Il Nepal e l’alluvione di video generati con IA by Filippo Venturi

Edifici travolti dall'esondazione a Nuwakot, in Nepal, il 27 agosto 2026 (REUTERS/Navesh Chitrakar)

L’enorme alluvione che il 26 agosto ha colpito la valle del fiume Bhote Koshi, nella regione himalayana del Nepal al confine con il Tibet, è una tragedia enorme, con un bilancio ancora in aggiornamento di morti, dispersi e feriti, oltre alla distruzione di case e interi villaggi.

In questi giorni mi è capitato di vedere diversi video che documentavano quanto accaduto. Ancora più spesso mi è capitato di imbattermi in video falsi generati con l’intelligenza artificiale. Non mi è chiaro lo scopo degli autori. A naso potrei ipotizzare la volontà di attirare interazioni sui social network, attraverso stratagemmi ignobili.

Il fenomeno della disinformazione, naturalmente, esisteva già prima dell’intelligenza artificiale. Fotografie decontestualizzate, vecchi video riciclati e immagini manipolate accompagnano da molti anni guerre, elezioni e catastrofi naturali. Quello che sta cambiando è però la scala del fenomeno. Oggi è possibile produrre in pochi minuti un numero potenzialmente enorme di fotografie e video completamente falsi ma sufficientemente credibili da confondersi, almeno durante una visione veloce sui social, con la documentazione autentica.

Nel caso in questione, si è raggiunto un tale livello di saturazione di contenuti falsi, manipolati o decontestualizzati che il governo nepalese ha deciso di incontrare i rappresentanti locali di Meta e TikTok per sollecitare interventi contro quattro categorie di contenuti: video/immagini generati con IA e vecchi contenuti ripresentati come attuali, oltre a immagini cruente e falsi QR code per raccogliere donazioni.

Le piattaforme dispongono già di referenti attraverso i quali il governo può segnalare i post, ma secondo l'autorità nepalese impiegano dalle 24 alle 48 ore a intervenire e quel lasso di tempo è sufficiente a renderli virali, a fare disinformazione e a commettere anche truffe e abusi.

Nell’articolo “In disaster aftermath, Nepal battles a flood of misinformation” (qui il link), pubblicato dal Kathmandu Post, viene raccontata proprio questa seconda catastrofe, quella informativa, che si è sovrapposta alla prima.

Ora, proviamo a immaginare se un fenomeno di questa intensità si verificasse contemporaneamente su più grandi eventi di attualità. Come il referendum in Islanda sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea, alluvioni e grandinate in Italia, gli attacchi con droni e missili in Ucraina, Palestina o Russia, ecc.

Per ognuno di questi eventi potrebbero cominciare a circolare, nel giro di poche ore, decine o centinaia di fotografie e video falsi, mescolati a quelli autentici.

Già oggi, con bias e bolle social, si è visto quanto sia facile dissociarsi dalla realtà, ma nello scenario immaginato sarebbe ancora più semplice perdere completamente la bussola e, con essa, la fiducia nell’informazione.


𝗔 𝘄𝗮𝘃𝗲 𝗼𝗳 𝗔𝗜-𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘁𝗲𝗱 𝘃𝗶𝗱𝗲𝗼𝘀

The devastating flood that struck the Bhote Koshi River valley on 26 August, in Nepal’s Himalayan region along the border with Tibet, is already an enormous tragedy, with the number of dead, missing and injured still being updated, as well as homes and entire villages destroyed.

Over the past few days, I have come across several videos documenting what happened. Even more often, however, I have encountered fake videos generated using artificial intelligence. It is not entirely clear to me what those creating them are trying to achieve. At a guess, I would say it is largely an attempt to attract engagement on social media through particularly disgraceful tactics.

Disinformation, of course, existed long before artificial intelligence. Photographs taken out of context, old videos recycled as current footage and manipulated images have accompanied wars, elections and natural disasters for many years. What is changing, however, is the scale of the phenomenon. Today, it is possible to produce, within minutes, a potentially enormous number of completely fabricated photographs and videos that are nevertheless credible enough to be mistaken, at least during a quick scroll through social media, for authentic documentation.

In this particular case, the saturation of false, manipulated or decontextualised content has reached such a level that the Nepalese government decided to meet local representatives of Meta and TikTok to urge them to take action against four categories of content: AI-generated videos and images, old material presented as current, graphic images, and fake QR codes used to solicit donations.

The platforms already have designated contacts through whom the government can report problematic posts, but according to the Nepalese authorities it can take between 24 and 48 hours for them to act. That is more than enough time for false content to go viral, spread misinformation and also be used for scams and other abuses.

The article “In disaster aftermath, Nepal battles a flood of misinformation” (link in the comments), published by the Kathmandu Post, describes precisely this second disaster: the information disaster that has unfolded on top of the first.

Now imagine if a phenomenon of this intensity were to occur simultaneously around several major news events: the referendum in Iceland on resuming negotiations to join the European Union, floods and hailstorms in Italy, drone and missile attacks in Ukraine, Palestine or Russia, and so on.

For each of these events, within the space of just a few hours, dozens or hundreds of false photographs and videos could begin circulating alongside authentic ones.

Even today, with confirmation biases and social media bubbles, we have already seen how easy it can be to become increasingly detached from reality. In the scenario described above, it would become even easier to lose our bearings completely — and, with them, our trust in information itself.

Sheep in the Box. Il sogno di sottrarre qualcuno alla morte by Filippo Venturi

Ieri ho visto “Sheep in the Box”, il nuovo film di Hirokazu Kore-eda, regista giapponese che apprezzo soprattutto per la sensibilità con cui riesce a raccontare i rapporti familiari.

Pochi giorni fa avevo scritto di un altro suo film, “Father & Son”, soffermandomi in particolare su una scena in cui la fotografia assumeva un ruolo decisivo (per chi è curioso, qui il link).

In quel film due famiglie scoprono, sei anni dopo la nascita dei rispettivi figli, che i bambini sono stati scambiati alla nascita in ospedale. Devono quindi decidere se continuare a vivere con il figlio che hanno cresciuto oppure ricongiungersi con quello biologico. Kore-eda pone una domanda solo apparentemente semplice. Cosa rende qualcuno nostro figlio? Il sangue? La somiglianza? Il tempo trascorso insieme? I ricordi? L'affetto?

Con “Sheep in the Box”, il regista sembra riprendere quella domanda, spostandola in un futuro prossimo e introducendo un elemento nuovo: l'intelligenza artificiale. I coniugi Kōmoto hanno perso il loro figlio Kakeru, di sette anni. Due anni dopo ricevono una proposta da REbirth, un'azienda che offre loro un androide basato sull'intelligenza artificiale, realizzato con le sembianze e la voce del bambino scomparso. La coppia accetta.

In “Father & Son” il regista mostrava che la biologia, da sola, non è sufficiente a definire un figlio. In “Sheep in the Box” sembra suggerire che nemmeno la perfetta riproduzione dell'aspetto e della voce di una persona può essere sufficiente a restituircela.

Una persona non coincide né con il proprio patrimonio genetico né con la propria apparenza, ma è anche (e forse soprattutto) la storia delle relazioni che ha costruito con gli altri.

