Mr Nobody Against Putin, recensione by Filippo Venturi

“Mr Nobody Against Putin” è un documentario incredibilmente prezioso che ha ricevuto molti riconoscimenti, fra cui l'Oscar 2026 per il miglior documentario.

Il film segue Pavel “Pasha” Talankin, un giovane coordinatore di eventi scolastici e videomaker della scuola primaria di Karabash, una piccola città industriale russa negli Urali. Il protagonista è goffo, autoironico, persino tenero, e non si fa problemi a mostrarlo nelle riprese video della sua quotidianità, ma questa apparente leggerezza nasconde un carattere forte, che non si piega quando qualcuno ne mette in discussione i principi.

Con l’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale” (la guerra d'invasione russa dell'Ucraina), la scuola inizia a subire sempre di più l'invasività capillare della propaganda. La quotidianità educativa si svuota. Le attività degli insegnanti con i ragazzi si azzerano quasi del tutto, sostituite dalla necessità di documentare l'obbedienza alle direttive giunte dall'alto, a dimostrarsi patrioti e a fare il lavaggio del cervello agli studenti. A un certo punto, Pasha lo dice chiaramente: “sembrava che anche noi insegnanti stessimo combattendo”.

Inizialmente, stanco di quella nuova realtà, Pasha rassegna le dimissioni (effettive alla fine dell’anno scolastico), ma quando riceve risposta a una sua precedente proposta, da parte di una produzione internazionale (tra cui la BBC) interessata al suo materiale video, ritira le dimissioni e il suo registrare lo svolgimento delle attività imposte dalla propaganda diventa documentazione e denuncia.

Questa nuova realtà è agghiacciante e include l'arrivo dei mercenari della Wagner (una compagnia militare privata russa, agli ordini del Cremlino) che entrano nelle scuole per spiegare come usare le mine antiuomo, svolgere esercitazioni, organizzare competizioni di lancio delle granate con gli studenti. Divise, armi e accessori bellici vengono introdotti nell'istituto e fatti indossare ai giovani. L’infanzia e l’educazione vengono progressivamente militarizzate.

Alcuni amici di Pasha, ex studenti suoi coetanei o giovani che aveva visto diplomarsi, saranno arruolati e finiranno in Ucraina, per non fare più ritorno.

Al funerale di uno di questi, Pasha deciderà di registrare solo l'audio perché sarebbe troppo rischioso filmare un evento militare e, per circa un minuto di schermo nero, si udiranno le grida di dolore della madre che piange il figlio.

Pasha, in seguito, dopo aver notato una macchina della polizia regolarmente parcheggiata sotto al suo ufficio (cosa anomala in un paese piccolo come Karabash), il graduale allontanarsi da parte dei giovani che frequentavano il suo studio come spazio creativo e l'attirare sospetti a causa del suo attivismo malcelato anti-propaganda, deciderà di lasciare la Russia il giorno dopo aver svolto la cerimonia di consegna dei diplomi agli studenti, riuscendo a portare con sé, oltre il confine, più di due anni di video girati, da cui nascerà questo importantissimo documentario, che testimonia come lentamente l’assurdo sia diventato quotidiano.

Si tratta quindi di un film necessario, disturbante, che parla di Russia, mostrandone il cinismo della propaganda, ma anche come i giovani russi siano vittime di questo sistema, ben noto e collaudato, che caratterizza le dittature e che spaventa per quanti danni possa causare in una generazione di studenti.

Articolo su Provoke su FotoIT by Filippo Venturi

Su FotoIT è uscito il mio secondo articolo sulla fotografia giapponese.

Dopo “Il bagliore che non svanisce. Fotografia e memoria del trauma nucleare in Giappone, 80 anni dopo”, ho scritto dell’esperienza della rivista Provoke e dei suoi autori che tentarono di scardinare la fotografia dall’interno.

Di seguito un estratto:

Provoke. L’evasione incompiuta che ha riscritto i confini della fotografia.

Tokyo, novembre 1968. Nei circuiti indipendenti e nelle librerie alternative del quartiere Shinjuku, e non solo, circola un oggetto insolito, composto da poche pagine in bianco e nero, contrastate fino all’accecamento e senza didascalie rassicuranti. Il titolo è secco: “Provoke. Shisō no tame no chōhatsuteki shiryō” (Provoke. Materiali provocatori per il pensiero). È rivista e rivoluzione.

L'alleanza tra un critico e teorico, Kōji Taki (1928-2011), un fotografo militante, Takuma Nakahira (1938-2015), un poeta e pensatore, Takahiko Okada (1939-1997) e due indagatori urbani, Yutaka Takanashi (1935) e Daidō Moriyama (1938), con quest’ultimo che si unì al collettivo dal secondo numero della rivista, ha dato vita al tentativo di scardinare la fotografia giapponese dall’interno, armati di grana, mosso e sfocature che sembrano graffi sulla pellicola e sulla società.

Il Giappone di fine anni ‘60 era un paese in fermento. Le strade di Tokyo erano attraversate dalle proteste studentesche contro la guerra del Vietnam (il paese non era coinvolto direttamente, ma forniva logistica e basi militari agli Stati Uniti) e contro il rinnovo del Trattato di Sicurezza con gli Stati Uniti (ANPO), mentre le fabbriche e le periferie cambiavano volto sotto l’impeto di una modernizzazione rapidissima. In questo clima di tensione politica e di trasformazione, anche l’arte cercava nuovi linguaggi […]

Docente nel Master di Giornalismo dell'Università di Bologna by Filippo Venturi

Prossimamente avrò il piacere di ricoprire il ruolo di docente di Fotografia all’interno del Master di Giornalismo dell’Università di Bologna.

