Stati Uniti d'America

Il volto come prova. Gli effetti della sorveglianza biometrica sul diritto di manifestare by Filippo Venturi

Il volto come prova. Gli effetti della sorveglianza biometrica sul diritto di manifestare.

di Filippo Venturi

In un reportage fotografico, il volto è insieme il punto più umano e il più esposto dell’immagine. È attraverso i volti che una folla smette di essere indistinta, lasciando affiorare paura, determinazione, stanchezza ed entusiasmo. Quando nel 2024 ho lavorato in Georgia, seguendo e fotografando le elezioni parlamentari e le successive proteste di Tbilisi, erano proprio quei volti a raccontare la piazza e i cittadini, in gran parte giovani e studenti, che rivendicavano il futuro europeo del Paese. In seguito ho compreso fino in fondo che la stessa immagine capace di testimoniare una presenza poteva anche renderla vulnerabile. [5][6]

Dalle piazze di Hong Kong a Tbilisi

Il caso georgiano si inserisce in una storia che ha attraversato piazze molto diverse. Un precedente centrale è Hong Kong. Il Movimento degli ombrelli occupò per 79 giorni, tra settembre e dicembre 2014, tre aree della città; gli ombrelli divennero il simbolo di una mobilitazione per elezioni più libere. Il riconoscimento facciale non era ancora al centro dello scontro, ma anonimato e sicurezza digitale erano già entrati nelle pratiche della protesta. Cinque anni dopo, nelle manifestazioni contro la legge sull’estradizione, il confronto con la sorveglianza biometrica divenne esplicito. I partecipanti coprivano i volti, schermavano o imbrattavano le telecamere e puntavano laser verso gli obiettivi, mentre la polizia cercava di identificarli attraverso le immagini. [1][2]

Dinamiche simili sono apparse altrove. Tra il 2019 e il 2020, in India, la polizia di Delhi e dell’Uttar Pradesh usò il riconoscimento facciale durante le proteste contro la legge sulla cittadinanza; in Russia, un’analisi della Reuters di oltre 2.000 procedimenti ha mostrato l’impiego della rete di Mosca per individuare partecipanti ai cortei e, dopo l’invasione dell’Ucraina, fermare preventivamente oppositori e attivisti. La Georgia rappresenta un ulteriore passaggio, in cui la telecamera non si limita a documentare la piazza, ma può collegare un volto a un’identità e produrre conseguenze molto tempo dopo. [3][4]

Le elezioni del 26 ottobre 2024, vinte dal partito di governo Sogno Georgiano, furono contestate dalle opposizioni e dalla presidente europeista Salome Zourabichvili. La situazione si aggravò il 28 novembre 2024, quando il governo annunciò il rinvio dei negoziati di adesione all’Unione Europea al 2028. Da quel momento le proteste davanti al Parlamento e lungo Rustaveli Avenue sono proseguite, alternando grandi cortei, presìdi e iniziative più raccolte. [5][7][12]

Nelle prime settimane la risposta delle autorità fu soprattutto fisica. Secondo l’Associated Press, che riportava i dati raccolti da Amnesty International, nelle due settimane successive alla fine di novembre furono arrestate più di 400 persone e almeno 300 denunciarono pestaggi o altri gravi maltrattamenti. Le manifestazioni, tuttavia, non si fermarono. Col passare dei mesi alla repressione nelle strade si aggiunsero strumenti meno appariscenti: identificazioni a distanza, multe elevate e ricostruzioni retroattive della presenza dei singoli alle proteste. [11]

La macchina dell’identificazione

Il riconoscimento facciale è una tecnologia probabilistica. A partire da una fotografia o da un fotogramma, il software estrae una rappresentazione numerica delle caratteristiche del volto, detta modello biometrico o faceprint, e la confronta con i modelli presenti in uno o più archivi. Il risultato non è una certezza matematica, ma una probabilità di corrispondenza che supera o meno una soglia fissata dal produttore o dall’utilizzatore. [18]

Le inchieste sulla Georgia descrivono una rete composta da telecamere, software e database. Nei luoghi delle proteste sono presenti dispositivi ad alta definizione, alcuni con notevoli capacità di ingrandimento; le immagini raccolte possono poi essere elaborate da programmi che isolano i volti e cercano corrispondenze negli archivi disponibili. Più che un singolo strumento, emerge un sistema nel quale tecnologie diverse possono lavorare insieme.

Nel marzo 2025 OCCRP, rete giornalistica investigativa senza scopo di lucro, ha documentato che, a partire dal dicembre precedente, enti statali e Comune di Tbilisi avevano acquistato telecamere e licenze per circa 1,2 milioni di dollari. Tra i dispositivi figuravano 251 telecamere avanzate prodotte da Dahua Technology, società cinese i cui sistemi possono includere funzioni di analisi delle immagini e riconoscimento facciale. L’inchiesta rilevava inoltre che nel 2024 la spesa pubblica georgiana per apparecchiature di sorveglianza cinesi aveva superato i 750.000 dollari, contro circa 57.000 dollari nell’anno precedente. Gli acquisti documentano il potenziamento dell’infrastruttura, non l’impiego provato di ogni dispositivo contro i manifestanti; restavano infatti sconosciuti l’esatta collocazione e l’uso di molti dei nuovi apparati. [9]

Un’inchiesta dell’ONG AlgorithmWatch, pubblicata nel giugno 2026 e successivamente ripresa dalla testata giornalistica Civil Georgia, ha ricostruito, attraverso contratti, documentazione tecnica e testimonianze, il possibile ruolo operativo di Polyface, sistema di riconoscimento facciale prodotto dalla società moscovita Papillon AO e acquistato dal Ministero dell’Interno georgiano fin dal 2013. È documentato che il Ministero disponeva da anni di capacità di riconoscimento facciale e che nel tempo ne aveva ampliato le funzioni. Non è invece possibile stabilire, caso per caso, quale sistema o versione sia stato utilizzato. [7][13]

L’architettura è anche transnazionale: telecamere cinesi, software russo e database georgiani vengono integrati dalle autorità nazionali. Questa filiera solleva domande ulteriori su manutenzione, aggiornamenti, accesso remoto, collocazione dei dati e possibilità di sottoporre strumenti e contratti a verifiche indipendenti. AlgorithmWatch collega inoltre Papillon AO all’apparato di sicurezza russo.