Nel 2023 ho realizzato “He Looks Like You”, un progetto nel quale ho unito fotografie autentiche e immagini generate con l’IA per rappresentare l’incontro fra mio padre Giorgio e mio figlio Ulisse. Si trattava di false fotografie di famiglia, dato che mio padre è morto cinque anni prima della nascita di mio figlio e quindi i due non si sono mai potuti conoscere. Erano immagini create nel tentativo, attraverso arte e tecnologia, di trovare una forma di consolazione e di accedere a luoghi che nella realtà erano e resteranno irraggiungibili.

Guardando “Sheep in the Box” ho inevitabilmente ripensato a quel lavoro. Kore-eda porta l'esperimento ancora un passo più avanti, immaginando una situazione nella quale la persona scomparsa può tornare presente, occupare nuovamente uno spazio nella casa, abbracciarci e creare nuove esperienze.

Una simulazione può produrre emozioni autentiche senza che ciò che rappresenta sia autentico. Così come le fotografie di “He Looks Like You” sono false, ma non è necessariamente falso quello che provocano in chi le guarda, a partire da me.

Allo stesso modo il Kakeru artificiale non è il bambino morto, ma gli affetti, le paure, la tenerezza o il dolore che genera nei suoi genitori sono reali. Naturalmente i genitori sono al corrente della differenza, ma questa consapevolezza tende rapidamente a sfumare mentre vivono (o rivivono) determinati sentimenti.

Il titolo del film offre una chiave per capirlo. “Sheep in the Box rimanda infatti a “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Quando il Piccolo Principe chiede al pilota di disegnargli una pecora e continua a non essere soddisfatto dei suoi tentativi, il pilota finisce per disegnare semplicemente una scatola, dicendogli che la pecora che desidera si trova al suo interno. E questa operazione viene compiuta dai genitori con l’androide. Sono loro a vederci il figlio dentro.

Quando chiediamo a un software di costruire l'immagine di qualcosa che non è mai accaduto (due familiari che non si sono mai incontrati, un evento mai avvenuto, ecc.) quell'immagine non contiene realmente quel passato. Siamo noi a riempirla.

 “Sheep in the Box” non mi ha però soddisfatto completamente. Il film mette molta carne al fuoco: il lutto, l'identità, la memoria, la famiglia, la sostituibilità delle persone, il rapporto fra uomini e macchine, l'autonomia delle intelligenze artificiali, il confine fra imitazione ed esperienza. Molti di questi elementi non vengono però approfonditi o sviluppati in modo esauriente, almeno per me.

La delicatezza di Kore-eda rimane invece intatta. La tecnologia non viene rappresentata come una minaccia che conquisterà il mondo, né il film sembra particolarmente interessato a stabilire se l'intelligenza artificiale sia buona o cattiva. Kore-eda continua a fare quello che ha sempre fatto nel suo cinema. Osservare una famiglia.

Terminata la proiezione, ne ho discusso a lungo e in modo molto coinvolgente con gli amici con cui ero andato al cinema. Poi ho continuato a pensarci, ho fatto alcune ricerche online e inevitabilmente ho collegato il film ad altre esperienze e riflessioni personali. Ci sono film che terminano insieme ai titoli di coda. In questo caso qualcosa ha continuato a ronzarmi dentro anche dopo.

The Aftermath. Italy's Recent Downburst by Filippo Venturi

Documenting the Downburst at Parco della Resistenza, Forlì, Italy, 21 August 2026.
A visual reportage documenting the severe damage to Parco della Resistenza in Forlì following the powerful downburst that struck the area. The intense straight-line winds uprooted mature trees and altered the landscape of one of the city's main green spaces.


Documentazione del downburst al Parco della Resistenza di Forlì, 21 agosto 2026.
Un reportage visivo che documenta i gravi danni subiti dal Parco della Resistenza di Forlì in seguito al violento downburst che ha colpito la zona. Le intense raffiche di vento rettilineo hanno sradicato alberi storici e modificato il paesaggio di uno dei principali spazi verdi della città.

La fotografia rimossa della partita di calcio a Gaza by Filippo Venturi

Questa fotografia, realizzata dal fotografo Jehad Alshrafi per Associated Press, che ritrae una partita di calcio giocata fra le macerie di Gaza, è stata selezionata ed esposta nel Deauville Sport Images Festival, nato nel 2025 con l'intento di esplorare le molteplici dimensioni dello sport in quanto fenomeno sociale, culturale e artistico.

La didascalia spiegava che si trattava dei giocatori palestinesi del Gaza Sports Club e del club Al-Ahly impegnati in una partita di calcio su un campo risistemato, circondato da edifici distrutti durante le operazioni terrestri e aeree israeliane.

Il 20 agosto però, Sylvain Larcher, esponente locale del Partito socialista, ha constatato che la fotografia, esposta sulla spianata del porto, è stata rimossa e sostituita con un'altra che mostra un altro soggetto.

Contattati dal giornale locale Le Pays d’Auge, gli organizzatori del festival hanno confermato che la fotografia è stata effettivamente sostituita per non urtare la sensibilità di nessuno, in seguito ad alcune richieste. "Non vogliamo entrare nella polemica, né urtare la sensibilità di chicchessia".

Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio e ripetuto di limitazioni alla possibilità di documentare, mostrare e far circolare ciò che accade a Gaza. Dal 2023 l’accesso indipendente alla Striscia è praticamente precluso ai giornalisti internazionali, mentre i reporter palestinesi hanno continuato a lavorare in condizioni estremamente difficili e pericolose. In questo contesto, la rimozione da una mostra europea di una fotografia, già selezionata ed esposta, non per contestazioni sulla sua autenticità o sul suo valore giornalistico ma, secondo gli stessi organizzatori, “per non urtare nessuno”, assume inevitabilmente il significato di un ulteriore atto di censura nei confronti delle immagini e delle testimonianze provenienti da Gaza.

Fonte: "La culture ne doit pas être soumise aux pressions": une photo de sport prise à Gaza retirée d’une expo à Deauville


The removed photograph of the football match in Gaza

This photograph, taken by Jehad Alshrafi for Associated Press and depicting a football match played among the ruins of Gaza, was selected and exhibited at the Deauville Sport Images Festival, founded in 2025 with the aim of exploring the many dimensions of sport as a social, cultural and artistic phenomenon.

The caption explained that it showed Palestinian players from Gaza Sports Club and Al-Ahly taking part in a football match on a reconditioned pitch, surrounded by buildings destroyed during Israeli ground and air operations.

On 20 August, however, Sylvain Larcher, a local representative of the Socialist Party, found that the photograph, displayed on the harbour esplanade, had been removed and replaced with another image showing a different subject.

Contacted by the local newspaper Le Pays d’Auge, the festival organisers confirmed that the photograph had indeed been replaced, following several requests, in order not to offend anyone. “We do not want to get drawn into the controversy, nor do we want to offend anyone.”

This episode forms part of a broader and recurring pattern of restrictions on the ability to document, display and circulate what is happening in Gaza. Since 2023, independent access to the Strip has been effectively denied to international journalists, while Palestinian reporters have continued to work in extremely difficult and dangerous conditions. In this context, the removal from a European exhibition of a photograph that had already been selected and displayed — not because its authenticity or journalistic value had been challenged but, according to the organisers themselves, “in order not to offend anyone” — inevitably takes on the character of a further act of censorship of images and testimony coming from Gaza.

Source: "La culture ne doit pas être soumise aux pressions": une photo de sport prise à Gaza retirée d’une expo à Deauville

La fotografia in Father and Son by Filippo Venturi

Nel film “Father and Son” (2013) c’è una scena molto breve, ma significativa, in cui la fotografia ha un ruolo cruciale.