Si tratta di un’esperienza che mi rende profondamente felice e orgoglioso, non solo per il prestigio e la responsabilità di questo incarico, ma anche perché rappresenta per me un ritorno all’Università di Bologna. Un luogo che ho sempre amato e considerato fondamentale nel mio percorso umano e professionale, ma che, pur avendomi portato alla laurea, per diverse ragioni personali non ho avuto la possibilità di vivere pienamente come avrei desiderato.

Il corso si intitolerà “Fotogiornalismo: tecniche e costruzione del racconto fotografico contemporaneo“.

Il bagliore che non svanisce by Filippo Venturi

IL BAGLIORE CHE NON SVANISCE.
Fotografia e memoria del trauma nucleare in Giappone, 80 anni dopo.

di Filippo Venturi, 26/08/2025.

In Europa, la Seconda guerra mondiale terminò l’8 maggio 1945 con la resa della Germania, ma nel Pacifico il conflitto proseguì in modo sanguinoso. Il Giappone, infatti, non contemplava la sconfitta e si preparava a una resistenza a oltranza contro gli attacchi degli americani.

Il 16 luglio 1945, con l’esito positivo del test Trinity, condotto nel deserto del New Mexico nell’ambito del Progetto Manhattan, gli Stati Uniti divennero i primi possessori dell’arma atomica funzionante. In breve tempo, questa nuova bomba fu considerata lo strumento con cui accelerare la conclusione del conflitto: avrebbe dovuto causare una tale distruzione da spezzare anche l’orgoglio giapponese e costringere il paese alla resa.

Il 6 agosto, alle ore 8.15, la bomba all’uranio Little Boy venne sganciata su Hiroshima (l’esplosione avvenne a un’altezza di circa 580 metri dal suolo) provocando la morte immediata di decine di migliaia di persone — il bilancio totale delle vittime, incluse quelle decedute successivamente per ustioni e radiazioni, è stimato in 140.000. Il 9 agosto, alle ore 11.02, la bomba al plutonio Fat Man colpì Nagasaki, causando complessivamente circa 70-80.000 morti.

Neppure dopo queste ecatombi i vertici militari giapponesi accettarono la sconfitta. Si rese quindi necessario l’intervento personale dell’imperatore Hirohito che — rompendo con la tradizione che lo voleva figura sacra e distante — si rivolse per la prima volta direttamente alla nazione, pronunciando il 15 agosto 1945 un discorso radiofonico per annunciare la cessazione delle ostilità e salvare il Giappone dalla completa distruzione. Il 2 settembre 1945, infine, venne firmato l’atto di resa a bordo della nave da guerra USS Missouri, nella baia di Tokyo. 

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Il trauma atomico del 1945 segnò profondamente l’identità culturale del Giappone e si riflesse con forza nella sua produzione artistica, dando origine a una lunga e dolorosa elaborazione collettiva. L’esperienza apocalittica di Hiroshima e Nagasaki, unita allo shock per la resa e la fine dell’imperialismo, generò un senso diffuso di lutto, vergogna e riflessione esistenziale, che si tradusse in una ricerca di nuove forme espressive capaci di affrontare l’irrappresentabile e di dare voce all’angoscia di un’intera nazione.

L’immaginario collettivo fu segnato da simboli indelebili — il fungo atomico, le ombre impresse sui muri, i corpi devastati — che tornarono ciclicamente nelle opere letterarie, cinematografiche e fotografiche. Persino generazioni successive, che non avevano vissuto direttamente il trauma, sentirono il bisogno di confrontarsi con quell’eredità. Questo impulso ha alimentato un filone che potremmo definire post-atomico, in cui l’eco della bomba continua a risuonare come spunto per riflessioni più ampie sull’identità nazionale, sulla fragilità dell’esistenza e sui pericoli della modernità.

La fotografia giapponese, in particolare, divenne uno strumento privilegiato di memoria e testimonianza: inizialmente documentaria e cruda — come nelle immagini dei sopravvissuti irradiati o delle città rase al suolo — si evolse verso linguaggi più concettuali, poetici e sperimentali, nel tentativo di restituire dignità a ciò che era stato annientato e di interrogarsi sul futuro.

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Nei giorni immediatamente successivi al bombardamento, alcuni fotografi iniziarono a documentare le rovine e le vittime. Tra i primi testimoni vi fu Yōsuke Yamahata (1917-1966), che il 10 agosto 1945 — appena un giorno dopo l’attacco a Nagasaki — girò la città realizzando oltre cento fotografie. Il suo lavoro rappresenta uno dei reportage più completi e sistematici su una città colpita da un’arma nucleare e offre una testimonianza unica per ampiezza e immediatezza. Le immagini di Yamahata mostrano scene di distruzione totale, ma anche la quotidianità spezzata dei sopravvissuti: corpi bruciati, edifici rasi al suolo, uomini e donne in cerca di cure o di acqua, famiglie che vegliano i loro morti. Lo sguardo del fotografo alterna vedute panoramiche a dettagli ravvicinati, restituendo tanto l’impatto della catastrofe sull’intera città quanto la sofferenza individuale. Yamahata si è spento all’età di 48 anni, a causa di un tumore, possibile conseguenza della sua permanenza a Nagasaki.

