Pride

Faceless Generation - Un progetto sul riconoscimento facciale /  by Filippo Venturi

[english below]

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che interroga il rapporto tra identità, visibilità e sorveglianza tecnologica.

Il progetto nasce dalla mia esperienza di fotografo documentarista in Georgia, durante le proteste del 2024, nel corso delle quali ho osservato come la sorveglianza biometrica, attraverso il riconoscimento facciale, potesse essere impiegata su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti.

Questa tecnologia è ormai presente in aeroporti, frontiere, infrastrutture urbane, dispositivi personali e apparati di sicurezza. Promette sicurezza, efficienza e semplificazione dell’accesso, ma introduce una forma di controllo spesso invisibile, capace di trasformare la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente. Quando viene impiegato per sorvegliare le proteste, questo processo coinvolge direttamente la libertà di espressione, il diritto di manifestare e la possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente identificati.

Cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire e classificare, a disposizione delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione? A partire dall’esperienza georgiana, ho ideato e sviluppato delle strategie di occultamento e distorsione attraverso le quali l’immagine del volto tenta di sottrarsi, confondersi o generare un errore nello sguardo algoritmico.

Il progetto si articola in tre tipologie di immagini:

  1. Reportage. Una selezione di mie fotografie delle proteste georgiane, da cui nasce l’idea di questo progetto, e di altre manifestazioni che ho documentato in altri paesi.

  2. Strategie di occultamento e distorsione. La forma più diretta consiste nell’occultamento del volto attraverso delle maschere. Quelle che ho ideato prendono il nome di Anòmata, sono modellate con l’IA con l’obiettivo di ingannare l’IA applicata al riconoscimento facciale e le ho realizzate attraverso la stampa 3D. Un secondo approccio consiste nell’utilizzo di capi di moda anti-biometrica da me progettati, caratterizzati da pattern ripetuti di occhi e bocche, con lo scopo di interferire con i sistemi di rilevamento e identificazione. Nei contesti in cui coprire il volto può essere vietato per legge, ho pensato al trucco facciale (di ispirazione teatrale) concepito per alterare visivamente i tratti del volto.

  3. Contro-archivio. Una serie di immagini nelle quali intervengo con l’IA sulle mie fotografie per simulare processi di identificazione automatizzata e rendere visibili logiche, errori e limiti dei sistemi di analisi biometrica.

Mi interessava quindi costruire un progetto che si muovesse continuamente tra documento, intervento e simulazione. I tre filoni non sono compartimenti separati, ma diversi livelli dello stesso discorso e altrettante posizioni dello sguardo: quello del fotografo che osserva e documenta la realtà, quello del soggetto che reagisce tentando di sottrarsi all’identificazione e quello della macchina che analizza, classifica e riconosce.

Questo lavoro rende visibile, anche in modo provocatorio, una contraddizione centrale del presente: in un mondo nel quale essere visibili significa sempre più spesso essere identificabili, l’invisibilità può diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione dallo spazio pubblico.


Faceless Generation is a visual and documentary investigation into the relationship between identity, visibility and technological surveillance.

The project grew out of my experience as a documentary photographer in Georgia during the 2024 protests, where I observed how biometric surveillance, through facial recognition, could be deployed on a large scale to identify, track and target protesters.

This technology is now embedded in airports, borders, urban infrastructures, personal devices and security systems. It promises security, efficiency and easier access, yet at the same time introduces a form of control that is often invisible, capable of turning our presence in public space into a permanent trace. When used to monitor protests, this process directly affects freedom of expression, the right to demonstrate, and the possibility of expressing dissent without being automatically identified.

What happens when the face ceases to be simply the site of identity and becomes data to be captured and classified, made available to the very authorities that dissent seeks to challenge? Drawing on my experience in Georgia, I conceived and developed a series of concealment and distortion strategies through which the image of the face attempts to evade, confuse or produce errors in the algorithmic gaze.

