Europa

Il bagliore che non svanisce by Filippo Venturi

IL BAGLIORE CHE NON SVANISCE.
Fotografia e memoria del trauma nucleare in Giappone, 80 anni dopo.

di Filippo Venturi, 26/08/2025.

In Europa, la Seconda guerra mondiale terminò l’8 maggio 1945 con la resa della Germania, ma nel Pacifico il conflitto proseguì in modo sanguinoso. Il Giappone, infatti, non contemplava la sconfitta e si preparava a una resistenza a oltranza contro gli attacchi degli americani.

Il 16 luglio 1945, con l’esito positivo del test Trinity, condotto nel deserto del New Mexico nell’ambito del Progetto Manhattan, gli Stati Uniti divennero i primi possessori dell’arma atomica funzionante. In breve tempo, questa nuova bomba fu considerata lo strumento con cui accelerare la conclusione del conflitto: avrebbe dovuto causare una tale distruzione da spezzare anche l’orgoglio giapponese e costringere il paese alla resa.

Il 6 agosto, alle ore 8.15, la bomba all’uranio Little Boy venne sganciata su Hiroshima (l’esplosione avvenne a un’altezza di circa 580 metri dal suolo) provocando la morte immediata di decine di migliaia di persone — il bilancio totale delle vittime, incluse quelle decedute successivamente per ustioni e radiazioni, è stimato in 140.000. Il 9 agosto, alle ore 11.02, la bomba al plutonio Fat Man colpì Nagasaki, causando complessivamente circa 70-80.000 morti.

Neppure dopo queste ecatombi i vertici militari giapponesi accettarono la sconfitta. Si rese quindi necessario l’intervento personale dell’imperatore Hirohito che — rompendo con la tradizione che lo voleva figura sacra e distante — si rivolse per la prima volta direttamente alla nazione, pronunciando il 15 agosto 1945 un discorso radiofonico per annunciare la cessazione delle ostilità e salvare il Giappone dalla completa distruzione. Il 2 settembre 1945, infine, venne firmato l’atto di resa a bordo della nave da guerra USS Missouri, nella baia di Tokyo. 

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Il trauma atomico del 1945 segnò profondamente l’identità culturale del Giappone e si riflesse con forza nella sua produzione artistica, dando origine a una lunga e dolorosa elaborazione collettiva. L’esperienza apocalittica di Hiroshima e Nagasaki, unita allo shock per la resa e la fine dell’imperialismo, generò un senso diffuso di lutto, vergogna e riflessione esistenziale, che si tradusse in una ricerca di nuove forme espressive capaci di affrontare l’irrappresentabile e di dare voce all’angoscia di un’intera nazione.

L’immaginario collettivo fu segnato da simboli indelebili — il fungo atomico, le ombre impresse sui muri, i corpi devastati — che tornarono ciclicamente nelle opere letterarie, cinematografiche e fotografiche. Persino generazioni successive, che non avevano vissuto direttamente il trauma, sentirono il bisogno di confrontarsi con quell’eredità. Questo impulso ha alimentato un filone che potremmo definire post-atomico, in cui l’eco della bomba continua a risuonare come spunto per riflessioni più ampie sull’identità nazionale, sulla fragilità dell’esistenza e sui pericoli della modernità.

La fotografia giapponese, in particolare, divenne uno strumento privilegiato di memoria e testimonianza: inizialmente documentaria e cruda — come nelle immagini dei sopravvissuti irradiati o delle città rase al suolo — si evolse verso linguaggi più concettuali, poetici e sperimentali, nel tentativo di restituire dignità a ciò che era stato annientato e di interrogarsi sul futuro.

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Nei giorni immediatamente successivi al bombardamento, alcuni fotografi iniziarono a documentare le rovine e le vittime. Tra i primi testimoni vi fu Yōsuke Yamahata (1917-1966), che il 10 agosto 1945 — appena un giorno dopo l’attacco a Nagasaki — girò la città realizzando oltre cento fotografie. Il suo lavoro rappresenta uno dei reportage più completi e sistematici su una città colpita da un’arma nucleare e offre una testimonianza unica per ampiezza e immediatezza. Le immagini di Yamahata mostrano scene di distruzione totale, ma anche la quotidianità spezzata dei sopravvissuti: corpi bruciati, edifici rasi al suolo, uomini e donne in cerca di cure o di acqua, famiglie che vegliano i loro morti. Lo sguardo del fotografo alterna vedute panoramiche a dettagli ravvicinati, restituendo tanto l’impatto della catastrofe sull’intera città quanto la sofferenza individuale. Yamahata si è spento all’età di 48 anni, a causa di un tumore, possibile conseguenza della sua permanenza a Nagasaki.