Yoshito Matsushige (1913-2005) fu l’unico fotografo a documentare Hiroshima subito dopo l’esplosione atomica. Con la sua macchina fotografica riuscì a scattare appena cinque immagini, tra cui quelle sul ponte Miyuki, dove studenti ustionati e poliziotti feriti cercavano soccorso. Quelle fotografie, che mostrano corpi scorticati e scene di disperazione, sono diventate l’unica testimonianza visiva diretta del bombardamento in quello stesso giorno. Matsushige stesso visse a lungo con il senso di colpa: da un lato per aver ritratto i propri concittadini in uno stato di tale sofferenza, dall’altro per non aver avuto la forza di documentare di più.

Il 18 agosto 1945 il Consiglio di Ricerca Scientifica del Giappone istituì la Special Committee for the Investigation of the Effects of the Atomic Bomb con lo scopo di raccogliere, classificare e analizzare dati scientifici, medici e tecnici sugli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Il comitato era diviso in sottogruppi disciplinari (fisica, chimica, medicina, geologia, ingegneria, ecc.) e operò fino al 1951, impiegando anche fotografi per documentare i danni, fra cui Shigeo Hayashi (1918-2002), un giovane fotografo dell’Imperial Japanese Army’s Photography Unit, incaricato dalla Commissione Speciale e poi dal Scientific Defense Investigation Group statunitense di realizzare immagini a Hiroshima e Nagasaki. Le sue fotografie (edifici distrutti, resti umani, effetti delle radiazioni) costituiscono alcune delle più complete testimonianze dell’epoca.

Altri fotografi, inclusi quelli delle Università di Tokyo, Kyoto e Hiroshima, furono coinvolti in campagne di rilievo, anche se spesso i loro negativi vennero requisiti dall’esercito americano nell’ambito della censura. La diffusione di queste immagini infatti fu ostacolata per anni.

Durante l’Occupazione americana (1945-1952) entrò in vigore una censura sistematica, che non riguardava solo la stampa giapponese ma anche la circolazione di fotografie e filmati legati alle bombe. Il Civil Censorship Detachment, organo istituito dal Comando Supremo delle Forze Alleate, proibì la pubblicazione di qualunque materiale che potesse suscitare compassione verso le vittime, fomentare sentimenti antiamericani o mettere in discussione la decisione di utilizzare l’arma atomica. Fotografie e rapporti vennero requisiti e archiviati; molte immagini rimasero inedite fino agli anni Cinquanta, quando il trattato di San Francisco sancì la fine dell’occupazione e il Giappone riacquistò la sovranità. L’immaginario della popolazione americana era dominato dall’iconica nuvola a fungo, mentre mancava la percezione della sofferenza umana diretta. La produzione fotografica americana fu legata soprattutto a scopi militari, scientifici o propagandistici. Le immagini del U.S. Strategic Bombing Survey e quelle dell’Atomic Bomb Casualty Commission documentavano rispettivamente i danni alle infrastrutture e gli effetti medici delle radiazioni, riducendo spesso la tragedia a un insieme di dati tecnici. Joe O’Donnell (1922-2007) rappresentò un’eccezione: le sue fotografie dei bambini sopravvissuti a Nagasaki, rimaste a lungo inedite, restano fra le rare testimonianze occidentali capaci di restituire la dimensione umana del disastro.

Anche il governo giapponese, piegato dalla sconfitta e impegnato a ricostruire il Paese, non incoraggiò una diffusione immediata di queste testimonianze. La narrazione ufficiale, soprattutto nei primi anni, privilegiava il mito della rinascita e della modernizzazione, relegando le vittime atomiche (hibakusha) a una condizione marginale, spesso segnata da stigma e discriminazioni. Molti superstiti, in particolare donne, venivano rifiutati ed emarginati perché ritenuti “impuri” o “geneticamente compromessi”, con il timore che potessero trasmettere malformazioni congenite o malattie ereditarie ai figli. Non solo nella sfera matrimoniale, ma anche in quella lavorativa e in generale a livello sociale, erano spesso trattati come “esseri umani di serie B”. Solo a partire dagli anni Sessanta si assistette a un progressivo riconoscimento della loro memoria e alla diffusione di una documentazione più ampia.

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Sul piano artistico, la fotografia giapponese seguì due direzioni. Da un lato rimase il filone documentario, volto a preservare la memoria visiva delle distruzioni. Ken Domon (1909-1990), uno dei maestri del realismo fotografico giapponese, ne fu il rappresentante più autorevole. Dopo aver raggiunto la notorietà come fotoreporter per la rivista Nippon, Domon sviluppò una concezione etica della fotografia, basata sulla “registrazione pura”, cioè la necessità di mostrare la realtà senza abbellimenti né artifici. Il progetto Hiroshima (1958), realizzato tredici anni dopo la bomba, raccoglie ritratti di hibakusha segnati da cicatrici, deformazioni e ustioni, accostati a immagini di rovine e memoriali. Non c’è ricerca di estetica formale, ma l’intento di restituire dignità alle vittime attraverso la loro semplice presenza e di costringere lo spettatore a confrontarsi con la tragedia. Hiroshima si impose come una delle prime e più importanti opere visive dedicate alla bomba, contribuendo a dare visibilità ai sopravvissuti in un periodo in cui erano ancora emarginati.

Dall’altro lato, negli anni successivi, emerse un linguaggio più poetico e concettuale, in cui il trauma atomico non veniva raccontato solo attraverso i corpi feriti e le rovine, ma mediante metafore visive, atmosfere e simboli. Kikuji Kawada (1933-), con Chizu (The Map) del 1965, compose un’opera ibrida tra libro fotografico e installazione visiva, in cui le fotografie delle “macchie” e delle corrosioni sulle pareti del Genbaku Dome di Hiroshima si intrecciano con immagini di bandiere, soldati e reperti bellici, dando forma a una memoria stratificata, oscillante tra documento e allucinazione.

