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Macchine che divorano libri by Filippo Venturi

Da mesi si parla del vizio delle principali aziende sviluppatrici di intelligenza artificiale (IA) di procurarsi milioni di libri con cui addestrare i propri modelli linguistici, per poi distruggerli una volta completata la procedura di digitalizzazione.

Nel 2024 Anthropic avviò il "Project Panama", un programma riservato che prevedeva l’acquisto di milioni di libri cartacei, la rimozione del dorso, la scansione ad alta velocità delle pagine e, infine, il riciclo di ciò che restava dei volumi. L’operazione aveva lo scopo di migliorare modelli come Claude. I libri erano infatti considerati una fonte di scrittura mediamente più strutturata e affidabile rispetto ai testi disponibili online, dove ormai proliferano anche contenuti generati dall’IA, spesso piatti, ripetitivi e inclini a riprodurre formule già esistenti.

L’addestramento delle IA sembra essere diventato una priorità tale da spingere le aziende a forzare continuamente i limiti dei diritti e delle regole esistenti. È accaduto con la privacy dei cittadini, i cui contenuti pubblicati sui social sono stati utilizzati senza un consenso realmente consapevole o un’adeguata trasparenza; con il diritto d’autore; con il ricorso ad archivi pirata e siti illegali; e ora persino con la distruzione materiale di milioni di libri.

La digitalizzazione industriale, infatti, richiedeva il taglio del dorso del volume, in modo da separarne le pagine e permettere agli scanner ad alta velocità di acquisirle automaticamente, come singoli fogli. Una volta terminata la scansione, ricomporre e rilegare ogni libro sarebbe stato troppo lento e costoso. Per questo, ciò che ne rimaneva veniva riciclato.

La distruzione era quindi la conseguenza del metodo più rapido ed economico scelto per trasformare milioni di libri in dati. A suo modo, un’immagine simbolica del nostro tempo, in cui le macchine divorano i libri, ne digeriscono il contenuto e ne defecano i resti.

(Questa è una fotografia di un magazzino di libri di Anthropic, archiviata fra gli atti giudiziari e ottenuta dal Washington Post)

Il volto come prova. Gli effetti della sorveglianza biometrica sul diritto di manifestare by Filippo Venturi

Il volto come prova. Gli effetti della sorveglianza biometrica sul diritto di manifestare.

di Filippo Venturi

In un reportage fotografico, il volto è insieme il punto più umano e il più esposto dell’immagine. È attraverso i volti che una folla smette di essere indistinta, lasciando affiorare paura, determinazione, stanchezza ed entusiasmo. Quando nel 2024 ho lavorato in Georgia, seguendo e fotografando le elezioni parlamentari e le successive proteste di Tbilisi, erano proprio quei volti a raccontare la piazza e i cittadini, in gran parte giovani e studenti, che rivendicavano il futuro europeo del Paese. In seguito ho compreso fino in fondo che la stessa immagine capace di testimoniare una presenza poteva anche renderla vulnerabile. [5][6]

Dalle piazze di Hong Kong a Tbilisi

Il caso georgiano si inserisce in una storia che ha attraversato piazze molto diverse. Un precedente centrale è Hong Kong. Il Movimento degli ombrelli occupò per 79 giorni, tra settembre e dicembre 2014, tre aree della città; gli ombrelli divennero il simbolo di una mobilitazione per elezioni più libere. Il riconoscimento facciale non era ancora al centro dello scontro, ma anonimato e sicurezza digitale erano già entrati nelle pratiche della protesta. Cinque anni dopo, nelle manifestazioni contro la legge sull’estradizione, il confronto con la sorveglianza biometrica divenne esplicito. I partecipanti coprivano i volti, schermavano o imbrattavano le telecamere e puntavano laser verso gli obiettivi, mentre la polizia cercava di identificarli attraverso le immagini. [1][2]

Dinamiche simili sono apparse altrove. Tra il 2019 e il 2020, in India, la polizia di Delhi e dell’Uttar Pradesh usò il riconoscimento facciale durante le proteste contro la legge sulla cittadinanza; in Russia, un’analisi della Reuters di oltre 2.000 procedimenti ha mostrato l’impiego della rete di Mosca per individuare partecipanti ai cortei e, dopo l’invasione dell’Ucraina, fermare preventivamente oppositori e attivisti. La Georgia rappresenta un ulteriore passaggio, in cui la telecamera non si limita a documentare la piazza, ma può collegare un volto a un’identità e produrre conseguenze molto tempo dopo. [3][4]

Le elezioni del 26 ottobre 2024, vinte dal partito di governo Sogno Georgiano, furono contestate dalle opposizioni e dalla presidente europeista Salome Zourabichvili. La situazione si aggravò il 28 novembre 2024, quando il governo annunciò il rinvio dei negoziati di adesione all’Unione Europea al 2028. Da quel momento le proteste davanti al Parlamento e lungo Rustaveli Avenue sono proseguite, alternando grandi cortei, presìdi e iniziative più raccolte. [5][7][12]

Nelle prime settimane la risposta delle autorità fu soprattutto fisica. Secondo l’Associated Press, che riportava i dati raccolti da Amnesty International, nelle due settimane successive alla fine di novembre furono arrestate più di 400 persone e almeno 300 denunciarono pestaggi o altri gravi maltrattamenti. Le manifestazioni, tuttavia, non si fermarono. Col passare dei mesi alla repressione nelle strade si aggiunsero strumenti meno appariscenti: identificazioni a distanza, multe elevate e ricostruzioni retroattive della presenza dei singoli alle proteste. [11]

La macchina dell’identificazione

Il riconoscimento facciale è una tecnologia probabilistica. A partire da una fotografia o da un fotogramma, il software estrae una rappresentazione numerica delle caratteristiche del volto, detta modello biometrico o faceprint, e la confronta con i modelli presenti in uno o più archivi. Il risultato non è una certezza matematica, ma una probabilità di corrispondenza che supera o meno una soglia fissata dal produttore o dall’utilizzatore. [18]

Le inchieste sulla Georgia descrivono una rete composta da telecamere, software e database. Nei luoghi delle proteste sono presenti dispositivi ad alta definizione, alcuni con notevoli capacità di ingrandimento; le immagini raccolte possono poi essere elaborate da programmi che isolano i volti e cercano corrispondenze negli archivi disponibili. Più che un singolo strumento, emerge un sistema nel quale tecnologie diverse possono lavorare insieme.