The project unfolds through three types of images:

  1. Reportage. A selection of my photographs from the Georgian protests, from which the idea for this project originated, together with images from other demonstrations I have documented in different countries.

  2. Concealment and distortion strategies. The most direct approach consists in concealing the face through masks. The masks I designed, called Anòmata, were modelled using AI with the aim of deceiving AI-based facial recognition systems, and were then produced through 3D printing. A second approach involves the use of anti-biometric fashion garments of my own design, characterised by repeated patterns of eyes and mouths intended to interfere with detection and identification systems. In contexts where covering the face may be prohibited by law, I explored facial make-up, inspired by theatrical practice and conceived to visually alter facial features.

  3. Counter-archive. A series of images in which I use AI to intervene on my own photographs, simulating processes of automated identification in order to make visible the logic, errors and limitations of biometric analysis systems.

I was therefore interested in constructing a project that moves continuously between document, intervention and simulation. The three strands are not separate compartments, but different layers of the same discourse and different positions of the gaze: that of the photographer, who observes and documents reality; that of the subject, who reacts by attempting to evade identification; and that of the machine, which analyses, classifies and recognises.

This work makes visible, at times provocatively, a central contradiction of the present: in a world in which being visible increasingly means being identifiable, invisibility can become a form of resistance, but also a new condition of exclusion from public space.

Workshop di Fotografia Documentaria 2026 /  by Filippo Venturi

Workshop di Fotografia Documentaria 2026

Un workshop di fotografia documentaria pensato per entrare nel processo completo di costruzione di un progetto: dalla ricerca della storia al lavoro sul campo, fino all’editing e alla restituzione finale.

Si lavorerà su metodo, linguaggio ed etica, affrontando tutti gli aspetti del fotogiornalismo contemporaneo: verifica delle fonti, organizzazione, scatto, selezione e presentazione delle immagini, ma anche diffusione e relazione con il sistema editoriale.

La parte pratica si svolgerà durante il Rivolta Pride di Bologna 2026, un contesto reale in cui confrontarsi con complessità, ritmo e responsabilità dello sguardo. L’esperienza sarà preparata in aula e rielaborata collettivamente.

Una parte del workshop sarà dedicata al ruolo della fotografia nell’era dell’intelligenza artificiale: tra crisi della fiducia, nuove possibilità e necessità di uno sguardo critico.

Per chi vuole andare oltre la tecnica e iniziare a costruire un linguaggio.

DATE E ORARI
Venerdì 12 Giugno 2026, ore 17.30-21.30.
Sabato 13 Giugno 2026, ore 10.00-19.00.
Domenica 14 Giugno 2026, ore 10.00-13.00 e 14.00-19.00.

ISCRIZIONI
Info e iscrizioni: officinafotograficashado@gmail.com
Workshop a numero chiuso.

QUOTA DI ISCRIZIONE
195 euro (inclusa tessera Arci Shado).

Il Reportage n. 58 - Reportage sulla Polonia /  by Filippo Venturi

Sull'ultimo numero de Il Reportage è uscito un mio articolo e una selezione di fotografie dal mio lavoro sulla Polonia svolto fra il 2014 e il 2023, nel quale racconto come il paese sia passato da un governo che ha praticamente smantellato le fondamenta della democrazia polacca alle elezioni dello scorso ottobre che hanno cambiato le sorti del paese.

Di seguito un estratto dall'articolo di 8 pagine:

[...] Percorriamo strade e vicoli a passo spedito, svoltando rapidamente, seguendo chi ci precede e sentendo avvicinarsi un brusio di cori sempre più intenso. Scorgo all’improvviso l’imponente Palazzo della Cultura e della Scienza, costruito e donato da Stalin fra il 1952 e il 1955. Una storia da cui la città vuole allontanarsi e che, periodicamente, apre dibattiti politici e valutazioni sul suo abbattimento. Ai piedi del Palazzo sorge Piazza della Parata, che vedo strabordante di persone con bandiere, simboli religiosi, stemmi di partiti e grandi slogan.

