GONE - La diaspora georgiana sulla scena /  by Filippo Venturi

The Country We Carry è il mio progetto fotografico a lungo termine sulla Georgia, un Paese attraversato da profonde trasformazioni politiche e sociali. Il primo capitolo, The Disrupted Dream, documenta le contestate elezioni parlamentari dell'ottobre 2024 e le successive proteste antigovernative e filoeuropee nelle strade di Tbilisi.

Il secondo capitolo, GONE, nasce dalle fotografie che ho realizzato al Teatro Bonci di Cesena, durante le prove dell'omonimo spettacolo di teatro documentario della compagnia italiana Kepler-452, interpretato da nove attori georgiani del Teatro Tumanishvili di Tbilisi. Attraverso testimonianze reali e storie personali, lo spettacolo racconta la diaspora georgiana, le separazioni familiari e le conseguenze dell'emigrazione su chi parte e su chi rimane. Anche il Teatro Tumanishvili è stato direttamente coinvolto nelle proteste: nel gennaio 2025 ha sospeso le proprie attività dopo l'arresto di uno dei suoi attori durante una manifestazione.

The Country We Carry esplora il rapporto tra identità, appartenenza e futuro della Georgia, attraverso le storie di chi protesta, di chi lascia il Paese e di chi sceglie di restare. Con GONE, lo sguardo si sposta dalle piazze di Tbilisi alle esperienze individuali, raccontate attraverso il teatro e approfondite dalle testimonianze dei suoi interpreti.

GONE
Cesena, Italia, ottobre 2026.
Capitolo del progetto fotografico The Country We Carry di Filippo Venturi.

Lo spettacolo
Il 24 ottobre 2026, al Teatro Alessandro Bonci di Cesena, nove interpreti georgiani del Teatro Tumanishvili di Tbilisi hanno portato in scena GONE, uno spettacolo di teatro documentario ideato dalla compagnia italiana Kepler-452, con la regia di Enrico Baraldi e Nicola Borghesi e la drammaturgia firmata insieme a Riccardo Tabilio. Gli interpreti sono Nino Burduli, Giorgi Chachanidze, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili, Teimuraz Natroshvili, Liza Nikvashvili, Keta Shatirishvili, Gagi Shengelia e Nikoloz Tserediani.

Dopo il debutto a Tbilisi il 18 maggio 2026, lo spettacolo è stato presentato a Cesena in prima nazionale italiana. Attraverso le biografie degli interpreti e le testimonianze raccolte tra chi è emigrato, chi è rimasto e chi ha fatto ritorno, GONE affronta il fenomeno dell'emigrazione georgiana e le sue conseguenze individuali e collettive. La drammaturgia nasce da un lavoro di ricerca condotto insieme agli interpreti georgiani, attraverso interviste, incontri e testimonianze personali, successivamente rielaborate per la scena.

La diaspora
Dagli anni Novanta, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, la Georgia ha conosciuto un'emigrazione di vaste proporzioni. Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, basato su stime delle Nazioni Unite, nel 2024 oltre 580.000 georgiani vivevano all'estero, pari a circa il 16% della popolazione del Paese. Le difficoltà economiche, l'instabilità politica e la ricerca di migliori opportunità hanno spinto centinaia di migliaia di persone a emigrare, inizialmente soprattutto verso la Russia e successivamente anche verso l'Europa.

L'Italia è diventata una delle principali destinazioni di questa diaspora, caratterizzata da una forte presenza femminile: secondo la Fondazione ISMU, nel 2024 le donne e le bambine rappresentavano circa l'85% della comunità georgiana residente in Italia. Molte sono impiegate nel lavoro domestico e nell'assistenza agli anziani, contribuendo al sostentamento delle famiglie rimaste in patria. Queste migrazioni hanno trasformato profondamente i rapporti familiari e la vita delle comunità. In molte famiglie, bambini e adolescenti sono cresciuti lontano da uno o da entrambi i genitori.

Le vite degli altri
GONE ricostruisce alcune di queste esperienze attraverso racconti di separazioni prolungate, ricongiungimenti difficili e ritorni inattesi. Una madre deve spiegare alla figlia perché non rivedrà più la sua migliore amica. Una badante georgiana scrive su Facebook una guida destinata alle connazionali emigrate, spiegando loro come non dare nell’occhio. Un uomo che ha guidato per trent’anni un taxi a New York torna nel teatro dove lavorava e si presenta a un provino per Amleto. Una giovane donna parte per poter ritrovare la madre, emigrata quando lei era adolescente. Un attore non arriva alle prove perché è stato arrestato durante una manifestazione, per la terza volta. 

Sono vicende nelle quali la partenza di una persona trasforma profondamente anche la vita di chi resta. La rappresentazione si sviluppa nell'ambientazione di un aeroporto immaginario, luogo di passaggio in cui le storie degli interpreti si incontrano, tra attese, distanze e legami interrotti.