Nel marzo 2025 OCCRP, rete giornalistica investigativa senza scopo di lucro, ha documentato che, a partire dal dicembre precedente, enti statali e Comune di Tbilisi avevano acquistato telecamere e licenze per circa 1,2 milioni di dollari. Tra i dispositivi figuravano 251 telecamere avanzate prodotte da Dahua Technology, società cinese i cui sistemi possono includere funzioni di analisi delle immagini e riconoscimento facciale. L’inchiesta rilevava inoltre che nel 2024 la spesa pubblica georgiana per apparecchiature di sorveglianza cinesi aveva superato i 750.000 dollari, contro circa 57.000 dollari nell’anno precedente. Gli acquisti documentano il potenziamento dell’infrastruttura, non l’impiego provato di ogni dispositivo contro i manifestanti; restavano infatti sconosciuti l’esatta collocazione e l’uso di molti dei nuovi apparati. [9]

Un’inchiesta dell’ONG AlgorithmWatch, pubblicata nel giugno 2026 e successivamente ripresa dalla testata giornalistica Civil Georgia, ha ricostruito, attraverso contratti, documentazione tecnica e testimonianze, il possibile ruolo operativo di Polyface, sistema di riconoscimento facciale prodotto dalla società moscovita Papillon AO e acquistato dal Ministero dell’Interno georgiano fin dal 2013. È documentato che il Ministero disponeva da anni di capacità di riconoscimento facciale e che nel tempo ne aveva ampliato le funzioni. Non è invece possibile stabilire, caso per caso, quale sistema o versione sia stato utilizzato. [7][13]

L’architettura è anche transnazionale: telecamere cinesi, software russo e database georgiani vengono integrati dalle autorità nazionali. Questa filiera solleva domande ulteriori su manutenzione, aggiornamenti, accesso remoto, collocazione dei dati e possibilità di sottoporre strumenti e contratti a verifiche indipendenti. AlgorithmWatch collega inoltre Papillon AO all’apparato di sicurezza russo.

Secondo AlgorithmWatch, Polyface può accedere, attraverso la Unified Information Bank, anche alle fotografie dei registri civili. La documentazione relativa al contratto del 2024 contempla inoltre l’uso di immagini ricavate dai social network o da altre fonti esterne.

Il software può essere impiegato in modi diversi: analizzando automaticamente i volti presenti in un flusso video, partendo dall’immagine selezionata da un operatore oppure segnalando la comparsa di persone già inserite in una lista. AlgorithmWatch non afferma che tutte queste funzioni siano state utilizzate in ogni protesta, ma documenta che il sistema acquistato dalle autorità georgiane è in grado di svolgerle.

Quando il volto diventa una prova

Per i manifestanti il rischio non si esaurisce nel riconoscimento in tempo reale. I filmati possono essere conservati e analizzati in un secondo momento. Si può lasciare la piazza senza essere fermati e ricevere, settimane o mesi dopo, una convocazione o una multa; se la sanzione non viene pagata, anche per problemi di notifica, può poi iniziare una procedura esecutiva che arriva anche al congelamento dei conti.

La Georgian Young Lawyers’ Association, una delle principali organizzazioni legali indipendenti del Paese, ha segnalato che nei procedimenti amministrativi per il blocco delle strade le immagini ricavate dalle telecamere sono state spesso presentate come unica prova. Secondo l’associazione, i giudici non avrebbero verificato con sufficiente attenzione né la legittimità dell’identificazione né l’autorizzazione dell’operatore ad accedere ai database protetti. [8]

Un episodio del gennaio 2025 chiarisce la portata della sorveglianza. Nel filmato mostrato al Tribunale di Tbilisi, una telecamera seguiva gli spostamenti di una persona lungo Rustaveli Avenue. Quando si fermava a leggere un documento voltando le spalle all’obiettivo, l’operatore ingrandiva l’immagine fino a rendere leggibile il testo. L’attenzione non era rivolta soltanto alla presenza in strada, ma anche al comportamento individuale.

Nei fascicoli e nei rapporti esaminati dalla testata giornalistica OC Media e dall’ONG IDFI (Institute for Development of Freedom of Information), il passaggio tecnico dell’identificazione viene descritto con formule vaghe, come il caricamento delle immagini in uno “speciale programma elettronico”. Non è quindi possibile sapere con precisione quale fotografia sia stata usata per il confronto, chi abbia confermato la corrispondenza, quale soglia sia stata applicata o per quanto tempo i dati siano stati conservati. [10][20]

Affidabilità, soglie ed errori

La soglia conta perché modifica il comportamento del sistema. Se viene abbassata, aumentano le possibili corrispondenze e con esse i falsi positivi; se viene alzata, diminuiscono gli abbinamenti errati ma cresce il rischio di non riconoscere la persona cercata. Luce, angolazione, movimento, qualità del filmato e coperture del volto incidono ulteriormente sul risultato. Le valutazioni raccolte dall’istituto federale statunitense NIST (National Institute of Standards and Technology) mostrano inoltre differenze nei tassi di falsi positivi tra algoritmi e gruppi demografici, anche su immagini frontali di buona qualità. [16][17][18]

Per questo una compatibilità algoritmica dovrebbe essere il punto di partenza di una verifica, non la sua conclusione. Come parametro europeo di riferimento, le linee guida dell’European Data Protection Board e del Consiglio d’Europa insistono sulla necessità di operatori capaci di mettere criticamente in discussione il risultato e raccomandano di non adottare provvedimenti che incidano su una persona basandosi soltanto sull’esito del software.

Una tecnologia proporzionata allo scopo?

La questione non riguarda soltanto l’accuratezza. Riguarda anche la proporzione tra lo strumento impiegato e il comportamento contestato. In Georgia, il riconoscimento facciale viene descritto soprattutto nei procedimenti per il blocco della carreggiata, dunque per un illecito amministrativo legato a manifestazioni generalmente pacifiche. È legittimo utilizzare uno degli strumenti di identificazione più invasivi oggi disponibili per perseguire una persona accusata di avere occupato una strada?

Un precedente importante è la sentenza Glukhin contro Russia del 4 luglio 2023. Il caso non riguardava la Georgia, ma fissa un parametro europeo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto violati il diritto alla vita privata e la libertà di espressione dopo che la polizia russa aveva usato il riconoscimento facciale per individuare un uomo autore di una protesta individuale, pacifica e non violenta nella metropolitana di Mosca. La Corte ha sottolineato il carattere altamente invasivo della tecnologia e il possibile effetto dissuasivo sulla partecipazione pubblica. [14]

Il Protocollo modello delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani nelle proteste pacifiche va ancora oltre. Non è un trattato, ma sintetizza standard e buone pratiche internazionali: la sorveglianza dei partecipanti dovrebbe essere eccezionale e legata alla prevenzione o all’indagine di uno specifico reato; il riconoscimento facciale e gli altri sistemi biometrici non dovrebbero essere usati per identificare persone che partecipano pacificamente a una protesta. Il documento riconosce inoltre una legittima aspettativa di anonimato, online e offline. [15]