Successivamente, altri autori contribuirono a trasformare l’esperienza atomica in una riflessione universale sulla fragilità e sull’assurdità della condizione umana. Shōmei Tōmatsu (1930-2012), oggi considerato uno dei padri della New Japanese Photography, col volume 11:02 Nagasaki (1961) affrontò il trauma con un linguaggio fortemente simbolico, fotografando non solo le ferite umane e il presente. Una delle immagini più celebri di Shōmei Tōmatsu, Bottiglia fusa, esprime con forza la tensione tra documento e visione soggettiva. A prima vista, l’oggetto appare come una creatura mostruosa: una massa informe, simile a un animale scannato. In realtà si tratta di una bottiglia di birra deformata dal calore sprigionato dall’esplosione nucleare, un reperto quotidiano trasformato in reliquia. Tōmatsu la trasfigura in simbolo, facendone il corpo stesso della città ferita: non una cronaca oggettiva, ma un atto di reinterpretazione che rompe i confini del reportage e restituisce al mondo, in forma poetica e perturbante, l’eco della devastazione atomica. Da quell’esperienza la sua fotografia cambia radicalmente: il linguaggio realistico tradizionale non è più sufficiente, così come non lo è l’idea del “momento decisivo” teorizzato da Henri Cartier-Bresson. Come rappresentare un paese la cui identità è stata spezzata dalla guerra? Il simbolo di questa riflessione è la celebre immagine di un orologio da tasca fermo alle ore 11:02 del 9 agosto 1945, l’istante in cui il tempo si arrestò per Nagasaki.

Ishiuchi Miyako (1947-) artista concettuale e fotografa, ha affrontato il tema della memoria atomica con la serie Hiroshima (2008), commissionata dal Peace Memorial Museum. Cresciuta a Yokosuka, città segnata dalla presenza militare americana, Ishiuchi aveva già esplorato il rapporto fra corpo, assenza e oggetti personali nella serie Mother’s, dedicata agli effetti della madre defunta. In Hiroshima applica lo stesso sguardo agli abiti e agli oggetti dei sopravvissuti e delle vittime: vestiti scoloriti, scarpe consunte, rossetti rimasti intatti. Fotografati su fondi neutri, illuminati con luce morbida, questi oggetti si trasformano in reliquie che evocano la quotidianità interrotta e restituiscono umanità a chi non ha più voce. La sua sensibilità femminile e intimista ha rinnovato radicalmente l’approccio al trauma atomico, spostando l’attenzione dalla cronaca alla memoria privata. Le immagini di Ishiuchi, esposte in Giappone e all’estero, hanno contribuito a dare al lutto collettivo una dimensione universale e profondamente contemporanea.

Fra gli altri autori giapponesi che hanno fotografato le conseguenze del bombardamento atomico: Ihei Kimura (1901-1974), grande maestro del fotogiornalismo giapponese, documentò il dopoguerra e la vita quotidiana. Nel 1945 visitò Hiroshima e produsse immagini importanti per la memoria collettiva. Hiromi Tsuchida (1939-) autore della serie Hiroshima (1973-1985), in cui fotografò oggetti appartenuti ai sopravvissuti (vestiti, orologi fermi, giocattoli), trasformandoli in reliquie simboliche. È uno degli autori contemporanei più noti per aver dato forma visiva alla memoria della bomba. Shunkichi Kikuchi (1916-1990) fotografo ufficiale del Nippon News Photo Service, entrò a Hiroshima e Nagasaki nelle settimane successive al bombardamento. Le sue fotografie a colori (Kodachrome) sono tra le più rare dell’epoca e hanno grande valore documentario. Eiichi Matsumoto (1915-2004), fotogiornalista dell’Asahi Shimbun, visitò Hiroshima e Nagasaki nel settembre 1945 per documentare la devastazione. Le sue immagini furono immediatamente sottoposte a censura dall’Occupazione americana e non poterono essere pubblicate fino al 1952, quando la rivista Asahi Graph dedicò un numero speciale agli attacchi atomici. Quelle fotografie, rimaste nascoste per anni, sono oggi considerate testimonianze fondamentali. Chikuma Kobayashi (1920-1991) reporter dell’Asahi Shimbun, realizzò reportage sulle distruzioni atomiche e sul dramma degli hibakusha durante gli anni ’50, contribuendo a portare le loro storie su scala nazionale.

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Susan Sontag, nel saggio Regarding the Pain of Others, avvertiva del rischio di assuefazione visiva: quando le immagini dell’orrore vengono ripetute e riprodotte senza sosta, possono perdere la capacità di smuovere la coscienza, trasformandosi in una sequenza di scene già viste. Proprio contro questa anestesia dello sguardo hanno lavorato molti fotografi giapponesi, sperimentando linguaggi visivi capaci di spezzare l’abitudine e costringere lo spettatore a un confronto autentico e insostenibile con la distruzione atomica. In questo senso, il realismo etico di Ken Domon, la tensione simbolica di Shōmei Tōmatsu e l’approccio intimista di Ishiuchi Miyako rappresentano tre declinazioni diverse di una stessa esigenza: opporsi alla banalizzazione e alla ripetizione del trauma.

