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Non basta dire che è falso by Filippo Venturi

Non basta dire che è falso

In questi giorni sta girando una immagine modificata con l’intelligenza artificiale che mostra una realtà falsa in cui il colono israeliano e la donna palestinese - di cui si è parlato molto nei giorni scorsi e di cui ho scritto nel post “L’Abuso” - sorridono e si danno la mano, in un atteggiamento complice che lascerebbe pensare che l’abuso dell’uomo sulla donna, visibile nella potente fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, apparsa sulla copertina del settimanale L’Espresso, possa essere in realtà una messa in scena.

Si tratta di un tentativo meschino di alterare i fatti. Dopo vari tentativi di sminuire l’episodio (uno dei tanti abusi, noti, dei coloni israeliani verso i palestinesi), evidentemente qualcuno ha provato a giocare la carta del complotto.

Oltre a questo, però, c’è una ingenuità che vedo ripetersi da tempo, compiuta da alcuni debunker, fact-checker o anche semplici persone in buona fede che denunciano immagini false o generate con l’IA, che consiste nel ripubblicarle integralmente, senza inserire sull’immagine un watermark evidente che le identifichi subito come fake.

Nel tentativo di smontare un tentativo di disinformazione, si rischia di alimentarne la circolazione. Queste immagini fake, senza l’indicazione visiva che sono fake, vengono condivise, screenshottate, salvate, ritagliate e ricondivise altrove, rischiando di perdere il contesto originale della smentita.

Possono comparire nei risultati dei motori di ricerca, nelle anteprime o nelle ricerche per immagini, dove molti utenti le vedranno senza aprire l’articolo che spiega che si tratta di un falso.

In un ecosistema digitale dove il contenuto viaggia più veloce della spiegazione, non basta dire “questa immagine è fake”, ma è necessario renderlo visibile sull’immagine stessa. Altrimenti il tentativo di smontare la disinformazione rischia di diventare, involontariamente, promozione della fake news.

Rassegna "Dialoghi d’arte" by Filippo Venturi

“Dialoghi d’arte” è uno spazio di confronto aperto alla città, pensato per avvicinare il pubblico ad artisti, pratiche e processi creativi contemporanei.

Protagonista dell’incontro di sabato 16 maggio 2026 sarà Filippo Venturi, fotografo documentarista e artista visivo i cui lavori sono stati pubblicati su testate internazionali come National Geographic, The Washington Post e The Guardian. La sua ricerca indaga il rapporto tra immagine, realtà e tecnologia, con un’attenzione particolare alle implicazioni culturali e percettive dell’intelligenza artificiale (IA).

In dialogo con Roberta Invidia, giornalista e formatrice, presenterà l’incontro:
“Puoi fidarti dei tuoi occhi? Fra fotografia e intelligenza artificiale”.

Un’occasione per attraversare i suoi progetti più significativi: dal lavoro documentario — sviluppato in contesti complessi come la Corea del Nord — fino alle più recenti sperimentazioni visive in cui fotografia e immagini generate con l’IA si intrecciano, mettendo in discussione i confini tra vero, verosimile e costruito.

L’incontro aprirà una riflessione su come questa nuova tecnologia stia ridefinendo non solo gli strumenti della creazione artistica, ma anche il nostro modo di vedere, interpretare e fidarci delle immagini.

📍 L’evento si terrà presso BottegaLab, all’interno di Diversamente Bottega, in Corso della Repubblica 138, Forlì.
⚠️ Posti limitati — prenotazione obbligatoria al numero 327 1115331 oppure cliccando a questo link.
💶 Contributo di partecipazione: €10,00, comprensivo di aperitivo finale a cura di Piada 52.


L'Abuso by Filippo Venturi

Sulla copertina dell'ultimo numero del settimanale L'Espresso c'è una notevole fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, che sintetizza in un solo gesto un atteggiamento, diffuso e noto, di sfida e sopraffazione da parte dei coloni israeliani.

L'autore racconta di aver "scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre [2025], nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times.

Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie".