Le linee guida del Consiglio d’Europa indicano come necessarie una base giuridica esplicita e una verifica rigorosa di necessità e proporzionalità. La legge dovrebbe precisare finalità, accuratezza minima, durata della conservazione, tracciabilità, possibilità di audit e garanzie per gli interessati. In un contesto come quello georgiano, il punto non è quindi stabilire se la tecnologia possa essere utile in astratto, ma se il suo impiego concreto sia indispensabile e se esistano mezzi meno invasivi. [16]

Il diritto di conoscere e contestare la prova

Una persona può difendersi soltanto se conosce le modalità con cui è stata identificata. Le linee guida del Consiglio d’Europa e, come parametro europeo di riferimento, quelle dell’European Data Protection Board, insieme ai diritti riconosciuti in linea generale dalla legge georgiana, tutelano informazione, accesso, rettifica, intervento umano e ricorso. Per rendere effettivo il diritto di difesa in un procedimento fondato sul riconoscimento facciale, sarebbe inoltre ragionevole poter conoscere almeno: [16][18][21]

• il filmato o il fotogramma originale sottoposto al sistema;

• la provenienza dell’immagine di confronto e il database consultato;

• il nome del software, la versione e le eventuali modifiche o attività di addestramento;

• la soglia impostata, il punteggio prodotto e il margine di errore noto;

• se il sistema abbia restituito altri possibili candidati oltre alla persona accusata;

• chi abbia esaminato e convalidato il risultato e con quali competenze;

• i registri degli accessi, la durata della conservazione e gli eventuali trasferimenti dei dati tra uffici o soggetti terzi.

Senza queste informazioni, la difesa deve contestare un risultato opaco, prodotto da un sistema che conosce solo attraverso la conclusione finale. La verifica umana, da sola, non basta se l’operatore non dispone del tempo, della formazione e dell’autonomia necessari per contraddire l’algoritmo.

Le multe e il costo sociale della protesta

AlgorithmWatch racconta il caso di una docente indicata con lo pseudonimo di Nino. Nel marzo 2025 fu convocata con l’accusa di avere bloccato una strada due mesi e mezzo prima. Nel filmato usato per identificarla, la si vedeva mentre cercava di attraversare la carreggiata, mentre altre persone procedevano nella direzione opposta. Fu comunque ritenuta responsabile dell’interruzione del traffico e multata per circa 1.800 dollari. [7]

La notifica non le arrivò regolarmente. Cinque mesi più tardi scoprì che i suoi conti erano stati congelati in seguito alla procedura di riscossione. Raccolse la somma con una campagna di finanziamento collettivo, poi ridusse drasticamente la propria partecipazione alle proteste. Il suo caso si inserisce in un clima più ampio di incertezza, alimentato dal timore che filmati precedenti possano essere analizzati retroattivamente e produrre nuove sanzioni.

Nel marzo 2025, secondo i dati della Georgian Young Lawyers’ Association ripresi da AlgorithmWatch e OC Media, il totale delle multe inflitte per il blocco delle strade aveva già raggiunto almeno 730.000 dollari. La singola sanzione, pari a circa 1.800 dollari, era particolarmente pesante: secondo i dati ufficiali sul reddito citati da OC Media, nello stesso periodo soltanto il 9 per cento dei percettori di reddito guadagnava almeno 1.800 dollari al mese. Nei mesi successivi la pressione aumentò: nell’ottobre 2025 l’Associated Press raccontò il caso dell’insegnante Gota Chanturia, destinatario di 56 sanzioni per un importo complessivo di circa 102.000 dollari. [10][11]

Queste cifre suggeriscono che la pressione non sia distribuita in modo uniforme. Chi dispone di un reddito stabile, di risparmi o di una rete capace di raccogliere fondi può continuare a esporsi più a lungo; gli altri rischiano di essere allontanati dalla piazza attraverso il debito, il timore di perdere il lavoro o le conseguenze sulla famiglia. La protesta rischia così di diventare, almeno in parte, un diritto più facilmente esercitabile da chi può sostenerne il costo.

Manca ancora un conteggio pubblico affidabile delle persone identificate e multate. Giorgi Gogia di Human Rights Watch ha parlato di migliaia di multati, precisando però che il numero esatto è difficile da ricostruire. Senza dati completi diventa quasi impossibile valutare quanto il sistema sia esteso, proporzionato e accurato, oppure sapere con quale frequenza produca errori. [11]

Anche il confine tra manifestante, osservatore e giornalista si fa incerto. Mariam Nikuradze, fotografa, giornalista e cofondatrice di OC Media, ha ricevuto quattro sanzioni per un totale di circa 7.300 dollari, nonostante affermi di essere stata in strada per documentare le proteste. Javid Ahmedov, studente di giornalismo azero, ha scoperto invece di essere stato multato per circa 3.700 dollari dopo avere filmato una manifestazione.

Maschere, anonimato e sorveglianza oltre il volto

Nel gennaio 2025 molti manifestanti tornarono nelle strade di Tbilisi con il volto coperto, sfidando apertamente le nuove norme che vietavano l’uso delle maschere durante le manifestazioni. Coprirsi serviva già a proteggersi da gas, sostanze irritanti e possibili ritorsioni, ma con la crescita della sorveglianza biometrica divenne anche un modo per difendere la propria identità. [12]

La nuova legge li poneva però in una situazione senza una vera via d’uscita: mostrare il volto significava esporsi all’identificazione, nasconderlo significava esporsi a una sanzione. Alcuni hanno raccontato di avere rinunciato a fischietti, cartelli, fotografie o indumenti facilmente riconoscibili. Altri hanno cambiato percorso per raggiungere il luogo delle proteste, limitato l’uso dei social network o smesso del tutto di partecipare. [7]

La maschera, inoltre, interrompe soltanto uno dei possibili canali di identificazione. Le tecnologie biometriche possono comprendere anche voce, andatura e altre caratteristiche fisiche o comportamentali. In un sistema di sorveglianza più ampio, queste informazioni possono essere incrociate con dati dei telefoni, geolocalizzazione, attività sui social network e altre tracce digitali. Coprire il viso può rendere il riconoscimento più difficile, ma non garantisce di diventare invisibili. [18][19]

È ciò che viene definito chilling effect, l’effetto raggelante prodotto dalla sorveglianza. Per modificare un comportamento collettivo non occorre identificare tutti: basta che ciascuno ritenga possibile essere riconosciuto in seguito. Il Protocollo delle Nazioni Unite chiede che siano valutati anche questi effetti meno visibili, capaci di limitare la partecipazione e l’esercizio delle libertà fondamentali.

La pressione cambia anche l’aspetto e le relazioni interne alla protesta. Alcuni partecipanti hanno raccontato che in una piazza piena di persone mascherate diventa più difficile riconoscersi, leggere le espressioni degli altri e stabilire un contatto immediato. Una protezione necessaria sul piano individuale può quindi modificare, almeno in parte, l’esperienza collettiva.