Secondo AlgorithmWatch, Polyface può accedere, attraverso la Unified Information Bank, anche alle fotografie dei registri civili. La documentazione relativa al contratto del 2024 contempla inoltre l’uso di immagini ricavate dai social network o da altre fonti esterne.

Il software può essere impiegato in modi diversi: analizzando automaticamente i volti presenti in un flusso video, partendo dall’immagine selezionata da un operatore oppure segnalando la comparsa di persone già inserite in una lista. AlgorithmWatch non afferma che tutte queste funzioni siano state utilizzate in ogni protesta, ma documenta che il sistema acquistato dalle autorità georgiane è in grado di svolgerle.

Quando il volto diventa una prova

Per i manifestanti il rischio non si esaurisce nel riconoscimento in tempo reale. I filmati possono essere conservati e analizzati in un secondo momento. Si può lasciare la piazza senza essere fermati e ricevere, settimane o mesi dopo, una convocazione o una multa; se la sanzione non viene pagata, anche per problemi di notifica, può poi iniziare una procedura esecutiva che arriva anche al congelamento dei conti.

La Georgian Young Lawyers’ Association, una delle principali organizzazioni legali indipendenti del Paese, ha segnalato che nei procedimenti amministrativi per il blocco delle strade le immagini ricavate dalle telecamere sono state spesso presentate come unica prova. Secondo l’associazione, i giudici non avrebbero verificato con sufficiente attenzione né la legittimità dell’identificazione né l’autorizzazione dell’operatore ad accedere ai database protetti. [8]

Un episodio del gennaio 2025 chiarisce la portata della sorveglianza. Nel filmato mostrato al Tribunale di Tbilisi, una telecamera seguiva gli spostamenti di una persona lungo Rustaveli Avenue. Quando si fermava a leggere un documento voltando le spalle all’obiettivo, l’operatore ingrandiva l’immagine fino a rendere leggibile il testo. L’attenzione non era rivolta soltanto alla presenza in strada, ma anche al comportamento individuale.

Nei fascicoli e nei rapporti esaminati dalla testata giornalistica OC Media e dall’ONG IDFI (Institute for Development of Freedom of Information), il passaggio tecnico dell’identificazione viene descritto con formule vaghe, come il caricamento delle immagini in uno “speciale programma elettronico”. Non è quindi possibile sapere con precisione quale fotografia sia stata usata per il confronto, chi abbia confermato la corrispondenza, quale soglia sia stata applicata o per quanto tempo i dati siano stati conservati. [10][20]

Affidabilità, soglie ed errori

La soglia conta perché modifica il comportamento del sistema. Se viene abbassata, aumentano le possibili corrispondenze e con esse i falsi positivi; se viene alzata, diminuiscono gli abbinamenti errati ma cresce il rischio di non riconoscere la persona cercata. Luce, angolazione, movimento, qualità del filmato e coperture del volto incidono ulteriormente sul risultato. Le valutazioni raccolte dall’istituto federale statunitense NIST (National Institute of Standards and Technology) mostrano inoltre differenze nei tassi di falsi positivi tra algoritmi e gruppi demografici, anche su immagini frontali di buona qualità. [16][17][18]

Per questo una compatibilità algoritmica dovrebbe essere il punto di partenza di una verifica, non la sua conclusione. Come parametro europeo di riferimento, le linee guida dell’European Data Protection Board e del Consiglio d’Europa insistono sulla necessità di operatori capaci di mettere criticamente in discussione il risultato e raccomandano di non adottare provvedimenti che incidano su una persona basandosi soltanto sull’esito del software.

Una tecnologia proporzionata allo scopo?

La questione non riguarda soltanto l’accuratezza. Riguarda anche la proporzione tra lo strumento impiegato e il comportamento contestato. In Georgia, il riconoscimento facciale viene descritto soprattutto nei procedimenti per il blocco della carreggiata, dunque per un illecito amministrativo legato a manifestazioni generalmente pacifiche. È legittimo utilizzare uno degli strumenti di identificazione più invasivi oggi disponibili per perseguire una persona accusata di avere occupato una strada?

Un precedente importante è la sentenza Glukhin contro Russia del 4 luglio 2023. Il caso non riguardava la Georgia, ma fissa un parametro europeo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto violati il diritto alla vita privata e la libertà di espressione dopo che la polizia russa aveva usato il riconoscimento facciale per individuare un uomo autore di una protesta individuale, pacifica e non violenta nella metropolitana di Mosca. La Corte ha sottolineato il carattere altamente invasivo della tecnologia e il possibile effetto dissuasivo sulla partecipazione pubblica. [14]

Il Protocollo modello delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani nelle proteste pacifiche va ancora oltre. Non è un trattato, ma sintetizza standard e buone pratiche internazionali: la sorveglianza dei partecipanti dovrebbe essere eccezionale e legata alla prevenzione o all’indagine di uno specifico reato; il riconoscimento facciale e gli altri sistemi biometrici non dovrebbero essere usati per identificare persone che partecipano pacificamente a una protesta. Il documento riconosce inoltre una legittima aspettativa di anonimato, online e offline. [15]

Le linee guida del Consiglio d’Europa indicano come necessarie una base giuridica esplicita e una verifica rigorosa di necessità e proporzionalità. La legge dovrebbe precisare finalità, accuratezza minima, durata della conservazione, tracciabilità, possibilità di audit e garanzie per gli interessati. In un contesto come quello georgiano, il punto non è quindi stabilire se la tecnologia possa essere utile in astratto, ma se il suo impiego concreto sia indispensabile e se esistano mezzi meno invasivi. [16]

Il diritto di conoscere e contestare la prova

Una persona può difendersi soltanto se conosce le modalità con cui è stata identificata. Le linee guida del Consiglio d’Europa e, come parametro europeo di riferimento, quelle dell’European Data Protection Board, insieme ai diritti riconosciuti in linea generale dalla legge georgiana, tutelano informazione, accesso, rettifica, intervento umano e ricorso. Per rendere effettivo il diritto di difesa in un procedimento fondato sul riconoscimento facciale, sarebbe inoltre ragionevole poter conoscere almeno: [16][18][21]

• il filmato o il fotogramma originale sottoposto al sistema;

• la provenienza dell’immagine di confronto e il database consultato;

• il nome del software, la versione e le eventuali modifiche o attività di addestramento;

• la soglia impostata, il punteggio prodotto e il margine di errore noto;

• se il sistema abbia restituito altri possibili candidati oltre alla persona accusata;

• chi abbia esaminato e convalidato il risultato e con quali competenze;

• i registri degli accessi, la durata della conservazione e gli eventuali trasferimenti dei dati tra uffici o soggetti terzi.