Il film racconta la storia di due famiglie giapponesi che, a distanza di sei anni, vengono a sapere che i rispettivi figli sono stati scambiati alla nascita in ospedale e devono decidere se continuare a vivere con il figlio che hanno cresciuto oppure scambiarlo con quello biologico.

Nel periodo in cui le due famiglie si conoscono e iniziano a trascorrere del tempo anche con i rispettivi figli biologici emergono dubbi, illusioni e paure. Il tutto viene raccontato con grande delicatezza dal regista Hirokazu Kore-eda, che in molti suoi film torna sul tema della famiglia e, soprattutto, su ciò che realmente crea un legame familiare.

Una delle dinamiche centrali è quella del rapporto di Ryota con Keita, il bambino che ha cresciuto per sei anni. Keita è sensibile, tranquillo, poco competitivo e sembra non rispecchiare le aspettative del padre, che invece comincia a intravedere nel figlio biologico Ryusei alcuni tratti nei quali gli sembra di riconoscersi.

Ryota è un uomo molto concentrato sul lavoro, sul successo e sull’idea che impegno e disciplina possano determinare quasi ogni aspetto della vita. La scoperta dello scambio sembra inizialmente offrirgli anche una spiegazione rassicurante. Forse Keita è così diverso da lui semplicemente perché non è suo figlio biologico.

Nella scena in questione, Ryota scorre alcune fotografie sulla propria macchina fotografica fino a notare immagini che non ricorda di aver mai visto. Sono fotografie scattate da Keita. Il bambino ha fotografato suo padre senza che lui se ne accorgesse, mentre era occupato a fare qualcosa oppure mentre dormiva. Immagini semplicissime e apparentemente insignificanti. La nuca, il corpo addormentato, dettagli della presenza quotidiana di un padre che non sta posando e non sa nemmeno di essere osservato. Ryota continua a guardarle e, improvvisamente, crolla in lacrime.

È uno dei momenti più importanti del film perché, attraverso quelle fotografie, Ryota scopre finalmente il punto di vista di Keita. Fino a quel momento è stato soprattutto lui a osservare e a giudicare il bambino. Ne ha valutato il carattere, le capacità, le somiglianze, chiedendosi quanto potesse davvero considerarlo suo figlio dopo aver scoperto l’assenza di un legame biologico.

Le fotografie capovolgono questa prospettiva. Adesso è Ryota a vedere sé stesso attraverso gli occhi di Keita. E scopre qualcosa che non era riuscito a comprendere osservando il figlio: mentre lui si interrogava sul valore del legame biologico, Keita continuava semplicemente a considerarlo suo padre.

Kore-eda ha spiegato che questa scelta narrativa era intenzionale. Nel film aveva volutamente limitato il punto di vista dei bambini, facendo vivere gran parte della vicenda attraverso lo sguardo degli adulti e soprattutto di Ryota. Ha raccontato che è proprio attraverso quelle fotografie che lo spettatore può finalmente intuire cosa accade dentro Keita.

L’idea di questa scena nasce da un episodio realmente accaduto al regista. Kore-eda ha raccontato che, in un periodo in cui lavorava molto e sentiva di dedicare troppo poco tempo alla figlia, trovò sul proprio cellulare una fotografia che lei gli aveva scattato mentre dormiva. La scoperta lo colpì profondamente. Quell’esperienza personale diventa uno dei passaggi decisivi del film.

Kore-eda sceglie la fotografia per rendere visibile qualcosa che fino a quel momento era rimasto invisibile. Normalmente tendiamo a leggere una fotografia cercando informazioni in ciò che mostra. In questa scena, invece, il suo significato più importante riguarda chi l’ha scattata e ciò che l’ha spinto a farlo.

La fotografia non cambia ciò che è accaduto e non risolve materialmente il dilemma delle due famiglie, ma permette a Ryota di vedere qualcosa che era sempre stato davanti a lui e che, fino a quel momento, non era stato capace di riconoscere. Per Keita, lui era sempre stato suo padre.

In the film “Father and Son” (2013), there is a very brief but significant scene in which photography plays a crucial role.

The film tells the story of two Japanese families who, six years after their sons were born, learn that the children were switched at birth in hospital and must decide whether to continue living with the son they have raised or exchange him for their biological son.

During the period in which the two families get to know each other and begin spending time with their respective biological sons as well, doubts, indecision, illusions and fears emerge. All of this is portrayed with great delicacy by director Hirokazu Kore-eda, who in many of his films returns to the theme of family and, above all, to what truly creates a family bond.

One of the central dynamics is Ryota’s relationship with Keita, the boy he has raised for six years. Keita is sensitive, quiet, not very competitive and does not seem to match his father’s expectations, whereas Ryota begins to glimpse in his biological son Ryusei certain traits that he seems to recognise in himself.

Ryota is a man very focused on work, success and the idea that commitment and discipline can determine almost every aspect of life. At first, the discovery of the switch also seems to offer him a reassuring explanation. Perhaps Keita is so different from him simply because he is not his biological son.

In the scene in question, Ryota scrolls through some photographs on his camera until he notices images he does not remember ever having seen. They are photographs taken by Keita. The boy photographed his father without him noticing, while he was occupied with something or while he was asleep. Very simple and apparently insignificant images. The back of his head, his sleeping body, details of the everyday presence of a father who is not posing and does not even know he is being observed. Ryota keeps looking at them and suddenly breaks down in tears.

It is one of the most important moments in the film because, through those photographs, Ryota finally discovers Keita’s point of view. Until that moment, it has mainly been Ryota who has observed and judged the boy. He has assessed his character, his abilities and the similarities between them, wondering whether he could truly consider him his son after discovering the absence of a biological bond.

The photographs overturn this perspective. Now it is Ryota who sees himself through Keita’s eyes. And he discovers something he had been unable to understand by observing his son: while he was questioning the value of the biological bond, Keita simply continued to regard him as his father.

Kore-eda has explained that this narrative choice was intentional. In the film, he deliberately limited the children’s point of view, allowing much of the story to unfold through the eyes of the adults and, above all, of Ryota. He has said that it is precisely through those photographs that the viewer can finally sense what is happening inside Keita.

The idea for this scene comes from something that actually happened to the director. Kore-eda has recounted that, during a period when he was working a great deal and felt he was spending too little time with his daughter, he found on his mobile phone a photograph she had taken of him while he was asleep. The discovery affected him. That personal experience therefore becomes the heart of one of the film’s decisive passages.

Kore-eda chooses photography to make visible something that, until that moment, had remained invisible. Normally, we tend to read a photograph by looking for information in what it shows. In this scene, however, its most important meaning concerns who took it and what prompted him to do so.

Photography does not change what has happened and does not resolve the dilemma faced by the two families in practical terms, but it allows Ryota to see something that had always been in front of him and that, until that moment, he had been unable to recognise. For Keita, Ryota had always been his father.

Ravenna Football Club and Ronaldinho - Team Presentation by Filippo Venturi

Ravenna FC – Team Presentation

A selection of photographs taken during the official presentation of Ravenna FC, an event that brought together the team, the club and its supporters, with Ronaldinho among the special guests.

The reportage documents the evening through a series of moments from the event, combining images of the main protagonists, the crowd and the atmosphere surrounding the presentation.