Un Paese in rivolta
Lo spettacolo nasce in una fase di profonda crisi politica per la Georgia. Dopo le contestate elezioni parlamentari dell'ottobre 2024, il 28 novembre il governo guidato dal partito Sogno Georgiano annuncia la decisione di rimandare l’avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea al 2028. La scelta provoca una nuova ondata di manifestazioni a Tbilisi e in altre città del Paese. Le proteste, che si inseriscono in una mobilitazione già iniziata nei mesi precedenti, sono accompagnate da arresti, episodi di violenza e crescenti restrizioni delle libertà civili.

Il teatro e la protesta
Anche il Teatro Tumanishvili è direttamente coinvolto nelle proteste antigovernative. Il 12 gennaio 2025, durante una manifestazione davanti al ristorante Babilo di Tbilisi, dove è in corso un evento a cui partecipano alcuni magistrati, viene arrestato Giorgi Chachanidze, uno degli attori della compagnia e successivamente interprete di GONE.

Due giorni dopo, il teatro annuncia la sospensione di tutte le proprie attività in segno di solidarietà con i manifestanti filoeuropei, condannando le violenze e chiedendo il rilascio delle persone ingiustamente detenute. La decisione si inserisce in una mobilitazione più ampia del mondo teatrale georgiano, che vede attori, registi e compagnie interrompere le rappresentazioni e partecipare alle proteste.

Tra partenza e perdita
In georgiano, l'espressione che indica l'abbandono del proprio Paese può assumere anche il significato di andarsene o morire. È su questa sovrapposizione tra partenza, perdita e assenza che si costruisce GONE. L'emigrazione non viene raccontata soltanto attraverso le ragioni che spingono a lasciare la propria terra, ma soprattutto attraverso ciò che accade dopo: la distanza tra le generazioni, i rapporti familiari trasformati, le difficoltà del ritorno e il legame con un Paese che continua a essere parte dell'identità di chi se ne è andato.

Il progetto The Country We Carry
Le fotografie realizzate al Teatro Bonci documentano il lavoro degli interpreti georgiani e il modo in cui le esperienze individuali diventano parte di un racconto teatrale collettivo. All'interno di The Country We Carry, questo capitolo amplia la ricerca sulle trasformazioni politiche e sociali della Georgia, affrontate nei capitoli precedenti attraverso la documentazione delle contestate elezioni parlamentari dell'ottobre 2024, delle manifestazioni antigovernative e delle proteste filoeuropee che hanno attraversato le strade di Tbilisi, segnate da scontri con le forze dell'ordine, arresti e repressione.

Con GONE, l'attenzione si sposta dalla dimensione pubblica della mobilitazione politica alle storie personali di chi ha lasciato il Paese e di chi è restato. Il progetto documenta così anche il ruolo del teatro come luogo di testimonianza, memoria e partecipazione civile, mostrando come le conseguenze dell'emigrazione e della crisi politica continuino a incidere sulle relazioni personali e familiari, anche oltre i confini della Georgia.

GONE è prodotto dal Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre di Tbilisi e coprodotto da ERT / Teatro Nazionale, con il contributo del Ministero della Cultura della Georgia e in collaborazione con GIFT Festival, ATER Fondazione e Kepler-452. 

Festival "Non c'è limite al limite" di Mantova /  by Filippo Venturi

Nei giorni 4, 5 e 6 dicembre sarò a Mantova, in occasione del festival “Non c’è limite al limite”, insieme ad altri professionisti del settore fotografico, per incontrare gli autori che desiderano confrontarsi sul proprio lavoro attraverso la lettura di portfolio e fanzine.

La lettura portfolio è un'occasione di confronto diretto tra un autore e un professionista del settore fotografico, durante la quale si analizzano e discutono progetti dal punto di vista visivo, concettuale e narrativo. Non si tratta semplicemente di giudicare la qualità delle immagini, ma di riflettere sulla coerenza del lavoro, sulle scelte espressive e sulla capacità di comunicare un'idea o raccontare una storia. È soprattutto un momento di dialogo, in cui uno sguardo esterno può offrire nuove prospettive, mettere in discussione alcune scelte, suggerire possibili sviluppi e aiutare l'autore a riconoscere i punti di forza e le potenzialità del proprio lavoro.

Non c’è limite al limite è un festival di fotografia e inclusione dedicato al mondo della disabilità, il cui ricavato viene devoluto all’Associazione Casa del Sole Onlus. Nato nel 2017 tra le mura di un circolo fotografico di provincia, il festival si è rapidamente imposto come uno spazio privilegiato di riflessione e sperimentazione fotografica legata all’inclusione, capace di raccogliere e valorizzare progetti che raccontano la disabilità lontano da stereotipi, pregiudizi e narrazioni convenzionali.

Maggiori informazioni sul festival e sulle letture portfolio e fanzine nel sito ufficiale: https://www.limitemantova.it


Filippo Venturi è un fotografo documentarista e artista visivo.