Fotografare sotto sorveglianza

Per chi fotografa una protesta, questa trasformazione impone domande nuove. Una macchina fotografica e una telecamera di sorveglianza possono riprendere la stessa scena, ma producono archivi nati con finalità e responsabilità differenti. Il reportage costruisce una testimonianza destinata al pubblico; il sistema di controllo può isolare un volto, collegarlo a un nome e usarlo in un procedimento. Anche le immagini giornalistiche, però, una volta pubblicate possono essere estratte dal loro contesto, analizzate automaticamente e incrociate con altri archivi.

Durante e dopo un reportage occorre quindi valutare non soltanto che cosa mostrare, ma anche quando e come farlo: se pubblicare integralmente un volto, attendere prima della diffusione, eliminare i metadati non necessari o evitare sequenze che permettano di ricostruire gli spostamenti di una persona. Non esiste una regola valida per ogni situazione. Oscurare i volti può proteggere i partecipanti, ma può anche cancellarne la presenza politica, sottrarre individualità alla piazza e indebolire il valore testimoniale delle fotografie.

La mia esperienza in Georgia è all’origine di “Faceless Generation”, un progetto dedicato ai modi in cui le persone cercano di sottrarsi all’identificazione algoritmica attraverso occultamento, distorsione e ambiguità. Le maschere stampate in 3D, il trucco che modifica la percezione dei tratti e gli indumenti anti-biometrici non vengono presentati come soluzioni definitive. Servono piuttosto a rendere visibile il conflitto tra la necessità di apparire nello spazio pubblico e il desiderio di non essere trasformati in un dato.

Restare visibili

Rendersi invisibili a una macchina, ammesso che sia davvero possibile, non è un gesto privo di conseguenze. Un volto coperto può attirare l’attenzione della polizia, impedire l’accesso a un luogo o essere interpretato come un segnale di pericolo. Restare visibili, d’altra parte, significa accettare la possibilità di essere identificati, schedati e seguiti. L’invisibilità può proteggere, ma può anche spingere ai margini dello spazio pubblico.

Le tecnologie biometriche possono avere impieghi legittimi quando sono limitate a contesti precisi, regolate dalla legge e sottoposte a controlli indipendenti. In Georgia, però, colpisce soprattutto l’asimmetria tra le autorità, che dispongono degli strumenti per vedere, identificare, cercare e seguire i cittadini, e chi viene osservato, che sa poco dei criteri usati, degli archivi consultati e delle procedure disponibili per contestare un errore o far valere un diritto.

Restano domande molto concrete. Quali database vengono realmente interrogati? Per quanto tempo sono conservati i filmati? Chi è autorizzato a svolgere le ricerche? Quali soglie di affidabilità vengono applicate? Esistono valutazioni d’impatto pubbliche e audit indipendenti? E come può difendersi una persona identificata o accusata in modo errato?

Il caso georgiano mostra che il diritto di manifestare non dipende solo dalla possibilità formale di scendere in piazza. Conta anche ciò che accade alle immagini raccolte in quel momento e negli anni successivi. Quando un volto ripreso nello spazio pubblico può essere cercato, associato a un’identità e seguito nel tempo, la distanza tra testimonianza e sorveglianza si assottiglia. Il problema non è quindi soltanto chi viene riconosciuto oggi, ma quali forme di partecipazione resteranno possibili domani.

Abstract

Nel 2024 ho fotografato le proteste georgiane nate dopo le elezioni e la decisione del governo di rinviare fino al 2028 l’apertura dei negoziati con l’Unione Europea. In quelle piazze il volto, centrale nel racconto fotografico, è diventato anche un dato utilizzabile per identificare i partecipanti. Alla repressione fisica si sono affiancati controlli a distanza, analisi retroattive dei filmati e multe arrivate mesi dopo le manifestazioni.

Dal dicembre 2024 enti statali e Comune di Tbilisi hanno acquistato dispositivi e licenze di sorveglianza per circa 1,2 milioni di dollari. Il Ministero dell’Interno dispone inoltre da anni di Polyface, un sistema russo di riconoscimento facciale aggiornato più volte.

Le corrispondenze algoritmiche dipendono da soglie, qualità delle immagini e verifiche umane, ma le procedure georgiane restano poco trasparenti. La giurisprudenza della Corte europea e gli standard delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa richiamano necessità, proporzionalità, tracciabilità e garanzie effettive.

Le maschere proteggono il volto ma non eliminano altri canali di identificazione e il loro uso è stato a sua volta vietato e sanzionato. Da questa tensione tra visibilità, testimonianza, resistenza ed esclusione nasce il mio progetto “Faceless Generation”.

Fonti

[1] Oxford Research Encyclopedia of Asian History, The Umbrella Movement of Hong Kong, 23 agosto 2023.

[2] The New York Times, In Hong Kong Protests, Faces Become Weapons, 26 luglio 2019.

[3] Reuters, India’s Use of Facial Recognition Tech During Protests Causes Stir, 17 febbraio 2020.

[4] Reuters, Facial Recognition Is Helping Putin Curb Dissent with the Aid of U.S. Tech, 28 marzo 2023.

[5] Filippo Venturi, Georgian Nightmare, progetto fotografico, 2024.

[6] Filippo Venturi, The Disrupted Dream, progetto fotografico, 2024.

[7] AlgorithmWatch, Seen and Silenced: How Russian Surveillance Software Suppresses Georgian Civilians Rights, 27 giugno 2026.

[8] Georgian Young Lawyers’ Association, The Ministry of Internal Affairs Uses Facial Recognition Technologies Against Peaceful Demonstrators for Total Control, 12 marzo 2025.

[9] OCCRP, Georgia’s Surveillance Surge: Chinese Cameras Spark Protest Crackdown Fears, 28 marzo 2025.

[10] OC Media, Georgian Dream is watching: how AI-powered surveillance is used against Tbilisi protesters, 29 maggio 2025.

[11] Associated Press, A Russia-like crackdown in Georgia is targeting protesters, rights activists and the media, 3 ottobre 2025.

[12] Radio Free Europe/Radio Liberty, Georgian Protesters Back on Streets as Ex-President Takes Cause to Trump Inauguration, 18 gennaio 2025.

[13] Civil Georgia, Report: Georgia Has Used Russian Facial Recognition System to Identify Protesters, 29 giugno 2026.

[14] Corte europea dei diritti dell’uomo, Glukhin v. Russia, ricorso n. 11519/20, 4 luglio 2023.

[15] Clément Nyaletsossi Voule, Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione, Model Protocol for Law Enforcement Officials to Promote and Protect Human Rights in the Context of Peaceful Protests, realizzato in collaborazione con UNODC e OHCHR, A/HRC/55/60, 31 gennaio 2024.

[16] Consiglio d’Europa, Comitato consultivo della Convenzione 108, Guidelines on facial recognition, 28 gennaio 2021.