Photography: Filippo Venturi
Camera: Canon
Location: Marina di Ravenna, Italy
Date: 20 August 2026
© Filippo Venturi Photography. All rights reserved


Ravenna FC, la presentazione della squadra

Una selezione di fotografie realizzate in occasione della presentazione ufficiale del Ravenna FC, un evento che ha riunito squadra, società e tifosi e che ha visto tra i protagonisti anche Ronaldinho.

Il reportage racconta la serata attraverso alcuni momenti dell’evento, alternando immagini dei protagonisti, del pubblico e dell’atmosfera che ha accompagnato la presentazione.

Fotografie di: Filippo Venturi
Attrezzatura: Canon
Luogo: Marina di Ravenna, Italy
Data: 20 Agosto 2026
© Filippo Venturi Photography. Tutti i diritti riservati

A caccia di aerei by Filippo Venturi

In the evenings, every now and then, we go plane hunting :)
Ulisse takes photos of them, watches them land, and dreams that one day he’ll be the one flying them.
And I take him wherever he wants to go.

La sera, ogni tanto, andiamo a caccia di aerei :)
Ulisse li fotografa, li guarda atterrare e sogna che un giorno sarà lui a pilotarli.
E io lo porto dove vuole.

Migranti di Ceuta e intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Una fotografia senza contesto, una notizia contraddittoria e il sospetto di un'immagine generata dall'IA

In questi giorni in cui sono in ferie, avevo notato un’immagine un po’ sospetta e mi sarei aspettato nei giorni successivi di leggere qualche verifica di fact-checker “noti”, ma non è accaduto.

Il 7 agosto il quotidiano Secolo d’Italia pubblica il seguente articolo:
Schengen, 15 irregolari provenienti dalla Spagna respinti negli aeroporti italiani: i fatti danno ragione al governo”, pubblicando a corredo quella che sembra una immagine d’archivio, con due poliziotti che svolgono dei controlli e la didascalia ”Foto: Ansa / Telenews (1 agosto 2026)”.

La fotografia non presenta particolari anomalie o curiosità, ma l’articolo al suo interno sembra contraddire il titolo perché dice “A riferire questo primo risultato è stata La Verità, facendo riferimento a fermi avvenuti in cinque diversi aeroporti: Linate, Malpensa, Bologna, Torino e Orio al Serio“. Non sono riuscito a reperire l'articolo originale de La Verità, quindi non posso verificare direttamente il contesto e la formulazione della notizia, ma l’aspetto più importante è che si tratta di fermi avvenuti in 5 aeroporti diversi, cosa che sarà importante in seguito.

In seguito l’articolo dice “Si tratta di extracomunitari privi di un permesso per circolare nel territorio italiano. Non è stato ancora possibile stabilire se fra questi 15 stranieri irregolari ci fossero anche immigrati passati dall’enclave spagnola in Africa“, il che fa dubitare sulla correttezza del titolo.

La notizia è stata condivisa su Facebook dalla pagina ufficiale di Fratelli d’Italia, utilizzando una immagine che mostra 13 migranti fermati da 4 poliziotti.

L’immagine presenta alcune anomalie:
1) L’immagine è priva di didascalia o comunque di un testo che la contestualizzi.
2) La scritta Polizia sulla schiena del poliziotto al centro sembra deformata, così come la scritta subito sotto, ricordando alcuni difetti tipici delle immagini generate con intelligenza artificiale (IA).
3) Anche l'abbigliamento dei presenti appare, a prima vista, poco compatibile con le temperature del periodo; si tratta tuttavia di un elemento secondario, così come altri dettagli presenti.
4) Se i 15 respingimenti sono avvenuti in cinque aeroporti diversi, non è però possibile stabilire che le 13 persone mostrate nell’immagine corrispondano a una parte di quei 15 casi. In assenza di una didascalia o di una fonte che identifichi l'immagine, il collegamento con la notizia rimane quindi non dimostrato.

Ci sono quindi vari livelli in cui questa notizia presenta delle criticità:
1) La notizia non dimostra che i 15 respinti provenissero da Ceuta — Prendendo per buona la notizia dei 15 fermi, è il quotidiano stesso a dire che non è stato possibile verificare quanti di questi 15 migranti provenissero da Ceuta. Appare un po’ affrettato quindi riconoscere dei meriti al governo circa la temporanea sospensione della libera circolazione Schengen nei collegamenti con la Spagna, senza dati verificati.
2) L’immagine non è contestualizzata e non viene fornita una fonte — L’immagine usata su Facebook da Fratelli d’Italia (e che non ho trovato altrove, se non dagli utenti che l’hanno condivisa partendo dal post Facebook) solleva qualche dubbio: prima di tutto non è presentata con una didascalia o descrizione, ma è semplicemente accostata alla notizia dei 15 fermi, lasciando quindi pensare che sia relativa a quell’evento. Il problema però è che presenta alcune anomalie tipiche dell’IA, come la scritta POLIZIA deformata e il testo subito sotto.
3) L'ipotesi IA — A parere personale, potrebbe essere una fotografia scelta da un altro contesto oppure, più probabilmente, l’ennesimo caso di immagine generata utilizzata a scopo illustrativo di un evento realmente accaduto (i 15 fermi, ma la notizia stessa si contraddice fra titolo e articolo, non rendendo possibile trarre conclusioni sicure), ma scelta o costruita in modo da risultare più efficace sul piano comunicativo e più persuasiva nei confronti del pubblico. Una immagine fotografica apocrifa (di cui avevo già parlato qui).

Immagine condivisa sulla pagina Facebook di Fratelli d’Italia, che riprende la notizia del quotidiano Secolo d’Italia

Pagina del quotidiano Secolo d’Italia, che usa una fotografia Ansa a corredo dell’articolo.

La distanza necessaria. Fotogiornalismo, documentazione e l'equilibrio tra prossimità, verifica e indipendenza by Filippo Venturi

Nel dibattito contemporaneo, soprattutto dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, l’attenzione si concentra spesso sull’autenticità delle immagini. È una fotografia reale? È stata manipolata? Quello che vediamo era davvero davanti all’obiettivo?

Ma una fotografia può essere perfettamente autentica e, allo stesso tempo, raccontare un avvenimento in modo parziale, fuorviante o propagandistico.

Il fotogiornalismo non dipende soltanto da ciò che appare nell’immagine, ma dal processo che l’ha prodotta: verifica delle informazioni, conoscenza del contesto, accuratezza delle didascalie, trasparenza, indipendenza dalle fonti e dagli interessi coinvolti.

C’è poi un problema più profondo: la progressiva riduzione di quell’infrastruttura editoriale fatta di photo editor, redazioni, fact-checker e confronto professionale che un tempo accompagnava il lavoro del fotografo.

Oggi molti freelance sono contemporaneamente autori, ricercatori, produttori, editor e promotori del proprio lavoro. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso. Nessun lavoratore del mondo dell'informazione, per quanto lucido, è immune a bias e bolle social.

Nell’articolo seguente provo ad approfondire questi temi e a ragionare sui confini, sempre più sottili, tra fotografia documentaria, fotogiornalismo, visual storytelling, intrattenimento e lavori commissionati. Contenuti prodotti con finalità, metodi e responsabilità differenti, ma che circolano negli stessi spazi online e possono apparire agli occhi del pubblico come equivalenti.