Yoshito Matsushige (1913-2005) fu l’unico fotografo a documentare Hiroshima subito dopo l’esplosione atomica. Con la sua macchina fotografica riuscì a scattare appena cinque immagini, tra cui quelle sul ponte Miyuki, dove studenti ustionati e poliziotti feriti cercavano soccorso. Quelle fotografie, che mostrano corpi scorticati e scene di disperazione, sono diventate l’unica testimonianza visiva diretta del bombardamento in quello stesso giorno. Matsushige stesso visse a lungo con il senso di colpa: da un lato per aver ritratto i propri concittadini in uno stato di tale sofferenza, dall’altro per non aver avuto la forza di documentare di più.

Il 18 agosto 1945 il Consiglio di Ricerca Scientifica del Giappone istituì la Special Committee for the Investigation of the Effects of the Atomic Bomb con lo scopo di raccogliere, classificare e analizzare dati scientifici, medici e tecnici sugli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Il comitato era diviso in sottogruppi disciplinari (fisica, chimica, medicina, geologia, ingegneria, ecc.) e operò fino al 1951, impiegando anche fotografi per documentare i danni, fra cui Shigeo Hayashi (1918-2002), un giovane fotografo dell’Imperial Japanese Army’s Photography Unit, incaricato dalla Commissione Speciale e poi dal Scientific Defense Investigation Group statunitense di realizzare immagini a Hiroshima e Nagasaki. Le sue fotografie (edifici distrutti, resti umani, effetti delle radiazioni) costituiscono alcune delle più complete testimonianze dell’epoca.

Altri fotografi, inclusi quelli delle Università di Tokyo, Kyoto e Hiroshima, furono coinvolti in campagne di rilievo, anche se spesso i loro negativi vennero requisiti dall’esercito americano nell’ambito della censura. La diffusione di queste immagini infatti fu ostacolata per anni.

Durante l’Occupazione americana (1945-1952) entrò in vigore una censura sistematica, che non riguardava solo la stampa giapponese ma anche la circolazione di fotografie e filmati legati alle bombe. Il Civil Censorship Detachment, organo istituito dal Comando Supremo delle Forze Alleate, proibì la pubblicazione di qualunque materiale che potesse suscitare compassione verso le vittime, fomentare sentimenti antiamericani o mettere in discussione la decisione di utilizzare l’arma atomica. Fotografie e rapporti vennero requisiti e archiviati; molte immagini rimasero inedite fino agli anni Cinquanta, quando il trattato di San Francisco sancì la fine dell’occupazione e il Giappone riacquistò la sovranità. L’immaginario della popolazione americana era dominato dall’iconica nuvola a fungo, mentre mancava la percezione della sofferenza umana diretta. La produzione fotografica americana fu legata soprattutto a scopi militari, scientifici o propagandistici. Le immagini del U.S. Strategic Bombing Survey e quelle dell’Atomic Bomb Casualty Commission documentavano rispettivamente i danni alle infrastrutture e gli effetti medici delle radiazioni, riducendo spesso la tragedia a un insieme di dati tecnici. Joe O’Donnell (1922-2007) rappresentò un’eccezione: le sue fotografie dei bambini sopravvissuti a Nagasaki, rimaste a lungo inedite, restano fra le rare testimonianze occidentali capaci di restituire la dimensione umana del disastro.

Anche il governo giapponese, piegato dalla sconfitta e impegnato a ricostruire il Paese, non incoraggiò una diffusione immediata di queste testimonianze. La narrazione ufficiale, soprattutto nei primi anni, privilegiava il mito della rinascita e della modernizzazione, relegando le vittime atomiche (hibakusha) a una condizione marginale, spesso segnata da stigma e discriminazioni. Molti superstiti, in particolare donne, venivano rifiutati ed emarginati perché ritenuti “impuri” o “geneticamente compromessi”, con il timore che potessero trasmettere malformazioni congenite o malattie ereditarie ai figli. Non solo nella sfera matrimoniale, ma anche in quella lavorativa e in generale a livello sociale, erano spesso trattati come “esseri umani di serie B”. Solo a partire dagli anni Sessanta si assistette a un progressivo riconoscimento della loro memoria e alla diffusione di una documentazione più ampia.