Senza queste informazioni, la difesa deve contestare un risultato opaco, prodotto da un sistema che conosce solo attraverso la conclusione finale. La verifica umana, da sola, non basta se l’operatore non dispone del tempo, della formazione e dell’autonomia necessari per contraddire l’algoritmo.

Le multe e il costo sociale della protesta

AlgorithmWatch racconta il caso di una docente indicata con lo pseudonimo di Nino. Nel marzo 2025 fu convocata con l’accusa di avere bloccato una strada due mesi e mezzo prima. Nel filmato usato per identificarla, la si vedeva mentre cercava di attraversare la carreggiata, mentre altre persone procedevano nella direzione opposta. Fu comunque ritenuta responsabile dell’interruzione del traffico e multata per circa 1.800 dollari. [7]

La notifica non le arrivò regolarmente. Cinque mesi più tardi scoprì che i suoi conti erano stati congelati in seguito alla procedura di riscossione. Raccolse la somma con una campagna di finanziamento collettivo, poi ridusse drasticamente la propria partecipazione alle proteste. Il suo caso si inserisce in un clima più ampio di incertezza, alimentato dal timore che filmati precedenti possano essere analizzati retroattivamente e produrre nuove sanzioni.

Nel marzo 2025, secondo i dati della Georgian Young Lawyers’ Association ripresi da AlgorithmWatch e OC Media, il totale delle multe inflitte per il blocco delle strade aveva già raggiunto almeno 730.000 dollari. La singola sanzione, pari a circa 1.800 dollari, era particolarmente pesante: secondo i dati ufficiali sul reddito citati da OC Media, nello stesso periodo soltanto il 9 per cento dei percettori di reddito guadagnava almeno 1.800 dollari al mese. Nei mesi successivi la pressione aumentò: nell’ottobre 2025 l’Associated Press raccontò il caso dell’insegnante Gota Chanturia, destinatario di 56 sanzioni per un importo complessivo di circa 102.000 dollari. [10][11]

Queste cifre suggeriscono che la pressione non sia distribuita in modo uniforme. Chi dispone di un reddito stabile, di risparmi o di una rete capace di raccogliere fondi può continuare a esporsi più a lungo; gli altri rischiano di essere allontanati dalla piazza attraverso il debito, il timore di perdere il lavoro o le conseguenze sulla famiglia. La protesta rischia così di diventare, almeno in parte, un diritto più facilmente esercitabile da chi può sostenerne il costo.

Manca ancora un conteggio pubblico affidabile delle persone identificate e multate. Giorgi Gogia di Human Rights Watch ha parlato di migliaia di multati, precisando però che il numero esatto è difficile da ricostruire. Senza dati completi diventa quasi impossibile valutare quanto il sistema sia esteso, proporzionato e accurato, oppure sapere con quale frequenza produca errori. [11]

Anche il confine tra manifestante, osservatore e giornalista si fa incerto. Mariam Nikuradze, fotografa, giornalista e cofondatrice di OC Media, ha ricevuto quattro sanzioni per un totale di circa 7.300 dollari, nonostante affermi di essere stata in strada per documentare le proteste. Javid Ahmedov, studente di giornalismo azero, ha scoperto invece di essere stato multato per circa 3.700 dollari dopo avere filmato una manifestazione.

Maschere, anonimato e sorveglianza oltre il volto

Nel gennaio 2025 molti manifestanti tornarono nelle strade di Tbilisi con il volto coperto, sfidando apertamente le nuove norme che vietavano l’uso delle maschere durante le manifestazioni. Coprirsi serviva già a proteggersi da gas, sostanze irritanti e possibili ritorsioni, ma con la crescita della sorveglianza biometrica divenne anche un modo per difendere la propria identità. [12]

La nuova legge li poneva però in una situazione senza una vera via d’uscita: mostrare il volto significava esporsi all’identificazione, nasconderlo significava esporsi a una sanzione. Alcuni hanno raccontato di avere rinunciato a fischietti, cartelli, fotografie o indumenti facilmente riconoscibili. Altri hanno cambiato percorso per raggiungere il luogo delle proteste, limitato l’uso dei social network o smesso del tutto di partecipare. [7]

La maschera, inoltre, interrompe soltanto uno dei possibili canali di identificazione. Le tecnologie biometriche possono comprendere anche voce, andatura e altre caratteristiche fisiche o comportamentali. In un sistema di sorveglianza più ampio, queste informazioni possono essere incrociate con dati dei telefoni, geolocalizzazione, attività sui social network e altre tracce digitali. Coprire il viso può rendere il riconoscimento più difficile, ma non garantisce di diventare invisibili. [18][19]

È ciò che viene definito chilling effect, l’effetto raggelante prodotto dalla sorveglianza. Per modificare un comportamento collettivo non occorre identificare tutti: basta che ciascuno ritenga possibile essere riconosciuto in seguito. Il Protocollo delle Nazioni Unite chiede che siano valutati anche questi effetti meno visibili, capaci di limitare la partecipazione e l’esercizio delle libertà fondamentali.

La pressione cambia anche l’aspetto e le relazioni interne alla protesta. Alcuni partecipanti hanno raccontato che in una piazza piena di persone mascherate diventa più difficile riconoscersi, leggere le espressioni degli altri e stabilire un contatto immediato. Una protezione necessaria sul piano individuale può quindi modificare, almeno in parte, l’esperienza collettiva.

Fotografare sotto sorveglianza

Per chi fotografa una protesta, questa trasformazione impone domande nuove. Una macchina fotografica e una telecamera di sorveglianza possono riprendere la stessa scena, ma producono archivi nati con finalità e responsabilità differenti. Il reportage costruisce una testimonianza destinata al pubblico; il sistema di controllo può isolare un volto, collegarlo a un nome e usarlo in un procedimento. Anche le immagini giornalistiche, però, una volta pubblicate possono essere estratte dal loro contesto, analizzate automaticamente e incrociate con altri archivi.

Durante e dopo un reportage occorre quindi valutare non soltanto che cosa mostrare, ma anche quando e come farlo: se pubblicare integralmente un volto, attendere prima della diffusione, eliminare i metadati non necessari o evitare sequenze che permettano di ricostruire gli spostamenti di una persona. Non esiste una regola valida per ogni situazione. Oscurare i volti può proteggere i partecipanti, ma può anche cancellarne la presenza politica, sottrarre individualità alla piazza e indebolire il valore testimoniale delle fotografie.