Questo testo nasce da una serie di riflessioni sullo stato contemporaneo del fotogiornalismo e prende spunto, fra gli altri, dall’articolo di Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, pubblicato su Kaptur nell’aprile 2026 (1). La domanda alla base è “Che cosa rende una fotografia un atto giornalistico?”

Di fronte alla diffusione delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, che ormai convivono con la fotografia tradizionale, soprattutto in ambito commerciale e pubblicitario, penetrando però anche nel settore dell’informazione — fenomeno di cui ho parlato nel mio articolo Immagini fotografiche apocrife (2) — gran parte della discussione si concentra sull’autenticità dell’immagine: se sia una fotografia realmente scattata, se sia stata manipolata, se gli elementi che vediamo fossero effettivamente davanti alla macchina fotografica, ecc.  Sono questioni fondamentali, ma non esauriscono il problema.

Una fotografia può essere perfettamente autentica dal punto di vista tecnico e, allo stesso tempo, fornire una rappresentazione parziale, propagandistica o fuorviante di un avvenimento. Può mostrare persone realmente esistenti, in un luogo reale, in un momento reale, senza che siano sufficientemente verificati il contesto, le informazioni della didascalia, le cause di ciò che sta accadendo o gli interessi di chi produce e distribuisce quell’immagine. L’autenticità fotografica e l’attendibilità giornalistica sono quindi due questioni collegate, ma diverse.

Per comprendere la crisi attuale del fotogiornalismo occorre guardare all’intero processo che lo produce: chi fotografa, con quali relazioni, con quali risorse economiche, con quali controlli editoriali, per quale committente e secondo quali criteri di verifica.

Le quattro funzioni del fotogiornalista

Riprendendo lo schema proposto da Paul Melcher, possiamo individuare quattro funzioni storicamente riunite nella figura del fotogiornalista:

La prima è quella del testimone. Il fotografo è fisicamente presente nel luogo in cui qualcosa accade. La fotografia mantiene ancora oggi una particolare forza testimoniale proprio perché conserva una relazione materiale con un momento e con uno spazio: qualcuno era lì e ha rivolto una macchina fotografica verso qualcosa.

La seconda funzione è quella dell’autore. Essere presenti non basta. Il fotografo deve scegliere posizione, distanza, momento, obiettivo, esposizione, composizione. Deve riconoscere una relazione significativa fra gli elementi della scena e trasformarla in una fotografia leggibile.

La terza funzione è quella del giornalista. Significa conoscere ciò che si sta fotografando, raccogliere informazioni, verificare le fonti, comprendere il contesto politico e sociale, identificare correttamente persone, luoghi ed eventi.

La quarta è quella dell’interprete. Il fotografo cerca immagini capaci di condensare una situazione complessa in qualcosa che possa essere compreso, ricordato e, inevitabilmente, anche percepito emotivamente.

Quest’ultima funzione introduce un elemento essenziale: il fotogiornalismo non è una registrazione meccanica della realtà. Ogni fotografia nasce da una selezione. Il fotografo decide dove stare, cosa includere, cosa escludere e quando premere il pulsante di scatto. Successivamente qualcuno decide quale fotografia pubblicare, accanto a quale titolo, con quale didascalia e insieme a quali altre immagini. L’etica del fotogiornalismo non consiste quindi nell’eliminare la soggettività — obiettivo impossibile — ma nel governarla attraverso un metodo professionale.

Il codice deontologico della National Press Photographers Association statunitense chiede, per esempio, ai giornalisti visivi di rappresentare i soggetti in maniera accurata e completa, fornire contesto, evitare stereotipi, riconoscere i propri bias e proteggere la propria indipendenza da interessi politici, civici o commerciali (3).

La Society of Professional Journalists indica a sua volta fra i principi fondamentali del giornalismo la verifica delle informazioni, il contesto, l’indipendenza e la responsabilità nei confronti del pubblico (4).

Il fotografo, dunque, non diventa giornalista semplicemente perché fotografa qualcosa di vero. È il metodo con cui trasforma ciò che ha visto in informazione pubblica a rendere giornalistico il suo lavoro.

Il declino del reportage

Per gran parte del Novecento il fotogiornalismo si è sviluppato attraverso due forme editoriali differenti ma complementari. La prima era la fotografia singola: l’immagine destinata al quotidiano o all’agenzia di stampa, prodotta spesso durante un evento circoscritto nel tempo. Una manifestazione, una battaglia, un incontro politico, una competizione sportiva, un incidente. La seconda era il reportage fotografico, spesso organizzato editorialmente nella forma del photo essay: una sequenza di immagini capace di sviluppare un racconto.

Le grandi riviste illustrate costruirono attorno alla fotografia una vera grammatica narrativa. Non serviva necessariamente una singola immagine capace di contenere tutto. Una fotografia poteva introdurre il luogo, un’altra descrivere il contesto, una terza concentrarsi su una persona, un’altra ancora mostrare un dettaglio apparentemente marginale. La comprensione nasceva dal rapporto fra le immagini.

Questo non significa che il reportage sia scomparso. Esistono ancora magazine, supplementi, libri, siti dedicati al long-form journalism e organizzazioni che finanziano progetti complessi. Anche il World Press Photo mantiene categorie specificamente dedicate alle Stories e ai Long-Term Projects. Si è però fortemente ridimensionato l’ecosistema editoriale che rendeva normale finanziare, produrre, editare e distribuire sistematicamente quel tipo di lavoro.

Una fotografia fatta in cinque secondi e una fotografia ottenuta dopo cinque anni sembrano formalmente la stessa cosa

Una delle conseguenze più interessanti di questa trasformazione riguarda il rapporto fra tempo di produzione e forma finale dell’immagine. Consideriamo due fotografie. La prima documenta un evento durato cinque secondi. Il fotografo assiste a qualcosa di inatteso, scatta rapidamente e produce una fotografia che sintetizza quell’avvenimento. La seconda nasce da un progetto durato cinque anni. Il fotografo ha frequentato per anni gli stessi luoghi e le stesse persone, raccolto testimonianze, costruito relazioni, aspettato trasformazioni sociali e biografiche. Da migliaia di fotografie viene infine selezionata un’unica immagine.

Quando vengono pubblicate, entrambe assumono formalmente la stessa forma: una fotografia. Il processo che le ha generate è però radicalmente diverso. Nel primo caso, la fotografia singola nasce da un evento di durata estremamente breve. Nel secondo, la fotografia singola rappresenta una compressione di un’esperienza enormemente più lunga.

Questo invita anche a ripensare l’idea del decisive moment, il celebre “momento decisivo” associato a Henri Cartier-Bresson. Nella fotografia di attualità classica il fotografo cerca spesso l’istante in cui un insieme di relazioni visive e narrative raggiunge una forma particolarmente significativa. Nei progetti di lunga durata, invece, il momento selezionato può assumere il proprio significato soprattutto grazie a ciò che è avvenuto prima e dopo.

Privata di quel contesto, un’immagine può conservare una straordinaria forza emotiva ma perdere una parte della propria capacità esplicativa.

Il problema non riguarda soltanto la fotografia. Il giornalismo narrativo conosce bene la differenza fra informazione sintetica e racconto lungo: il long-form journalism permette di costruire contesto, stratificazione e interpretazione che un’informazione breve tende a comprimere. Nella fotografia questa perdita è particolarmente difficile da percepire perché la singola immagine appare autosufficiente. Ma spesso non lo è.