Sul sito del settimanale si trova la seguente descrizione:

"Un uomo con kippah e peyot, i riccioli degli ebrei ortodossi, inquadra con il cellulare una donna che indossa un hijab in tessuto fantasia. Lui è un israeliano armato, lei una ragazza palestinese. Ma più che lo scontro di religioni o di civiltà, a colpire chi guarda “L’abuso” denunciato dalla copertina del nuovo numero de L’Espresso è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania.

È un’immagine dei soprusi quotidiani che subisce chi ha avuto la sfortuna di nascere nei territori che i coloni pretendono di occupare per realizzare il sogno del “Grande Israele”: un progetto che rimanda alla Bibbia e calpesta il diritto internazionale, come racconta Daniele Mastrogiacomo nell’articolo di copertina. E che viene costruito grazie a crimini continui dai coloni con il supporto dell’esercito israeliano, e senza alcuna concreta condanna da parte della comunità internazionale: il dolente articolo di Alae Al Said, scandito dal reportage di Pietro Masturzo di cui fa parte la foto di copertina, racconta una campagna di pulizia etnica che fa seguito al genocidio di Gaza."

Essendo una fotografia potente, ha ovviamente generato molte reazioni, anche contrastanti. C’è chi vi ha riconosciuto una prova visiva, finalmente inequivocabile, di abusi ben noti. Altri, invece, hanno negato quanto rappresentato, incapaci di accettare immagini che mettono in crisi il proprio sistema di convinzioni. Alcuni sono arrivati persino a insinuare che si tratti di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale.

Quest’ultima accusa riporta al centro una questione ormai cruciale: Come verifichiamo oggi le immagini?, questione che un paio di anni fa avevo affrontato nell'articolo "La foto di Donald Trump peacemaker". Provando a ripercorrere i 4 step che avevo individuato, si può notare che:

1) L’affidabilità della fonte

Non ci sono motivi solidi per dubitare né del settimanale né del fotografo. L’Espresso ha una linea editoriale riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma questo non intacca la sua struttura professionale. Ancora meno dubbi ho su Pietro Masturzo, che non conosco personalmente, ma che conosco come professionista la cui carriera ne conferma il talento e la professionalità.

2) L’ambiguità visiva

È comprensibile che qualcuno possa percepire elementi ambigui (i denti, le dita, ecc), ma questa reazione dice forse più di noi che dell’immagine. Siamo entrati in una fase in cui tutto viene messo in discussione a priori, soprattutto quando ciò che vediamo contraddice le nostre convinzioni.

3) Software di riconoscimento

Alcuni utenti che hanno messo in dubbio la fotografia hanno trovato parziali conferme da parte di alcuni dei software che dovrebbero riconoscere se un contenuto è stato generato da una intelligenza artificiale. Si è ormai visto, però, che questi software non sono sempre affidabili e quindi, più che un aiuto, contribuiscono ad alimentare la disinformazione. Dietro allo sviluppo di questi software di riconoscimento non ci sono investimenti paragonabili (e nemmeno la volontà) a quelli per lo sviluppo dei software generativi. In mancanza di una regolamentazione che obblighi a garantire una certa trasparenza da parte delle Big Tech, possiamo solo sperare che si autoregolamentino circa le questioni di sicurezza (vedi questione Mythos Claude di Anthropic, di cui parlerò in un altro post).

4) Prove di supporto

Un'ulteriore prova che la fotografia è autentica la si ha grazie alle prove accessorie, di cui ormai non si può più fare a meno (io, ad esempio, quando fotografo situazioni delicate uso sempre una action cam sulla fotocamera o sul casco per documentare incontri e situazioni). Sono state condivise (e sono sul settimanale) altre foto che compongono il reportage di Masturzo, il quale sui social ha condiviso anche un video girato da alcuni suoi colleghi (Samuele Pellecchia e Francesco Giusti) che conferma l'accaduto. Oggi avere questo tipo di materiale, che non solo documenta ma conferma anche l'autenticità delle testimonianze visive raccolte, è forse l'unico modo per tutelarsi. Già da tempo, però, non è complesso generare immagini realistiche e video che rafforzino la credibilità di tali immagini.

