Reportage

GONE - La diaspora georgiana sulla scena /  by Filippo Venturi

The Country We Carry è il mio progetto fotografico a lungo termine sulla Georgia, un Paese attraversato da profonde trasformazioni politiche e sociali. Il primo capitolo, The Disrupted Dream, documenta le contestate elezioni parlamentari dell'ottobre 2024 e le successive proteste antigovernative e filoeuropee nelle strade di Tbilisi.

Il secondo capitolo, GONE, nasce dalle fotografie che ho realizzato al Teatro Bonci di Cesena, durante le prove dell'omonimo spettacolo di teatro documentario della compagnia italiana Kepler-452, interpretato da nove attori georgiani del Teatro Tumanishvili di Tbilisi. Attraverso testimonianze reali e storie personali, lo spettacolo racconta la diaspora georgiana, le separazioni familiari e le conseguenze dell'emigrazione su chi parte e su chi rimane. Anche il Teatro Tumanishvili è stato direttamente coinvolto nelle proteste: nel gennaio 2025 ha sospeso le proprie attività dopo l'arresto di uno dei suoi attori durante una manifestazione.

The Country We Carry esplora il rapporto tra identità, appartenenza e futuro della Georgia, attraverso le storie di chi protesta, di chi lascia il Paese e di chi sceglie di restare. Con GONE, lo sguardo si sposta dalle piazze di Tbilisi alle esperienze individuali, raccontate attraverso il teatro e approfondite dalle testimonianze dei suoi interpreti.

GONE
Cesena, Italia, ottobre 2026.
Capitolo del progetto fotografico The Country We Carry di Filippo Venturi.

Lo spettacolo
Il 24 ottobre 2026, al Teatro Alessandro Bonci di Cesena, nove interpreti georgiani del Teatro Tumanishvili di Tbilisi hanno portato in scena GONE, uno spettacolo di teatro documentario ideato dalla compagnia italiana Kepler-452, con la regia di Enrico Baraldi e Nicola Borghesi e la drammaturgia firmata insieme a Riccardo Tabilio. Gli interpreti sono Nino Burduli, Giorgi Chachanidze, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili, Teimuraz Natroshvili, Liza Nikvashvili, Keta Shatirishvili, Gagi Shengelia e Nikoloz Tserediani.

Dopo il debutto a Tbilisi il 18 maggio 2026, lo spettacolo è stato presentato a Cesena in prima nazionale italiana. Attraverso le biografie degli interpreti e le testimonianze raccolte tra chi è emigrato, chi è rimasto e chi ha fatto ritorno, GONE affronta il fenomeno dell'emigrazione georgiana e le sue conseguenze individuali e collettive. La drammaturgia nasce da un lavoro di ricerca condotto insieme agli interpreti georgiani, attraverso interviste, incontri e testimonianze personali, successivamente rielaborate per la scena.

La diaspora
Dagli anni Novanta, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, la Georgia ha conosciuto un'emigrazione di vaste proporzioni. Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, basato su stime delle Nazioni Unite, nel 2024 oltre 580.000 georgiani vivevano all'estero, pari a circa il 16% della popolazione del Paese. Le difficoltà economiche, l'instabilità politica e la ricerca di migliori opportunità hanno spinto centinaia di migliaia di persone a emigrare, inizialmente soprattutto verso la Russia e successivamente anche verso l'Europa.

L'Italia è diventata una delle principali destinazioni di questa diaspora, caratterizzata da una forte presenza femminile: secondo la Fondazione ISMU, nel 2024 le donne e le bambine rappresentavano circa l'85% della comunità georgiana residente in Italia. Molte sono impiegate nel lavoro domestico e nell'assistenza agli anziani, contribuendo al sostentamento delle famiglie rimaste in patria. Queste migrazioni hanno trasformato profondamente i rapporti familiari e la vita delle comunità. In molte famiglie, bambini e adolescenti sono cresciuti lontano da uno o da entrambi i genitori.

Le vite degli altri
GONE ricostruisce alcune di queste esperienze attraverso racconti di separazioni prolungate, ricongiungimenti difficili e ritorni inattesi. Una madre deve spiegare alla figlia perché non rivedrà più la sua migliore amica. Una badante georgiana scrive su Facebook una guida destinata alle connazionali emigrate, spiegando loro come non dare nell’occhio. Un uomo che ha guidato per trent’anni un taxi a New York torna nel teatro dove lavorava e si presenta a un provino per Amleto. Una giovane donna parte per poter ritrovare la madre, emigrata quando lei era adolescente. Un attore non arriva alle prove perché è stato arrestato durante una manifestazione, per la terza volta. 

Sono vicende nelle quali la partenza di una persona trasforma profondamente anche la vita di chi resta. La rappresentazione si sviluppa nell'ambientazione di un aeroporto immaginario, luogo di passaggio in cui le storie degli interpreti si incontrano, tra attese, distanze e legami interrotti.

Un Paese in rivolta
Lo spettacolo nasce in una fase di profonda crisi politica per la Georgia. Dopo le contestate elezioni parlamentari dell'ottobre 2024, il 28 novembre il governo guidato dal partito Sogno Georgiano annuncia la decisione di rimandare l’avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea al 2028. La scelta provoca una nuova ondata di manifestazioni a Tbilisi e in altre città del Paese. Le proteste, che si inseriscono in una mobilitazione già iniziata nei mesi precedenti, sono accompagnate da arresti, episodi di violenza e crescenti restrizioni delle libertà civili.

Il teatro e la protesta
Anche il Teatro Tumanishvili è direttamente coinvolto nelle proteste antigovernative. Il 12 gennaio 2025, durante una manifestazione davanti al ristorante Babilo di Tbilisi, dove è in corso un evento a cui partecipano alcuni magistrati, viene arrestato Giorgi Chachanidze, uno degli attori della compagnia e successivamente interprete di GONE.

Due giorni dopo, il teatro annuncia la sospensione di tutte le proprie attività in segno di solidarietà con i manifestanti filoeuropei, condannando le violenze e chiedendo il rilascio delle persone ingiustamente detenute. La decisione si inserisce in una mobilitazione più ampia del mondo teatrale georgiano, che vede attori, registi e compagnie interrompere le rappresentazioni e partecipare alle proteste.

Tra partenza e perdita
In georgiano, l'espressione che indica l'abbandono del proprio Paese può assumere anche il significato di andarsene o morire. È su questa sovrapposizione tra partenza, perdita e assenza che si costruisce GONE. L'emigrazione non viene raccontata soltanto attraverso le ragioni che spingono a lasciare la propria terra, ma soprattutto attraverso ciò che accade dopo: la distanza tra le generazioni, i rapporti familiari trasformati, le difficoltà del ritorno e il legame con un Paese che continua a essere parte dell'identità di chi se ne è andato.