La specializzazione forzata

Alla trasformazione editoriale corrisponde una trasformazione professionale.

Il modello storico del fotografo prevedeva spesso l’esistenza di una struttura che assegnava il lavoro: quotidiano, agenzia, rivista o magazine inviavano il fotografo sul luogo della storia e ne finanziavano il lavoro.

Oggi molti fotografi costruiscono autonomamente i propri progetti. Per ottenere finanziamenti, pubblicazioni, grant, premi o incarichi devono spesso sviluppare una competenza riconoscibile su un territorio o su un argomento. Diventano specialisti delle migrazioni, di una determinata guerra, di una regione geografica, delle questioni ambientali, delle trasformazioni di una comunità.

Questa specializzazione ha prodotto alcuni dei lavori più profondi della fotografia contemporanea. Un autore che frequenta lo stesso territorio per dieci anni può comprenderne lingua, rituali, gerarchie, contraddizioni e trasformazioni con una profondità difficilmente raggiungibile da chi vi rimane tre giorni.

Ma la conoscenza produce anche relazioni. Le persone fotografate possono diventare amici. Un fixer (figura locale che facilita l’accesso, i contatti, le traduzioni e la comprensione del contesto) può trasformarsi in collaboratore abituale. Il fotografo può dipendere da alcune persone per continuare a ottenere accesso a una determinata comunità. La questione della distanza nasce qui. Quanto può avvicinarsi un giornalista alle proprie fonti senza perdere la capacità di raccontare anche ciò che quelle fonti preferirebbero non fosse raccontato? Non esiste una misura fisica della distanza corretta. Esiste invece un problema di indipendenza.

Differenza fra fotogiornalismo e documentazione

“Fotografia documentaria” e “fotogiornalismo” vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà i due ambiti si sovrappongono senza coincidere completamente. La fotografia documentaria può avere come finalità la costruzione di un archivio, l’osservazione di una comunità, l’interpretazione di un territorio, una ricerca antropologica, sociale, personale o artistica. Può essere estremamente accurata e può avere una grande importanza storica. Il fotogiornalismo aggiunge però alcuni obblighi specifici derivanti dalla parola giornalismo.

Questi obblighi riguardano innanzitutto l’accuratezza delle informazioni, la verifica dei fatti e del contesto, la corretta identificazione di luoghi, date e persone, la distinzione tra ciò che è stato osservato e ciò che è stato ricostruito, la trasparenza sulle modalità con cui le immagini sono state prodotte e l’indipendenza rispetto ai soggetti fotografati o agli interessi coinvolti.

Significa, per esempio, non alterare deliberatamente una scena per renderla più efficace, non presentare come spontaneo ciò che è stato messo in scena, non omettere informazioni essenziali che cambierebbero il significato di una fotografia e dichiarare eventuali conflitti di interesse o forme di sostegno che possano incidere sull’indipendenza del lavoro. Nella fotografia documentaria questi principi possono naturalmente essere adottati — e spesso lo sono — ma non costituiscono necessariamente requisiti intrinseci del genere.

Un progetto documentario può infatti prevedere collaborazione con i soggetti, ricostruzioni, interventi dell’autore, dispositivi performativi o una forte componente autobiografica e interpretativa, purché siano coerenti con il progetto e dichiarati quando potrebbero essere interpretati come documentazione diretta della realtà.

Una fotografia può essere un documento senza essere giornalismo. Anche un’immagine di propaganda può costituire un documento storico importante: documenta una determinata rappresentazione del mondo, una strategia comunicativa, un’ideologia. Non per questo diventa giornalismo. Allo stesso modo, un progetto fotografico profondamente partecipe della vita di una comunità può avere un enorme valore documentario e artistico senza necessariamente rispettare tutte le condizioni dell’indipendenza giornalistica. La differenza non dipende dall’estetica. Dipende soprattutto dal metodo di produzione della conoscenza.

Distanza e prossimità

Il ragionamento di Melcher diventa però più discutibile quando la prossimità fra fotografo e soggetto viene considerata quasi inevitabilmente come una perdita di indipendenza.

La distanza non garantisce di per sé il buon giornalismo. Un fotografo inviato per quarantotto ore in un territorio che non conosce può essere perfettamente indipendente dai suoi soggetti e, nello stesso tempo, fraintendere completamente ciò che sta osservando. Può non parlare la lingua. Può non conoscere la storia locale. Può affidarsi interamente a un fixer. Può riconoscere soltanto quelle immagini che corrispondono alle aspettative con cui è arrivato. Il rischio, in questo caso, è quello di produrre fotografie formalmente efficaci ma culturalmente superficiali.

La prossimità presenta il rischio opposto: identificarsi con le persone che si stanno raccontando fino a perdere la capacità di sottoporre le loro affermazioni allo stesso controllo riservato alle altre fonti. Ma fra distanza e identificazione esiste un ampio spazio professionale. Un fotogiornalista può sviluppare empatia senza diventare portavoce. Può conoscere profondamente una comunità senza rinunciare alla verifica. Può instaurare rapporti umani con le proprie fonti continuando a considerare il pubblico, e non la fonte, il destinatario principale del proprio lavoro.

La figura dell’editor

La crisi economica dell’editoria viene spesso descritta attraverso la scomparsa dei fotografi di staff. Ma questa è soltanto una parte del problema. La redazione tradizionale non forniva infatti soltanto uno stipendio o il denaro necessario per raggiungere un luogo. Forniva anche una struttura di verifica.

Il picture editor o photo editor non era semplicemente la persona che sceglieva la fotografia più adatta. Poteva chiedere al fotografo perché mancasse un determinato punto di vista. Poteva mettere in discussione una didascalia. Poteva accorgersi che il racconto dipendeva eccessivamente da una sola fonte. Poteva verificare se l’editing complessivo stesse trasformando una situazione complessa in una narrazione troppo semplice.

Accanto all’editor potevano esserci reporter, caporedattori, fact-checker e consulenti legali. La redazione funzionava quindi anche come un sistema di controllo epistemologico: un insieme di persone e procedure incaricate di verificare come quella conoscenza fosse stata prodotta prima di renderla pubblica. Il digitale ha creato nuove redazioni e nuove professioni, ma una parte importante dell’infrastruttura che sosteneva la produzione fotografica professionale si è effettivamente ridotta. Le conseguenze ricadono sul fotografo freelance.

Un fotografo indipendente deve oggi essere spesso contemporaneamente: fotografo, ricercatore, produttore, editor, autore delle didascalie, fundraiser, responsabile della comunicazione, gestore del proprio archivio, e promotore del progetto.

Deve inoltre presentare il proprio lavoro a bandi per grant, festival e concorsi. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso.

Visual storytelling

Nel lessico contemporaneo è diventata molto comune l’espressione visual storytelling, letteralmente “narrazione visiva”. È un termine estremamente ampio. Può indicare un reportage giornalistico, un documentario, un progetto fotografico, una narrazione multimediale, una campagna di un’organizzazione non governativa, una comunicazione aziendale o un contenuto pubblicitario. Il problema nasce quando la qualità narrativa viene confusa con la natura giornalistica del lavoro. Il visual storytelling non è incompatibile con il giornalismo, ma occorre distinguere la forma narrativa dalla finalità.

Un lavoro giornalistico può partire da una domanda: Che cosa sta succedendo? La conclusione deve rimanere, almeno in linea di principio, aperta fino a quando l’indagine non viene completata.