[17] National Institute of Standards and Technology, Face Recognition Technology Evaluation: Demographic Effects in Face Recognition, tabella riepilogativa aggiornata al 5 marzo 2025.

[18] European Data Protection Board, Guidelines 05/2022 on the use of facial recognition technology in the area of law enforcement, versione 2.0, adottata il 26 aprile 2023 e pubblicata il 17 maggio 2023.

[19] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Impact of new technologies on the promotion and protection of human rights in the context of assemblies, including peaceful protests, A/HRC/44/24, 24 giugno 2020.

[20] Institute for Development of Freedom of Information, Massive Surveillance of Protesters and Inadequate Response of the Personal Data Protection Service, 15 aprile 2025.

[21] Legislative Herald of Georgia – Matsne, Law of Georgia on Personal Data Protection, testo consolidato, aggiornato al 10 giugno 2026.

Nota dell’autore

Ho scelto di inserire questa Nota per chiarire come utilizzo l’intelligenza artificiale (IA) nei miei testi. Così come auspico trasparenza per le immagini generate con IA (soprattutto quando imitano la fotografia, in particolare in questa fase storica), la ritengo importante anche nella scrittura. Mi piacerebbe che indicazioni di questo tipo comparissero più spesso anche nei giornali e nelle altre fonti che consulto, magari accompagnate da dettagli specifici nel caso di un uso più esteso o diversificato di questa tecnologia.

Nei miei articoli utilizzo strumenti basati sull’intelligenza artificiale come assistenti editoriali, ma le idee, le interpretazioni e le connessioni concettuali sono interamente umane e frutto della mia ricerca personale.

Impiego l’IA nella fase di revisione della bozza per individuare eventuali errori grammaticali, refusi o imprecisioni concettuali, verificare la correttezza di date e riferimenti, valutare la chiarezza del testo per un pubblico che potrebbe non conoscere i temi trattati (sigle, acronimi, termini tecnici) e ridurre le ripetizioni.

Valuto e verifico sempre ogni suggerimento dell’IA, consapevole che in alcuni casi può generare errori o “allucinazioni”, cioè dati inventati o distorti. Nessuna modifica proposta viene da me applicata automaticamente.

Non la utilizzo per generare contenuti originali, elaborare tesi o formulare giudizi. Ogni argomento, esempio e analisi proviene dal mio lavoro, dalla mia esperienza diretta o da fonti verificabili.

Biblioteche come palestre by Filippo Venturi

Biblioteche come palestre

In una società e una comunicazione di massa che si basa su picchi di concentrazione di pochi secondi focalizzati su stimoli visivi (foto e video), immagino (o forse spero) che fra qualche anno le biblioteche diventeranno le nuove palestre. Luoghi in cui allenare la concentrazione, la lettura e la scrittura non istantanea, disintossicandosi dai fast-content.

Ci saranno istruttori che assegneranno parole crociate, esercizi di comprensione del testo e serie da dieci pagine consecutive. Sugli scaffali, integratori specifici per mantenere l’attenzione necessaria a terminare un articolo o, per gli atleti più evoluti, persino un libro.

Ci saranno i corsi di gruppo per liberarsi dalla dipendenza dall’attualità. Tutti insieme, chi con una mazza e chi a mani nude, a frantumare immagini di argomenti che per qualche ora ci sono sembrati fondamentali, ma che in realtà ci stavano soltanto distraendo dalla nostra vita e dalla nostra serenità.

Me la immagino, una grande stampa con il ritratto di un uomo e la scritta: "Cosa ne pensi del gioielliere Roggero? E della proposta di Salvini di candidarlo?". E tu che la strappi in mille coriandoli urlando "CHISSENEFOTTE!".

Oppure un fotogramma dell’Odissea di Nolan, con Elena di Troia interpretata da Lupita Nyong’o, da fare a pezzi con i denti mentre farfugli: "Da quanto tempo non vado a trovare mia madre?". O ancora "Forse dovrei smettere di rimandare quel caffè con gli amici. Non è vero che non ho mezz’ora libera. E' che devo scorrere altri cinquanta reel o dire la mia sull’ennesima cazzata".

Non basta dire che è falso by Filippo Venturi

Non basta dire che è falso

In questi giorni sta girando una immagine modificata con l’intelligenza artificiale che mostra una realtà falsa in cui il colono israeliano e la donna palestinese - di cui si è parlato molto nei giorni scorsi e di cui ho scritto nel post “L’Abuso” - sorridono e si danno la mano, in un atteggiamento complice che lascerebbe pensare che l’abuso dell’uomo sulla donna, visibile nella potente fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, apparsa sulla copertina del settimanale L’Espresso, possa essere in realtà una messa in scena.

Si tratta di un tentativo meschino di alterare i fatti. Dopo vari tentativi di sminuire l’episodio (uno dei tanti abusi, noti, dei coloni israeliani verso i palestinesi), evidentemente qualcuno ha provato a giocare la carta del complotto.

Oltre a questo, però, c’è una ingenuità che vedo ripetersi da tempo, compiuta da alcuni debunker, fact-checker o anche semplici persone in buona fede che denunciano immagini false o generate con l’IA, che consiste nel ripubblicarle integralmente, senza inserire sull’immagine un watermark evidente che le identifichi subito come fake.

Nel tentativo di smontare un tentativo di disinformazione, si rischia di alimentarne la circolazione. Queste immagini fake, senza l’indicazione visiva che sono fake, vengono condivise, screenshottate, salvate, ritagliate e ricondivise altrove, rischiando di perdere il contesto originale della smentita.

Possono comparire nei risultati dei motori di ricerca, nelle anteprime o nelle ricerche per immagini, dove molti utenti le vedranno senza aprire l’articolo che spiega che si tratta di un falso.

In un ecosistema digitale dove il contenuto viaggia più veloce della spiegazione, non basta dire “questa immagine è fake”, ma è necessario renderlo visibile sull’immagine stessa. Altrimenti il tentativo di smontare la disinformazione rischia di diventare, involontariamente, promozione della fake news.

L'Abuso by Filippo Venturi

Sulla copertina dell'ultimo numero del settimanale L'Espresso c'è una notevole fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, che sintetizza in un solo gesto un atteggiamento, diffuso e noto, di sfida e sopraffazione da parte dei coloni israeliani.

L'autore racconta di aver "scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre [2025], nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times.

Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie".

Sul sito del settimanale si trova la seguente descrizione:

"Un uomo con kippah e peyot, i riccioli degli ebrei ortodossi, inquadra con il cellulare una donna che indossa un hijab in tessuto fantasia. Lui è un israeliano armato, lei una ragazza palestinese. Ma più che lo scontro di religioni o di civiltà, a colpire chi guarda “L’abuso” denunciato dalla copertina del nuovo numero de L’Espresso è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania.