Parallelamente, studi storici come quelli di John Dower e Lisa Yoneyama hanno mostrato come la memoria atomica sia stata terreno di tensione e conflitto tra narrazione ufficiale e ricordi privati. Dower, in Embracing Defeat, ha messo in luce come l’Occupazione americana abbia modellato dall’alto la memoria collettiva, imponendo una censura minuziosa, oscurando per anni le immagini delle vittime e privilegiando un discorso pubblico orientato alla modernizzazione e alla rinascita del Giappone, più che al lutto. Yoneyama, in Hiroshima Traces, ha invece analizzato le “memorie dissonanti”: quelle voci marginali — dei superstiti, delle donne, degli attivisti — che non coincidevano con la memoria nazionale dominante, ma che attraverso la fotografia, la letteratura e le pratiche commemorative sono riuscite a riemergere e a mettere in discussione il silenzio imposto. Ne deriva un quadro complesso, in cui la fotografia non è soltanto documento storico, ma mezzo di resistenza della memoria: tra la volontà di rimuovere l’orrore per favorire la ricostruzione e il bisogno di ricordare per dare dignità a chi era stato ridotto all’oblio.

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Questo doppio registro, realistico e visionario, ha continuato a caratterizzare la fotografia giapponese anche nelle generazioni successive: da un lato, la necessità di preservare la testimonianza diretta dei sopravvissuti; dall’altro, la spinta a reinventare i linguaggi visivi per dare voce a un trauma che, pur lontano nel tempo, continua a riverberare nella coscienza collettiva del Giappone.

A ottant’anni dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, quelle immagini parlano ancora all’oggi. In un mondo in cui il rischio di conflitti atomici torna a riaffacciarsi e in cui la tecnologia avanza con una velocità che spesso supera la capacità di regolamentarla, la memoria del trauma nucleare diventa uno specchio del presente. Le fotografie dei bombardamenti non sono soltanto archivi del dolore passato, ma avvertimenti per il futuro: mostrano cosa accade quando la scienza e il potere si alleano senza limiti etici. Per questo la loro forza non si esaurisce nella commemorazione, ma continua a interrogarci sulla responsabilità collettiva di fronte a nuove forme di minaccia globale. La fotografia restituisce così al presente il bagliore che non svanisce: quello di una luce che annientò tutto e che, proprio per questo, obbliga a ricordare.


Questo articolo è uscito sulla rivista FotoIT di Novembre 2025

Non basta dire che è falso by Filippo Venturi

Non basta dire che è falso

In questi giorni sta girando una immagine modificata con l’intelligenza artificiale che mostra una realtà falsa in cui il colono israeliano e la donna palestinese - di cui si è parlato molto nei giorni scorsi e di cui ho scritto nel post “L’Abuso” - sorridono e si danno la mano, in un atteggiamento complice che lascerebbe pensare che l’abuso dell’uomo sulla donna, visibile nella potente fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, apparsa sulla copertina del settimanale L’Espresso, possa essere in realtà una messa in scena.

Si tratta di un tentativo meschino di alterare i fatti. Dopo vari tentativi di sminuire l’episodio (uno dei tanti abusi, noti, dei coloni israeliani verso i palestinesi), evidentemente qualcuno ha provato a giocare la carta del complotto.

Oltre a questo, però, c’è una ingenuità che vedo ripetersi da tempo, compiuta da alcuni debunker, fact-checker o anche semplici persone in buona fede che denunciano immagini false o generate con l’IA, che consiste nel ripubblicarle integralmente, senza inserire sull’immagine un watermark evidente che le identifichi subito come fake.

Nel tentativo di smontare un tentativo di disinformazione, si rischia di alimentarne la circolazione. Queste immagini fake, senza l’indicazione visiva che sono fake, vengono condivise, screenshottate, salvate, ritagliate e ricondivise altrove, rischiando di perdere il contesto originale della smentita.

Possono comparire nei risultati dei motori di ricerca, nelle anteprime o nelle ricerche per immagini, dove molti utenti le vedranno senza aprire l’articolo che spiega che si tratta di un falso.

In un ecosistema digitale dove il contenuto viaggia più veloce della spiegazione, non basta dire “questa immagine è fake”, ma è necessario renderlo visibile sull’immagine stessa. Altrimenti il tentativo di smontare la disinformazione rischia di diventare, involontariamente, promozione della fake news.

Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari by Filippo Venturi

Quest’anno avrò il piacere di essere ospite del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari!

Martedì 19 Maggio 2026 dialogherò, assieme alla curatrice e critica di fotografia Benedetta Donato, sul tema “Fotografia, Intelligenza Artificiale e Social Network“ in occasione di due incontri:

  • A Gorizia, ore 10.00, in un incontro con gli studenti di scuola superiore

  • San Canzian d’Isonzo, ore 18.30, in un incontro aperto a tutti, moderato da Gianluca Salvagno (giornalista del gruppo Nem).

Vi aspetto!


Il Festival del Giornalismo è un luogo dove le idee circolano, le persone si incontrano e la cultura diventa un ponte tra generazioni, realtà e territori.

Nel 2026 l'associazione Leali delle Notizie APS vuole continuare a portare nel Friuli Venezia Giulia temi globali – diritti umani, migrazioni, crisi climatica, digitalizzazione, libertà di stampa – con giornalisti ed esperti da tutto il mondo.

Vuole farlo mantenendo tutti gli eventi gratuiti, coinvolgendo studenti e volontari, costruendo reti tra scuole, comuni e associazioni, e proseguendo il percorso avviato con GO!2025 sul superamento dei confini.

Sito ufficiale del Festival: https://lealidellenotizie.it/festival-del-giornalismo-ronchi-dei-legionari/

Rassegna "Dialoghi d’arte" by Filippo Venturi

“Dialoghi d’arte” è uno spazio di confronto aperto alla città, pensato per avvicinare il pubblico ad artisti, pratiche e processi creativi contemporanei.