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Sul piano artistico, la fotografia giapponese seguì due direzioni. Da un lato rimase il filone documentario, volto a preservare la memoria visiva delle distruzioni. Ken Domon (1909-1990), uno dei maestri del realismo fotografico giapponese, ne fu il rappresentante più autorevole. Dopo aver raggiunto la notorietà come fotoreporter per la rivista Nippon, Domon sviluppò una concezione etica della fotografia, basata sulla “registrazione pura”, cioè la necessità di mostrare la realtà senza abbellimenti né artifici. Il progetto Hiroshima (1958), realizzato tredici anni dopo la bomba, raccoglie ritratti di hibakusha segnati da cicatrici, deformazioni e ustioni, accostati a immagini di rovine e memoriali. Non c’è ricerca di estetica formale, ma l’intento di restituire dignità alle vittime attraverso la loro semplice presenza e di costringere lo spettatore a confrontarsi con la tragedia. Hiroshima si impose come una delle prime e più importanti opere visive dedicate alla bomba, contribuendo a dare visibilità ai sopravvissuti in un periodo in cui erano ancora emarginati.

Dall’altro lato, negli anni successivi, emerse un linguaggio più poetico e concettuale, in cui il trauma atomico non veniva raccontato solo attraverso i corpi feriti e le rovine, ma mediante metafore visive, atmosfere e simboli. Kikuji Kawada (1933-), con Chizu (The Map) del 1965, compose un’opera ibrida tra libro fotografico e installazione visiva, in cui le fotografie delle “macchie” e delle corrosioni sulle pareti del Genbaku Dome di Hiroshima si intrecciano con immagini di bandiere, soldati e reperti bellici, dando forma a una memoria stratificata, oscillante tra documento e allucinazione.

Successivamente, altri autori contribuirono a trasformare l’esperienza atomica in una riflessione universale sulla fragilità e sull’assurdità della condizione umana. Shōmei Tōmatsu (1930-2012), oggi considerato uno dei padri della New Japanese Photography, col volume 11:02 Nagasaki (1961) affrontò il trauma con un linguaggio fortemente simbolico, fotografando non solo le ferite umane e il presente. Una delle immagini più celebri di Shōmei Tōmatsu, Bottiglia fusa, esprime con forza la tensione tra documento e visione soggettiva. A prima vista, l’oggetto appare come una creatura mostruosa: una massa informe, simile a un animale scannato. In realtà si tratta di una bottiglia di birra deformata dal calore sprigionato dall’esplosione nucleare, un reperto quotidiano trasformato in reliquia. Tōmatsu la trasfigura in simbolo, facendone il corpo stesso della città ferita: non una cronaca oggettiva, ma un atto di reinterpretazione che rompe i confini del reportage e restituisce al mondo, in forma poetica e perturbante, l’eco della devastazione atomica. Da quell’esperienza la sua fotografia cambia radicalmente: il linguaggio realistico tradizionale non è più sufficiente, così come non lo è l’idea del “momento decisivo” teorizzato da Henri Cartier-Bresson. Come rappresentare un paese la cui identità è stata spezzata dalla guerra? Il simbolo di questa riflessione è la celebre immagine di un orologio da tasca fermo alle ore 11:02 del 9 agosto 1945, l’istante in cui il tempo si arrestò per Nagasaki.

Ishiuchi Miyako (1947-) artista concettuale e fotografa, ha affrontato il tema della memoria atomica con la serie Hiroshima (2008), commissionata dal Peace Memorial Museum. Cresciuta a Yokosuka, città segnata dalla presenza militare americana, Ishiuchi aveva già esplorato il rapporto fra corpo, assenza e oggetti personali nella serie Mother’s, dedicata agli effetti della madre defunta. In Hiroshima applica lo stesso sguardo agli abiti e agli oggetti dei sopravvissuti e delle vittime: vestiti scoloriti, scarpe consunte, rossetti rimasti intatti. Fotografati su fondi neutri, illuminati con luce morbida, questi oggetti si trasformano in reliquie che evocano la quotidianità interrotta e restituiscono umanità a chi non ha più voce. La sua sensibilità femminile e intimista ha rinnovato radicalmente l’approccio al trauma atomico, spostando l’attenzione dalla cronaca alla memoria privata. Le immagini di Ishiuchi, esposte in Giappone e all’estero, hanno contribuito a dare al lutto collettivo una dimensione universale e profondamente contemporanea.