Il progetto The Country We Carry
Le fotografie realizzate al Teatro Bonci documentano il lavoro degli interpreti georgiani e il modo in cui le esperienze individuali diventano parte di un racconto teatrale collettivo. All'interno di The Country We Carry, questo capitolo amplia la ricerca sulle trasformazioni politiche e sociali della Georgia, affrontate nei capitoli precedenti attraverso la documentazione delle contestate elezioni parlamentari dell'ottobre 2024, delle manifestazioni antigovernative e delle proteste filoeuropee che hanno attraversato le strade di Tbilisi, segnate da scontri con le forze dell'ordine, arresti e repressione.

Con GONE, l'attenzione si sposta dalla dimensione pubblica della mobilitazione politica alle storie personali di chi ha lasciato il Paese e di chi è restato. Il progetto documenta così anche il ruolo del teatro come luogo di testimonianza, memoria e partecipazione civile, mostrando come le conseguenze dell'emigrazione e della crisi politica continuino a incidere sulle relazioni personali e familiari, anche oltre i confini della Georgia.

GONE è prodotto dal Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre di Tbilisi e coprodotto da ERT / Teatro Nazionale, con il contributo del Ministero della Cultura della Georgia e in collaborazione con GIFT Festival, ATER Fondazione e Kepler-452. 

The Two Koreas: Over Ten Years of Photographic Research /  by Filippo Venturi

KOREAN PENINSULA

Three main chapters, four stories and a documentary and photographic project spanning both countries, from the younger generations of South Korea to life under the Pyongyang regime, and the testimonies of those who have escaped from the North.

by Filippo Venturi

General Introduction

Since 2014, I have been carrying out a photographic and documentary research project on the Korean Peninsula, exploring the profound differences, but also the surprising similarities, between two countries divided by history and shaped by radically different political, economic and social systems.

Through journeys, photographs, encounters and personal testimonies, the project investigates the relationship between individuals and society, the aspirations of younger generations, social pressure, propaganda and control, while questioning the meaning of freedom and the desire to shape one's own future.

The project stands out for the breadth and continuity of its research, developed through several journeys and different narrative approaches: from South Korean society to life under the North Korean regime, and the testimonies of those who have escaped from the North and rebuilt their lives in the South. These three perspectives make it possible to observe the peninsula not only through its political division, but also through the individual experiences of those who live within it.

At its core are three chapters — Made in Korea, Korean Dream and Awakenings — exploring South Korean society, North Korean society and the experiences of those who have moved from one to the other, respectively. These are accompanied by thematic photo essays, in-depth explorations and travel accounts that broaden the research, offering further perspectives on life in the two Koreas.

The Three Main Chapters

01. Made in Korea (South Korea)

An investigation into the younger generations of South Korea, who have grown up in a country that has experienced extraordinary economic and technological development. Behind the image of modernity and efficiency emerge intense competition, social expectations and the contradictions of a system that demands excellence from its young people.

02. Korean Dream (North Korea)

A photographic reportage from inside one of the most isolated and tightly controlled countries in the world, where propaganda and the cult of leadership shape everyday life. The project focuses primarily on younger generations, examining the relationship between education, ideology and individual aspirations, including through what the regime chooses to reveal.

03. Awakenings (North and South Korea)

The third chapter of the research connects the two Koreas through the stories and testimonies of North Koreans, particularly women, who have escaped the regime and reached South Korea. Through their experiences, the project explores the difficulties of escaping, the weight of memories and the complex process of rebuilding a life in a society profoundly different from the one they left behind.

Having documented the two societies separately, the research turns its attention to those who have experienced both, offering a perspective on the division of the peninsula and its consequences for individuals.

Four Stories and Further Explorations

04. Prison Inside Me (South Korea)

A photographic reportage on a centre near Seoul where people voluntarily choose to confine themselves in small, cell-like rooms, giving up technology and contact with the outside world. A paradox that reveals the need for isolation and silence in a society characterised by a relentless pace of life, competition and stress.

05. Suneung (South Korea)

The Suneung is South Korea's national university entrance examination, an event that can determine the future of hundreds of thousands of students. An account of the pressure placed on young people and their families in a society where academic achievement is closely linked to career opportunities and social prestige.

06. North Korean Diary (North Korea)

A travel diary bringing together encounters, episodes, observations and behind-the-scenes accounts of my experience in North Korea. A personal narrative that goes beyond the photographs, exploring the country's contradictions and the difficulties of working as a photojournalist under the surveillance and restrictions imposed by the regime.

07. North Korea by Train (North Korea)

A photographic reportage produced during a train journey from the Chinese border to Pyongyang. Through the train window, without the supervision of government guides, I was able to observe and photograph the countryside, villages and scenes of everyday life freely, away from the routes and official representations arranged by the regime.

The Book, Awards and Recognition

Over the years, the project on the Korean Peninsula has received numerous international awards and distinctions, including the Sony World Photography Awards, the LensCulture Emerging Talent Awards, Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad, the Premio Voglino, the Premio Il Reportage, the New Talents award by Fondazione Fotografia Modena, and recognition from the Gomma Photography Grant.

The works have been exhibited at major international venues and festivals, including Somerset House in London, MACRO in Rome, U Space in Beijing, Willy Brandt Haus in Berlin and the Festival della Fotografia Etica in Lodi.

In 2018, the photobook Made in Korea ∞ Korean Dream was published by emuse, bringing together the first two chapters of the research. The bilingual volume, featuring texts by Filippo Venturi and Junko Terao (a journalist at Internazionale), contains 63 photographs and places the two Koreas in dialogue, highlighting their differences, similarities and contradictions.

Its distinctive editorial design, allowing the book to be read from either end, reflects the comparison between two seemingly opposing realities connected by a shared history.

In 2023, I curated the Seoul–Pyongyang pavilion as part of Countless Cities, the Biennial of the World's Cities, organised by FARM Cultural Park in Mazzarino, Sicily. On this occasion, the three main chapters of the research — Made in Korea, Korean Dream and Awakenings — were presented together for the first time, offering a comprehensive view of the project.

An Ongoing Research Project

The project on the Korean Peninsula is not considered complete. The political and social transformations of the two countries, the experiences of the people who live there and the consequences of a division that has lasted for more than seventy years continue to offer new avenues for investigation.

The different chapters therefore represent not only an account of what I have observed, but also the stages of a research project that will continue to evolve through new stories, encounters and perspectives.

Le due Coree: oltre dieci anni di ricerca fotografica /  by Filippo Venturi

PENISOLA COREANA

Tre capitoli principali, quattro storie e una ricerca documentaria e fotografica che attraversa entrambi i paesi, dalle nuove generazioni sudcoreane alla vita sotto il regime di Pyongyang, fino alle testimonianze di chi è fuggito dal Nord.

di Filippo Venturi

Introduzione generale

Dal 2014 porto avanti una ricerca fotografica e documentaria sulla penisola coreana, esplorando le profonde differenze, ma anche le sorprendenti analogie, tra due paesi divisi dalla storia e sviluppatisi secondo modelli politici, economici e sociali radicalmente differenti.