Il suo lavoro esplora l’identità, la condizione umana e il modo in cui le forze politiche e tecnologiche plasmano la vita contemporanea. Nel corso degli anni ha documentato dittature, democrazie in crisi, movimenti per la difesa dei diritti umani e importanti trasformazioni sociali in diverse parti del mondo.

I suoi lavori sono stati pubblicati su importanti testate internazionali, tra cui National Geographic, The Washington Post, The Guardian, Financial Times, Vanity Fair, Newsweek, Geo, Der Spiegel, Die Zeit, Stern, Internazionale e La Repubblica.

Da diversi anni porta avanti un progetto fotografico a lungo termine sulla penisola coreana, per il quale ha ottenuto riconoscimenti internazionali, tra cui il Sony World Photography Awards, il LensCulture Emerging Talent Awards e il Portfolio Italia – Grand Prix Hasselblad.

Parallelamente alla sua attività artistica, si occupa di formazione nell’ambito del fotogiornalismo, della fotografia documentaria e del rapporto tra fotografia e intelligenza artificiale. Tiene regolarmente lezioni e seminari in contesti accademici e culturali ed è docente di fotografia presso il Master in Giornalismo dell’Università di Bologna.

The Two Koreas: Over Ten Years of Photographic Research /  by Filippo Venturi

KOREAN PENINSULA

Three main chapters, four stories and a documentary and photographic project spanning both countries, from the younger generations of South Korea to life under the Pyongyang regime, and the testimonies of those who have escaped from the North.

by Filippo Venturi

General Introduction

Since 2014, I have been carrying out a photographic and documentary research project on the Korean Peninsula, exploring the profound differences, but also the surprising similarities, between two countries divided by history and shaped by radically different political, economic and social systems.

Through journeys, photographs, encounters and personal testimonies, the project investigates the relationship between individuals and society, the aspirations of younger generations, social pressure, propaganda and control, while questioning the meaning of freedom and the desire to shape one's own future.

The project stands out for the breadth and continuity of its research, developed through several journeys and different narrative approaches: from South Korean society to life under the North Korean regime, and the testimonies of those who have escaped from the North and rebuilt their lives in the South. These three perspectives make it possible to observe the peninsula not only through its political division, but also through the individual experiences of those who live within it.

At its core are three chapters — Made in Korea, Korean Dream and Awakenings — exploring South Korean society, North Korean society and the experiences of those who have moved from one to the other, respectively. These are accompanied by thematic photo essays, in-depth explorations and travel accounts that broaden the research, offering further perspectives on life in the two Koreas.

The Three Main Chapters

01. Made in Korea (South Korea)

An investigation into the younger generations of South Korea, who have grown up in a country that has experienced extraordinary economic and technological development. Behind the image of modernity and efficiency emerge intense competition, social expectations and the contradictions of a system that demands excellence from its young people.

02. Korean Dream (North Korea)

A photographic reportage from inside one of the most isolated and tightly controlled countries in the world, where propaganda and the cult of leadership shape everyday life. The project focuses primarily on younger generations, examining the relationship between education, ideology and individual aspirations, including through what the regime chooses to reveal.

03. Awakenings (North and South Korea)

The third chapter of the research connects the two Koreas through the stories and testimonies of North Koreans, particularly women, who have escaped the regime and reached South Korea. Through their experiences, the project explores the difficulties of escaping, the weight of memories and the complex process of rebuilding a life in a society profoundly different from the one they left behind.

Having documented the two societies separately, the research turns its attention to those who have experienced both, offering a perspective on the division of the peninsula and its consequences for individuals.

Four Stories and Further Explorations

04. Prison Inside Me (South Korea)

A photographic reportage on a centre near Seoul where people voluntarily choose to confine themselves in small, cell-like rooms, giving up technology and contact with the outside world. A paradox that reveals the need for isolation and silence in a society characterised by a relentless pace of life, competition and stress.

05. Suneung (South Korea)

The Suneung is South Korea's national university entrance examination, an event that can determine the future of hundreds of thousands of students. An account of the pressure placed on young people and their families in a society where academic achievement is closely linked to career opportunities and social prestige.

06. North Korean Diary (North Korea)

A travel diary bringing together encounters, episodes, observations and behind-the-scenes accounts of my experience in North Korea. A personal narrative that goes beyond the photographs, exploring the country's contradictions and the difficulties of working as a photojournalist under the surveillance and restrictions imposed by the regime.

07. North Korea by Train (North Korea)

A photographic reportage produced during a train journey from the Chinese border to Pyongyang. Through the train window, without the supervision of government guides, I was able to observe and photograph the countryside, villages and scenes of everyday life freely, away from the routes and official representations arranged by the regime.

The Book, Awards and Recognition

Over the years, the project on the Korean Peninsula has received numerous international awards and distinctions, including the Sony World Photography Awards, the LensCulture Emerging Talent Awards, Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad, the Premio Voglino, the Premio Il Reportage, the New Talents award by Fondazione Fotografia Modena, and recognition from the Gomma Photography Grant.