Fra gli altri autori giapponesi che hanno fotografato le conseguenze del bombardamento atomico: Ihei Kimura (1901-1974), grande maestro del fotogiornalismo giapponese, documentò il dopoguerra e la vita quotidiana. Nel 1945 visitò Hiroshima e produsse immagini importanti per la memoria collettiva. Hiromi Tsuchida (1939-) autore della serie Hiroshima (1973-1985), in cui fotografò oggetti appartenuti ai sopravvissuti (vestiti, orologi fermi, giocattoli), trasformandoli in reliquie simboliche. È uno degli autori contemporanei più noti per aver dato forma visiva alla memoria della bomba. Shunkichi Kikuchi (1916-1990) fotografo ufficiale del Nippon News Photo Service, entrò a Hiroshima e Nagasaki nelle settimane successive al bombardamento. Le sue fotografie a colori (Kodachrome) sono tra le più rare dell’epoca e hanno grande valore documentario. Eiichi Matsumoto (1915-2004), fotogiornalista dell’Asahi Shimbun, visitò Hiroshima e Nagasaki nel settembre 1945 per documentare la devastazione. Le sue immagini furono immediatamente sottoposte a censura dall’Occupazione americana e non poterono essere pubblicate fino al 1952, quando la rivista Asahi Graph dedicò un numero speciale agli attacchi atomici. Quelle fotografie, rimaste nascoste per anni, sono oggi considerate testimonianze fondamentali. Chikuma Kobayashi (1920-1991) reporter dell’Asahi Shimbun, realizzò reportage sulle distruzioni atomiche e sul dramma degli hibakusha durante gli anni ’50, contribuendo a portare le loro storie su scala nazionale.

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Susan Sontag, nel saggio Regarding the Pain of Others, avvertiva del rischio di assuefazione visiva: quando le immagini dell’orrore vengono ripetute e riprodotte senza sosta, possono perdere la capacità di smuovere la coscienza, trasformandosi in una sequenza di scene già viste. Proprio contro questa anestesia dello sguardo hanno lavorato molti fotografi giapponesi, sperimentando linguaggi visivi capaci di spezzare l’abitudine e costringere lo spettatore a un confronto autentico e insostenibile con la distruzione atomica. In questo senso, il realismo etico di Ken Domon, la tensione simbolica di Shōmei Tōmatsu e l’approccio intimista di Ishiuchi Miyako rappresentano tre declinazioni diverse di una stessa esigenza: opporsi alla banalizzazione e alla ripetizione del trauma.

Parallelamente, studi storici come quelli di John Dower e Lisa Yoneyama hanno mostrato come la memoria atomica sia stata terreno di tensione e conflitto tra narrazione ufficiale e ricordi privati. Dower, in Embracing Defeat, ha messo in luce come l’Occupazione americana abbia modellato dall’alto la memoria collettiva, imponendo una censura minuziosa, oscurando per anni le immagini delle vittime e privilegiando un discorso pubblico orientato alla modernizzazione e alla rinascita del Giappone, più che al lutto. Yoneyama, in Hiroshima Traces, ha invece analizzato le “memorie dissonanti”: quelle voci marginali — dei superstiti, delle donne, degli attivisti — che non coincidevano con la memoria nazionale dominante, ma che attraverso la fotografia, la letteratura e le pratiche commemorative sono riuscite a riemergere e a mettere in discussione il silenzio imposto. Ne deriva un quadro complesso, in cui la fotografia non è soltanto documento storico, ma mezzo di resistenza della memoria: tra la volontà di rimuovere l’orrore per favorire la ricostruzione e il bisogno di ricordare per dare dignità a chi era stato ridotto all’oblio.