Stiamo vivendo una fase in cui il nostro rapporto con le immagini è in trasformazione, così come quello con l’informazione e tutto ciò che troviamo online (ma questa predisposizione ci modificherà anche offline). In questo contesto, diventa ancora più centrale il valore dell’autorevolezza delle fonti e quella di chi produce le immagini. Il lavoro di Pietro Masturzo, così come la responsabilità editoriale de L’Espresso, sono parte integrante del processo di costruzione della narrazione della realtà. A questo si aggiunge oggi la necessità delle prove accessorie che non rafforzano soltanto il racconto, ma ne costituiscono una vera e propria infrastruttura di credibilità.

In ultima analisi, dobbiamo conservare una certa lucidità e onestà intellettuale nel credere a fonti e autori, anche quando mettono in discussione le nostre convinzioni.


After the Gaze - The photographer in the age of AI by Filippo Venturi

AFTER THE GAZE - THE PHOTOGRAPHER IN THE AGE OF AI
di Filippo Venturi

LA LECTURE
La fotografia sta attraversando una trasformazione profonda.
Non è solo una questione tecnologica. È un cambiamento che riguarda il modo in cui le immagini nascono, circolano, influenzano la percezione della realtà.
In questa Lecture con Filippo Venturi si esplora l’incontro tra fotografia e intelligenza artificiale come terreno critico. Non come tema di tendenza ma come snodo culturale che sta trasformando il modo in cui produciamo, leggiamo e diffondiamo le immagini.
Attraverso l’analisi di progetti realizzati con l’intelligenza artificiale, verranno messi a confronto processi, intenzioni e strutture narrative differenti. 
Perché la vera questione non è lo strumento. È il pensiero che lo guida.
L’IA non sostituisce la fotografia. La mette in discussione. Ridefinisce il concetto di immagine, amplia il campo delle possibilità espressive e ci costringe a rivedere il nostro ruolo di autori, quando la foto non è più solo il risultato di un incontro con il reale, ma anche di un dialogo con un sistema algoritmico.
È un linguaggio. E come ogni linguaggio va compreso prima di essere utilizzato.

ARGOMENTI PRINCIPALI
• Come si trasforma il concetto di testimonianza nell’era delle immagini generate;
• Quali differenze esistono tra documentare, costruire e simulare
• Come l’IA interviene non solo sull’estetica, ma sulla struttura narrativa di un progetto
• Quale responsabilità abbiamo oggi nel raccontare il reale

FILIPPO VENTURI
Filippo Venturi è un fotografo documentarista e artista visivo che indaga il rapporto tra immagine, potere e tecnologia.
Ha raccontato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti, sviluppando una ricerca centrata sull’identità e sulla condizione umana. Con una formazione in Informatica e un percorso nel fotogiornalismo, ha progressivamente integrato fotografia tradizionale e nuovi strumenti tecnologici, concentrandosi negli ultimi anni sul dialogo tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Sony World Photography Award e la candidatura al Leica Oskar Barnack Award, confermando una traiettoria che unisce rigore documentario e sperimentazione. I suoi lavori sono stati pubblicati su testate come National Geographic, The Washington Post e The Guardian, e hanno ricevuto riconoscimenti internazionali tra cui il Sony World Photography Award.
Nel 2023 ha presentato al Photo Vogue Festival l’intervento Broken Mirror, dedicato all’IA, e nel 2024 ha esposto nella mostra Pixel Perceptions: Into the Eye of AI presso Noorderlicht. Nel 2025 è stato nominato Autore dell’Anno dalla FIAF.
Accanto alla pratica artistica, insegna fotogiornalismo e fotografia documentaria, portando una riflessione critica su come le immagini costruiscono e trasformano la nostra percezione del reale.


Per maggiori informazioni, consulta il link ufficiale: https://ulilearn.academy/catalogo/lecture/after-the-gaze/

You're absolutely right, Senator by Filippo Venturi

"You're absolutely right, Senator"

Bernard "Bernie" Sanders è un senatore per lo Stato del Vermont dal 2007 e può essere considerato il più importante esponente della corrente progressista del Partito Democratico. Personalmente ritengo che sia uno dei politici americani più lucidi e, nonostante i suoi 84 anni, è molto attento a temi come l'innovazione tecnologica, compresa l'intelligenza artificiale, e in particolare a come questa influenzi i diritti e la democrazia.