The works have been exhibited at major international venues and festivals, including Somerset House in London, MACRO in Rome, U Space in Beijing, Willy Brandt Haus in Berlin and the Festival della Fotografia Etica in Lodi.

In 2018, the photobook Made in Korea ∞ Korean Dream was published by emuse, bringing together the first two chapters of the research. The bilingual volume, featuring texts by Filippo Venturi and Junko Terao (a journalist at Internazionale), contains 63 photographs and places the two Koreas in dialogue, highlighting their differences, similarities and contradictions.

Its distinctive editorial design, allowing the book to be read from either end, reflects the comparison between two seemingly opposing realities connected by a shared history.

In 2023, I curated the Seoul–Pyongyang pavilion as part of Countless Cities, the Biennial of the World's Cities, organised by FARM Cultural Park in Mazzarino, Sicily. On this occasion, the three main chapters of the research — Made in Korea, Korean Dream and Awakenings — were presented together for the first time, offering a comprehensive view of the project.

An Ongoing Research Project

The project on the Korean Peninsula is not considered complete. The political and social transformations of the two countries, the experiences of the people who live there and the consequences of a division that has lasted for more than seventy years continue to offer new avenues for investigation.

The different chapters therefore represent not only an account of what I have observed, but also the stages of a research project that will continue to evolve through new stories, encounters and perspectives.

Le due Coree: oltre dieci anni di ricerca fotografica /  by Filippo Venturi

PENISOLA COREANA

Tre capitoli principali, quattro storie e una ricerca documentaria e fotografica che attraversa entrambi i paesi, dalle nuove generazioni sudcoreane alla vita sotto il regime di Pyongyang, fino alle testimonianze di chi è fuggito dal Nord.

di Filippo Venturi

Introduzione generale

Dal 2014 porto avanti una ricerca fotografica e documentaria sulla penisola coreana, esplorando le profonde differenze, ma anche le sorprendenti analogie, tra due paesi divisi dalla storia e sviluppatisi secondo modelli politici, economici e sociali radicalmente differenti.

Attraverso viaggi, fotografie, incontri e testimonianze, il progetto indaga il rapporto tra individuo e società, le aspirazioni delle nuove generazioni, la pressione sociale, la propaganda e il controllo, interrogandosi sul significato della libertà e sul desiderio di costruire il proprio futuro.

Il progetto si distingue per l'ampiezza e la continuità della ricerca, sviluppata attraverso più viaggi e differenti approcci narrativi: dalla società sudcoreana alla vita sotto il regime nordcoreano, fino alle testimonianze di chi è fuggito dal Nord e ha ricostruito la propria esistenza al Sud. Tre prospettive che permettono di osservare la penisola non soltanto attraverso la sua divisione politica, ma anche attraverso le esperienze individuali che la attraversano.

Il nucleo centrale è costituito da tre capitoli — Made in Korea, Korean Dream e Awakenings — che esplorano rispettivamente la società sudcoreana, quella nordcoreana e le esperienze di chi è passato dall'una all'altra. A questi si affiancano reportage tematici, approfondimenti e racconti di viaggio che ampliano la ricerca, offrendo ulteriori prospettive sulla vita nelle due Coree.

I tre capitoli principali

01. Made in Korea (Corea del Sud)

Un'indagine sulle nuove generazioni sudcoreane, cresciute in un paese protagonista di uno straordinario sviluppo economico e tecnologico. Dietro l'immagine di modernità ed efficienza emergono la competizione esasperata, le aspettative sociali e le contraddizioni di un sistema che chiede ai giovani di eccellere.

02. Korean Dream (Corea del Nord)

Un reportage all'interno di uno dei paesi più isolati e controllati al mondo, dove propaganda e culto della leadership plasmano la vita quotidiana. Il progetto si concentra soprattutto sulle giovani generazioni, osservando il rapporto tra educazione, ideologia e aspirazioni individuali, anche attraverso ciò che il regime sceglie di mostrare.

03. Awakenings (Corea del Nord e del Sud)

Il terzo capitolo della ricerca mette in relazione le due Coree attraverso le storie e le testimonianze di nordcoreani, soprattutto donne, fuggiti dal regime e approdati in Corea del Sud. Attraverso le loro esperienze, il progetto esplora le difficoltà della fuga, il peso dei ricordi e il complesso percorso di ricostruzione di una vita in una società profondamente diversa da quella d'origine. Dopo aver raccontato separatamente le due società, la ricerca si concentra su chi le ha conosciute entrambe, offrendo una prospettiva sulla divisione della penisola e sulle sue conseguenze individuali.

Quattro storie e approfondimenti

04. Prison Inside Me (Corea del Sud)

Un reportage su un centro nei pressi di Seoul dove le persone scelgono volontariamente di rinchiudersi in piccole stanze simili a celle, rinunciando alla tecnologia e ai contatti con l'esterno. Un paradosso che racconta il bisogno di isolamento e silenzio in una società segnata da ritmi frenetici, competizione e stress.