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Questo doppio registro, realistico e visionario, ha continuato a caratterizzare la fotografia giapponese anche nelle generazioni successive: da un lato, la necessità di preservare la testimonianza diretta dei sopravvissuti; dall’altro, la spinta a reinventare i linguaggi visivi per dare voce a un trauma che, pur lontano nel tempo, continua a riverberare nella coscienza collettiva del Giappone.

A ottant’anni dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, quelle immagini parlano ancora all’oggi. In un mondo in cui il rischio di conflitti atomici torna a riaffacciarsi e in cui la tecnologia avanza con una velocità che spesso supera la capacità di regolamentarla, la memoria del trauma nucleare diventa uno specchio del presente. Le fotografie dei bombardamenti non sono soltanto archivi del dolore passato, ma avvertimenti per il futuro: mostrano cosa accade quando la scienza e il potere si alleano senza limiti etici. Per questo la loro forza non si esaurisce nella commemorazione, ma continua a interrogarci sulla responsabilità collettiva di fronte a nuove forme di minaccia globale. La fotografia restituisce così al presente il bagliore che non svanisce: quello di una luce che annientò tutto e che, proprio per questo, obbliga a ricordare.


Questo articolo è uscito sulla rivista FotoIT di Novembre 2025

Sicurezza e Democrazia by Filippo Venturi

La questione del riarmo europeo è un tema estremamente complesso e stratificato. Di sicuro è inadatto a essere liquidato con slogan come “UE guerrafondaia” o “Von der Leyen pazza”.

Per oltre 70 anni, una larga parte dell’Europa ha goduto di una pace senza precedenti. Dal 1945 a oggi la guerra non ha più toccato il territorio degli Stati dell’Europa occidentale, il che è un risultato straordinario se si considera la storia del continente. Questo lungo periodo di stabilità è stato possibile grazie a una combinazione di fattori. L’integrazione economica, lo sviluppo del mercato comune, la progressiva interdipendenza industriale e commerciale, ma soprattutto la scelta politica di ragionare come alleati e non più come rivali.

Un elemento strutturale è stato il ruolo degli Stati Uniti nella difesa del continente. I paesi europei hanno delegato una parte sostanziale della propria sicurezza agli USA (anche tramite la NATO), i quali hanno garantito un “ombrello di sicurezza” che ha consentito agli Stati europei di ridurre la spesa militare, investendo invece nello sviluppo economico, nel welfare state, nella sanità pubblica e nei diritti sociali.

Questo equilibrio prevedeva però anche una forma di subordinazione soft, cioè una dipendenza strategica consapevole e consensuale, in cui Washington assumeva il ruolo di alleato dominante, una sorta di fratello maggiore benevolo ma pur sempre con l'ultima parola. Una relazione che Donald Trump ha progressivamente trasformato in un rapporto più ricattatorio, simile a quello di un genitore severo e minaccioso.

Alcune dichiarazioni recenti suggeriscono che Trump e Putin condividano l'interesse a un indebolimento dell'UE. Può essere che i due stiano perseguendo questo scopo per puro senso di giustizia e per generosità? O forse è utile a entrambi una UE decaduta e frammentata in 27 paesi più deboli sotto ogni punto di vista, che dovrebbero per forza cercare riparo sotto l'ala egemonica statunitense o russa o cinese?

Il nodo politico fondamentale, oggi, è quindi comprendere se l’Unione Europea desideri davvero diventare una potenza fra le potenze, capace non solo di produrre ricchezza e norme, ma anche di garantire la propria sicurezza. Questo include inevitabilmente interrogarsi su un rafforzamento della difesa comune e, nel lungo periodo, sulla creazione di un vero e proprio esercito europeo, dotato di capacità di deterrenza credibile.

Altrimenti, l’Europa continuerà a essere l’unica grande area del mondo a difendersi con le sole buone intenzioni e con la diplomazia. Ma la realtà geopolitica attuale, con guerre alle porte dell’UE, un sistema internazionale sempre più instabile e potenze revisioniste in piena espansione, suggerisce che questo approccio non sia più sostenibile (e quando lo era, vedeva comunque il braccio armato americano sullo sfondo).