Attraverso viaggi, fotografie, incontri e testimonianze, il progetto indaga il rapporto tra individuo e società, le aspirazioni delle nuove generazioni, la pressione sociale, la propaganda e il controllo, interrogandosi sul significato della libertà e sul desiderio di costruire il proprio futuro.

Il progetto si distingue per l'ampiezza e la continuità della ricerca, sviluppata attraverso più viaggi e differenti approcci narrativi: dalla società sudcoreana alla vita sotto il regime nordcoreano, fino alle testimonianze di chi è fuggito dal Nord e ha ricostruito la propria esistenza al Sud. Tre prospettive che permettono di osservare la penisola non soltanto attraverso la sua divisione politica, ma anche attraverso le esperienze individuali che la attraversano.

Il nucleo centrale è costituito da tre capitoli — Made in Korea, Korean Dream e Awakenings — che esplorano rispettivamente la società sudcoreana, quella nordcoreana e le esperienze di chi è passato dall'una all'altra. A questi si affiancano reportage tematici, approfondimenti e racconti di viaggio che ampliano la ricerca, offrendo ulteriori prospettive sulla vita nelle due Coree.

I tre capitoli principali

01. Made in Korea (Corea del Sud)

Un'indagine sulle nuove generazioni sudcoreane, cresciute in un paese protagonista di uno straordinario sviluppo economico e tecnologico. Dietro l'immagine di modernità ed efficienza emergono la competizione esasperata, le aspettative sociali e le contraddizioni di un sistema che chiede ai giovani di eccellere.

02. Korean Dream (Corea del Nord)

Un reportage all'interno di uno dei paesi più isolati e controllati al mondo, dove propaganda e culto della leadership plasmano la vita quotidiana. Il progetto si concentra soprattutto sulle giovani generazioni, osservando il rapporto tra educazione, ideologia e aspirazioni individuali, anche attraverso ciò che il regime sceglie di mostrare.

03. Awakenings (Corea del Nord e del Sud)

Il terzo capitolo della ricerca mette in relazione le due Coree attraverso le storie e le testimonianze di nordcoreani, soprattutto donne, fuggiti dal regime e approdati in Corea del Sud. Attraverso le loro esperienze, il progetto esplora le difficoltà della fuga, il peso dei ricordi e il complesso percorso di ricostruzione di una vita in una società profondamente diversa da quella d'origine. Dopo aver raccontato separatamente le due società, la ricerca si concentra su chi le ha conosciute entrambe, offrendo una prospettiva sulla divisione della penisola e sulle sue conseguenze individuali.

Quattro storie e approfondimenti

04. Prison Inside Me (Corea del Sud)

Un reportage su un centro nei pressi di Seoul dove le persone scelgono volontariamente di rinchiudersi in piccole stanze simili a celle, rinunciando alla tecnologia e ai contatti con l'esterno. Un paradosso che racconta il bisogno di isolamento e silenzio in una società segnata da ritmi frenetici, competizione e stress.

05. Suneung (Corea del Sud)

Il Suneung è l'esame nazionale di ammissione all'università, un appuntamento che può determinare il futuro di centinaia di migliaia di studenti sudcoreani. Un racconto della pressione esercitata sui giovani e sulle loro famiglie, in una società dove il successo scolastico è strettamente legato alle opportunità professionali e al prestigio sociale.

06. North Korean Diary (Corea del Nord)

Un diario di viaggio che raccoglie incontri, episodi, osservazioni e retroscena della mia esperienza in Corea del Nord. Un racconto personale che va oltre le fotografie, esplorando le contraddizioni del paese e le difficoltà di lavorare come fotogiornalista sotto la sorveglianza e le restrizioni imposte dal regime.

07. North Korea by train (Corea del Nord)

Un reportage fotografico realizzato durante il viaggio in treno dalla frontiera cinese a Pyongyang. Attraverso il finestrino, senza la supervisione delle guide governative, ho potuto osservare e fotografare liberamente campagne, villaggi e scene di vita quotidiana, lontano dai percorsi e dalle rappresentazioni ufficiali del regime.

Il libro, i premi e i riconoscimenti

Nel corso degli anni, il progetto sulla penisola coreana ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il Sony World Photography Awards, il LensCulture Emerging Talent Awards, il Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad, il Premio Voglino, il Premio Il Reportage, il New Talents di Fondazione Fotografia Modena e riconoscimenti al Gomma Photography Grant.

I lavori sono stati esposti in importanti sedi e festival internazionali, tra cui la Somerset House di Londra, il MACRO di Roma, lo U Space di Pechino, la Willy Brandt Haus di Berlino e il Festival della Fotografia Etica di Lodi.

Nel 2018 è stato pubblicato il libro fotografico “Made in Korea ∞ Korean Dream”, edito da emuse, che riunisce i primi due capitoli della ricerca. Il volume bilingue, con testi di Filippo Venturi e Junko Terao (giornalista di Internazionale), raccoglie 63 fotografie e mette in dialogo le due Coree, evidenziandone differenze, analogie e contraddizioni. La particolare struttura editoriale, leggibile da entrambi i lati, rispecchia il confronto tra due realtà apparentemente opposte, ma legate da una storia comune.

Nel 2023 ho curato il padiglione Seoul–Pyongyang nell'ambito di Countless Cities, la Biennale delle Città del Mondo, organizzata da FARM Cultural Park a Mazzarino, in Sicilia. In questa occasione, i tre capitoli principali della ricerca — Made in Korea, Korean Dream e Awakenings — sono stati presentati insieme per la prima volta, offrendo una visione complessiva del progetto.

Una ricerca aperta

Il progetto sulla penisola coreana non si considera concluso. Le trasformazioni politiche e sociali dei due paesi, le esperienze delle persone che li abitano e le conseguenze di una divisione che dura da oltre settant'anni continuano a offrire nuove possibilità di indagine.

I diversi capitoli rappresentano quindi non soltanto il racconto di ciò che ho osservato, ma anche le tappe di una ricerca destinata a evolversi attraverso nuove storie, incontri e prospettive.

Sul viaggiare, sul fotografare /  by Filippo Venturi

Viaggiare significa anche uscire dalla propria zona di comfort e dalle proprie certezze, scoprire nuovi luoghi, incontrare sconosciuti e prepararsi a imparare qualcosa di nuovo su di loro e su se stessi.

Fotografare significa anche osservare questi luoghi e guadagnarsi la fiducia delle persone, ascoltare le loro storie, i loro problemi e le loro speranze, e ripagarli dando loro voce là dove non arriva.

Per me, riuscire in tutto questo è una delle esperienze più gratificanti.

— Filippo Venturi


Travelling is also about getting out of your comfort zone and your certainties, discovering new places, meeting strangers and preparing to learn something new about them and about yourself.

Photographing is also observing these places and gaining the trust of these people, listening to their stories, problems and hopes, and to repaying them by giving them a voice where theirs does not reach.

For me, succeeding in these things is one of the most rewarding experiences.