05. Suneung (Corea del Sud)

Il Suneung è l'esame nazionale di ammissione all'università, un appuntamento che può determinare il futuro di centinaia di migliaia di studenti sudcoreani. Un racconto della pressione esercitata sui giovani e sulle loro famiglie, in una società dove il successo scolastico è strettamente legato alle opportunità professionali e al prestigio sociale.

06. North Korean Diary (Corea del Nord)

Un diario di viaggio che raccoglie incontri, episodi, osservazioni e retroscena della mia esperienza in Corea del Nord. Un racconto personale che va oltre le fotografie, esplorando le contraddizioni del paese e le difficoltà di lavorare come fotogiornalista sotto la sorveglianza e le restrizioni imposte dal regime.

07. North Korea by train (Corea del Nord)

Un reportage fotografico realizzato durante il viaggio in treno dalla frontiera cinese a Pyongyang. Attraverso il finestrino, senza la supervisione delle guide governative, ho potuto osservare e fotografare liberamente campagne, villaggi e scene di vita quotidiana, lontano dai percorsi e dalle rappresentazioni ufficiali del regime.

Il libro, i premi e i riconoscimenti

Nel corso degli anni, il progetto sulla penisola coreana ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il Sony World Photography Awards, il LensCulture Emerging Talent Awards, il Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad, il Premio Voglino, il Premio Il Reportage, il New Talents di Fondazione Fotografia Modena e riconoscimenti al Gomma Photography Grant.

I lavori sono stati esposti in importanti sedi e festival internazionali, tra cui la Somerset House di Londra, il MACRO di Roma, lo U Space di Pechino, la Willy Brandt Haus di Berlino e il Festival della Fotografia Etica di Lodi.

Nel 2018 è stato pubblicato il libro fotografico “Made in Korea ∞ Korean Dream”, edito da emuse, che riunisce i primi due capitoli della ricerca. Il volume bilingue, con testi di Filippo Venturi e Junko Terao (giornalista di Internazionale), raccoglie 63 fotografie e mette in dialogo le due Coree, evidenziandone differenze, analogie e contraddizioni. La particolare struttura editoriale, leggibile da entrambi i lati, rispecchia il confronto tra due realtà apparentemente opposte, ma legate da una storia comune.

Nel 2023 ho curato il padiglione Seoul–Pyongyang nell'ambito di Countless Cities, la Biennale delle Città del Mondo, organizzata da FARM Cultural Park a Mazzarino, in Sicilia. In questa occasione, i tre capitoli principali della ricerca — Made in Korea, Korean Dream e Awakenings — sono stati presentati insieme per la prima volta, offrendo una visione complessiva del progetto.

Una ricerca aperta

Il progetto sulla penisola coreana non si considera concluso. Le trasformazioni politiche e sociali dei due paesi, le esperienze delle persone che li abitano e le conseguenze di una divisione che dura da oltre settant'anni continuano a offrire nuove possibilità di indagine.

I diversi capitoli rappresentano quindi non soltanto il racconto di ciò che ho osservato, ma anche le tappe di una ricerca destinata a evolversi attraverso nuove storie, incontri e prospettive.

La difficoltà di riconoscere il vero e il rifugio nella compatibilità /  by Filippo Venturi

[Immagine generata con IA, dal progetto “Broken Mirror” @ Filippo Venturi]

La fine della contraddizione?

La difficoltà di riconoscere il vero e il rifugio nella compatibilità

In un lungo articolo del New York Times, intitolato “The World’s Leading Deepfake Expert No Longer Trusts His Own Eyes”, Hany Farid, uno dei maggiori esperti mondiali di digital forensics e deepfake, racconta di essere arrivato a un punto in cui non si fida più dei propri occhi. Dopo oltre vent’anni trascorsi a distinguere immagini autentiche da manipolazioni, ora si trova ad analizzare quotidianamente fotografie, video e registrazioni audio generate dall’intelligenza artificiale sempre più difficili da riconoscere, tanto che anche i contenuti reali richiedono verifiche complesse prima di poter essere considerati attendibili. Sempre più spesso non è possibile ottenere una risposta definitiva su ciò che guardiamo.

Questa incertezza è entrata perfino nella sua vita privata. Dopo che qualcuno ha clonato la sua voce con l’IA e falsificato il suo numero di telefono per cercare di ottenere informazioni riservate da un suo collega, Farid e sua moglie hanno stabilito una parola d’ordine da utilizzare nelle telefonate più delicate per verificare reciprocamente la propria identità. Questo scenario lo ha infine spinto ad allontanarsi dalla Silicon Valley e a trasferirsi in una fattoria nei boschi del Vermont, alla ricerca di una dimensione più concreta e meno mediata dagli schermi.

Una sensazione analoga mi accompagna sempre più spesso nelle mie verifiche, soprattutto quando si parla di fotografie (o presunte tali) legate al mondo dell’informazione. È noto che la disinformazione abbia spesso il vantaggio della velocità, capillarità e semplicità, mentre verificare richiede tempo, fonti e competenze e l’eventuale smentita raggiungerà poche persone. Resta comunque una missione necessaria, per quanto insufficiente senza una regolamentazione dall'alto.