Una campagna di advocacy può invece partire da una posizione: Vogliamo dimostrare che questo problema richiede un determinato intervento.

Una comunicazione aziendale può partire da un obiettivo ancora più esplicito: Vogliamo produrre nel pubblico una determinata percezione del nostro marchio.

Tutti e tre possono utilizzare fotografie straordinarie. Tutti e tre possono raccontare storie vere. Tutti e tre possono utilizzare tecniche documentarie. Ma non stanno svolgendo la stessa funzione.

La differenza non può essere riconosciuta osservando soltanto la fotografia. Serve conoscere chi ha commissionato il lavoro, come è stato finanziato, quali libertà aveva l’autore, quali controlli sono stati effettuati e quale fosse lo scopo della pubblicazione. Per questo il termine visual storytelling non dovrebbe essere utilizzato come sinonimo di fotogiornalismo.

Immagine autentica e racconto autentico

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha reso evidente un problema che la fotografia possiede fin dalle origini: la fiducia. Oggi possiamo produrre immagini fotorealistiche di avvenimenti mai accaduti. Diventa quindi necessario verificare la provenienza dei file, i metadati, la storia delle modifiche e, sempre più spesso, utilizzare sistemi di content provenance (tracciamento della provenienza), cioè tecnologie e standard che permettono di documentare l’origine e le trasformazioni di un contenuto digitale.

Organizzazioni giornalistiche e concorsi internazionali hanno intensificato i controlli. Il World Press Photo richiede, per i lavori che accedono alle fasi avanzate della selezione, i file originali prodotti dalla macchina fotografica; i lavori vincitori vengono inoltre sottoposti a verifiche fattuali indipendenti (5).

Reuters continua a considerare autenticità, imparzialità e verifica requisiti fondamentali anche nell’uso dell’intelligenza artificiale, ricordando che qualsiasi informazione prodotta attraverso sistemi generativi deve essere verificata indipendentemente dal giornalista (6).

Ma certificare che un file provenga realmente da una fotocamera risolve soltanto una parte del problema. Attraverso un insieme di verifiche possiamo arrivare a stabilire con ragionevole certezza che una fotografia sia stata effettivamente scattata nel luogo e nel momento dichiarati e che il suo contenuto non abbia subito manipolazioni incompatibili con gli standard giornalistici.

Resta ancora da stabilire: che cosa significa ciò che vediamo? Chi sono quelle persone? Che cosa è successo prima? Che cosa è accaduto dopo? La didascalia è corretta? La situazione fotografata è rappresentativa o eccezionale? Il fotografo ha influenzato il comportamento dei soggetti? Perché si trovava lì? Chi ha finanziato il lavoro? Quali fotografie sono state escluse dall’editing? Esistono informazioni che contraddicono la narrazione proposta? Queste domande appartengono al giornalismo, non alla tecnologia fotografica.

Le quattro forme di distanza

Possiamo individuare quattro forme di distanza:

La distanza fra fotografo e soggetto
Riguarda il grado di coinvolgimento del fotografo con le persone che racconta. Troppa distanza può produrre superficialità. Troppa identificazione può compromettere l’indipendenza. Il punto di equilibrio non coincide con una neutralità emotiva impossibile, ma con la capacità di conservare autonomia di giudizio.

La distanza fra fotografia e contesto
Quando una fotografia viene estratta da una storia complessa e presentata da sola, può apparire autosufficiente. Diventa spesso più immediata e memorabile, ma perde parte delle informazioni che le altre immagini, le didascalie e il contesto narrativo fornivano. La scelta di isolare un’immagine, così come quella di includerne alcune ed escluderne altre, non è quindi neutra: l’editing contribuisce a determinare il significato del racconto.

La distanza fra fotografo e redazione
Quando il fotografo lavora senza un editor, viene meno uno dei principali livelli di confronto professionale. La libertà dell’autore aumenta, ma aumenta anche il rischio di confermare inconsapevolmente le proprie convinzioni.

La distanza fra documentazione e giornalismo
È forse il livello più importante. Non tutto ciò che documenta è giornalismo. Non tutto ciò che utilizza un’estetica fotogiornalistica è giornalismo. Non tutto ciò che racconta una storia vera è giornalismo. Perché esista giornalismo servono procedure di verifica, responsabilità, trasparenza e indipendenza.

Una possibile distinzione operativa

Le categorie restano inevitabilmente permeabili, ma è possibile costruire una distinzione orientativa:

Fotografia documentaria
Ha come obiettivo principale osservare, testimoniare, interpretare o costruire una memoria di un fenomeno. Può essere giornalistica, artistica, antropologica o personale. La relazione con il soggetto può diventare molto profonda.

Fotogiornalismo
Utilizza la fotografia come strumento di informazione pubblica. Richiede verifica, contestualizzazione, accuratezza delle informazioni e indipendenza. L’estetica è importante, ma subordinata all’integrità informativa.

Visual storytelling
Indica una modalità narrativa basata prevalentemente sulle immagini. Non definisce da solo né il metodo né la finalità. Può appartenere al giornalismo, alla comunicazione sociale, alla pubblicità o all’arte.

Advocacy storytelling
Utilizza testimonianze e immagini per sostenere esplicitamente una causa. Può essere accurato e documentariamente importante, ma parte da un obiettivo persuasivo dichiarato.

Branded storytelling
È una forma di comunicazione prodotta o finanziata nell’interesse di un marchio o di un’organizzazione. Può adottare pienamente l’estetica del reportage, ma, quando risponde agli obiettivi comunicativi del committente, non possiede l’indipendenza necessaria per essere considerato giornalismo.

Le contaminazioni fra queste categorie non rappresentano necessariamente un problema. Il problema nasce quando non vengono dichiarati con chiarezza la natura del lavoro, il committente e gli interessi coinvolti. La differenza fondamentale non consiste quindi nell’avere o meno un punto di vista iniziale, ma nella disponibilità a modificarlo quando i fatti lo contraddicono e nel grado di indipendenza rispetto a un risultato narrativo o persuasivo prefissato.

La crisi del fotogiornalismo è anche una crisi delle sue istituzioni

Nel dibattito contemporaneo sulla fotografia dedichiamo molta attenzione a una domanda: Possiamo fidarci di questa immagine? È inevitabile che sia così. L’intelligenza artificiale generativa ha reso definitivamente insostenibile l’idea che l’apparenza fotografica possa costituire, da sola, una garanzia dell’esistenza di ciò che rappresenta.

Ma per il giornalismo la domanda deve essere più ampia: Possiamo fidarci del processo che ha prodotto questa immagine e del racconto nel quale viene inserita? Una fotografia autentica non garantisce una didascalia vera. Una didascalia corretta non garantisce un editing equilibrato. Un fotografo in buona fede non garantisce l’assenza di bias. La conoscenza profonda di un territorio non garantisce indipendenza. E la distanza dal soggetto non garantisce comprensione.

Il giornalismo ha storicamente cercato di ridurre questi problemi non affidandosi alla presunta neutralità individuale del giornalista, ma costruendo procedure e istituzioni: editor, desk, verifica delle fonti, confronto, fact-checking, codici deontologici, responsabilità legale ed editoriale.

È forse qui che si trova uno dei nodi più importanti della fotografia contemporanea. La crisi del fotogiornalismo non riguarda soltanto la diminuzione degli incarichi, la concorrenza dei social network o l’arrivo delle immagini sintetiche. Riguarda l’indebolimento delle strutture che permettono di sottoporre la fotografia e il suo contesto a verifica.