— Filippo Venturi

Inaugurazione della mostra del progetto Agrosfera /  by Filippo Venturi

Inaugura oggi a Bibbiena, presso il Centro Italiano della Fotografia d’Autore e nelle vie del paese, l’importante mostra del progetto nazionale “Agrosfera”, al quale ho avuto l’onore e il piacere di partecipare come testimonial.

Per l’occasione ho realizzato il lavoro fotografico “La terra sotto le unghie laccate”, che sarà esposto insieme ai lavori degli altri autori coinvolti nel progetto, e che racconta la storia dell’imprenditrice forlivese Giada Piraccini e del suo sogno, poi diventato realtà: la fattoria aperta “I nani di Giada”.

Agrosfera – Storie di tradizione e innovazione è un grande progetto fotografico collettivo nazionale dedicato alla filiera agroalimentare italiana, che ha coinvolto oltre 1.000 fotografi e raccolto più di 18.000 immagini da tutta Italia, utilizzando la fotografia come strumento di ricerca, memoria e riflessione sulla società contemporanea. Attraverso fotografie e audiovisivi racconta persone, lavoro, territori, comunità, tradizioni e trasformazioni di un settore fondamentale del nostro Paese.

Grazie a Roberto Rossi, Roberto Puato, Claudia Ioan, Susanna Bertoni, Cristina Paglionico, Daniela Sidari e Francesca Gambino, che compongono il Comitato Organizzativo, per aver reso possibile questo importante progetto. E naturalmente grazie anche ai tutor, ai coordinatori artistici e a tutte le altre persone che, a vario titolo, hanno contribuito alla sua realizzazione e alla sua diffusione sul territorio italiano. Il progetto, infatti, prevede anche tante mostre locali in tutta Italia.


Opening today in Bibbiena, at the Centro Italiano della Fotografia d’Autore and throughout the streets of the town, is the major exhibition of the national project “Agrosfera”, which I had the honour and pleasure of taking part in as one of the project’s ambassadors.

For the occasion, I created the photographic project “The Soil Beneath Her Painted Nails”, which will be exhibited alongside the work of the other photographers involved in the project. It tells the story of Forlì-based entrepreneur Giada Piraccini and of her dream, which eventually became a reality: the open farm “I nani di Giada”.

Agrosfera – Stories of Tradition and Innovation is a major nationwide collective photography project dedicated to Italy’s agri-food sector. It has involved more than 1,000 photographers and gathered over 18,000 images from across the country, using photography as a tool for research, memory and reflection on contemporary society. Through photographs and audiovisual works, it tells stories of people, work, places, communities, traditions and transformations within a sector that is fundamental to our country.

My thanks to Roberto Rossi, Roberto Puato, Claudia Ioan, Susanna Bertoni, Cristina Paglionico, Daniela Sidari and Francesca Gambino, who make up the Organising Committee, for making this important project possible. And, of course, thanks also to the tutors, artistic coordinators and everyone else who, in different ways, contributed to its development and to bringing it to audiences across the country.

Emilia Romagna Festival 20 Anni /  by Filippo Venturi

In occasione delle celebrazioni dei 20 anni di Emilia Romagna Festival, è stato stampato un libro che racchiude i momenti più importanti degli eventi svolti, con tanti personaggi e artisti coinvolti.

In apertura del volume, a doppia pagina, la mia fotografia di John Malkovich del 2017, a Forlì, per lo spettacolo "Report on the blind", dove si è esibito assieme alla pianista Anastasya Terenkova.

Ulteriori fotografie qui: John Malkovich all'Emilia Romagna Festival!

L'Immagine contesa. Fotogiornalismo, verità e disinformazione /  by Filippo Venturi

Pubblicata il 10 aprile 2026 sulla copertina de L'Espresso con il titolo “L’abuso”, la fotografia scattata da Pietro Masturzo il 12 ottobre 2025 a Idhna, in Cisgiordania, ha provocato polemiche internazionali e accuse di manipolazione.

Con Pietro Masturzo, Tiziana Faraoni e Filippo Venturi, l’incontro ricostruisce la vicenda e riflette su fotogiornalismo, responsabilità editoriale, verifica delle immagini e disinformazione nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Giovedì 24 settembre | ore 21:00
L'IMMAGINE CONTESA
Fotogiornalismo, verità e disinformazione.
Hub Santagnese10, Mantova.
A cura di Frammenti di fotografia.

Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti


Tiziana Faraoni
Photo editor della rivista L’Espresso, curatrice e docente. Esperta di linguaggio fotografico e fotogiornalismo, seleziona e cura progetti visivi d’inchiesta, mostre ed edizioni fotografiche, promuovendo il racconto visivo della realtà sociale e politica contemporanea.

Pietro Masturzo
Fotoreporter di fama internazionale, vincitore del World Press Photo of the Year 2010. Documenta da anni conflitti, questioni socio-politiche e trasformazioni territoriali in tutto il mondo, collaborando con le principali testate giornalistiche italiane ed estere.

Filippo Venturi
Fotografo documentarista e docente. I suoi reportage, incentrati sulle grandi trasformazioni sociali e geopolitiche contemporanee, sono pubblicati su testate internazionali come National Geographic e Washington Post. È autore di mostre e progetti visivi pluripremiati.


Aggiornamento del 25/09/2026:

Qualche fotografia del piacevolissimo dialogo, che ho moderato, con Tiziana Faraoni (photoeditor de L’Espresso) e Pietro Masturzo (fotogiornalista) sulla celebre copertina della rivista intitolata “L’Abuso”, con la fotografia scattata da Pietro in Cisgiordania lo scorso 12 ottobre 2025, quando un gruppo di coloni israeliani armati, con il supporto di soldati, ha bloccato e minacciato i contadini palestinesi per impedire loro la raccolta delle olive.

E' stata l'occasione per approfondire il lavoro di Pietro in quei territori e la collaborazione con Tiziana, fino ad arrivare a quella copertina, che ha rappresentato un vero e proprio Atto di Resistenza.

Infine abbiamo ragionato sulle accuse e polemiche infondate che hanno travolto quella fotografia e su come è possibile orientarsi oggi nel flusso continuo di immagini che scorriamo.

Evento organizzato da Frammenti di fotografia di Mantova!

The Aftermath. Italy's Recent Downburst /  by Filippo Venturi

Documenting the Downburst at Parco della Resistenza, Forlì, Italy, 21 August 2026.
A visual reportage documenting the severe damage to Parco della Resistenza in Forlì following the powerful downburst that struck the area. The intense straight-line winds uprooted mature trees and altered the landscape of one of the city's main green spaces.


Documentazione del downburst al Parco della Resistenza di Forlì, 21 agosto 2026.
Un reportage visivo che documenta i gravi danni subiti dal Parco della Resistenza di Forlì in seguito al violento downburst che ha colpito la zona. Le intense raffiche di vento rettilineo hanno sradicato alberi storici e modificato il paesaggio di uno dei principali spazi verdi della città.