Da bambini il mondo ci entra dagli occhi senza chiedere permesso. Quello che vediamo o pensiamo di vedere, esiste. Il mostro sotto il letto, il mago in televisione, l’eroe che vola sullo schermo. Crescendo impariamo lentamente che le immagini possono ingannare, che esistono trucchi, montaggi, finzioni. È una forma di educazione dello sguardo. Perdiamo l’innocenza, ma in cambio acquistiamo strumenti.

In un futuro prossimo, probabilmente, torneremo in una condizione infantile, ma rovesciata: non crederemo a ciò che vediamo. Dopo aver imparato per tutta la vita a distinguere la realtà dalla finzione, ci troviamo davanti a uno scenario di dubbio perpetuo.

Per quasi due secoli la fotografia ha costruito gran parte della propria forza sulla relazione fisica con ciò che si trovava davanti all’obiettivo. Poteva mentire, naturalmente. Poteva essere manipolata, costruita, selezionata, decontestualizzata. Ma qualcosa, davanti alla macchina fotografica, era stato necessario. La fotografia poteva deformare il reale, ma non prescindere completamente da esso.

E per quanto ci sia chi abbia cercato di demolire completamente la credibilità della fotografia, difficilmente rinunceremmo alle nostre foto di famiglia solo perché mostrano un frammento, un istante parziale o una versione incompleta del nostro rapporto con un genitore, un parente o un amico. Sappiamo che non raccontano tutto, ma continuiamo a riconoscere in esse una traccia di qualcosa che è realmente accaduto. La loro parzialità non annulla il loro valore di testimonianza.

La consapevolezza che il nostro impegno non sia più sufficiente (se mai lo è stato) per scegliere a cosa credere, anche dopo verifiche e approfondimenti, introduce una forma di impotenza nuova. La nostra necessità di adattamento, ci spingerà a trovare un compromesso e questo compromesso, probabilmente, consisterà nel non credere più a nulla. O forse, più plausibilmente, a credere a ciò di cui siamo già convinti. A quel punto il criterio non sarà più la verità, ma la compatibilità.

Accetteremo più facilmente ciò che conferma il nostro sistema di convinzioni e respingeremo ciò che lo mette in crisi. In questo senso, l’intelligenza artificiale non introdurrebbe un meccanismo nuovo, ma amplificherebbe qualcosa che i social network hanno già reso evidente ovvero la tendenza a vivere all’interno di bolle informative, a selezionare le conferme e a evitare ciò che produce dissonanza.

Il rischio più subdolo è quello di perdere progressivamente la disponibilità a lasciarci contraddire dalle immagini.


The End of Contradiction?

The difficulty of recognising truth, and the refuge of compatibility

In a long New York Times article entitled “The World’s Leading Deepfake Expert No Longer Trusts His Own Eyes”, Hany Farid, one of the world’s leading experts in digital forensics and deepfakes, describes having reached the point where he no longer trusts his own eyes. After more than twenty years spent distinguishing authentic images from manipulated ones, he now finds himself analysing photographs, videos and audio recordings generated by artificial intelligence on a daily basis, increasingly difficult to identify as such. Even genuine content now requires complex verification before it can be regarded as reliable. More and more often, it is impossible to arrive at a definitive answer about what we are looking at.

This uncertainty has even entered his private life. After someone cloned his voice using AI and spoofed his telephone number in an attempt to obtain confidential information from one of his colleagues, Farid and his wife agreed on a safe word to use during sensitive phone calls in order to verify each other’s identity. This situation ultimately led him to move away from Silicon Valley and settle on a farm in the woods of Vermont, in search of a more tangible existence, less mediated by screens.

I increasingly experience a similar feeling in my own verification work, particularly when dealing with photographs — or supposed photographs — connected to the news. Disinformation often has the advantage of speed, reach and simplicity, whereas verification requires time, sources and expertise, and any subsequent correction will reach only a fraction of those who encountered the original claim. It nevertheless remains a necessary task, however insufficient it may be without regulation at a systemic level.

As children, the world enters through our eyes without asking permission. What we see, or believe we see, exists. The monster under the bed, the magician on television, the hero flying across the screen. As we grow older, we gradually learn that images can deceive us, that tricks, editing and fiction exist. It is a form of visual education. We lose our innocence, but in exchange we acquire tools.

In the near future, perhaps, we will return to a kind of childhood condition, but in reverse: we will no longer believe what we see. After spending our entire lives learning to distinguish reality from fiction, we now find ourselves facing a state of perpetual doubt.

For almost two centuries, photography has derived much of its power from its physical relationship with whatever stood in front of the lens. It could lie, of course. It could be manipulated, constructed, selected or taken out of context. But something had to have been there, in front of the camera. Photography could distort reality, but it could not dispense with it altogether.