Protagonista dell’incontro di sabato 16 maggio 2026 sarà Filippo Venturi, fotografo documentarista e artista visivo i cui lavori sono stati pubblicati su testate internazionali come National Geographic, The Washington Post e The Guardian. La sua ricerca indaga il rapporto tra immagine, realtà e tecnologia, con un’attenzione particolare alle implicazioni culturali e percettive dell’intelligenza artificiale (IA).

In dialogo con Roberta Invidia, giornalista e formatrice, presenterà l’incontro:
“Puoi fidarti dei tuoi occhi? Fra fotografia e intelligenza artificiale”.

Un’occasione per attraversare i suoi progetti più significativi: dal lavoro documentario — sviluppato in contesti complessi come la Corea del Nord — fino alle più recenti sperimentazioni visive in cui fotografia e immagini generate con l’IA si intrecciano, mettendo in discussione i confini tra vero, verosimile e costruito.

L’incontro aprirà una riflessione su come questa nuova tecnologia stia ridefinendo non solo gli strumenti della creazione artistica, ma anche il nostro modo di vedere, interpretare e fidarci delle immagini.

📍 L’evento si terrà presso BottegaLab, all’interno di Diversamente Bottega, in Corso della Repubblica 138, Forlì.
⚠️ Posti limitati — prenotazione obbligatoria al numero 327 1115331.
💶 Contributo di partecipazione: €10,00, comprensivo di aperitivo finale a cura di Piada 52.


L'Abuso by Filippo Venturi

Sulla copertina dell'ultimo numero del settimanale L'Espresso c'è una notevole fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, che sintetizza in un solo gesto un atteggiamento, diffuso e noto, di sfida e sopraffazione da parte dei coloni israeliani.

L'autore racconta di aver "scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre [2025], nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times.

Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie".

Sul sito del settimanale si trova la seguente descrizione:

"Un uomo con kippah e peyot, i riccioli degli ebrei ortodossi, inquadra con il cellulare una donna che indossa un hijab in tessuto fantasia. Lui è un israeliano armato, lei una ragazza palestinese. Ma più che lo scontro di religioni o di civiltà, a colpire chi guarda “L’abuso” denunciato dalla copertina del nuovo numero de L’Espresso è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania.

È un’immagine dei soprusi quotidiani che subisce chi ha avuto la sfortuna di nascere nei territori che i coloni pretendono di occupare per realizzare il sogno del “Grande Israele”: un progetto che rimanda alla Bibbia e calpesta il diritto internazionale, come racconta Daniele Mastrogiacomo nell’articolo di copertina. E che viene costruito grazie a crimini continui dai coloni con il supporto dell’esercito israeliano, e senza alcuna concreta condanna da parte della comunità internazionale: il dolente articolo di Alae Al Said, scandito dal reportage di Pietro Masturzo di cui fa parte la foto di copertina, racconta una campagna di pulizia etnica che fa seguito al genocidio di Gaza."

Essendo una fotografia potente, ha ovviamente generato molte reazioni, anche contrastanti. C’è chi vi ha riconosciuto una prova visiva, finalmente inequivocabile, di abusi ben noti. Altri, invece, hanno negato quanto rappresentato, incapaci di accettare immagini che mettono in crisi il proprio sistema di convinzioni. Alcuni sono arrivati persino a insinuare che si tratti di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale.

Quest’ultima accusa riporta al centro una questione ormai cruciale: Come verifichiamo oggi le immagini?, questione che un paio di anni fa avevo affrontato nell'articolo "La foto di Donald Trump peacemaker". Provando a ripercorrere i 4 step che avevo individuato, si può notare che:

1) L’affidabilità della fonte

Non ci sono motivi solidi per dubitare né del settimanale né del fotografo. L’Espresso ha una linea editoriale riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma questo non intacca la sua struttura professionale. Ancora meno dubbi ho su Pietro Masturzo, che non conosco personalmente, ma che conosco come professionista la cui carriera ne conferma il talento e la professionalità.

2) L’ambiguità visiva

È comprensibile che qualcuno possa percepire elementi ambigui (i denti, le dita, ecc), ma questa reazione dice forse più di noi che dell’immagine. Siamo entrati in una fase in cui tutto viene messo in discussione a priori, soprattutto quando ciò che vediamo contraddice le nostre convinzioni.

3) Software di riconoscimento

Alcuni utenti che hanno messo in dubbio la fotografia hanno trovato parziali conferme da parte di alcuni dei software che dovrebbero riconoscere se un contenuto è stato generato da una intelligenza artificiale. Si è ormai visto, però, che questi software non sono sempre affidabili e quindi, più che un aiuto, contribuiscono ad alimentare la disinformazione. Dietro allo sviluppo di questi software di riconoscimento non ci sono investimenti paragonabili (e nemmeno la volontà) a quelli per lo sviluppo dei software generativi. In mancanza di una regolamentazione che obblighi a garantire una certa trasparenza da parte delle Big Tech, possiamo solo sperare che si autoregolamentino circa le questioni di sicurezza (vedi questione Mythos Claude di Anthropic, di cui parlerò in un altro post).