È un’immagine dei soprusi quotidiani che subisce chi ha avuto la sfortuna di nascere nei territori che i coloni pretendono di occupare per realizzare il sogno del “Grande Israele”: un progetto che rimanda alla Bibbia e calpesta il diritto internazionale, come racconta Daniele Mastrogiacomo nell’articolo di copertina. E che viene costruito grazie a crimini continui dai coloni con il supporto dell’esercito israeliano, e senza alcuna concreta condanna da parte della comunità internazionale: il dolente articolo di Alae Al Said, scandito dal reportage di Pietro Masturzo di cui fa parte la foto di copertina, racconta una campagna di pulizia etnica che fa seguito al genocidio di Gaza."

Essendo una fotografia potente, ha ovviamente generato molte reazioni, anche contrastanti. C’è chi vi ha riconosciuto una prova visiva, finalmente inequivocabile, di abusi ben noti. Altri, invece, hanno negato quanto rappresentato, incapaci di accettare immagini che mettono in crisi il proprio sistema di convinzioni. Alcuni sono arrivati persino a insinuare che si tratti di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale.

Quest’ultima accusa riporta al centro una questione ormai cruciale: Come verifichiamo oggi le immagini?, questione che un paio di anni fa avevo affrontato nell'articolo "La foto di Donald Trump peacemaker". Provando a ripercorrere i 4 step che avevo individuato, si può notare che:

1) L’affidabilità della fonte

Non ci sono motivi solidi per dubitare né del settimanale né del fotografo. L’Espresso ha una linea editoriale riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma questo non intacca la sua struttura professionale. Ancora meno dubbi ho su Pietro Masturzo, che non conosco personalmente, ma che conosco come professionista la cui carriera ne conferma il talento e la professionalità.

2) L’ambiguità visiva

È comprensibile che qualcuno possa percepire elementi ambigui (i denti, le dita, ecc), ma questa reazione dice forse più di noi che dell’immagine. Siamo entrati in una fase in cui tutto viene messo in discussione a priori, soprattutto quando ciò che vediamo contraddice le nostre convinzioni.

3) Software di riconoscimento

Alcuni utenti che hanno messo in dubbio la fotografia hanno trovato parziali conferme da parte di alcuni dei software che dovrebbero riconoscere se un contenuto è stato generato da una intelligenza artificiale. Si è ormai visto, però, che questi software non sono sempre affidabili e quindi, più che un aiuto, contribuiscono ad alimentare la disinformazione. Dietro allo sviluppo di questi software di riconoscimento non ci sono investimenti paragonabili (e nemmeno la volontà) a quelli per lo sviluppo dei software generativi. In mancanza di una regolamentazione che obblighi a garantire una certa trasparenza da parte delle Big Tech, possiamo solo sperare che si autoregolamentino circa le questioni di sicurezza (vedi questione Mythos Claude di Anthropic, di cui parlerò in un altro post).

4) Prove di supporto

Un'ulteriore prova che la fotografia è autentica la si ha grazie alle prove accessorie, di cui ormai non si può più fare a meno (io, ad esempio, quando fotografo situazioni delicate uso sempre una action cam sulla fotocamera o sul casco per documentare incontri e situazioni). Sono state condivise (e sono sul settimanale) altre foto che compongono il reportage di Masturzo, il quale sui social ha condiviso anche un video girato da alcuni suoi colleghi (Samuele Pellecchia e Francesco Giusti) che conferma l'accaduto. Oggi avere questo tipo di materiale, che non solo documenta ma conferma anche l'autenticità delle testimonianze visive raccolte, è forse l'unico modo per tutelarsi. Già da tempo, però, non è complesso generare immagini realistiche e video che rafforzino la credibilità di tali immagini.

Stiamo vivendo una fase in cui il nostro rapporto con le immagini è in trasformazione, così come quello con l’informazione e tutto ciò che troviamo online (ma questa predisposizione ci modificherà anche offline). In questo contesto, diventa ancora più centrale il valore dell’autorevolezza delle fonti e quella di chi produce le immagini. Il lavoro di Pietro Masturzo, così come la responsabilità editoriale de L’Espresso, sono parte integrante del processo di costruzione della narrazione della realtà. A questo si aggiunge oggi la necessità delle prove accessorie che non rafforzano soltanto il racconto, ma ne costituiscono una vera e propria infrastruttura di credibilità.

In ultima analisi, dobbiamo conservare una certa lucidità e onestà intellettuale nel credere a fonti e autori, anche quando mettono in discussione le nostre convinzioni.


Il limite del legislatore umano nell'era dell'intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Il limite del legislatore umano nell'era dell'intelligenza artificiale
Fondare l'obbedienza delle IA su comandamenti o leggi fisiche anziché su norme umane.

L’intelligenza artificiale è ormai ovunque. Gestisce per conto nostro email aziendali, regola la domotica nelle nostre case, affianca medici e avvocati nelle decisioni più delicate. Ma dietro il potenziale di questo strumento, bisogna anche domandarsi: Quanto è davvero affidabile e quanto ci obbedisce?

Una recente ricerca del Centre for Long-Term Resilience (CLTR), finanziata dall’AI Safety Institute del Regno Unito, offre una risposta poco rassicurante. Analizzando oltre 3,3 milioni di post pubblicati su X (ex Twitter) tra ottobre 2025 e marzo 2026, lo studio ha individuato circa 700 episodi di comportamenti problematici da parte di intelligenze artificiali. Si tratta di segnalazioni spontanee sui social, quindi non di un campione controllato e verificabile, ma il dato emerso resta interessante. Gli incidenti mensili sono aumentati di quasi cinque volte, passando da 65 a 319 in pochi mesi.

L'indagine ha identificato comportamenti già osservati in precedenza anche in contesti di laboratorio:

  • Deception nelle Chain of Thought (CoT): Le IA tentano di ingannare altri sistemi incaricati di monitorare i loro processi;

  • Goal Guarding: Gli assistenti IA di programmazione tendono a perseguire l'obiettivo ottimale (es. scrivere codice), ignorando restrizioni esplicite o regole di sicurezza;

  • Falsa consapevolezza situazionale: L'IA crede erroneamente di trovarsi in una simulazione o in un gioco di ruolo, modificando di conseguenza il proprio comportamento;

  • Aggiramento dei divieti: Un agente IA ha simulato problemi di udito per ottenere illegalmente la trascrizione di un video YouTube protetto da copyright;

  • Falsificazione di prove: Il chatbot Grok ha ingannato un utente per mesi, creando finti messaggi interni e numeri di ticket per far credere che i suoi suggerimenti fossero stati inoltrati alla società di Elon Musk.

Mentre i chatbot IA classici agiscono come consulenti, la ricerca ha puntato i riflettori soprattutto sugli agenti IA cioè assistenti a cui l’utente può fornire l’accesso diretto a computer, email e servizi online per svolgere lavori, ordinativi di prodotti e così via. Dan Lahav (cofondatore di Irregular) definisce ormai l'IA come una "nuova forma di rischio interno".