È l’11 novembre 2014 e mi trovo per caso nel bel mezzo delle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza, che coincide con la fine della Prima Guerra Mondiale e la nascita della Seconda Repubblica Polacca, a seguito del Trattato di Versailles. L’iniziativa più importante della giornata è la cosiddetta Marcia dell’Indipendenza, che parte proprio da Piazza della Parata e attraversa la città fino allo stadio di calcio, oltre il fiume Vistola, in direzione del quartiere Praga. Nonostante sia un giorno di festa per tutti i polacchi, da qualche anno il corteo è stato preso in mano dall'estrema destra e dai partiti nazionalisti, che spesso lo sfruttano per diffondere i propri messaggi e principi, non risparmiandosi su slogan razzisti e discriminatori. L’evento negli anni è andato in crescendo, fino a toccare i 200.000 partecipanti.

[...] Una signora dallo sguardo incerto sventola una minuscola bandiera della Polonia, la schiena appoggiata al palo di un lampione, l’altra mano serrata sulla borsa. Sembra aver realizzato solo in quel momento che non è andata a una festa ma all’incontro di iracondi spinti da sdegno e insoddisfazione. La situazione peggiora ulteriormente quando il sole viene oscurato dai fumogeni e l’unica luce diventa quella dei bengala rossi impugnati da figure nere incappucciate. Mi sono ritrovato catapultato in un girone infernale, terribile ma anche affascinante. È stato in quel momento ho deciso che avrei continuato a seguire le vicende polacche che, di lì a pochi mesi, nel 2015, avrebbero visto l’estrema destra salire al potere e condizionare il destino del paese.


Il numero 58 di Il Reportage (aprile-giugno 2024) apre con un’intervista di Maria Camilla Brunetti a Simona Ghizzoni, fotografa e artista visiva pluripremiata, nei cui lavori memoria e presente si intrecciano con un linguaggio in costante evoluzione e di rispetto dell’altro.

Segue un “blocco” di tre reportage dall’est europeo: Polonia, Romania, Georgia. Filippo Venturi racconta la Varsavia degli ultimi dieci anni, la politica che cambia, i cambiamenti sociali; Michela Iaccarino parla della triste condizione degli orsi ammaestrati in Transilvania; Elsa Baglioni (con le foto di Serena Vallana) descrive Tbilisi tra passato e presente.

Il portfolio centrale è dedicato all’invecchiamento della popolazione giapponese: gli uomini raggiungono, in media, gli 81,5 anni di età, le donne gli 85,6, con uno dei tassi di natalità più bassi del mondo e un’immigrazione insufficiente (le foto sono di una giovane fotografa giapponese, Noriko Hayashi). Chantal Pinzi, invece, è stata in Marocco, dove le ragazze hanno scelto lo skateboard per ribellarsi e incidere sulla società patriarcale, che le vorrebbe sempre in casa, mentre Gabriella Saba è andata a trovare, nell’entroterra sardo, lo scrittore Gavino Ledda, autore del best seller “Padre padrone”, portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Il secondo fotoreportage è di Andrea Di Biagio, che è salito sul “treno della riunificazione” dei due Vietnam. In questo numero si inaugura, poi, una nuova rubrica, “Presa indiretta”, dedicata all’evoluzione della fotografia e firmata da Valentina Manchia. Non mancano, naturalmente, le recensioni librarie, nonché la poesia inedita e commentata di Valerio Magrelli. Il racconto è di Maria Grazia Calandrone; tema dell’editoriale del direttore Riccardo De Gennaro è la dolorosa storia del giornalista Julian Assange, il creatore di Wikileaks, da anni in carcere soltanto per aver reso nota la verità sulle guerre Usa in Afghanistan e Iraq.

Foto di copertina:
Marocco, HoudaAit Lahcen volteggia con il suo skateboard nel porto di Essaouira. Foto di Chantal Pinzi

Sito ufficiale della rivista: https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-58/