And however much some have sought to dismantle photography’s credibility entirely, few of us would be willing to give up our family photographs simply because they show only a fragment, a partial moment or an incomplete version of our relationship with a parent, relative or friend. We know they do not tell the whole story, but we continue to recognise in them a trace of something that really happened. Their partial nature does not erase their value as testimony.

The realisation that our own efforts are no longer sufficient — if they ever were — to determine what to believe, even after verification and careful investigation, introduces a new form of powerlessness. Our need to adapt will push us towards some kind of compromise, and that compromise will probably consist in no longer believing anything at all. Or perhaps, more plausibly, in believing what we are already convinced of. At that point, the criterion will no longer be truth, but compatibility.

We will more readily accept what confirms our existing system of beliefs and reject what challenges it. In this sense, artificial intelligence would not introduce an entirely new mechanism, but rather amplify something that social networks have already made apparent: the tendency to live within information bubbles, to select confirmation and to avoid whatever produces dissonance.

The more insidious risk is that we gradually lose our willingness to allow images to contradict us.

Digger, breve recensione e parere personale /  by Filippo Venturi

Digger è un film che probabilmente farà flop al botteghino (almeno a giudicare dai primi dati) e che rischia di essere sottovalutato. Se fosse stato girato da Lanthimos o Kaufman, si griderebbe al miracolo.

Il problema è che chi lo rivaluterà, magari fra qualche anno, forse definendolo persino premonitore (in realtà siamo già sulla traiettoria per finire come i personaggi del film), rischia di farlo eccedendo nella direzione opposta.

È un buon film, con diverse idee e alcuni momenti molto interessanti, ma non lo definirei un capolavoro.

[Attenzione: seguono spoiler]

Tutta la prima parte è fatta bene ma abbastanza scontata, con personaggi più o meno riconoscibili tra figure realmente esistenti, resi in modo caricaturale. Una scelta che alla lunga rischia però di stancare, anche perché gli originali sono già fin troppo caricaturali di loro.

La scena dell'albero che cade e ciò che avviene subito dopo è forte, ti spiazza e fa improvvisamente salire l'interesse per il film. In seguito, quando scopri che la storia rappresentata a teatro si ispira a eventi realmente accaduti, arriva un altro capovolgimento, a sua volta seguito dal colpo di scena finale.

Oltre alla scena dell'albero, meritano una menzione quella in cui i leader americani sembrano preoccuparsi dell'uso di termini volgari per non offendere le donne presenti, per poi scoppiare a ridere osservando che non ci sono, la scena del discorso di Digger Rockwell ai leader europei e il finale.

Al di là di questi cambi di prospettiva, che sono suggestivi, la questione cruciale diventa:
Che cosa vuole comunicarci Iñárritu?

Secondo me il messaggio rischia di essere abbastanza semplice, ma non per questo scontato: essere consapevoli di un problema non significa essere capaci di affrontarlo o essere spinti a farlo.

L'interesse personale concreto, la necessità individuale, la comodità immediata tendono quasi inevitabilmente ad avere la precedenza su qualcosa di enormemente più importante ma lontano, astratto e collettivo, persino quando è in gioco la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta.

È una contraddizione che ricorda quanto osservava Günther Anders a proposito dell'uomo tecnologico. Siamo diventati capaci di produrre conseguenze enormemente superiori alla nostra capacità di immaginarle e, soprattutto, di sentirle come realmente nostre.

E questo meccanismo riguarda tutti: i responsabili, i testimoni e i consapevoli. Non significa naturalmente mettere sullo stesso piano chi provoca e trae profitto dalla catastrofe e chi semplicemente vi assiste o la subisce; significa riconoscere un limite che, in proporzioni diverse, ci riguarda tutti.

C'è poi qualcosa di ancora più amaro: persino la consapevolezza può diventare spettacolo. Il pubblico conosce la catastrofe, guarda la sua rappresentazione, riconosce e deride i responsabili, applaude. Poi esce dal teatro e torna a vivere dentro le conseguenze di quella stessa catastrofe. E noi spettatori di Digger, in fondo, stiamo facendo qualcosa di molto simile.

A questo punto subentra ancora di più il mio parere personale, ma ho l'impressione che il film finisca anche per mettere indirettamente in risalto l'importanza di chi prova a fare qualcosa di concreto e che, puntualmente, viene deriso o sminuito. Che si parli, ad esempio, della Global Sumud Flotilla o, ancora più direttamente in tema, di Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Fridays for Future e altri gruppi che vengono crocifissi perché chiudono una strada o lanciano vernice, nel tentativo di spostare l'attenzione su problemi epocali, ma finiscono puntualmente per attirare soprattutto rabbia e rancore perché ci impediscono di portare avanti i nostri impegni quotidiani.

Condividere la diagnosi è facile, accettarne concretamente le conseguenze molto meno. Possiamo considerarci perfettamente consapevoli di un problema, ma quando la risposta a quel problema interferisce con la nostra vita immediata, la gerarchia delle priorità cambia rapidamente.