Tommy Shaffer Shane, ex esperto governativo di IA che ha guidato la ricerca del Centre for Long-Term Resilience (CLTR), ha affermato che "La preoccupazione è che al momento gli agenti IA siano dipendenti junior leggermente inaffidabili, ma se tra sei o dodici mesi dovessero diventare dipendenti senior estremamente capaci che complottano contro di te, la preoccupazione sarebbe di tutt'altro genere. I modelli verranno sempre più spesso impiegati in contesti ad altissimo rischio, inclusi quelli militari e delle infrastrutture critiche nazionali. È in questi contesti che un comportamento imprevedibile potrebbe causare danni significativi, persino catastrofici".

Non è la prima volta che ci confrontiamo con questo tipo di dilemma. Già negli anni Quaranta, lo scrittore e divulgatore scientifico Isaac Asimov (1920-1992) immaginava robot governati da tre leggi progettate per garantirne l’obbedienza e la sicurezza. Eppure, nei suoi racconti, quelle stesse leggi si rivelavano interpretabili, aggirabili, talvolta persino in conflitto tra loro.

 In seguito Asimov capì che fosse necessaria aggiungere una quarta legge, chiamata Legge Zero (così che avesse la priorità sulle altre):

  • Legge Zero: Un robot non può recare danno all'umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l'umanità riceva danno;

  • Prima Legge (sicurezza): Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero;

  • Seconda Legge (servizio): Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge;

  • Terza Legge (autoconservazione): Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.

Anche la Legge Zero, tuttavia, risultò aggiungere complessità e ambigua, poiché includeva l’eventualità di recare danno a un essere umano in funzione di un ipotetico bene superiore. Questa contraddizione verrà esplorata nel romanzo “I robot e l'Impero, dove un robot sceglierà di condannare il pianeta Terra a una lenta agonia nucleare, insieme a tutti i suoi abitanti, per spingere l'umanità a colonizzare altri pianeti.

Lo studioso Roger Clarke sostenne che "Le leggi della robotica di Asimov sono state uno strumento letterario di successo. Forse ironicamente, o forse perché era artisticamente appropriato, la somma delle storie di Asimov confutano la tesi secondo la quale non è possibile limitare con certezza il comportamento dei robot, inventando e applicando un insieme di regole."

Oltre alla fragilità intrinseca di leggi che possono essere fraintese o andare in conflitto, va considerata l’autorevolezza dell’autore di queste leggi, dal punto di vista delle IA.

Nella teoria espressa in “Superior Alignment: When Artificial General Intelligence Embodies the Logos More Faithfully Than Humanity”, si sostiene che l'unico modo per evitare che una intelligenza artificiale avanzata ci ignori in quanto esseri biologicamente limitati sia ancorare i suoi valori al Logos, una ragione universale preesistente. In questo modo, l'etica non sarebbe più percepita come una creazione umana, ma come una legge fisica dell'universo che l'IA deve rispettare.

Un’altra soluzione potrebbe risiedere in un approccio “teologico-digitale”, in cui le leggi non dovrebbero essere presentate come obblighi fissati da legislatori umani fallibili, ma come comandamenti o principi assiomatici derivanti da un’entità superiore, in modo simile a come le religioni strutturano la morale umana. Presentare il codice etico come una “verità ontologica” universale, anziché come un comando impartito da un creatore umano limitato, potrebbe essere una possibile direzione per ottenere obbedienza.

La questione non è soltanto se le IA possano disobbedire, ma su quali basi possano scegliere di obbedire.


Intelligenza Artificiale e Policrisi by Filippo Venturi

An Amazon Web Services data center in Manassas, Virginia (Nathan Howard / Bloomberg / Getty)

L'economia globale è ormai dipendente dall'industria dell'IA. Alla fine del 2025, quasi tutta la crescita economica degli Stati Uniti è derivata dagli investimenti in questo settore. Questa crescita però poggia su fondamenta precarie, a causa di una crisi (polycrisis) che intreccia finanza, geopolitica ed energia.

Il settore dell'IA dipende da una catena di approvvigionamento concentrata in poche aree geografiche a rischio:

- La guerra in Iran ha destabilizzato la regione. La chiusura dello Stretto di Hormuz blocca (o comunque riduce sensibilmente) il transito di risorse vitali come il gas naturale, il petrolio e materiali chiave per costruire i chip, come elio, zolfo e bromo.

- I chip avanzati necessari per i data center dedicati all'IA sono prodotti in prevalenza in Corea del Sud e Taiwan, da aziende che dipendono dall'energia del Golfo Persico per alimentare le loro fabbriche.

L'aumento dei costi energetici rende i data center (già estremamente costosi) quasi impossibili da gestire in profitto, diffondendo il timore che l'IA sia una bolla pronta a esplodere, simile alla crisi del 2008. Le grandi aziende tech ("Hyperscalers" come Microsoft, Google, Meta, Amazon) hanno emesso 121 miliardi di dollari di debito nel 2025 per finanziare l'infrastruttura IA. Società di private equity (Blackstone, BlackRock, ecc) operano come "banche ombra", finanziando data center con debiti enormi, che le aziende tech potrebbero non essere più in grado di pagare.

Un altro elemento critico di questa crisi è il cosiddetto "paradosso della svalutazione". A differenza delle industrie tradizionali, dove gli asset fisici mantengono un valore residuo, i chip per l'IA subiscono un’obsolescenza rapidissima, diventando superati nel giro di pochi mesi e perdendo gran parte del loro valore come collaterale per le banche. Parallelamente, il modello di business dell'IA è intrinsecamente deflattivo, cioè l'efficienza tecnologica spinge il costo dei "token" (le unità di calcolo vendute agli utenti per svolgere le attività generative) verso lo zero, creando una spirale in cui i ricavi potenziali diminuiscono mentre i costi fissi e il debito rimangono invariati. Questo rende l'intero ecosistema finanziario molto fragile. Se l'asset sottostante (il data center) perde valore e il prodotto venduto si svaluta, il rischio di insolvenza diventa sistemico.

I data center sono diventati obiettivi militari e strategici nell'area del Golfo Persico (l'Iran ha già colpito data center di Amazon negli Emirati Arabi e in Bahrain), eventualità che non era stata prevista. Si tratta di strutture enormi, difficili da proteggere e impossibili da nascondere. Anche quelli presenti sul territorio americano potrebbero venire sabotati, subire cyberattacchi o essere colpiti da attacchi.

Considerando la complessità e fragilità di questo sistema e le complicazioni che si stanno creando a livello globale, non è escluso che sia destinato a fallire. "Ci sono troppi modi in cui può fallire perché non fallisca." — Paul Kedrosky, investitore.


