Ricordi

Sheep in the Box. Il sogno di sottrarre qualcuno alla morte by Filippo Venturi

Ieri ho visto “Sheep in the Box”, il nuovo film di Hirokazu Kore-eda, regista giapponese che apprezzo soprattutto per la sensibilità con cui riesce a raccontare i rapporti familiari.

Pochi giorni fa avevo scritto di un altro suo film, “Father & Son”, soffermandomi in particolare su una scena in cui la fotografia assumeva un ruolo decisivo (per chi è curioso, qui il link).

In quel film due famiglie scoprono, sei anni dopo la nascita dei rispettivi figli, che i bambini sono stati scambiati alla nascita in ospedale. Devono quindi decidere se continuare a vivere con il figlio che hanno cresciuto oppure ricongiungersi con quello biologico. Kore-eda pone una domanda solo apparentemente semplice. Cosa rende qualcuno nostro figlio? Il sangue? La somiglianza? Il tempo trascorso insieme? I ricordi? L'affetto?

Con “Sheep in the Box”, il regista sembra riprendere quella domanda, spostandola in un futuro prossimo e introducendo un elemento nuovo: l'intelligenza artificiale. I coniugi Kōmoto hanno perso il loro figlio Kakeru, di sette anni. Due anni dopo ricevono una proposta da REbirth, un'azienda che offre loro un androide basato sull'intelligenza artificiale, realizzato con le sembianze e la voce del bambino scomparso. La coppia accetta.

In “Father & Son” il regista mostrava che la biologia, da sola, non è sufficiente a definire un figlio. In “Sheep in the Box” sembra suggerire che nemmeno la perfetta riproduzione dell'aspetto e della voce di una persona può essere sufficiente a restituircela.

Una persona non coincide né con il proprio patrimonio genetico né con la propria apparenza, ma è anche (e forse soprattutto) la storia delle relazioni che ha costruito con gli altri.

Nel 2023 ho realizzato “He Looks Like You”, un progetto nel quale ho unito fotografie autentiche e immagini generate con l’IA per rappresentare l’incontro fra mio padre Giorgio e mio figlio Ulisse. Si trattava di false fotografie di famiglia, dato che mio padre è morto cinque anni prima della nascita di mio figlio e quindi i due non si sono mai potuti conoscere. Erano immagini create nel tentativo, attraverso arte e tecnologia, di trovare una forma di consolazione e di accedere a luoghi che nella realtà erano e resteranno irraggiungibili.

Guardando “Sheep in the Box” ho inevitabilmente ripensato a quel lavoro. Kore-eda porta l'esperimento ancora un passo più avanti, immaginando una situazione nella quale la persona scomparsa può tornare presente, occupare nuovamente uno spazio nella casa, abbracciarci e creare nuove esperienze.

Una simulazione può produrre emozioni autentiche senza che ciò che rappresenta sia autentico. Così come le fotografie di “He Looks Like You” sono false, ma non è necessariamente falso quello che provocano in chi le guarda, a partire da me.

Allo stesso modo il Kakeru artificiale non è il bambino morto, ma gli affetti, le paure, la tenerezza o il dolore che genera nei suoi genitori sono reali. Naturalmente i genitori sono al corrente della differenza, ma questa consapevolezza tende rapidamente a sfumare mentre vivono (o rivivono) determinati sentimenti.

Il titolo del film offre una chiave per capirlo. “Sheep in the Box rimanda infatti a “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Quando il Piccolo Principe chiede al pilota di disegnargli una pecora e continua a non essere soddisfatto dei suoi tentativi, il pilota finisce per disegnare semplicemente una scatola, dicendogli che la pecora che desidera si trova al suo interno. E questa operazione viene compiuta dai genitori con l’androide. Sono loro a vederci il figlio dentro.

Quando chiediamo a un software di costruire l'immagine di qualcosa che non è mai accaduto (due familiari che non si sono mai incontrati, un evento mai avvenuto, ecc.) quell'immagine non contiene realmente quel passato. Siamo noi a riempirla.

 “Sheep in the Box” non mi ha però soddisfatto completamente. Il film mette molta carne al fuoco: il lutto, l'identità, la memoria, la famiglia, la sostituibilità delle persone, il rapporto fra uomini e macchine, l'autonomia delle intelligenze artificiali, il confine fra imitazione ed esperienza. Molti di questi elementi non vengono però approfonditi o sviluppati in modo esauriente, almeno per me.

La delicatezza di Kore-eda rimane invece intatta. La tecnologia non viene rappresentata come una minaccia che conquisterà il mondo, né il film sembra particolarmente interessato a stabilire se l'intelligenza artificiale sia buona o cattiva. Kore-eda continua a fare quello che ha sempre fatto nel suo cinema. Osservare una famiglia.

Terminata la proiezione, ne ho discusso a lungo e in modo molto coinvolgente con gli amici con cui ero andato al cinema. Poi ho continuato a pensarci, ho fatto alcune ricerche online e inevitabilmente ho collegato il film ad altre esperienze e riflessioni personali. Ci sono film che terminano insieme ai titoli di coda. In questo caso qualcosa ha continuato a ronzarmi dentro anche dopo.