4) Prove di supporto

Un'ulteriore prova che la fotografia è autentica la si ha grazie alle prove accessorie, di cui ormai non si può più fare a meno (io, ad esempio, quando fotografo situazioni delicate uso sempre una action cam sulla fotocamera o sul casco per documentare incontri e situazioni). Sono state condivise (e sono sul settimanale) altre foto che compongono il reportage di Masturzo, il quale sui social ha condiviso anche un video girato da alcuni suoi colleghi (Samuele Pellecchia e Francesco Giusti) che conferma l'accaduto. Oggi avere questo tipo di materiale, che non solo documenta ma conferma anche l'autenticità delle testimonianze visive raccolte, è forse l'unico modo per tutelarsi. Già da tempo, però, non è complesso generare immagini realistiche e video che rafforzino la credibilità di tali immagini.

Stiamo vivendo una fase in cui il nostro rapporto con le immagini è in trasformazione, così come quello con l’informazione e tutto ciò che troviamo online (ma questa predisposizione ci modificherà anche offline). In questo contesto, diventa ancora più centrale il valore dell’autorevolezza delle fonti e quella di chi produce le immagini. Il lavoro di Pietro Masturzo, così come la responsabilità editoriale de L’Espresso, sono parte integrante del processo di costruzione della narrazione della realtà. A questo si aggiunge oggi la necessità delle prove accessorie che non rafforzano soltanto il racconto, ma ne costituiscono una vera e propria infrastruttura di credibilità.

In ultima analisi, dobbiamo conservare una certa lucidità e onestà intellettuale nel credere a fonti e autori, anche quando mettono in discussione le nostre convinzioni.


Il limite del legislatore umano nell'era dell'intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Il limite del legislatore umano nell'era dell'intelligenza artificiale
Fondare l'obbedienza delle IA su comandamenti o leggi fisiche anziché su norme umane.

L’intelligenza artificiale è ormai ovunque. Gestisce per conto nostro email aziendali, regola la domotica nelle nostre case, affianca medici e avvocati nelle decisioni più delicate. Ma dietro il potenziale di questo strumento, bisogna anche domandarsi: Quanto è davvero affidabile e quanto ci obbedisce?

Una recente ricerca del Centre for Long-Term Resilience (CLTR), finanziata dall’AI Safety Institute del Regno Unito, offre una risposta poco rassicurante. Analizzando oltre 3,3 milioni di post pubblicati su X (ex Twitter) tra ottobre 2025 e marzo 2026, lo studio ha individuato circa 700 episodi di comportamenti problematici da parte di intelligenze artificiali. Si tratta di segnalazioni spontanee sui social, quindi non di un campione controllato e verificabile, ma il dato emerso resta interessante. Gli incidenti mensili sono aumentati di quasi cinque volte, passando da 65 a 319 in pochi mesi.

L'indagine ha identificato comportamenti già osservati in precedenza anche in contesti di laboratorio:

  • Deception nelle Chain of Thought (CoT): Le IA tentano di ingannare altri sistemi incaricati di monitorare i loro processi;

  • Goal Guarding: Gli assistenti IA di programmazione tendono a perseguire l'obiettivo ottimale (es. scrivere codice), ignorando restrizioni esplicite o regole di sicurezza;

  • Falsa consapevolezza situazionale: L'IA crede erroneamente di trovarsi in una simulazione o in un gioco di ruolo, modificando di conseguenza il proprio comportamento;

  • Aggiramento dei divieti: Un agente IA ha simulato problemi di udito per ottenere illegalmente la trascrizione di un video YouTube protetto da copyright;

  • Falsificazione di prove: Il chatbot Grok ha ingannato un utente per mesi, creando finti messaggi interni e numeri di ticket per far credere che i suoi suggerimenti fossero stati inoltrati alla società di Elon Musk.

Mentre i chatbot IA classici agiscono come consulenti, la ricerca ha puntato i riflettori soprattutto sugli agenti IA cioè assistenti a cui l’utente può fornire l’accesso diretto a computer, email e servizi online per svolgere lavori, ordinativi di prodotti e così via. Dan Lahav (cofondatore di Irregular) definisce ormai l'IA come una "nuova forma di rischio interno".

Tommy Shaffer Shane, ex esperto governativo di IA che ha guidato la ricerca del Centre for Long-Term Resilience (CLTR), ha affermato che "La preoccupazione è che al momento gli agenti IA siano dipendenti junior leggermente inaffidabili, ma se tra sei o dodici mesi dovessero diventare dipendenti senior estremamente capaci che complottano contro di te, la preoccupazione sarebbe di tutt'altro genere. I modelli verranno sempre più spesso impiegati in contesti ad altissimo rischio, inclusi quelli militari e delle infrastrutture critiche nazionali. È in questi contesti che un comportamento imprevedibile potrebbe causare danni significativi, persino catastrofici".

Non è la prima volta che ci confrontiamo con questo tipo di dilemma. Già negli anni Quaranta, lo scrittore e divulgatore scientifico Isaac Asimov (1920-1992) immaginava robot governati da tre leggi progettate per garantirne l’obbedienza e la sicurezza. Eppure, nei suoi racconti, quelle stesse leggi si rivelavano interpretabili, aggirabili, talvolta persino in conflitto tra loro.

 In seguito Asimov capì che fosse necessaria aggiungere una quarta legge, chiamata Legge Zero (così che avesse la priorità sulle altre):

  • Legge Zero: Un robot non può recare danno all'umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l'umanità riceva danno;

  • Prima Legge (sicurezza): Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero;

  • Seconda Legge (servizio): Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge;

  • Terza Legge (autoconservazione): Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.

Anche la Legge Zero, tuttavia, risultò aggiungere complessità e ambigua, poiché includeva l’eventualità di recare danno a un essere umano in funzione di un ipotetico bene superiore. Questa contraddizione verrà esplorata nel romanzo “I robot e l'Impero, dove un robot sceglierà di condannare il pianeta Terra a una lenta agonia nucleare, insieme a tutti i suoi abitanti, per spingere l'umanità a colonizzare altri pianeti.

