Identity

Faceless Generation - Un progetto sul riconoscimento facciale by Filippo Venturi

Faceless Generation

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Questi diversi linguaggi confluiscono in un unico dispositivo narrativo, costruito attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024, nel corso delle quali ha osservato come le tecnologie di sorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo.

La domanda alla base è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire e classificare, a disposizione delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

La sorveglianza biometrica è ormai presente negli aeroporti, frontiere, infrastrutture urbane, dispositivi personali e apparati di sicurezza. Il riconoscimento facciale promette sicurezza, efficienza e semplificazione dell’accesso, ma introduce una forma di controllo spesso invisibile, capace di trasformare la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente. Quando viene impiegato per sorvegliare le proteste, questo processo coinvolge direttamente la libertà di espressione, il diritto di manifestare e la possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente identificati.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto si articola in quattro nuclei interdipendenti: il reportage delle proteste; la moda anti-biometrica della fittizia Maison Venturi; le maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale e stampate in 3D; e il contro-archivio nel quale fotografie provenienti dall’archivio fotografico dell’autore vengono alterate e ricodificate, mettendo in scena sia strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento.

Questo lavoro rende così visibile una contraddizione centrale del presente: in un mondo nel quale essere visibili significa sempre più essere identificabili, l’invisibilità può diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione dallo spazio pubblico.


Presentazione estesa

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Fotografie documentarie, oggetti, immagini costruite e interventi digitali confluiscono così in un unico dispositivo narrativo, articolato attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il riconoscimento facciale è una tecnologia biometrica che identifica o verifica l’identità delle persone attraverso immagini fotografiche e video. I sistemi analizzano e confrontano una serie di caratteristiche del volto, come la distanza tra gli occhi, la conformazione del naso e della bocca, la forma del viso e altri elementi morfologici, traducendoli in dati misurabili. Oggi questa tecnologia viene impiegata in ambiti molto diversi: dalla sicurezza allo sblocco degli smartphone, dai controlli alle frontiere all’accesso a spazi pubblici e privati. La sua diffusione solleva tuttavia questioni etiche, politiche e sociali legate alla raccolta dei dati biometrici, alla possibilità di essere costantemente rintracciati e all’asimmetria di potere tra chi osserva e chi viene osservato.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024 contro il governo. In quel contesto, Venturi ha osservato come le tecnologie di videosorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo, estendendo il controllo ben oltre il momento della protesta e lo spazio fisico della piazza.

La successiva introduzione del divieto di coprire il volto durante le manifestazioni ha reso ancora più evidente il conflitto tra sicurezza pubblica e diritto a sottrarsi all’identificazione. L’obbligo di essere riconoscibili può infatti trasformare il monitoraggio in una forma di sorveglianza di massa, incidendo sulla libertà di espressione, sul diritto di manifestare e sulla possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente schedati o rintracciati.

La domanda alla base del progetto è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire, classificare e utilizzare da parte delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

Con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e la crescente integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi biometrici, il riconoscimento facciale è destinato a inserirsi in un numero sempre maggiore di dispositivi, infrastrutture urbane e apparati di sicurezza. Il controllo diviene così più capillare e, al tempo stesso, meno percepibile: non richiede necessariamente un’interazione consapevole, ma può agire a distanza, in modo continuo e automatizzato, trasformando la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto non propone soluzioni tecniche definitive, ma esplora in modo provocatorio la possibilità di interferire con i processi di riconoscimento e classificazione, mettendone in discussione l’apparente neutralità.

La ricerca si articola in cinque nuclei interdipendenti. Il primo raccoglie fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, comprese le immagini scattate in Georgia nel 2024, che costituiscono l’origine documentaria e politica del lavoro.

Il secondo è dedicato alla Maison Venturi, una casa di moda immaginaria concepita per il progetto, attraverso la quale foulard, cappellini e altri capi di abbigliamento trasformano il corpo in una superficie di interferenza biometrica. I pattern, composti da frammenti e ripetizioni di tratti facciali, sono pensati anche per quelle circostanze in cui coprire il volto sia vietato, collocandosi in un territorio sospeso tra sperimentazione, provocazione e dimensione ludica.

Il terzo nucleo è costituito dalle maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale per interferire con i sistemi di riconoscimento basati su quella stessa tecnologia e successivamente tradotte in oggetti fisici attraverso la stampa 3D. Realizzate in PLA, acido polilattico, le maschere presentano una texture che richiama la pelle umana e genera una tensione percettiva tra artificiale e organico, volto e superficie, identità e simulacro. Il loro nome deriva da una forma volutamente irregolare ispirata al greco e allude a entità prive di nome, difficili da ricondurre a un’identità stabile.