L’aspetto forse più delicato riguarda però il costo della democrazia. Mantenere società pluraliste, garantire diritti sociali e civili, sostenere sistemi sanitari pubblici funzionanti, investire in istruzione, ricerca, trasparenza e stato di diritto richiede risorse ingenti. Le dittature, al contrario, possono risparmiare tagliando tutto ciò che rende una società vivibile ma non di qualità.

L’augurio, e la sfida politica più grande, è che l’Unione Europea scelga di rafforzare la propria sicurezza senza scivolare nella logica competitiva delle autocrazie. Che non rinunci ai propri valori, ai diritti dei cittadini, ai servizi pubblici o al proprio modello sociale per stare al passo con chi basa il proprio potere sulla repressione anziché sul consenso.

[L'immagine è tratta dal mio lavoro "Broken Mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale]

Georgian Nightmare by Filippo Venturi

Georgian Nightmare
(Tbilisi, Gori, Ergneti, Khurvaleti, border with South Ossetia — 2024)

Georgia, a country positioned between Europe and Asia, is experiencing a highly tense political phase. Despite its historic ties with Russia, it has for several years expressed a clear aspiration toward the West, culminating in its official recognition as a candidate country for the European Union in December 2023. However, the path toward European integration appears increasingly uncertain. In recent months, the ruling party, Georgian Dream, seems to have reversed course: after bringing Georgia closer to the EU, it seems to have adopted a pro-Russian line, made evident with the passage in 2024 of the controversial law on “foreign agents” — after two years of demonstrations and protests by the population — evidently inspired by the Russian norm used to restrict press freedom and NGO activity.

This change in the party's course has sparked deep divisions within the country: on the one hand a large segment of the population, particularly the very young (the so-called Generation Z), dreams of the country's entry into the EU, and on the other a government that seems to be increasingly aligning itself with Moscow's interests. The October 26, 2024 parliamentary elections, won again by the ruling party, were disputed by the opposition and declared fraudulent by pro-European President Salome Zourabichvili, who called the results a “special operation” by Russia (citing the term used by Putin in February 2022, at the start of the invasion of Ukraine). Georgia's future thus remains poised between two opposing forces, the West and Russia, with the latter having been waging a multi-level international hybrid war for years.


Georgian Nightmare
(Tbilisi, Gori, Ergneti, Khurvaleti, confine con l’Ossezia del sud — 2024)

La Georgia, un paese posizionato tra Europa e Asia, sta vivendo una fase forte tensione politica. Nonostante i suoi storici legami con la Russia, da diversi anni ha espresso una chiara aspirazione verso l'Occidente, culminata nel riconoscimento ufficiale come paese candidato all'Unione Europea nel dicembre 2023. Tuttavia, il percorso verso l'integrazione europea appare sempre più incerto. Negli ultimi mesi il partito al governo, Sogno Georgiano, sembra aver invertito la rotta: dopo aver avvicinato la Georgia all’Europea, sembra aver adottato una linea filo-russa, resa evidente con l’approvazione nel 2024 della controversa legge sugli "agenti stranieri"— dopo due anni di manifestazioni e proteste da parte della popolazione — palesemente ispirata alla norma russa utilizzata per limitare la libertà di stampa e l'attività delle ONG.

Questo cambiamento di rotta del partito ha suscitato profonde divisioni interne al paese: da una parte una ampia fetta della popolazione, in particolare i giovanissimi (la cosiddetta Generazione Z), sogna l’ingresso del paese nell'UE, e dall'altra un governo che sembra allinearsi sempre più agli interessi di Mosca. Le elezioni parlamentari del 26 ottobre 2024, vinte nuovamente dal partito di governo, sono state contestate dall’opposizione e dichiarate fraudolente dalla presidente europeista Salome Zourabichvili, che ha definito i risultati una "operazione speciale" della Russia (citando il termine usato da Putin a febbraio 2022, all’avvio dell’invasione dell’Ucraina). Il futuro della Georgia rimane dunque in bilico tra due forze opposte, l’Occidente e la Russia, con quest’ultima che da anni sta portando avanti una guerra ibrida internazionale su più livelli.



Le elezioni in Georgia del 26 ottobre 2024 hanno rappresentato un momento cruciale per il futuro del Paese. Si tratta dell'ennesima democrazia europea che si trova ad affrontare una prova difficile, divisa tra l'aspirazione di avvicinarsi all'Unione Europea e le pressioni russe, che mirano a riportarla sotto l'influenza di Putin.