Ravenna Football Club and Ronaldinho - Team Presentation /  by Filippo Venturi

Ravenna FC – Team Presentation

A selection of photographs taken during the official presentation of Ravenna FC, an event that brought together the team, the club and its supporters, with Ronaldinho among the special guests.

The reportage documents the evening through a series of moments from the event, combining images of the main protagonists, the crowd and the atmosphere surrounding the presentation.

Photography: Filippo Venturi
Camera: Canon
Location: Marina di Ravenna, Italy
Date: 20 August 2026
© Filippo Venturi Photography. All rights reserved


Ravenna FC, la presentazione della squadra

Una selezione di fotografie realizzate in occasione della presentazione ufficiale del Ravenna FC, un evento che ha riunito squadra, società e tifosi e che ha visto tra i protagonisti anche Ronaldinho.

Il reportage racconta la serata attraverso alcuni momenti dell’evento, alternando immagini dei protagonisti, del pubblico e dell’atmosfera che ha accompagnato la presentazione.

Fotografie di: Filippo Venturi
Attrezzatura: Canon
Luogo: Marina di Ravenna, Italy
Data: 20 Agosto 2026
© Filippo Venturi Photography. Tutti i diritti riservati

La distanza necessaria. Fotogiornalismo, documentazione e l'equilibrio tra prossimità, verifica e indipendenza /  by Filippo Venturi

Nel dibattito contemporaneo, soprattutto dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, l’attenzione si concentra spesso sull’autenticità delle immagini. È una fotografia reale? È stata manipolata? Quello che vediamo era davvero davanti all’obiettivo?

Ma una fotografia può essere perfettamente autentica e, allo stesso tempo, raccontare un avvenimento in modo parziale, fuorviante o propagandistico.

Il fotogiornalismo non dipende soltanto da ciò che appare nell’immagine, ma dal processo che l’ha prodotta: verifica delle informazioni, conoscenza del contesto, accuratezza delle didascalie, trasparenza, indipendenza dalle fonti e dagli interessi coinvolti.

C’è poi un problema più profondo: la progressiva riduzione di quell’infrastruttura editoriale fatta di photo editor, redazioni, fact-checker e confronto professionale che un tempo accompagnava il lavoro del fotografo.

Oggi molti freelance sono contemporaneamente autori, ricercatori, produttori, editor e promotori del proprio lavoro. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso. Nessun lavoratore del mondo dell'informazione, per quanto lucido, è immune a bias e bolle social.

Nell’articolo seguente provo ad approfondire questi temi e a ragionare sui confini, sempre più sottili, tra fotografia documentaria, fotogiornalismo, visual storytelling, intrattenimento e lavori commissionati. Contenuti prodotti con finalità, metodi e responsabilità differenti, ma che circolano negli stessi spazi online e possono apparire agli occhi del pubblico come equivalenti.


Questo testo nasce da una serie di riflessioni sullo stato contemporaneo del fotogiornalismo e prende spunto, fra gli altri, dall’articolo di Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, pubblicato su Kaptur nell’aprile 2026 (1). La domanda alla base è “Che cosa rende una fotografia un atto giornalistico?”

Di fronte alla diffusione delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, che ormai convivono con la fotografia tradizionale, soprattutto in ambito commerciale e pubblicitario, penetrando però anche nel settore dell’informazione — fenomeno di cui ho parlato nel mio articolo Immagini fotografiche apocrife (2) — gran parte della discussione si concentra sull’autenticità dell’immagine: se sia una fotografia realmente scattata, se sia stata manipolata, se gli elementi che vediamo fossero effettivamente davanti alla macchina fotografica, ecc.  Sono questioni fondamentali, ma non esauriscono il problema.

Una fotografia può essere perfettamente autentica dal punto di vista tecnico e, allo stesso tempo, fornire una rappresentazione parziale, propagandistica o fuorviante di un avvenimento. Può mostrare persone realmente esistenti, in un luogo reale, in un momento reale, senza che siano sufficientemente verificati il contesto, le informazioni della didascalia, le cause di ciò che sta accadendo o gli interessi di chi produce e distribuisce quell’immagine. L’autenticità fotografica e l’attendibilità giornalistica sono quindi due questioni collegate, ma diverse.

Per comprendere la crisi attuale del fotogiornalismo occorre guardare all’intero processo che lo produce: chi fotografa, con quali relazioni, con quali risorse economiche, con quali controlli editoriali, per quale committente e secondo quali criteri di verifica.

Le quattro funzioni del fotogiornalista

Riprendendo lo schema proposto da Paul Melcher, possiamo individuare quattro funzioni storicamente riunite nella figura del fotogiornalista:

La prima è quella del testimone. Il fotografo è fisicamente presente nel luogo in cui qualcosa accade. La fotografia mantiene ancora oggi una particolare forza testimoniale proprio perché conserva una relazione materiale con un momento e con uno spazio: qualcuno era lì e ha rivolto una macchina fotografica verso qualcosa.

La seconda funzione è quella dell’autore. Essere presenti non basta. Il fotografo deve scegliere posizione, distanza, momento, obiettivo, esposizione, composizione. Deve riconoscere una relazione significativa fra gli elementi della scena e trasformarla in una fotografia leggibile.

La terza funzione è quella del giornalista. Significa conoscere ciò che si sta fotografando, raccogliere informazioni, verificare le fonti, comprendere il contesto politico e sociale, identificare correttamente persone, luoghi ed eventi.

La quarta è quella dell’interprete. Il fotografo cerca immagini capaci di condensare una situazione complessa in qualcosa che possa essere compreso, ricordato e, inevitabilmente, anche percepito emotivamente.

Quest’ultima funzione introduce un elemento essenziale: il fotogiornalismo non è una registrazione meccanica della realtà. Ogni fotografia nasce da una selezione. Il fotografo decide dove stare, cosa includere, cosa escludere e quando premere il pulsante di scatto. Successivamente qualcuno decide quale fotografia pubblicare, accanto a quale titolo, con quale didascalia e insieme a quali altre immagini. L’etica del fotogiornalismo non consiste quindi nell’eliminare la soggettività — obiettivo impossibile — ma nel governarla attraverso un metodo professionale.

Il codice deontologico della National Press Photographers Association statunitense chiede, per esempio, ai giornalisti visivi di rappresentare i soggetti in maniera accurata e completa, fornire contesto, evitare stereotipi, riconoscere i propri bias e proteggere la propria indipendenza da interessi politici, civici o commerciali (3).

La Society of Professional Journalists indica a sua volta fra i principi fondamentali del giornalismo la verifica delle informazioni, il contesto, l’indipendenza e la responsabilità nei confronti del pubblico (4).

Il fotografo, dunque, non diventa giornalista semplicemente perché fotografa qualcosa di vero. È il metodo con cui trasforma ciò che ha visto in informazione pubblica a rendere giornalistico il suo lavoro.