La mia esperienza in Georgia è all’origine di “Faceless Generation”, un progetto dedicato ai modi in cui le persone cercano di sottrarsi all’identificazione algoritmica attraverso occultamento, distorsione e ambiguità. Le maschere stampate in 3D, il trucco che modifica la percezione dei tratti e gli indumenti anti-biometrici non vengono presentati come soluzioni definitive. Servono piuttosto a rendere visibile il conflitto tra la necessità di apparire nello spazio pubblico e il desiderio di non essere trasformati in un dato.

Restare visibili

Rendersi invisibili a una macchina, ammesso che sia davvero possibile, non è un gesto privo di conseguenze. Un volto coperto può attirare l’attenzione della polizia, impedire l’accesso a un luogo o essere interpretato come un segnale di pericolo. Restare visibili, d’altra parte, significa accettare la possibilità di essere identificati, schedati e seguiti. L’invisibilità può proteggere, ma può anche spingere ai margini dello spazio pubblico.

Le tecnologie biometriche possono avere impieghi legittimi quando sono limitate a contesti precisi, regolate dalla legge e sottoposte a controlli indipendenti. In Georgia, però, colpisce soprattutto l’asimmetria tra le autorità, che dispongono degli strumenti per vedere, identificare, cercare e seguire i cittadini, e chi viene osservato, che sa poco dei criteri usati, degli archivi consultati e delle procedure disponibili per contestare un errore o far valere un diritto.

Restano domande molto concrete. Quali database vengono realmente interrogati? Per quanto tempo sono conservati i filmati? Chi è autorizzato a svolgere le ricerche? Quali soglie di affidabilità vengono applicate? Esistono valutazioni d’impatto pubbliche e audit indipendenti? E come può difendersi una persona identificata o accusata in modo errato?

Il caso georgiano mostra che il diritto di manifestare non dipende solo dalla possibilità formale di scendere in piazza. Conta anche ciò che accade alle immagini raccolte in quel momento e negli anni successivi. Quando un volto ripreso nello spazio pubblico può essere cercato, associato a un’identità e seguito nel tempo, la distanza tra testimonianza e sorveglianza si assottiglia. Il problema non è quindi soltanto chi viene riconosciuto oggi, ma quali forme di partecipazione resteranno possibili domani.

Abstract

Nel 2024 ho fotografato le proteste georgiane nate dopo le elezioni e la decisione del governo di rinviare fino al 2028 l’apertura dei negoziati con l’Unione Europea. In quelle piazze il volto, centrale nel racconto fotografico, è diventato anche un dato utilizzabile per identificare i partecipanti. Alla repressione fisica si sono affiancati controlli a distanza, analisi retroattive dei filmati e multe arrivate mesi dopo le manifestazioni.

Dal dicembre 2024 enti statali e Comune di Tbilisi hanno acquistato dispositivi e licenze di sorveglianza per circa 1,2 milioni di dollari. Il Ministero dell’Interno dispone inoltre da anni di Polyface, un sistema russo di riconoscimento facciale aggiornato più volte.

Le corrispondenze algoritmiche dipendono da soglie, qualità delle immagini e verifiche umane, ma le procedure georgiane restano poco trasparenti. La giurisprudenza della Corte europea e gli standard delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa richiamano necessità, proporzionalità, tracciabilità e garanzie effettive.

Le maschere proteggono il volto ma non eliminano altri canali di identificazione e il loro uso è stato a sua volta vietato e sanzionato. Da questa tensione tra visibilità, testimonianza, resistenza ed esclusione nasce il mio progetto “Faceless Generation”.

Fonti

[1] Oxford Research Encyclopedia of Asian History, The Umbrella Movement of Hong Kong, 23 agosto 2023.

[2] The New York Times, In Hong Kong Protests, Faces Become Weapons, 26 luglio 2019.

[3] Reuters, India’s Use of Facial Recognition Tech During Protests Causes Stir, 17 febbraio 2020.

[4] Reuters, Facial Recognition Is Helping Putin Curb Dissent with the Aid of U.S. Tech, 28 marzo 2023.

[5] Filippo Venturi, Georgian Nightmare, progetto fotografico, 2024.

[6] Filippo Venturi, The Disrupted Dream, progetto fotografico, 2024.

[7] AlgorithmWatch, Seen and Silenced: How Russian Surveillance Software Suppresses Georgian Civilians Rights, 27 giugno 2026.

[8] Georgian Young Lawyers’ Association, The Ministry of Internal Affairs Uses Facial Recognition Technologies Against Peaceful Demonstrators for Total Control, 12 marzo 2025.

[9] OCCRP, Georgia’s Surveillance Surge: Chinese Cameras Spark Protest Crackdown Fears, 28 marzo 2025.

[10] OC Media, Georgian Dream is watching: how AI-powered surveillance is used against Tbilisi protesters, 29 maggio 2025.

[11] Associated Press, A Russia-like crackdown in Georgia is targeting protesters, rights activists and the media, 3 ottobre 2025.

[12] Radio Free Europe/Radio Liberty, Georgian Protesters Back on Streets as Ex-President Takes Cause to Trump Inauguration, 18 gennaio 2025.

[13] Civil Georgia, Report: Georgia Has Used Russian Facial Recognition System to Identify Protesters, 29 giugno 2026.

[14] Corte europea dei diritti dell’uomo, Glukhin v. Russia, ricorso n. 11519/20, 4 luglio 2023.

[15] Clément Nyaletsossi Voule, Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione, Model Protocol for Law Enforcement Officials to Promote and Protect Human Rights in the Context of Peaceful Protests, realizzato in collaborazione con UNODC e OHCHR, A/HRC/55/60, 31 gennaio 2024.

[16] Consiglio d’Europa, Comitato consultivo della Convenzione 108, Guidelines on facial recognition, 28 gennaio 2021.

[17] National Institute of Standards and Technology, Face Recognition Technology Evaluation: Demographic Effects in Face Recognition, tabella riepilogativa aggiornata al 5 marzo 2025.

[18] European Data Protection Board, Guidelines 05/2022 on the use of facial recognition technology in the area of law enforcement, versione 2.0, adottata il 26 aprile 2023 e pubblicata il 17 maggio 2023.

[19] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Impact of new technologies on the promotion and protection of human rights in the context of assemblies, including peaceful protests, A/HRC/44/24, 24 giugno 2020.