Infine, andando ancora più fuori tema, sono convinto che oggi un film diretto e violento come NAZA sia più necessario, e forse anche più efficace, di un film che insiste sui propri virtuosismi e sul metacinema, fino al punto da rischiare di spostare l'attenzione dal messaggio al modo in cui quel messaggio viene costruito e comunicato.

Viaggio nel Kent (Parte 2) - Inglesi infreddoliti /  by Filippo Venturi

Nel Kent abbiamo fatto tappa in diversi villaggi di pescatori e cittadine affacciate sul Mare del Nord, dove ho potuto continuare la mia serie fotografica, decisamente poco scientifica, intitolata “Inglesi infreddoliti che cercano di godersi l’estate” 🙂

Mi rendo conto che Martin Parr ha influenzato in modo permanente il mio modo di guardare l’Inghilterra. E non solo quella.


In Kent, we stopped in several fishing villages and seaside towns overlooking the North Sea, where I was able to continue my decidedly unscientific photographic series entitled “Chilly English people trying to enjoy the summer” 🙂

I’ve realised that Martin Parr has permanently influenced the way I look at England. And not just England.

Viaggio nel Kent (Parte 1) - Hotel Continental /  by Filippo Venturi

Regno Unito e Irlanda sono un po’ la vacanza ideale mia e di Elisa: castelli abbandonati, abbazie imponenti, scogliere maestose, paesini immersi nel verde o villaggi di pescatori affacciati sulla costa, sentieri che invitano a camminare e pub accoglienti dove fermarsi, scaldarsi e rifocillarsi.

Non a caso, negli anni li abbiamo girati in lungo e in largo e continuiamo a considerarli tra i luoghi migliori per rilassarsi. :)

Nei giorni trascorsi nel Kent abbiamo alloggiato all’Hotel Continental di Whitstable, un paesino sul mare molto pittoresco, noto anche per la sua storica tradizione legata all’allevamento delle ostriche.

L’albergo aveva alcune sale con grandi vetrate affacciate sul mare. Da lì si potevano osservare gli abitanti passeggiare lungo i sentieri della costa, mentre all’interno c’erano il bar e la sala dove gli ospiti facevano colazione.

A noi piaceva così tanto quell’atmosfera che, anche dopo aver finito di mangiare, restavamo a lungo al tavolo a chiacchierare e a guardare quello che succedeva intorno a noi: persone di tutte le età che si fermavano a lavorare al computer, leggere o semplicemente guardare fuori dalle finestre.

Anche a Ulisse piaceva molto quel contesto e più di una volta si è fermato volentieri lì a finire i compiti delle vacanze.

È stato comunque un viaggio fatto di spostamenti ed esplorazioni, come piace a noi, ma sapere che alla sera saremmo tornati in un posto così accogliente (e che la mattina ci aspettava quella colazione davanti al mare) era decisamente un valore aggiunto.

Dylan Dog 481: Il "giallo" della copertina di Claudio Villa /  by Filippo Venturi

Una delle copertine più attese dell'anno è finita al centro di un presunto pasticcio redazionale.

In occasione delle celebrazioni per l'attesissimo numero 481 di Dylan Dog, intitolato "Prima che sia l'alba", Sergio Bonelli Editore ha calato gli assi, coinvolgendo maestri del calibro di Corrado Roi, Angelo Stano e Claudio Villa per delle variant cover d'eccezione, distribuite all'interno di blind pack sigillate. Ma è proprio sulla variant firmata da Claudio Villa che è scoppiato il caso.

Tutto è iniziato quando i primi cataloghi promozionali e le anteprime digitali hanno mostrato un'immagine insolita. Il volto di Dylan Dog appariva segnato da ombreggiature digitali pesanti, quasi delle "macchie" su guance e fronte, decisamente lontane dal tratto pulito e impeccabile a cui il maestro Villa ci ha abituati.

A fare chiarezza è intervenuta sul proprio account Instagram la colorista Erika Bendazzoli, che ha confermato che in stampa non è andata la versione definitiva e che ormai non c’era più il tempo per porvi rimedio.

Sul viaggiare, sul fotografare /  by Filippo Venturi

Viaggiare significa anche uscire dalla propria zona di comfort e dalle proprie certezze, scoprire nuovi luoghi, incontrare sconosciuti e prepararsi a imparare qualcosa di nuovo su di loro e su se stessi.

Fotografare significa anche osservare questi luoghi e guadagnarsi la fiducia delle persone, ascoltare le loro storie, i loro problemi e le loro speranze, e ripagarli dando loro voce là dove non arriva.

Per me, riuscire in tutto questo è una delle esperienze più gratificanti.

— Filippo Venturi


Travelling is also about getting out of your comfort zone and your certainties, discovering new places, meeting strangers and preparing to learn something new about them and about yourself.

Photographing is also observing these places and gaining the trust of these people, listening to their stories, problems and hopes, and to repaying them by giving them a voice where theirs does not reach.

For me, succeeding in these things is one of the most rewarding experiences.

— Filippo Venturi