Il 26 ottobre 2024 si è votato in Georgia per le elezioni parlamentari. È stato un momento cruciale per le sorti del paese, per capire se nel prossimo futuro la Georgia, che tradizionalmente ha legami molto stretti con la Russia, continuerà l’avvicinamento all'Unione Europea. La Georgia è ufficialmente un paese candidato all'integrazione europea dal dicembre 2023 (dopo aver fatto richiesta formale nel marzo 2022), ma negli ultimi anni il suo governo sembra aver interrotto tale percorso, per spostarsi su posizioni sempre più filorusse.

Nell’aprile 2024, molteplici proteste portate avanti da migliaia di cittadini avevano avuto luogo per cercare di impedire (senza successo) l'approvazione di una legge contro i cosiddetti “agenti stranieri” (tutte quelle associazioni che ricevono almeno il 20% dei propri fondi dall’estero), ispirata a una legge simile in vigore in Russia dal 2012 e che il regime di Vladimir Putin ha usato per far chiudere media indipendenti, ONG e associazioni della società civile.

Nel 2023 proteste analoghe erano riuscite a spingere il governo a ritirare questa legge ma, quest’anno, non sono bastate a evitare una legge che, per i manifestanti, indebolisce ulteriormente la democrazia georgiana e ostacola l’ingresso del paese nell’UE, desiderato da circa l’80% della popolazione. Nemmeno il veto posto dalla presidente della Repubblica ed europeista, Salome Zourabichvili, ha potuto fermare questa legge, avendo il governo abbastanza voti in Parlamento per aggirarlo.

Il partito al governo, Sogno Georgiano — fondato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, sempre allineato alle posizioni del regime russo — ha basato gran parte della sua campagna sull'accusa che l’Occidente starebbe finanziando delle ONG in Georgia per fomentare una rivoluzione che porterebbe instabilità e che metterebbe il paese contro la Russia, e dunque contro i suoi interessi. Questa motivazione è simile alla retorica usata da Vladimir Putin, contro i suoi oppositori interni, accusati di essere manovrati dall’Occidente per danneggiare la Russia, e a quella usata dal dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, quando ha represso con violenza le proteste popolari interne. Nei mesi in cui è stata riproposta e in seguito approvata la legge sugli “agenti stranieri”, il governo sembra aver assunto una posizione più apertamente ostile all’Occidente. Domenica 20 ottobre 2024, a Tbilisi (capitale della Georgia), decine di migliaia di persone hanno manifestato nuovamente a favore dell'ingresso della Georgia nell'Unione Europea.

Domenica 27 ottobre 2024, il giorno dopo le elezioni, la Presidente della Georgia, Salome Zourabichvili ha denunciato la falsificazione delle elezioni legislative avvenute sabato 26 ottobre e vinte dal partito filorusso già al potere, Sogno Georgiano. Le stesse elezioni erano state contestate dall'opposizione in giornata. Oltre a dichiarare illegittimi i risultati delle elezioni, definendole una "operazione speciale" russa, Zourabichvili ha annunciato una grande protesta per la sera di lunedì 28 ottobre, in cui è stata ufficializzata la richiesta di ripetere le elezioni. Un'altra manifestazione è seguita il lunedì successivo. Tutto ora è nelle mani di UE e USA e delle eventuali pressioni diplomatiche itnernazionali per far ripetere le elezioni; nel frattempo i partiti di opposizione hanno rifiutato di prendere posto nel nuovo Parlamento eletto.

Il Reportage n. 58 - Reportage sulla Polonia by Filippo Venturi

Sull'ultimo numero de Il Reportage è uscito un mio articolo e una selezione di fotografie dal mio lavoro sulla Polonia svolto fra il 2014 e il 2023, nel quale racconto come il paese sia passato da un governo che ha praticamente smantellato le fondamenta della democrazia polacca alle elezioni dello scorso ottobre che hanno cambiato le sorti del paese.