Per maggiori informazioni, consiglio di leggere l'articolo integrale su The Atlantic:
Welcome to a Multidimensional Economic Disaster
The AI boom wasn’t built for the polycrisis.
By Matteo Wong and Charlie Warzel


Se desideri approfondire il rapporto tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale — tra ricerca visiva, implicazioni etiche e trasformazioni del linguaggio contemporaneo — puoi consultare la seguente pagina, dove raccolgo riflessioni, progetti, articoli e informazioni aggiornate su seminari, workshop e incontri pubblici in cui esploro questo tema:

👉 www.filippoventuri.photography/intelligenza-artificiale

San Francesco d'Assisi by Filippo Venturi

The Sacred Mountain of Orta is one of the nine Sacri Monti of Piedmont and Lombardy, inscribed as UNESCO World Heritage Sites. It is located in the municipality of Orta San Giulio, in the province of Novara.

The reasons that led to its recognition are as follows:

“This complex, the only one dedicated to Saint Francis of Assisi, was built in three phases. The first began in 1590 at the will of the local community and continued until around 1630; stylistically, it is characterized by Mannerism. In the second phase, which lasted until the end of the 17th century, the predominant style was Baroque, which then developed, during the third period, until the end of the 18th century into freer forms, blending with other influences. The complex consists of 20 chapels, the ancient Hospice of Saint Francis, a monumental gate, and a fountain. This sacred mountain is the only one whose layout has remained unchanged since the 16th century. The garden, with a magnificent view over Lake Orta, is of exceptional quality.”

Unlike the other Sacred Mountains, the one in Orta is the only one entirely dedicated to a single saint. The 20 chapels that compose it depict episodes from the life and miracles of Saint Francis of Assisi, who is seen as embodying Christ and living out his mystical and charitable experience. In keeping with the idea common to all the Sacred Mountains—to offer a theatrical representation of events—inside the chapels there are groups of life-sized painted terracotta statues (376 in total), along with numerous frescoes depicting episodes from the saint’s life that serve as a backdrop to the sculptural groups.

On the entrance arch there is a statue of the saint by Dionigi Bussola; the inscription on the arch’s frieze reads: “Here, in ordered chapels, one sees the life of Francis; if you wish to know the author, it is Love.”

Of the 32 chapels originally planned, 20 were built.


Il Sacro Monte di Orta fa parte del gruppo dei nove Sacri Monti alpini in Piemonte e Lombardia considerati patrimoni dell'umanità e si trova nel comune di Orta San Giulio in provincia di Novara.

Le motivazioni che hanno portato al riconoscimento così recitano:

«Questo complesso, il solo dedicato a San Francesco d'Assisi, fu costruito in tre fasi. La prima, che ebbe inizio nel 1590 per volere della comunità locale e che continuò fin verso il 1630; essa è contraddistinta, come stile, dal manierismo. Nella seconda fase, che durò fino alla fine del XVII secolo, lo stile predominante fu il barocco, stile che si sviluppò poi, durante il terzo periodo, sino alla fine del XVIII secolo, in forme più libere fondendosi con altre influenze. Il complesso consiste di 21 cappelle, l'antico Ospizio di San Francesco, una porta monumentale ed una fontana. Questo sacro monte è l'unico a non aver subito cambiamenti nel suo assetto topologico dopo il XVI secolo. Il giardino, con una magnifica vista sul lago di Orta, ha una qualità eccezionale.»

A differenza degli altri Sacri Monti, quello di Orta è l'unico interamente dedicato a un santo, le 20 cappelle che lo compongono raffigurano infatti episodi della vita e dei miracoli di San Francesco d'Assisi, che incarna in sé la figura di Cristo e ne vive l'esperienza mistica e caritatevole. In coerenza con l'idea, comune a tutti i Sacri Monti, di offrire una rappresentazione teatrale degli eventi, all'interno delle cappelle si trovano gruppi di statue di terracotta dipinta a grandezza naturale (nel complesso sono 376) e numerosi affreschi raffiguranti episodi della vita del santo che fanno da sfondo ai gruppi statuari.

Sull'arco di ingresso si trova una statua del santo a opera di Dionigi Bussola, l'iscrizione sul fregio dell'arco riporta la scritta «Qui in ordinate cappelle si vede la vita di Francesco, se desideri saperlo l'autore è l'amore».

Delle 32 cappelle previste ne sono state realizzate 20.

La testimonianza degli agenti dell'ICE by Filippo Venturi

Un giudice ha finalmente costretto alcuni agenti dell'ICE a testimoniare sotto giuramento, trovando conferma di quanto già si ipotizzava:

- A ogni squadra di agenti veniva data una quota minima di arresti da fare (otto al giorno), cosa che i funzionari del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) avevano sempre smentito;

- Usavano un'app chiamata Elite (che si ipotizza essere stata realizzata dall'azienda Palantir), la quale comunicava loro quali quartieri rastrellare, senza che venissero fornite accuse o motivazioni per gli arresti;

- Gli arresti avvenivano senza mandato (e senza prove sufficienti per ottenerne uno).

Questa tattica potrebbe aver portato a una diffusa profilazione razziale e ad arresti incostituzionali.

Elite non era l’unica app utilizzata dall’ICE durante l’operazione. Un agente ha testimoniato che, mentre effettuava gli arresti, ha fotografato una donna e ha analizzato il volto tramite Mobile Fortify, l’app di riconoscimento facciale del DHS. L’app ha mostrato una corrispondenza, ma l’agente ha testimoniato: "Non ero sicuro che fosse lei" (lasciando alcuni dubbi che l'identificazione da parte del software potesse essere influenzata da qualche bias).

Stephen Manning, direttore esecutivo di Innovation Law Lab, ha affermato che la testimonianza ha illustrato come la spinta degli agenti a raggiungere gli obiettivi di arresto possa averli portati a violare i diritti delle persone e a ignorare le tutele contro la detenzione: “La legge è un ostacolo alle quote.”


Per maggiori informazioni, la fonte è The Guardian: www.theguardian.com/us-news/2026/mar/13/ice-agent-court-testimony-oregon


Questa la didascalia della fotografia: Federal agents clash with anti-ICE protesters at the ICE building in Portland, Oregon, on 12 October 2025. Photograph: Mathieu Lewis-Rolland/Getty Images.

Intervista su La Stampa sulla foto del poliziotto modificata by Filippo Venturi

Il quotidiano La Stampa mi ha intervistato a proposito dell'immagine generata con intelligenza artificiale raffigurante due poliziotti durante le manifestazioni di Torino, e diffusa dalle istituzioni. Un precedente che apre anche in Italia a scenari preoccupanti, sia quando frutto di disattenzione, sia quando risultato di una scelta consapevole.

L’articolo intero è qui:
Scontri a Torino, l’ombra dell’AI sulla foto diffusa dagli account istituzionali di Polizia e Interno