[20] Institute for Development of Freedom of Information, Massive Surveillance of Protesters and Inadequate Response of the Personal Data Protection Service, 15 aprile 2025.

[21] Legislative Herald of Georgia – Matsne, Law of Georgia on Personal Data Protection, testo consolidato, aggiornato al 10 giugno 2026.

Nota dell’autore

Ho scelto di inserire questa Nota per chiarire come utilizzo l’intelligenza artificiale (IA) nei miei testi. Così come auspico trasparenza per le immagini generate con IA (soprattutto quando imitano la fotografia, in particolare in questa fase storica), la ritengo importante anche nella scrittura. Mi piacerebbe che indicazioni di questo tipo comparissero più spesso anche nei giornali e nelle altre fonti che consulto, magari accompagnate da dettagli specifici nel caso di un uso più esteso o diversificato di questa tecnologia.

Nei miei articoli utilizzo strumenti basati sull’intelligenza artificiale come assistenti editoriali, ma le idee, le interpretazioni e le connessioni concettuali sono interamente umane e frutto della mia ricerca personale.

Impiego l’IA nella fase di revisione della bozza per individuare eventuali errori grammaticali, refusi o imprecisioni concettuali, verificare la correttezza di date e riferimenti, valutare la chiarezza del testo per un pubblico che potrebbe non conoscere i temi trattati (sigle, acronimi, termini tecnici) e ridurre le ripetizioni.

Valuto e verifico sempre ogni suggerimento dell’IA, consapevole che in alcuni casi può generare errori o “allucinazioni”, cioè dati inventati o distorti. Nessuna modifica proposta viene da me applicata automaticamente.

Non la utilizzo per generare contenuti originali, elaborare tesi o formulare giudizi. Ogni argomento, esempio e analisi proviene dal mio lavoro, dalla mia esperienza diretta o da fonti verificabili.

Intelligenza Artificiale e Policrisi by Filippo Venturi

An Amazon Web Services data center in Manassas, Virginia (Nathan Howard / Bloomberg / Getty)

L'economia globale è ormai dipendente dall'industria dell'IA. Alla fine del 2025, quasi tutta la crescita economica degli Stati Uniti è derivata dagli investimenti in questo settore. Questa crescita però poggia su fondamenta precarie, a causa di una crisi (polycrisis) che intreccia finanza, geopolitica ed energia.

Il settore dell'IA dipende da una catena di approvvigionamento concentrata in poche aree geografiche a rischio:

- La guerra in Iran ha destabilizzato la regione. La chiusura dello Stretto di Hormuz blocca (o comunque riduce sensibilmente) il transito di risorse vitali come il gas naturale, il petrolio e materiali chiave per costruire i chip, come elio, zolfo e bromo.

- I chip avanzati necessari per i data center dedicati all'IA sono prodotti in prevalenza in Corea del Sud e Taiwan, da aziende che dipendono dall'energia del Golfo Persico per alimentare le loro fabbriche.

L'aumento dei costi energetici rende i data center (già estremamente costosi) quasi impossibili da gestire in profitto, diffondendo il timore che l'IA sia una bolla pronta a esplodere, simile alla crisi del 2008. Le grandi aziende tech ("Hyperscalers" come Microsoft, Google, Meta, Amazon) hanno emesso 121 miliardi di dollari di debito nel 2025 per finanziare l'infrastruttura IA. Società di private equity (Blackstone, BlackRock, ecc) operano come "banche ombra", finanziando data center con debiti enormi, che le aziende tech potrebbero non essere più in grado di pagare.

Un altro elemento critico di questa crisi è il cosiddetto "paradosso della svalutazione". A differenza delle industrie tradizionali, dove gli asset fisici mantengono un valore residuo, i chip per l'IA subiscono un’obsolescenza rapidissima, diventando superati nel giro di pochi mesi e perdendo gran parte del loro valore come collaterale per le banche. Parallelamente, il modello di business dell'IA è intrinsecamente deflattivo, cioè l'efficienza tecnologica spinge il costo dei "token" (le unità di calcolo vendute agli utenti per svolgere le attività generative) verso lo zero, creando una spirale in cui i ricavi potenziali diminuiscono mentre i costi fissi e il debito rimangono invariati. Questo rende l'intero ecosistema finanziario molto fragile. Se l'asset sottostante (il data center) perde valore e il prodotto venduto si svaluta, il rischio di insolvenza diventa sistemico.

I data center sono diventati obiettivi militari e strategici nell'area del Golfo Persico (l'Iran ha già colpito data center di Amazon negli Emirati Arabi e in Bahrain), eventualità che non era stata prevista. Si tratta di strutture enormi, difficili da proteggere e impossibili da nascondere. Anche quelli presenti sul territorio americano potrebbero venire sabotati, subire cyberattacchi o essere colpiti da attacchi.

Considerando la complessità e fragilità di questo sistema e le complicazioni che si stanno creando a livello globale, non è escluso che sia destinato a fallire. "Ci sono troppi modi in cui può fallire perché non fallisca." — Paul Kedrosky, investitore.


Per maggiori informazioni, consiglio di leggere l'articolo integrale su The Atlantic:
Welcome to a Multidimensional Economic Disaster
The AI boom wasn’t built for the polycrisis.
By Matteo Wong and Charlie Warzel


Se desideri approfondire il rapporto tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale — tra ricerca visiva, implicazioni etiche e trasformazioni del linguaggio contemporaneo — puoi consultare la seguente pagina, dove raccolgo riflessioni, progetti, articoli e informazioni aggiornate su seminari, workshop e incontri pubblici in cui esploro questo tema:

👉 www.filippoventuri.photography/intelligenza-artificiale

You're absolutely right, Senator by Filippo Venturi

"You're absolutely right, Senator"

Bernard "Bernie" Sanders è un senatore per lo Stato del Vermont dal 2007 e può essere considerato il più importante esponente della corrente progressista del Partito Democratico. Personalmente ritengo che sia uno dei politici americani più lucidi e, nonostante i suoi 84 anni, è molto attento a temi come l'innovazione tecnologica, compresa l'intelligenza artificiale, e in particolare a come questa influenzi i diritti e la democrazia.

In questo video di 9 minuti si confronta con Claude (IA di Anthropic), partendo dalla premessa che non vuole parlare delle problematiche economiche e di occupazione lavorativa che l'IA potrebbe provocare, ma che vuole focalizzarsi sulla privacy. Di seguito riassumo brevemente il contenuto, che non svela novità particolari rispetto a quanto si è detto negli ultimi anni, anche perché la finalità di Sanders sembra essere quella di far ammettere a una IA la pericolosità delle IA (cosa già vista e di dubbia utilità pratica, ma se il video verrà visto da molte persone, potrebbe comunque ottenere qualche effetto).

