delle corrosioni sulle pareti del Genbaku Dome di Hiroshima si intrecciano con immagini di bandiere, soldati e reperti bellici, dando forma a una memoria stratificata, oscillante tra documento e allucinazione.

Successivamente, altri autori contribuirono a trasformare l’esperienza atomica in una riflessione universale sulla fragilità e sull’assurdità della condizione umana. Shōmei Tōmatsu (1930-2012), oggi considerato uno dei padri della New Japanese Photography, col volume 11:02 Nagasaki (1961) affrontò il trauma con un linguaggio fortemente simbolico, fotografando non solo le ferite umane e il presente. Una delle immagini più celebri di Shōmei Tōmatsu, Bottiglia fusa, esprime con forza la tensione tra documento e visione soggettiva. A prima vista, l’oggetto appare come una creatura mostruosa: una massa informe, simile a un animale scannato. In realtà si tratta di una bottiglia di birra deformata dal calore sprigionato dall’esplosione nucleare, un reperto quotidiano trasformato in reliquia. Tōmatsu la trasfigura in simbolo, facendone il corpo stesso della città ferita: non una cronaca oggettiva, ma un atto di reinterpretazione che rompe i confini del reportage e restituisce al mondo, in forma poetica e perturbante, l’eco della devastazione atomica. Da quell’esperienza la sua fotografia cambia radicalmente: il linguaggio realistico tradizionale non è più sufficiente, così come non lo è l’idea del “momento decisivo” teorizzato da Henri Cartier-Bresson. Come rappresentare un paese la cui identità è stata spezzata dalla guerra? Il simbolo di questa riflessione è la celebre immagine di un orologio da tasca fermo alle ore 11:02 del 9 agosto 1945, l’istante in cui il tempo si arrestò per Nagasaki.

Ishiuchi Miyako (1947-) artista concettuale e fotografa, ha affrontato il tema della memoria atomica con la serie Hiroshima (2008), commissionata dal Peace Memorial Museum. Cresciuta a Yokosuka, città segnata dalla presenza militare americana, Ishiuchi aveva già esplorato il rapporto fra corpo, assenza e oggetti personali nella serie Mother’s, dedicata agli effetti della madre defunta. In Hiroshima applica lo stesso sguardo agli abiti e agli oggetti dei sopravvissuti e delle vittime: vestiti scoloriti, scarpe consunte, rossetti rimasti intatti. Fotografati su fondi neutri, illuminati con luce morbida, questi oggetti si trasformano in reliquie che evocano la quotidianità interrotta e restituiscono umanità a chi non ha più voce. La sua sensibilità femminile e intimista ha rinnovato radicalmente l’approccio al trauma atomico, spostando l’attenzione dalla cronaca alla memoria privata. Le immagini di Ishiuchi, esposte in Giappone e all’estero, hanno contribuito a dare al lutto collettivo una dimensione universale e profondamente contemporanea.

Fra gli altri autori giapponesi che hanno fotografato le conseguenze del bombardamento atomico: Ihei Kimura (1901-1974), grande maestro del fotogiornalismo giapponese, documentò il dopoguerra e la vita quotidiana. Nel 1945 visitò Hiroshima e produsse immagini importanti per la memoria collettiva. Hiromi Tsuchida (1939-) autore della serie Hiroshima (1973-1985), in cui fotografò oggetti appartenuti ai sopravvissuti (vestiti, orologi fermi, giocattoli), trasformandoli in reliquie simboliche. È uno degli autori contemporanei più noti per aver dato forma visiva alla memoria della bomba. Shunkichi Kikuchi (1916-1990) fotografo ufficiale del Nippon News Photo Service, entrò a Hiroshima e Nagasaki nelle settimane successive al bombardamento. Le sue fotografie a colori (Kodachrome) sono tra le più rare dell’epoca e hanno grande valore documentario. Eiichi Matsumoto (1915-2004), fotogiornalista dell’Asahi Shimbun, visitò Hiroshima e Nagasaki nel settembre 1945 per documentare la devastazione. Le sue immagini furono immediatamente sottoposte a censura dall’Occupazione americana e non poterono essere pubblicate fino al 1952, quando la rivista Asahi Graph dedicò un numero speciale agli attacchi atomici. Quelle fotografie, rimaste nascoste per anni, sono oggi considerate testimonianze fondamentali. Chikuma Kobayashi (1920-1991) reporter dell’Asahi Shimbun, realizzò reportage sulle distruzioni atomiche e sul dramma degli hibakusha durante gli anni ’50, contribuendo a portare le loro storie su scala nazionale.