Il declino del reportage

Per gran parte del Novecento il fotogiornalismo si è sviluppato attraverso due forme editoriali differenti ma complementari. La prima era la fotografia singola: l’immagine destinata al quotidiano o all’agenzia di stampa, prodotta spesso durante un evento circoscritto nel tempo. Una manifestazione, una battaglia, un incontro politico, una competizione sportiva, un incidente. La seconda era il reportage fotografico, spesso organizzato editorialmente nella forma del photo essay: una sequenza di immagini capace di sviluppare un racconto.

Le grandi riviste illustrate costruirono attorno alla fotografia una vera grammatica narrativa. Non serviva necessariamente una singola immagine capace di contenere tutto. Una fotografia poteva introdurre il luogo, un’altra descrivere il contesto, una terza concentrarsi su una persona, un’altra ancora mostrare un dettaglio apparentemente marginale. La comprensione nasceva dal rapporto fra le immagini.

Questo non significa che il reportage sia scomparso. Esistono ancora magazine, supplementi, libri, siti dedicati al long-form journalism e organizzazioni che finanziano progetti complessi. Anche il World Press Photo mantiene categorie specificamente dedicate alle Stories e ai Long-Term Projects. Si è però fortemente ridimensionato l’ecosistema editoriale che rendeva normale finanziare, produrre, editare e distribuire sistematicamente quel tipo di lavoro.

Una fotografia fatta in cinque secondi e una fotografia ottenuta dopo cinque anni sembrano formalmente la stessa cosa

Una delle conseguenze più interessanti di questa trasformazione riguarda il rapporto fra tempo di produzione e forma finale dell’immagine. Consideriamo due fotografie. La prima documenta un evento durato cinque secondi. Il fotografo assiste a qualcosa di inatteso, scatta rapidamente e produce una fotografia che sintetizza quell’avvenimento. La seconda nasce da un progetto durato cinque anni. Il fotografo ha frequentato per anni gli stessi luoghi e le stesse persone, raccolto testimonianze, costruito relazioni, aspettato trasformazioni sociali e biografiche. Da migliaia di fotografie viene infine selezionata un’unica immagine.

Quando vengono pubblicate, entrambe assumono formalmente la stessa forma: una fotografia. Il processo che le ha generate è però radicalmente diverso. Nel primo caso, la fotografia singola nasce da un evento di durata estremamente breve. Nel secondo, la fotografia singola rappresenta una compressione di un’esperienza enormemente più lunga.

Questo invita anche a ripensare l’idea del decisive moment, il celebre “momento decisivo” associato a Henri Cartier-Bresson. Nella fotografia di attualità classica il fotografo cerca spesso l’istante in cui un insieme di relazioni visive e narrative raggiunge una forma particolarmente significativa. Nei progetti di lunga durata, invece, il momento selezionato può assumere il proprio significato soprattutto grazie a ciò che è avvenuto prima e dopo.

Privata di quel contesto, un’immagine può conservare una straordinaria forza emotiva ma perdere una parte della propria capacità esplicativa.

Il problema non riguarda soltanto la fotografia. Il giornalismo narrativo conosce bene la differenza fra informazione sintetica e racconto lungo: il long-form journalism permette di costruire contesto, stratificazione e interpretazione che un’informazione breve tende a comprimere. Nella fotografia questa perdita è particolarmente difficile da percepire perché la singola immagine appare autosufficiente. Ma spesso non lo è.

La specializzazione forzata

Alla trasformazione editoriale corrisponde una trasformazione professionale.

Il modello storico del fotografo prevedeva spesso l’esistenza di una struttura che assegnava il lavoro: quotidiano, agenzia, rivista o magazine inviavano il fotografo sul luogo della storia e ne finanziavano il lavoro.

Oggi molti fotografi costruiscono autonomamente i propri progetti. Per ottenere finanziamenti, pubblicazioni, grant, premi o incarichi devono spesso sviluppare una competenza riconoscibile su un territorio o su un argomento. Diventano specialisti delle migrazioni, di una determinata guerra, di una regione geografica, delle questioni ambientali, delle trasformazioni di una comunità.

Questa specializzazione ha prodotto alcuni dei lavori più profondi della fotografia contemporanea. Un autore che frequenta lo stesso territorio per dieci anni può comprenderne lingua, rituali, gerarchie, contraddizioni e trasformazioni con una profondità difficilmente raggiungibile da chi vi rimane tre giorni.

Ma la conoscenza produce anche relazioni. Le persone fotografate possono diventare amici. Un fixer (figura locale che facilita l’accesso, i contatti, le traduzioni e la comprensione del contesto) può trasformarsi in collaboratore abituale. Il fotografo può dipendere da alcune persone per continuare a ottenere accesso a una determinata comunità. La questione della distanza nasce qui. Quanto può avvicinarsi un giornalista alle proprie fonti senza perdere la capacità di raccontare anche ciò che quelle fonti preferirebbero non fosse raccontato? Non esiste una misura fisica della distanza corretta. Esiste invece un problema di indipendenza.

Differenza fra fotogiornalismo e documentazione

“Fotografia documentaria” e “fotogiornalismo” vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà i due ambiti si sovrappongono senza coincidere completamente. La fotografia documentaria può avere come finalità la costruzione di un archivio, l’osservazione di una comunità, l’interpretazione di un territorio, una ricerca antropologica, sociale, personale o artistica. Può essere estremamente accurata e può avere una grande importanza storica. Il fotogiornalismo aggiunge però alcuni obblighi specifici derivanti dalla parola giornalismo.

Questi obblighi riguardano innanzitutto l’accuratezza delle informazioni, la verifica dei fatti e del contesto, la corretta identificazione di luoghi, date e persone, la distinzione tra ciò che è stato osservato e ciò che è stato ricostruito, la trasparenza sulle modalità con cui le immagini sono state prodotte e l’indipendenza rispetto ai soggetti fotografati o agli interessi coinvolti.

Significa, per esempio, non alterare deliberatamente una scena per renderla più efficace, non presentare come spontaneo ciò che è stato messo in scena, non omettere informazioni essenziali che cambierebbero il significato di una fotografia e dichiarare eventuali conflitti di interesse o forme di sostegno che possano incidere sull’indipendenza del lavoro. Nella fotografia documentaria questi principi possono naturalmente essere adottati — e spesso lo sono — ma non costituiscono necessariamente requisiti intrinseci del genere.

Un progetto documentario può infatti prevedere collaborazione con i soggetti, ricostruzioni, interventi dell’autore, dispositivi performativi o una forte componente autobiografica e interpretativa, purché siano coerenti con il progetto e dichiarati quando potrebbero essere interpretati come documentazione diretta della realtà.

Una fotografia può essere un documento senza essere giornalismo. Anche un’immagine di propaganda può costituire un documento storico importante: documenta una determinata rappresentazione del mondo, una strategia comunicativa, un’ideologia. Non per questo diventa giornalismo. Allo stesso modo, un progetto fotografico profondamente partecipe della vita di una comunità può avere un enorme valore documentario e artistico senza necessariamente rispettare tutte le condizioni dell’indipendenza giornalistica. La differenza non dipende dall’estetica. Dipende soprattutto dal metodo di produzione della conoscenza.