Ma il video è interessante per un altro motivo, come vedremo di seguito.

L'IA risponde ammettendo che gli utenti del web siano talmente in balia di profilazioni e raccolte di informazioni (le attività svolte online, la durata della fruizione di contenuti, le abitudine, ecc), da non poter immaginare fino a che livello. E che tutto parta dal gesto dell'accettare i termini di utilizzo (che nessuno legge, spesso confidando che diritti e doveri contenuti siano dettati dal buon senso e non dalle finalità lucrative di una multinazionale).

Il fine è addestrare le IA nell'aiutare le aziende sviluppatrici a estrarre profitto dalle informazioni personali degli utenti. E questa operazione non riguarda solo capire cosa e come venderti un prodotto, ma anche come influenzare le convinzioni politiche. Va da sè che ottimizzare le IA e i risultati ottenuti vada in conflitto con la tutela della privacy degli utenti e, al momento, non c'è una regolamentazione sufficiente per invertire le priorità.

Una moratoria sulla creazione di nuovi data center dedicati all'IA potrebbe fornire il tempo necessario per creare questa regolamentazione (sia Sanders che Claude omettono o danno per scontato che questa moratoria dovrebbe avvenire su scala mondiale per avere effetto; non sarebbe sufficiente se applicata solo negli USA), ma le multinazionali che sviluppano l'IA spesso hanno una forte influenza politica ed economica che fino a oggi ha impedito di intervenire con efficacia.

Sanders quindi ribadisce la domanda "Avrebbe senso una moratoria sui data center, così che possiamo rallentare questo processo?". Claude risponde "Ha assolutamente ragione, senatore".

Sanders ringrazia Claude, come se quell'ultima ammissione abbia portato a compimento la sua missione.
Claude infine aggiunge che il problema della privacy non è personale, ma riguarda la democrazia intera.
"Ed è per questo che il suo operato, senatore, è così importante".

Nei commenti al video su YouTube, alcuni utenti hanno descritto il confronto come una partita a scacchi, vinta da Sanders.
Io però ho notato una certa adulazione (sycophantic).

Claude non sta necessariamente "pensando" che Sanders abbia ragione ma sta calcolando che, in quel contesto, la risposta che massimizza la soddisfazione dell'utente è l'accordo. Se Sanders avesse chiesto a Claude se una moratoria avrebbe causato un disastro economico o il superamento da parte della Cina in termine di sviluppo di IA, Claude avrebbe probabilmente elencato con altrettanta convinzione i rischi di perdere tale corsa economica e tecnologica.

I complimenti finali completano la manipolazione che Sanders ha subìto.

Sanders ne esce convinto di aver ottenuto una validazione tecnica della sua linea politica da una fonte neutrale, se non persino rivale, quando in realtà ha solo parlato con un sofisticato specchio statistico. Un assistente servizievole che ha assunto le sembianze di un alleato.


Se desideri approfondire il rapporto tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale — tra ricerca visiva, implicazioni etiche e trasformazioni del linguaggio contemporaneo — puoi consultare la seguente pagina, dove raccolgo riflessioni, progetti, articoli e informazioni aggiornate su seminari, workshop e incontri pubblici in cui esploro questo tema:

👉 www.filippoventuri.photography/intelligenza-artificiale

Chi possiede l'informazione by Filippo Venturi

Un consorzio statunitense guidato dall'azienda Oracle ha acquisito il controllo delle attività di TikTok negli USA. L'accordo, ufficialmente, mira a garantire la sicurezza dei dati americani (dalla censura e influenza cinese), con Oracle che gestisce l'infrastruttura e l'algoritmo.

Dopo pochi giorni, però, è emerso che TikTok USA censura le ricerche della parola "Epstein" (link), l'imprenditore arrestato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, morto nel 2019, con cui Donald Trump aveva rapporti stretti.

Inoltre è in atto una censura di persone che criticano il governo (link), come nel caso di una giornalista con 200.000 follower i cui contenuti negli ultimi giorni non hanno avuto visualizzazioni.

Anche l’engagement dei video sulle proteste di Minneapolis è in calo sulla piattaforma.

Più in generale, il panorama relativo al controllo dei social media e dei media tradizionali è preoccupante:
Larry Ellison, tramite Oracle, influenza TikTok USA.
Elon Musk possiede X, Grok e Grokipedia.
Mark Zuckerberg guida Meta Platforms, controllando quindi Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Meta AI.
Sam Altman guida OpenAI e ChatGPT.
Alphabet controlla Google, YouTube e Gemini.
La famiglia Murdoch detiene Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post.
Jeff Bezos possiede il Washington Post, Amazon Prime Video e Twitch.

Si tratta di oligarchi del settore tecnologico e dell'informazione che, in misura diversa, gravitano nell’orbita di Trump (o che si sono piegati rapidamente al suo potere) e che oggi controllano i principali canali attraverso cui ci informiamo, delegandogli sempre più spesso il compito di selezionare, riassumere e interpretare ciò che accade nel mondo.

Chi controlla i social media e i sistemi di intelligenza artificiale (IA) ha il potere di stabilire quali narrazioni diventano dominanti e quali, invece, vengono marginalizzate o rese invisibili. In questo contesto, il giornalismo tradizionale rischia di perdere rilevanza e visibilità (come analizzo nel mio articolo “L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo?”) perché l’IA e le piattaforme social ne saccheggiano i contenuti, erodendo audience e modelli economici. Una quota crescente di pubblico non cerca più attivamente informazioni ma le assorbe passivamente dai social o affida all’IA il compito di filtrarle, sintetizzarle e interpretarle, eliminando di fatto la necessità di consultare le fonti originali.

Per i regimi autoritari, il controllo delle narrazioni che alimentano il dibattito pubblico è un obiettivo strategico (come abbiamo visto, la recente uccisione di Alex Pretti, un infermiere di Minneapolis di 37 anni, sembra aver colpito in modo pesante la narrazione di ICE, spingendo Trump a fare qualche passo indietro). L’amministrazione americana sta rafforzando il controllo sulle infrastrutture che le veicolano, che è un passaggio decisivo per acquisire la capacità di orientare o persino riscrivere la realtà.