Minolta XG1 by Filippo Venturi

Non ho mai visto mio padre usarla per scattare una fotografia (almeno da quando ho memoria), quindi il mio legame con la sua Minolta XG1 è sempre stato piuttosto freddo. Tolto il matrimonio dei miei genitori e il mio primo compleanno, la quasi totalità delle fotografie del mio passato, che possiedo, le ho scattate io da piccolo con una fotocamera che chiesi in regalo e con cui a volte mi facevo fotografare.

Quindi, quando è arrivato il momento in cui ho dovuto riordinare le cose accumulate da mio padre in una vita, ho inventariato e conservato la sua fotocamera senza tante cerimonie. Il dettaglio più dolce che ho scoperto in quei giorni è che nel suo negozio di modellismo conservava un minuscolo album consumato dove c'erano 6 fotografie che mi aveva fatto negli anni e in cui posavo con un cane. Una foto per ciascun cane che abbiamo avuto.

Qualche giorno fa ho ripescato la sua borsa fotografica dall'armadio e le ho concesso una seconda opportunità. Il non indifferente corredo di lenti lascia pensare a due ipotesi: forse ha comprato l'attrezzatura in blocco, magari in un gesto improvviso a cui non è seguito poi un interesse e un utilizzo concreto oppure, negli anni, ha selezionato le diverse lenti lasciando immaginare una certa volontà e passione.

Solo a questo punto ho fatto quello che molti avrebbero fatto anni prima. Ho controllato la presenza di rullini usati. Due rullini erano ancora chiusi nella propria confezione di cartoncino giallo. Un rullino da 24 era conservato nel tipico cilindretto nero di plastica. Impossibile stabilire se fosse stato usato o meno. Infine, ho notato che il contatore della Minolta era sul numero 16 e ho quindi riavvolto il rullino contenuto al suo interno.

Ho da poco portato gli ultimi due rullini a far sviluppare e ora ho dalle 0 alle 40 fotografie, di un passato lontano almeno 30 anni, da scoprire. Non resta che attendere per vedere.

He looks like you (AI) by Filippo Venturi

HE LOOKS LIKE YOU (AI)

(Work done with the use of artificial intelligence, 2023)

[il testo in italiano è sotto]

The images in this project depict my father Giorgio and my son Ulisse playing and sharing moments and experiences. They are, however, false memories. My father died five years before my son was born and so they were never able to meet. In 2023, on the 10th anniversary of Giorgio's passing, I wanted to create this small family album that combines authentic and artificial photographs (created based on real ones).
These images were generated with the use of artificial intelligence (A.I.), creating moments that never existed, in places that will never be reachable. An attempt to find consolation and overcome the frontiers of existence through art and technology, generating images that blend illusion, dream and memory.
The choice to use A.I. obviously deprived me of complete control over the final result: after providing as input some photographs and a textual request to represent Giorgio and Ulisse, I entrusted much of the creative process to the software, which processed the data completely autonomously, including misunderstandings, errors and imperfections.
In the artificial photographs, which were generated hundreds of times, Giorgio and Ulisse often look very different, sometimes the A.I. reverted my father back to the age of a child, but this did not prevent me from recognizing them thanks to some realistic details, such as facial features, wrinkles, my father's corpulent physique or whatever.
All this generated a kind of distance between me and the generated images (certainly more than there would have been if I had resorted to photomontages or illustrations), in which authenticity and unpredictability seem to blur, placing them in a limbo between reality and fiction, which I was able to believe and, in some ways, benefit from.

Le immagini di questo progetto raffigurano mio padre Giorgio e mio figlio Ulisse mentre giocano e condividono momenti ed esperienze. Si tratta però di falsi ricordi. Mio padre è morto cinque anni prima che mio figlio nascesse e quindi non si sono mai potuti incontrare. Nel 2023, al decimo anniversario dalla scomparsa di Giorgio, ho voluto creare questo piccolo album di famiglia che unisce fotografie autentiche e artificiali, queste ultime create basandosi su quelle reali.
Queste immagini sono state generate con l'uso di un'intelligenza artificiale (I.A.), creando momenti che non sono mai esistiti, in luoghi che non saranno mai raggiungibili. Un tentativo di trovare consolazione e di superare le frontiere dell'esistenza attraverso l'arte e la tecnologia, generando immagini che fondono illusione, sogno e ricordo.
La scelta di utilizzare l'I.A. mi ha ovviamente privato del controllo completo sul risultato finale: dopo aver fornito in input alcune fotografie e la richiesta testuale di rappresentare Giorgio e Ulisse, ho affidato gran parte del processo creativo al software che ha elaborato i dati in modo del tutto autonomo, inserendo anche fraintendimenti, errori e imperfezioni.
Nelle fotografie artificiali, generate centinaia di volte, spesso Giorgio e Ulisse appaiono molto diversi, a volte l’I.A. ha riportato mio padre all’età di un bambino, ma questo non mi ha impedito di riconoscerli grazie ad alcuni dettagli realistici, come i lineamenti del viso, le rughe, il fisico corpulento di mio padre o altro.
Tutto questo ha generato una sorta di distanza tra me e le immagini generate (sicuramente più di quanta ce ne sarebbe stata se fossi ricorso ai fotomontaggi o alle illustrazioni), in cui autenticità e imprevedibilità sembrano confondersi, collocandole in un limbo tra realtà e finzione, a cui ho potuto credere e, in qualche modo, trarne giovamento.