Distanza e prossimità

Il ragionamento di Melcher diventa però più discutibile quando la prossimità fra fotografo e soggetto viene considerata quasi inevitabilmente come una perdita di indipendenza.

La distanza non garantisce di per sé il buon giornalismo. Un fotografo inviato per quarantotto ore in un territorio che non conosce può essere perfettamente indipendente dai suoi soggetti e, nello stesso tempo, fraintendere completamente ciò che sta osservando. Può non parlare la lingua. Può non conoscere la storia locale. Può affidarsi interamente a un fixer. Può riconoscere soltanto quelle immagini che corrispondono alle aspettative con cui è arrivato. Il rischio, in questo caso, è quello di produrre fotografie formalmente efficaci ma culturalmente superficiali.

La prossimità presenta il rischio opposto: identificarsi con le persone che si stanno raccontando fino a perdere la capacità di sottoporre le loro affermazioni allo stesso controllo riservato alle altre fonti. Ma fra distanza e identificazione esiste un ampio spazio professionale. Un fotogiornalista può sviluppare empatia senza diventare portavoce. Può conoscere profondamente una comunità senza rinunciare alla verifica. Può instaurare rapporti umani con le proprie fonti continuando a considerare il pubblico, e non la fonte, il destinatario principale del proprio lavoro.

La figura dell’editor

La crisi economica dell’editoria viene spesso descritta attraverso la scomparsa dei fotografi di staff. Ma questa è soltanto una parte del problema. La redazione tradizionale non forniva infatti soltanto uno stipendio o il denaro necessario per raggiungere un luogo. Forniva anche una struttura di verifica.

Il picture editor o photo editor non era semplicemente la persona che sceglieva la fotografia più adatta. Poteva chiedere al fotografo perché mancasse un determinato punto di vista. Poteva mettere in discussione una didascalia. Poteva accorgersi che il racconto dipendeva eccessivamente da una sola fonte. Poteva verificare se l’editing complessivo stesse trasformando una situazione complessa in una narrazione troppo semplice.

Accanto all’editor potevano esserci reporter, caporedattori, fact-checker e consulenti legali. La redazione funzionava quindi anche come un sistema di controllo epistemologico: un insieme di persone e procedure incaricate di verificare come quella conoscenza fosse stata prodotta prima di renderla pubblica. Il digitale ha creato nuove redazioni e nuove professioni, ma una parte importante dell’infrastruttura che sosteneva la produzione fotografica professionale si è effettivamente ridotta. Le conseguenze ricadono sul fotografo freelance.

Un fotografo indipendente deve oggi essere spesso contemporaneamente: fotografo, ricercatore, produttore, editor, autore delle didascalie, fundraiser, responsabile della comunicazione, gestore del proprio archivio, e promotore del progetto.

Deve inoltre presentare il proprio lavoro a bandi per grant, festival e concorsi. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso.

Visual storytelling

Nel lessico contemporaneo è diventata molto comune l’espressione visual storytelling, letteralmente “narrazione visiva”. È un termine estremamente ampio. Può indicare un reportage giornalistico, un documentario, un progetto fotografico, una narrazione multimediale, una campagna di un’organizzazione non governativa, una comunicazione aziendale o un contenuto pubblicitario. Il problema nasce quando la qualità narrativa viene confusa con la natura giornalistica del lavoro. Il visual storytelling non è incompatibile con il giornalismo, ma occorre distinguere la forma narrativa dalla finalità.

Un lavoro giornalistico può partire da una domanda: Che cosa sta succedendo? La conclusione deve rimanere, almeno in linea di principio, aperta fino a quando l’indagine non viene completata.

Una campagna di advocacy può invece partire da una posizione: Vogliamo dimostrare che questo problema richiede un determinato intervento.

Una comunicazione aziendale può partire da un obiettivo ancora più esplicito: Vogliamo produrre nel pubblico una determinata percezione del nostro marchio.

Tutti e tre possono utilizzare fotografie straordinarie. Tutti e tre possono raccontare storie vere. Tutti e tre possono utilizzare tecniche documentarie. Ma non stanno svolgendo la stessa funzione.

La differenza non può essere riconosciuta osservando soltanto la fotografia. Serve conoscere chi ha commissionato il lavoro, come è stato finanziato, quali libertà aveva l’autore, quali controlli sono stati effettuati e quale fosse lo scopo della pubblicazione. Per questo il termine visual storytelling non dovrebbe essere utilizzato come sinonimo di fotogiornalismo.

Immagine autentica e racconto autentico

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha reso evidente un problema che la fotografia possiede fin dalle origini: la fiducia. Oggi possiamo produrre immagini fotorealistiche di avvenimenti mai accaduti. Diventa quindi necessario verificare la provenienza dei file, i metadati, la storia delle modifiche e, sempre più spesso, utilizzare sistemi di content provenance (tracciamento della provenienza), cioè tecnologie e standard che permettono di documentare l’origine e le trasformazioni di un contenuto digitale.

Organizzazioni giornalistiche e concorsi internazionali hanno intensificato i controlli. Il World Press Photo richiede, per i lavori che accedono alle fasi avanzate della selezione, i file originali prodotti dalla macchina fotografica; i lavori vincitori vengono inoltre sottoposti a verifiche fattuali indipendenti (5).

Reuters continua a considerare autenticità, imparzialità e verifica requisiti fondamentali anche nell’uso dell’intelligenza artificiale, ricordando che qualsiasi informazione prodotta attraverso sistemi generativi deve essere verificata indipendentemente dal giornalista (6).

Ma certificare che un file provenga realmente da una fotocamera risolve soltanto una parte del problema. Attraverso un insieme di verifiche possiamo arrivare a stabilire con ragionevole certezza che una fotografia sia stata effettivamente scattata nel luogo e nel momento dichiarati e che il suo contenuto non abbia subito manipolazioni incompatibili con gli standard giornalistici.

Resta ancora da stabilire: che cosa significa ciò che vediamo? Chi sono quelle persone? Che cosa è successo prima? Che cosa è accaduto dopo? La didascalia è corretta? La situazione fotografata è rappresentativa o eccezionale? Il fotografo ha influenzato il comportamento dei soggetti? Perché si trovava lì? Chi ha finanziato il lavoro? Quali fotografie sono state escluse dall’editing? Esistono informazioni che contraddicono la narrazione proposta? Queste domande appartengono al giornalismo, non alla tecnologia fotografica.

Le quattro forme di distanza

Possiamo individuare quattro forme di distanza:

La distanza fra fotografo e soggetto
Riguarda il grado di coinvolgimento del fotografo con le persone che racconta. Troppa distanza può produrre superficialità. Troppa identificazione può compromettere l’indipendenza. Il punto di equilibrio non coincide con una neutralità emotiva impossibile, ma con la capacità di conservare autonomia di giudizio.