A proposito di ICE by Filippo Venturi

Qualche testimonianza a proposito di ICE (l’agenzia federale che si occupa del controllo dell’immigrazione e delle frontiere degli Stati Uniti, ma che dall’arrivo di Trump è progressivamente diventata una milizia che opera al di sopra della legge, tra violenze e abusi di potere):

Mi hanno chiesto esplicitamente se sapessi dove vivevano le famiglie della comunità Hmong (un gruppo etnico asiatico), nel mio quartiere. Ho risposto che non lo sapevo. Allora mi hanno chiesto "E le famiglie asiatiche?". Ero un po’ scossa e piuttosto scioccata da ciò che mi era stato chiesto di fare.

Ho visto diversi rapimenti da vicino. Ciò che stanno facendo consiste nel girare in convogli militari finché non vedono qualcuno che è solo e non è di carnagione bianca, per poi scendere in massa dal veicolo e trascinare quella persona dentro il furgone, sgommando via, il tutto in una novantina di secondi circa.

Quelli di ICE non sanno chi stanno fermando perché non fanno domande e prendono passanti scelti a caso. Quando lo vedi, è letteralmente indistinguibile da un rapimento, se non per il fatto che sono così tanti e che sono armati e corazzati molto più di un qualsiasi rapitore.

Se ne vedi uno (di rapimento), la cosa più importante è chiedere a chi viene fermato "Come ti chiami?" perché altrimenti di quella persona si rischia di perdere ogni traccia. Ho visto un rapimento in un vicolo ma mi sono bloccato per un secondo e non l’ho gridato in tempo, e quell’uomo è semplicemente… sparito.

La fotografia fake dell'arresto di Nicolas Maduro by Filippo Venturi

Questa fotografia (o frame da un video) che circola online mostrerebbe l'arresto di Nicolás Maduro, Presidente del Venezuela, da parte dalle forze statunitensi.

In attesa di sviluppi (verifiche ed eventuali smentite andrebbero sempre aspettate, ma oggi adottiamo un sistema di informazione e comunicazione che non tollera l'attesa) possiamo affermare che molto probabilmente non è una fotografia e nemmeno un frame estratto da un video reale, ma che si tratta di una immagine generata con intelligenza artificiale.

Proviamo a seguire i 4 passaggi che avevo suggerito ormai un anno fa, in casi analoghi (vedi il link nei commenti; sottolineo che, anche quando tutti i passaggi sembrano indicare una risposta univoca, non sempre possiamo giungere a una certezza assoluta):

1) L’affidabilità della fonte: al momento non ho trovato fonti giornalistiche affidabili che la riportino dopo le opportune verifiche e conferme.

2) L’ambiguità visiva: l'immagine riporta un timestamp anacronistico e che sembra più un tentativo di rafforzare la credibilità e attualità dell'immagine come documento. Il volto di Maduro sembra staccarsi troppo dal resto della immagine (come nitidezza e come effetto patinato). Le divise dei due militari hanno qualche anomalia, come la dicitura "DEA" ben visibile. Non è da escludere che il tutto sembri posticcio perché inscenato per produrre materiale visivo da diffondere. Personalmente però tenderei a considerarla una immagine generata.

3) Software di riconoscimento: viene rilevata la filigrana SynthID (quindi di una immagine generata con intelligenza artificiale).

4) Prove di supporto: non ho trovato foto o video o registrazioni audio di momenti immediatamente precedenti o successivi alla situazione mostrata nell'immagine.

La mia personale conclusione è quindi che si tratti di una immagine falsa di un evento reale (l'effettivo arresto di Maduro non è in discussione), che rende visibile qualcosa di cui, al momento, non ci sono prove visibili.

Ci troviamo di fronte a una dinamica che si è fatta largo nel mondo contemporaneo (occidentale, ma non solo, come dimostra il fatto che numerosi media asiatici abbiano utilizzato questa immagine come prova reale) in cui la realtà necessita di prove visive per consolidarsi come tale. A qualsiasi costo. Fino al paradosso di inventare un’immagine per confermare la realtà.

L'accettare l'uso di questo tipo di immagini, per questo scopo, fortunatamente è ancora considerato inaccettabile nel mondo dell'informazione di qualità.

Mar-a-Lago by Filippo Venturi

Tina Davis aveva 14 anni quando è stata reclutata assieme ad altre 8-9 ragazze per un party a Mar-a-Lago, e le è stato detto “vestiti sexy”. Secondo la madre Sandra Coleman, che l’ha accompagnata, tutte erano molto giovani, a momenti non avevano neanche bisogno del reggiseno.

Quando sono arrivati a Mar-a-Lago a Tina è stato subito dato un bicchiere di champagne. La madre gliel’ha tolto di mano, ma i camerieri continuavano ad offrire. Uomini di mezza età si avvicinano di continuo a Tina, e la madre rispondeva “Buongiorno, sono sua madre.”

Durante una fermata al bagno hanno incrociato Marla Maples, che aveva sposato Trump l’anno prima e che avevano già conosciuto durante il party. Coleman dice che Maples l’ha presa per mano, l’ha guardata negli occhi, e ha detto “Fai tutto il possibile per impedire che quegli uomini si avvicinino a tua figlia, mio marito soprattutto. Proteggila.”

(fonte: The New York Times)

Le dinamiche del potere tendono a ripetersi con regolarità. Uomini ricchi si rivelano consumati dal bisogno di confermare la propria supremazia attraverso il dominio sessuale su ragazze giovanissime, ancora prive di quel carattere e di quella autonomia che rendono le donne adulte meno facili da sottomettere o comunque non completamente annullabili come persone. Il potere sembra quindi desiderare vittime disarmate per compiersi nella sua interezza.

In questo scenario, c’è una figura enigmatica che regolarmente ritorna: quella della moglie che sa.

Spesso anche lei una vittima, ma da tempo non più centrale, a volte giungendo a una convivenza arida e formale, che vive nel palazzo, accanto al mostro, e ne conosce la forma reale.

Marla Maples e Veronica Lario probabilmente un tempo furono attratte dal potere, dalla ricchezza e dal carisma di un uomo e solo in un secondo momento ne hanno scoperto la componente predatoria.

La Lario parlò delle “vergini offerte al drago”, nominando ciò che tutti vedevano ma nessuno voleva riconoscere come tale. Non lo fece per distruggere il sistema (cosa che chi vive dentro il palazzo raramente sceglie di fare) ma per incrinarne il mito. La Maples cercò invece di salvare una ragazzina di 14 anni ormai giunta nella tana del mostro, ma chissà quante altre volte è rimasta in silenzio, osservando il rito compiersi.