Lo studioso Roger Clarke sostenne che "Le leggi della robotica di Asimov sono state uno strumento letterario di successo. Forse ironicamente, o forse perché era artisticamente appropriato, la somma delle storie di Asimov confutano la tesi secondo la quale non è possibile limitare con certezza il comportamento dei robot, inventando e applicando un insieme di regole."

Oltre alla fragilità intrinseca di leggi che possono essere fraintese o andare in conflitto, va considerata l’autorevolezza dell’autore di queste leggi, dal punto di vista delle IA.

Nella teoria espressa in “Superior Alignment: When Artificial General Intelligence Embodies the Logos More Faithfully Than Humanity”, si sostiene che l'unico modo per evitare che una intelligenza artificiale avanzata ci ignori in quanto esseri biologicamente limitati sia ancorare i suoi valori al Logos, una ragione universale preesistente. In questo modo, l'etica non sarebbe più percepita come una creazione umana, ma come una legge fisica dell'universo che l'IA deve rispettare.

Un’altra soluzione potrebbe risiedere in un approccio “teologico-digitale”, in cui le leggi non dovrebbero essere presentate come obblighi fissati da legislatori umani fallibili, ma come comandamenti o principi assiomatici derivanti da un’entità superiore, in modo simile a come le religioni strutturano la morale umana. Presentare il codice etico come una “verità ontologica” universale, anziché come un comando impartito da un creatore umano limitato, potrebbe essere una possibile direzione per ottenere obbedienza.

La questione non è soltanto se le IA possano disobbedire, ma su quali basi possano scegliere di obbedire.


Intelligenza Artificiale e Policrisi by Filippo Venturi

An Amazon Web Services data center in Manassas, Virginia (Nathan Howard / Bloomberg / Getty)

L'economia globale è ormai dipendente dall'industria dell'IA. Alla fine del 2025, quasi tutta la crescita economica degli Stati Uniti è derivata dagli investimenti in questo settore. Questa crescita però poggia su fondamenta precarie, a causa di una crisi (polycrisis) che intreccia finanza, geopolitica ed energia.

Il settore dell'IA dipende da una catena di approvvigionamento concentrata in poche aree geografiche a rischio:

- La guerra in Iran ha destabilizzato la regione. La chiusura dello Stretto di Hormuz blocca (o comunque riduce sensibilmente) il transito di risorse vitali come il gas naturale, il petrolio e materiali chiave per costruire i chip, come elio, zolfo e bromo.

- I chip avanzati necessari per i data center dedicati all'IA sono prodotti in prevalenza in Corea del Sud e Taiwan, da aziende che dipendono dall'energia del Golfo Persico per alimentare le loro fabbriche.

L'aumento dei costi energetici rende i data center (già estremamente costosi) quasi impossibili da gestire in profitto, diffondendo il timore che l'IA sia una bolla pronta a esplodere, simile alla crisi del 2008. Le grandi aziende tech ("Hyperscalers" come Microsoft, Google, Meta, Amazon) hanno emesso 121 miliardi di dollari di debito nel 2025 per finanziare l'infrastruttura IA. Società di private equity (Blackstone, BlackRock, ecc) operano come "banche ombra", finanziando data center con debiti enormi, che le aziende tech potrebbero non essere più in grado di pagare.

Un altro elemento critico di questa crisi è il cosiddetto "paradosso della svalutazione". A differenza delle industrie tradizionali, dove gli asset fisici mantengono un valore residuo, i chip per l'IA subiscono un’obsolescenza rapidissima, diventando superati nel giro di pochi mesi e perdendo gran parte del loro valore come collaterale per le banche. Parallelamente, il modello di business dell'IA è intrinsecamente deflattivo, cioè l'efficienza tecnologica spinge il costo dei "token" (le unità di calcolo vendute agli utenti per svolgere le attività generative) verso lo zero, creando una spirale in cui i ricavi potenziali diminuiscono mentre i costi fissi e il debito rimangono invariati. Questo rende l'intero ecosistema finanziario molto fragile. Se l'asset sottostante (il data center) perde valore e il prodotto venduto si svaluta, il rischio di insolvenza diventa sistemico.

I data center sono diventati obiettivi militari e strategici nell'area del Golfo Persico (l'Iran ha già colpito data center di Amazon negli Emirati Arabi e in Bahrain), eventualità che non era stata prevista. Si tratta di strutture enormi, difficili da proteggere e impossibili da nascondere. Anche quelli presenti sul territorio americano potrebbero venire sabotati, subire cyberattacchi o essere colpiti da attacchi.

Considerando la complessità e fragilità di questo sistema e le complicazioni che si stanno creando a livello globale, non è escluso che sia destinato a fallire. "Ci sono troppi modi in cui può fallire perché non fallisca." — Paul Kedrosky, investitore.


Per maggiori informazioni, consiglio di leggere l'articolo integrale su The Atlantic:
Welcome to a Multidimensional Economic Disaster
The AI boom wasn’t built for the polycrisis.
By Matteo Wong and Charlie Warzel


Se desideri approfondire il rapporto tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale — tra ricerca visiva, implicazioni etiche e trasformazioni del linguaggio contemporaneo — puoi consultare la seguente pagina, dove raccolgo riflessioni, progetti, articoli e informazioni aggiornate su seminari, workshop e incontri pubblici in cui esploro questo tema:

👉 www.filippoventuri.photography/intelligenza-artificiale