La distanza fra fotografia e contesto
Quando una fotografia viene estratta da una storia complessa e presentata da sola, può apparire autosufficiente. Diventa spesso più immediata e memorabile, ma perde parte delle informazioni che le altre immagini, le didascalie e il contesto narrativo fornivano. La scelta di isolare un’immagine, così come quella di includerne alcune ed escluderne altre, non è quindi neutra: l’editing contribuisce a determinare il significato del racconto.

La distanza fra fotografo e redazione
Quando il fotografo lavora senza un editor, viene meno uno dei principali livelli di confronto professionale. La libertà dell’autore aumenta, ma aumenta anche il rischio di confermare inconsapevolmente le proprie convinzioni.

La distanza fra documentazione e giornalismo
È forse il livello più importante. Non tutto ciò che documenta è giornalismo. Non tutto ciò che utilizza un’estetica fotogiornalistica è giornalismo. Non tutto ciò che racconta una storia vera è giornalismo. Perché esista giornalismo servono procedure di verifica, responsabilità, trasparenza e indipendenza.

Una possibile distinzione operativa

Le categorie restano inevitabilmente permeabili, ma è possibile costruire una distinzione orientativa:

Fotografia documentaria
Ha come obiettivo principale osservare, testimoniare, interpretare o costruire una memoria di un fenomeno. Può essere giornalistica, artistica, antropologica o personale. La relazione con il soggetto può diventare molto profonda.

Fotogiornalismo
Utilizza la fotografia come strumento di informazione pubblica. Richiede verifica, contestualizzazione, accuratezza delle informazioni e indipendenza. L’estetica è importante, ma subordinata all’integrità informativa.

Visual storytelling
Indica una modalità narrativa basata prevalentemente sulle immagini. Non definisce da solo né il metodo né la finalità. Può appartenere al giornalismo, alla comunicazione sociale, alla pubblicità o all’arte.

Advocacy storytelling
Utilizza testimonianze e immagini per sostenere esplicitamente una causa. Può essere accurato e documentariamente importante, ma parte da un obiettivo persuasivo dichiarato.

Branded storytelling
È una forma di comunicazione prodotta o finanziata nell’interesse di un marchio o di un’organizzazione. Può adottare pienamente l’estetica del reportage, ma, quando risponde agli obiettivi comunicativi del committente, non possiede l’indipendenza necessaria per essere considerato giornalismo.

Le contaminazioni fra queste categorie non rappresentano necessariamente un problema. Il problema nasce quando non vengono dichiarati con chiarezza la natura del lavoro, il committente e gli interessi coinvolti. La differenza fondamentale non consiste quindi nell’avere o meno un punto di vista iniziale, ma nella disponibilità a modificarlo quando i fatti lo contraddicono e nel grado di indipendenza rispetto a un risultato narrativo o persuasivo prefissato.

La crisi del fotogiornalismo è anche una crisi delle sue istituzioni

Nel dibattito contemporaneo sulla fotografia dedichiamo molta attenzione a una domanda: Possiamo fidarci di questa immagine? È inevitabile che sia così. L’intelligenza artificiale generativa ha reso definitivamente insostenibile l’idea che l’apparenza fotografica possa costituire, da sola, una garanzia dell’esistenza di ciò che rappresenta.

Ma per il giornalismo la domanda deve essere più ampia: Possiamo fidarci del processo che ha prodotto questa immagine e del racconto nel quale viene inserita? Una fotografia autentica non garantisce una didascalia vera. Una didascalia corretta non garantisce un editing equilibrato. Un fotografo in buona fede non garantisce l’assenza di bias. La conoscenza profonda di un territorio non garantisce indipendenza. E la distanza dal soggetto non garantisce comprensione.

Il giornalismo ha storicamente cercato di ridurre questi problemi non affidandosi alla presunta neutralità individuale del giornalista, ma costruendo procedure e istituzioni: editor, desk, verifica delle fonti, confronto, fact-checking, codici deontologici, responsabilità legale ed editoriale.

È forse qui che si trova uno dei nodi più importanti della fotografia contemporanea. La crisi del fotogiornalismo non riguarda soltanto la diminuzione degli incarichi, la concorrenza dei social network o l’arrivo delle immagini sintetiche. Riguarda l’indebolimento delle strutture che permettono di sottoporre la fotografia e il suo contesto a verifica.

Nel momento in cui possiamo generare tecnicamente qualsiasi immagine, diventa ancora più importante ricordare che il valore giornalistico della fotografia non è mai stato contenuto esclusivamente nei suoi pixel. Dipende dal sistema di relazioni, verifiche, responsabilità e scelte che esiste attorno ad essa. La credibilità dell’immagine è anche la credibilità del processo che l’ha prodotta.


Note


(1)
Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, Kaptur, 28 aprile 2026.
Il testo sostiene che la crisi più profonda del fotogiornalismo contemporaneo non riguardi esclusivamente tecnologia o manipolazione delle immagini, ma la progressiva scomparsa dell’infrastruttura editoriale che garantiva distanza, controllo e indipendenza professionale.
https://kaptur.co/world-press-2026-the-distance-problem

(2)
Filippo Venturi, Immagini fotografiche apocrife, Filippo Venturi Photography, 4 agosto 2026.

Il testo analizza la diffusione di immagini generate con intelligenza artificiale che ricostruiscono eventi realmente accaduti assumendo però l’aspetto e l’autorità testimoniale della fotografia. Venturi propone di definirle “immagini fotografiche apocrife”: rappresentazioni para-documentarie più leggibili, emotive e visivamente efficaci dei materiali originali, capaci proprio per questo di confondere il confine tra documentazione e illustrazione.
https://www.filippoventuri.photography/blog/immagini-fotografiche-apocrife

(3)
National Press Photographers Association, Code of Ethics.
Il codice pone fra i principi del giornalismo visivo accuratezza, completezza, contestualizzazione, riconoscimento dei bias, indipendenza e rispetto dell’integrità del momento fotografico.
https://bop.nppa.org/2026/technical-guidelines

(4)
Society of Professional Journalists, SPJ Code of Ethics.
I quattro principi generali sono: cercare la verità e riferirla, minimizzare il danno, agire indipendentemente, essere responsabili e trasparenti.
https://www.spj.org/spj-code-of-ethics

(5)
World Press Photo, Verification Process.
Le procedure comprendono controllo dei file originali, verifica delle manipolazioni, fact-checking di persone, date, luoghi e circostanze, oltre a requisiti di trasparenza su produzione e finanziamento dei progetti.
https://www.worldpressphoto.org/contest/verification-process

(6)
Reuters, Journalistic Standards.
Le linee guida ribadiscono i principi di verifica, responsabilità editoriale, autenticità dei contenuti visivi e controllo indipendente delle informazioni eventualmente prodotte attraverso strumenti di IA.
https://reutersagency.com/about/standards-values