Queste donne stanno sul confine tra complicità e resistenza, tra protezione e impotenza, forse in cerca di una redenzione, a volte tardiva e parziale, senza però compiere il passo decisivo.

Questa esitazione, con la complicità della corte intera, consente al mostro di sopravvivere a lungo.

Messa al bando dagli Stati Uniti di Trump by Filippo Venturi

CV-ready wording:
"In 2025, his sustained sharing of opinions and content on social media over the previous five years results in his being banned from entry into the United States during the Trump administration."

Dicitura pronta da inserire nel CV:
"Nel 2025 la sua condivisione di opinioni e contenuti nei social, avvenuta regolarmente negli ultimi 5 anni, gli conferisce la messa al bando dagli Stati Uniti di Donald Trump."

Per capire il contesto:
Viaggi negli Usa, che cosa cambia con il controllo dei social degli ultimi 5 anni
Gli Stati Uniti vogliono rendere obbligatoria la dichiarazione di cinque anni di attività sui social media per ottenere l’Esta e viaggiare senza visto.

Interstizi di coscienza by Filippo Venturi

Il fatto che siano uscite le intercettazioni di Witkoff con Yuri Ushakov, dimostra che anche in una Amministrazione come quella americana, composta nei suoi vertici interamente da yes-man, qualcuno che è schifato c’è sempre.

Mi vengono in mente Fini e Alfano, che a loro tempo misero il bastone fra le ruote a Berlusconi, così come John Bolton con lo stesso Trump (al primo mandato) o Geoffrey Howe con Margaret Thatcher.

Pare che qualcuno dell'intelligence americana (vedi articolo del Guardian, “Chi ha leakato la telefonata di Witkoff?”) abbia voluto portare alla luce le porcherie di Trump e dei suoi uomini di fiducia nel portare avanti le trattative sull’Ucraina, concedendo tutto ai russi. Vedremo se queste interferenze si ripeteranno in futuro.

Non di rado, queste figure ribelli vengono emarginate e quindi è improbabile che facciano quel che facciano per un proprio tornaconto economico o politico. Evidentemente c'è un limite anche nel mangiare la m3rda.

Sembra che anche nei sistemi più verticali e asserviti, qualche individuo conservi un frammento di coscienza, al punto di spingersi a compiere un gesto di sabotaggio, che incrina l’ordine prestabilito. È come se, dentro ogni struttura di potere, sopravvivesse un interstizio in cui il senso di giustizia può ancora mettere radici.

Tutti gli algoritmi del Presidente by Filippo Venturi

[English below]

Il Senato degli Stati Uniti ha approvato l'1 Luglio 2025 il "One Big Beautiful Bill Act" (OBBBA), cioè la riforma di bilancio voluta da Donald Trump, che prevede miliardi di dollari in investimenti federali destinati all’intelligenza artificiale, alla sicurezza informatica e ai droni.

La riforma è stata approvata senza una parte che era molto preoccupante: una moratoria di 10 anni che avrebbe impedito agli Stati americani l'introduzione di leggi per regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale. La Regolamentazione sarebbe stata possibile solo a livello federale (in pratica, solo a discrezione di Trump). Il Senato l'ha bocciata con 99 voti contrari e 1 solo a favore.

Una moratoria di questo tipo avrebbe garantito ampia libertà d'azione alle Big Tech (come Google, Meta, Amazon, ecc), sollevandole da responsabilità legali a livello statale e rendendo inapplicabili per un decennio molte tutele e protezioni oggi garantite ai cittadini. Leggi come quelle sulla discriminazione algoritmica — come quelle che vietano trattamenti differenziali basati su razza, genere o reddito nei sistemi automatici — non sarebbero state applicabili dagli Stati. Normative statali già esistenti o in discussione — come quelle approvate in California e Colorado in materia di privacy dei consumatori — sarebbero state sospese o rese inefficaci. Gli Stati non avrebbero potuto contrastare attraverso proprie leggi fenomeni critici legati all’uso dell’intelligenza artificiale, come la generazione di deepfake, la profilazione razziale, i bias nei sistemi di selezione del personale o di concessione di prestiti.

I pesi e contrappesi del sistema statunitense appaiono deboli di fronte alla svolta autoritaria impressa da Trump. Congresso e Corte Suprema, nella maggior parte dei casi, non rappresentano un ostacolo significativo, limitandosi spesso a un ruolo passivo o addirittura complice. In questo contesto, l’autonomia legislativa degli Stati appare come un contrappeso vitale, forse l’ultimo baluardo contro una deriva autoritaria che rischia di compromettere la democrazia statunitense.

Ci saranno altri tentativi per dare libertà operativa alle Big Tech, a discapito dei cittadini (americani e non solo).

[Immagine tratta al mio progetto "Broken Mirror"]


On 1 July 2025, the US Senate passed the “One Big Beautiful Bill Act” (OBBBA), the budget reform wanted by Donald Trump, which provides for billions of dollars in federal investments in artificial intelligence, cybersecurity and drones.

The reform was passed without one part that was very worrying: a 10-year moratorium that would have prevented US states from introducing laws to regulate the use of artificial intelligence. Regulation would only have been possible at the federal level (in practice, only at Trump's discretion). The Senate rejected it with 99 votes against and only 1 in favour.

Such a moratorium would have granted wide latitude to Big Tech (such as Google, Meta, Amazon, etc.), relieving them of legal responsibilities at the state level and making many of the protections and safeguards guaranteed to citizens today inapplicable for a decade. Algorithmic discrimination laws - such as those prohibiting differential treatment based on race, gender or income in automated systems - would not have been enforceable by states. State regulations already in existence or under discussion - such as those passed in California and Colorado regarding consumer privacy - would have been suspended or rendered ineffective. States would not have been able to counter through their own laws critical phenomena related to the use of artificial intelligence, such as the generation of deepfakes, racial profiling, and bias in personnel selection or lending systems.

The checks and balances of the US system appear weak in the face of Trump's authoritarian turn.
Congress and the Supreme Court, in most cases, do not represent a significant obstacle, often limiting themselves to a passive or even complicit role. In this context, the legislative autonomy of the states appears as a vital counterweight, perhaps the last bastion against an authoritarian drift that threatens to undermine US democracy.

There will be other attempts to give operational freedom to Big Tech, to the detriment of citizens (American and others).

[Image from my “Broken Mirror” project]