In questo video di 9 minuti si confronta con Claude (IA di Anthropic), partendo dalla premessa che non vuole parlare delle problematiche economiche e di occupazione lavorativa che l'IA potrebbe provocare, ma che vuole focalizzarsi sulla privacy. Di seguito riassumo brevemente il contenuto, che non svela novità particolari rispetto a quanto si è detto negli ultimi anni, anche perché la finalità di Sanders sembra essere quella di far ammettere a una IA la pericolosità delle IA (cosa già vista e di dubbia utilità pratica, ma se il video verrà visto da molte persone, potrebbe comunque ottenere qualche effetto).

Ma il video è interessante per un altro motivo, come vedremo di seguito.

L'IA risponde ammettendo che gli utenti del web siano talmente in balia di profilazioni e raccolte di informazioni (le attività svolte online, la durata della fruizione di contenuti, le abitudine, ecc), da non poter immaginare fino a che livello. E che tutto parta dal gesto dell'accettare i termini di utilizzo (che nessuno legge, spesso confidando che diritti e doveri contenuti siano dettati dal buon senso e non dalle finalità lucrative di una multinazionale).

Il fine è addestrare le IA nell'aiutare le aziende sviluppatrici a estrarre profitto dalle informazioni personali degli utenti. E questa operazione non riguarda solo capire cosa e come venderti un prodotto, ma anche come influenzare le convinzioni politiche. Va da sè che ottimizzare le IA e i risultati ottenuti vada in conflitto con la tutela della privacy degli utenti e, al momento, non c'è una regolamentazione sufficiente per invertire le priorità.

Una moratoria sulla creazione di nuovi data center dedicati all'IA potrebbe fornire il tempo necessario per creare questa regolamentazione (sia Sanders che Claude omettono o danno per scontato che questa moratoria dovrebbe avvenire su scala mondiale per avere effetto; non sarebbe sufficiente se applicata solo negli USA), ma le multinazionali che sviluppano l'IA spesso hanno una forte influenza politica ed economica che fino a oggi ha impedito di intervenire con efficacia.

Sanders quindi ribadisce la domanda "Avrebbe senso una moratoria sui data center, così che possiamo rallentare questo processo?". Claude risponde "Ha assolutamente ragione, senatore".

Sanders ringrazia Claude, come se quell'ultima ammissione abbia portato a compimento la sua missione.
Claude infine aggiunge che il problema della privacy non è personale, ma riguarda la democrazia intera.
"Ed è per questo che il suo operato, senatore, è così importante".

Nei commenti al video su YouTube, alcuni utenti hanno descritto il confronto come una partita a scacchi, vinta da Sanders.
Io però ho notato una certa adulazione (sycophantic).

Claude non sta necessariamente "pensando" che Sanders abbia ragione ma sta calcolando che, in quel contesto, la risposta che massimizza la soddisfazione dell'utente è l'accordo. Se Sanders avesse chiesto a Claude se una moratoria avrebbe causato un disastro economico o il superamento da parte della Cina in termine di sviluppo di IA, Claude avrebbe probabilmente elencato con altrettanta convinzione i rischi di perdere tale corsa economica e tecnologica.

I complimenti finali completano la manipolazione che Sanders ha subìto.

Sanders ne esce convinto di aver ottenuto una validazione tecnica della sua linea politica da una fonte neutrale, se non persino rivale, quando in realtà ha solo parlato con un sofisticato specchio statistico. Un assistente servizievole che ha assunto le sembianze di un alleato.


Se desideri approfondire il rapporto tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale — tra ricerca visiva, implicazioni etiche e trasformazioni del linguaggio contemporaneo — puoi consultare la seguente pagina, dove raccolgo riflessioni, progetti, articoli e informazioni aggiornate su seminari, workshop e incontri pubblici in cui esploro questo tema:

👉 www.filippoventuri.photography/intelligenza-artificiale