Di seguito un estratto dall'articolo di 8 pagine:

[...] Percorriamo strade e vicoli a passo spedito, svoltando rapidamente, seguendo chi ci precede e sentendo avvicinarsi un brusio di cori sempre più intenso. Scorgo all’improvviso l’imponente Palazzo della Cultura e della Scienza, costruito e donato da Stalin fra il 1952 e il 1955. Una storia da cui la città vuole allontanarsi e che, periodicamente, apre dibattiti politici e valutazioni sul suo abbattimento. Ai piedi del Palazzo sorge Piazza della Parata, che vedo strabordante di persone con bandiere, simboli religiosi, stemmi di partiti e grandi slogan.

È l’11 novembre 2014 e mi trovo per caso nel bel mezzo delle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza, che coincide con la fine della Prima Guerra Mondiale e la nascita della Seconda Repubblica Polacca, a seguito del Trattato di Versailles. L’iniziativa più importante della giornata è la cosiddetta Marcia dell’Indipendenza, che parte proprio da Piazza della Parata e attraversa la città fino allo stadio di calcio, oltre il fiume Vistola, in direzione del quartiere Praga. Nonostante sia un giorno di festa per tutti i polacchi, da qualche anno il corteo è stato preso in mano dall'estrema destra e dai partiti nazionalisti, che spesso lo sfruttano per diffondere i propri messaggi e principi, non risparmiandosi su slogan razzisti e discriminatori. L’evento negli anni è andato in crescendo, fino a toccare i 200.000 partecipanti.

[...] Una signora dallo sguardo incerto sventola una minuscola bandiera della Polonia, la schiena appoggiata al palo di un lampione, l’altra mano serrata sulla borsa. Sembra aver realizzato solo in quel momento che non è andata a una festa ma all’incontro di iracondi spinti da sdegno e insoddisfazione. La situazione peggiora ulteriormente quando il sole viene oscurato dai fumogeni e l’unica luce diventa quella dei bengala rossi impugnati da figure nere incappucciate. Mi sono ritrovato catapultato in un girone infernale, terribile ma anche affascinante. È stato in quel momento ho deciso che avrei continuato a seguire le vicende polacche che, di lì a pochi mesi, nel 2015, avrebbero visto l’estrema destra salire al potere e condizionare il destino del paese.


Il numero 58 di Il Reportage (aprile-giugno 2024) apre con un’intervista di Maria Camilla Brunetti a Simona Ghizzoni, fotografa e artista visiva pluripremiata, nei cui lavori memoria e presente si intrecciano con un linguaggio in costante evoluzione e di rispetto dell’altro.

Segue un “blocco” di tre reportage dall’est europeo: Polonia, Romania, Georgia. Filippo Venturi racconta la Varsavia degli ultimi dieci anni, la politica che cambia, i cambiamenti sociali; Michela Iaccarino parla della triste condizione degli orsi ammaestrati in Transilvania; Elsa Baglioni (con le foto di Serena Vallana) descrive Tbilisi tra passato e presente.

Il portfolio centrale è dedicato all’invecchiamento della popolazione giapponese: gli uomini raggiungono, in media, gli 81,5 anni di età, le donne gli 85,6, con uno dei tassi di natalità più bassi del mondo e un’immigrazione insufficiente (le foto sono di una giovane fotografa giapponese, Noriko Hayashi). Chantal Pinzi, invece, è stata in Marocco, dove le ragazze hanno scelto lo skateboard per ribellarsi e incidere sulla società patriarcale, che le vorrebbe sempre in casa, mentre Gabriella Saba è andata a trovare, nell’entroterra sardo, lo scrittore Gavino Ledda, autore del best seller “Padre padrone”, portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Il secondo fotoreportage è di Andrea Di Biagio, che è salito sul “treno della riunificazione” dei due Vietnam. In questo numero si inaugura, poi, una nuova rubrica, “Presa indiretta”, dedicata all’evoluzione della fotografia e firmata da Valentina Manchia. Non mancano, naturalmente, le recensioni librarie, nonché la poesia inedita e commentata di Valerio Magrelli. Il racconto è di Maria Grazia Calandrone; tema dell’editoriale del direttore Riccardo De Gennaro è la dolorosa storia del giornalista Julian Assange, il creatore di Wikileaks, da anni in carcere soltanto per aver reso nota la verità sulle guerre Usa in Afghanistan e Iraq.

Foto di copertina:
Marocco, HoudaAit Lahcen volteggia con il suo skateboard nel porto di Essaouira. Foto di Chantal Pinzi

Sito ufficiale della rivista: https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-58/