Nel momento in cui possiamo generare tecnicamente qualsiasi immagine, diventa ancora più importante ricordare che il valore giornalistico della fotografia non è mai stato contenuto esclusivamente nei suoi pixel. Dipende dal sistema di relazioni, verifiche, responsabilità e scelte che esiste attorno ad essa. La credibilità dell’immagine è anche la credibilità del processo che l’ha prodotta.


Note


(1)
Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, Kaptur, 28 aprile 2026.
Il testo sostiene che la crisi più profonda del fotogiornalismo contemporaneo non riguardi esclusivamente tecnologia o manipolazione delle immagini, ma la progressiva scomparsa dell’infrastruttura editoriale che garantiva distanza, controllo e indipendenza professionale.
https://kaptur.co/world-press-2026-the-distance-problem

(2)
Filippo Venturi, Immagini fotografiche apocrife, Filippo Venturi Photography, 4 agosto 2026.

Il testo analizza la diffusione di immagini generate con intelligenza artificiale che ricostruiscono eventi realmente accaduti assumendo però l’aspetto e l’autorità testimoniale della fotografia. Venturi propone di definirle “immagini fotografiche apocrife”: rappresentazioni para-documentarie più leggibili, emotive e visivamente efficaci dei materiali originali, capaci proprio per questo di confondere il confine tra documentazione e illustrazione.
https://www.filippoventuri.photography/blog/immagini-fotografiche-apocrife

(3)
National Press Photographers Association, Code of Ethics.
Il codice pone fra i principi del giornalismo visivo accuratezza, completezza, contestualizzazione, riconoscimento dei bias, indipendenza e rispetto dell’integrità del momento fotografico.
https://bop.nppa.org/2026/technical-guidelines

(4)
Society of Professional Journalists, SPJ Code of Ethics.
I quattro principi generali sono: cercare la verità e riferirla, minimizzare il danno, agire indipendentemente, essere responsabili e trasparenti.
https://www.spj.org/spj-code-of-ethics

(5)
World Press Photo, Verification Process.
Le procedure comprendono controllo dei file originali, verifica delle manipolazioni, fact-checking di persone, date, luoghi e circostanze, oltre a requisiti di trasparenza su produzione e finanziamento dei progetti.
https://www.worldpressphoto.org/contest/verification-process

(6)
Reuters, Journalistic Standards.
Le linee guida ribadiscono i principi di verifica, responsabilità editoriale, autenticità dei contenuti visivi e controllo indipendente delle informazioni eventualmente prodotte attraverso strumenti di IA.
https://reutersagency.com/about/standards-values

"Non ho nulla da nascondere" può essere una risposta pericolosa by Filippo Venturi

Di fronte a forme di controllo esercitate in nome della sicurezza, in un’epoca in cui sorveglianza biometrica e riconoscimento facciale si diffondono rapidamente e silenziosamente, una delle reazioni più comuni è: “Non ho nulla da nascondere”.

È una risposta comprensibile, ma parte da un equivoco. La privacy infatti non riguarda soltanto la possibilità di tenere segreto qualcosa di illecito o imbarazzante. Riguarda anche il controllo su chi raccoglie informazioni su di noi, sul modo in cui vengono interpretate e sulle conseguenze che possono produrre.

IL POTERE DI DEFINIRE E CATALOGARE

La sorveglianza biometrica, in particolare, non si limita a registrare ciò che facciamo. Può collegare (e l’intelligenza artificiale agevola questo processo) il nostro volto a spostamenti, relazioni, abitudini e altri dati, trasformandoli in un profilo sulla base del quale vengono prese decisioni.

Un’informazione del tutto innocua, se estratta dal suo contesto e associata ad altri elementi o elaborata da un sistema fallibile (come è qualsiasi sistema), può generare sospetti, errori o discriminazioni difficili da riconoscere e ancora più difficili da contestare. Il problema, quindi, non è soltanto ciò che abbiamo da nascondere, ma il potere che altri acquisiscono su di noi e con cui possono definirci o catalogarci.

DAL PANOPTICON ALL’AUTOCENSURA

Ma la sorveglianza non agisce soltanto dall’esterno, attraverso i profili e le decisioni costruiti su di noi. Può influenzare anche il modo in cui ci comportiamo. Quando sappiamo, o anche solo immaginiamo, di poter essere osservati e identificati, tendiamo a evitare azioni, opinioni o frequentazioni che potrebbero essere fraintese, pur essendo perfettamente legittime.

È questo uno degli aspetti che Michel Foucault analizza in Sorvegliare e punire (1975), riprendendo il modello del Panopticon, una prigione ideata alla fine del Settecento dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che lo considerava uno strumento innovativo ed efficiente. L’edificio prevedeva una torre centrale dalla quale una guardia poteva osservare tutte le celle disposte intorno, mentre i detenuti non potevano sapere se in quel momento fossero effettivamente sorvegliati. L’incertezza li induceva quindi a comportarsi come se lo fossero sempre.

Per Foucault, il Panopticon descrive una forma di potere che non ha bisogno di controllare ogni persona in ogni momento: è sufficiente rendere permanente la possibilità dello sguardo. Chi si sente potenzialmente osservato finisce così per adeguare autonomamente il proprio comportamento, anticipando il giudizio o l’intervento dell’autorità.

Un fenomeno analogo viene oggi studiato attraverso il concetto di chilling effect, letteralmente “effetto raggelante”, in cui la percezione di essere sorvegliati può spingere le persone a rinunciare a comportamenti del tutto legittimi, come cercare informazioni su temi sensibili, esprimere opinioni controverse o partecipare a manifestazioni. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden del 2013 sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, alcuni studi hanno registrato una diminuzione nella consultazione di pagine di Wikipedia legate al terrorismo e alla sicurezza e una contrazione delle ricerche Google considerate sensibili, interpretandole come possibili forme di autocensura prodotte dalla consapevolezza di poter essere monitorati.

LA PRIVACY COME TUTELA DELL’AUTONOMIA

La sorveglianza, quindi, non riguarda soltanto chi commette un illecito ma può limitare concretamente anche la libertà di chi non ha nulla da nascondere. Come ha spiegato il giurista Daniel Solove, la privacy non coincide semplicemente con il diritto di nascondere un segreto. Serve anche a impedire che informazioni raccolte per uno scopo vengano riutilizzate per altri, che dati inesatti diventino permanenti o che qualcuno definisca la nostra identità attraverso categorie e criteri che non conosciamo.

Nel riconoscimento facciale questo rischio è aggravato dal fatto che il volto non può essere sostituito come una password e che i sistemi possono presentare tassi di errore sensibili. La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto “ho qualcosa da nascondere?” ma anche “chi raccoglie questi dati, secondo quali criteri li interpreta, con chi li condivide, per quanto tempo li conserva e come posso difendermi se sono sbagliati?”.

La funzione della privacy non è garantire l’impunità a chi commette un illecito, ma tutelare l’autonomia, la possibilità di cambiare idee e comportamenti senza restare prigionieri del proprio passato e il diritto a non essere ridotti a un punteggio o a un profilo.

Una immagine dal mio lavoro “Broken Mirror” (realizzato con l’IA), sulla dittatura nordcoreana e sulla natura invasiva e controllante della tecnologia.