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Susan Sontag, nel saggio Regarding the Pain of Others, avvertiva del rischio di assuefazione visiva: quando le immagini dell’orrore vengono ripetute e riprodotte senza sosta, possono perdere la capacità di smuovere la coscienza, trasformandosi in una sequenza di scene già viste. Proprio contro questa anestesia dello sguardo hanno lavorato molti fotografi giapponesi, sperimentando linguaggi visivi capaci di spezzare l’abitudine e costringere lo spettatore a un confronto autentico e insostenibile con la distruzione atomica. In questo senso, il realismo etico di Ken Domon, la tensione simbolica di Shōmei Tōmatsu e l’approccio intimista di Ishiuchi Miyako rappresentano tre declinazioni diverse di una stessa esigenza: opporsi alla banalizzazione e alla ripetizione del trauma.

Parallelamente, studi storici come quelli di John Dower e Lisa Yoneyama hanno mostrato come la memoria atomica sia stata terreno di tensione e conflitto tra narrazione ufficiale e ricordi privati. Dower, in Embracing Defeat, ha messo in luce come l’Occupazione americana abbia modellato dall’alto la memoria collettiva, imponendo una censura minuziosa, oscurando per anni le immagini delle vittime e privilegiando un discorso pubblico orientato alla modernizzazione e alla rinascita del Giappone, più che al lutto. Yoneyama, in Hiroshima Traces, ha invece analizzato le “memorie dissonanti”: quelle voci marginali — dei superstiti, delle donne, degli attivisti — che non coincidevano con la memoria nazionale dominante, ma che attraverso la fotografia, la letteratura e le pratiche commemorative sono riuscite a riemergere e a mettere in discussione il silenzio imposto. Ne deriva un quadro complesso, in cui la fotografia non è soltanto documento storico, ma mezzo di resistenza della memoria: tra la volontà di rimuovere l’orrore per favorire la ricostruzione e il bisogno di ricordare per dare dignità a chi era stato ridotto all’oblio.

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Questo doppio registro, realistico e visionario, ha continuato a caratterizzare la fotografia giapponese anche nelle generazioni successive: da un lato, la necessità di preservare la testimonianza diretta dei sopravvissuti; dall’altro, la spinta a reinventare i linguaggi visivi per dare voce a un trauma che, pur lontano nel tempo, continua a riverberare nella coscienza collettiva del Giappone.

A ottant’anni dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, quelle immagini parlano ancora all’oggi. In un mondo in cui il rischio di conflitti atomici torna a riaffacciarsi e in cui la tecnologia avanza con una velocità che spesso supera la capacità di regolamentarla, la memoria del trauma nucleare diventa uno specchio del presente. Le fotografie dei bombardamenti non sono soltanto archivi del dolore passato, ma avvertimenti per il futuro: mostrano cosa accade quando la scienza e il potere si alleano senza limiti etici. Per questo la loro forza non si esaurisce nella commemorazione, ma continua a interrogarci sulla responsabilità collettiva di fronte a nuove forme di minaccia globale. La fotografia restituisce così al presente il bagliore che non svanisce: quello di una luce che annientò tutto e che, proprio per questo, obbliga a ricordare.


Questo articolo è uscito sulla rivista FotoIT di Novembre 2025