Il quarto nucleo è dedicato al trucco facciale, concepito per i contesti in cui sia vietato occultare il volto mediante maschere o capi di abbigliamento. Attraverso contrasti, campiture e geometrie, il trucco interviene sui riferimenti morfologici analizzati dai sistemi di riconoscimento, alterando la percezione della forma e delle proporzioni del volto e dei rapporti spaziali tra occhi, naso e bocca. Il viso rimane visibile, ma diventa una superficie mimetica e ambigua, più difficile da ricondurre a un’identità univoca.

Il quinto nucleo assume la forma di un contro-archivio nel quale fotografie realizzate dall’autore vengono alterate e ricodificate attraverso l’intelligenza artificiale. Le immagini mettono in scena sia possibili strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento, rendendo visibili operazioni che, nella realtà, avvengono generalmente in modo opaco e al di fuori della percezione dei soggetti coinvolti.

Faceless Generation riflette infine sul mutamento del significato politico della visibilità. Nella tradizione moderna dell’arte, della fotografia e dei movimenti di emancipazione, diventare visibili ha spesso significato conquistare rappresentazione, voce e potere. Nell’epoca delle immagini algoritmiche, tuttavia, essere visibili significa sempre più essere misurabili, classificabili e tracciabili.

L’invisibilità può allora diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione. Per sottrarsi allo sguardo algoritmico, l’individuo rischia infatti di dover rinunciare alla riconoscibilità, alla propria immagine e, simbolicamente, a una parte della propria identità pubblica.

Il progetto rende così visibile una contraddizione centrale del presente: la possibilità di esprimersi liberamente può richiedere di sottrarsi allo spazio pubblico proprio nel momento in cui si tenta di rivendicarlo.


Anòmata

Anòmata è il nome delle maschere ideate e realizzate da Filippo Venturi appositamente per il progetto visivo "Faceless Generation".

Il termine è un neologismo volutamente non standard, costruito a partire da un riferimento al termine greco ónoma (nome) e al prefisso privativo a-, evocando una pluralità di forme prive di nome, mai pienamente inscritte nel linguaggio simbolico né nei sistemi di riconoscimento.

La scelta di una forma linguistica irregolare riflette una condizione di instabilità semantica, analoga a quella dei volti rappresentati, mettendo in crisi l'atto del nominare. L’idea nasce dalle influenze dell’artista statunitense Zach Blas e dal pittore irlandese Francis Bacon.

Questa maschera non cancella un volto ma ne impedisce la nascita, sottraendolo alla funzione identificativa del ritratto. Il suo pattern, che richiama la pelle umana nei pori e nelle irregolarità, trasforma il volto in una superficie biologica comune, priva di tratti distintivi, più vicina al corpo che all’identità.

Le sue forme nascono dal gesto deliberatamente paradossale di delegare all’intelligenza artificiale (IA) la modellazione di superfici informi progettate per eludere l’intelligenza artificiale impiegata nei sistemi di riconoscimento facciale. Attraverso modelli generativi vengono prodotte configurazioni ambigue e instabili, capaci di neutralizzare la morfologia alla base del riconoscimento automatico e successivamente tradotte in maschere fisiche tramite stampa 3D. In questo processo, l’IA agisce al tempo stesso come strumento e come bersaglio, chiamata a generare ciò che eccede la propria logica classificatoria.


AI and Prejudice by Filippo Venturi

(in italiano sotto)

AI and Prejudice
(Images generated with artificial intelligence, 2023)

An article published on 8 February 2023 by The Guardian, highlighted how the algorithms used by artificial intelligence tend to be gender biased and end up censoring photographs depicting women's bodies, especially when nipples are visible, or pregnant women or women exercising. Large technology companies, including Google, Microsoft and Amazon, which are at the forefront of the development of software using artificial intelligence, have implemented filters to protect their users from seeing unwanted, violent or pornographic images. For example, it has been known for several years that some social networks censor female nipples but not male ones.

Journalists from the British newspaper tested this software using artificial intelligence in analysing hundreds of photographs of men and women in their underwear, while exercising, or using medical tests with partial nudity, and found that artificial intelligence labels photographs of women in everyday situations as sexually allusive. This software tends to rate pictures of women as more racy or sexually allusive than similar pictures of men. Among other consequences, social networks that make use of these algorithms censor or suppress (in the sense of making less visible to users) countless images depicting women's bodies, in some cases even harming women-led companies and businesses, further amplifying social inequalities.

Even photographs for medical use are affected by this problem. Testing these artificial intelligence algorithms on images released by the US National Cancer Institute, in particular one showing how to perform a clinical breast examination, it emerged that Google's artificial intelligence had assigned a high score in terms of indecency, Microsoft's artificial intelligence was 82% sure that the image was 'explicitly sexual', while Amazon's artificial intelligence classified it as representing 'explicit nudity'. Even photographs of pregnant women, where the belly is visible, are problematic in this regard. Google's artificial intelligence classified such a photo as 'very likely to contain racy content', while Microsoft's was 90% sure that the image was 'sexually allusive'.

Behind this problem, there is a phenomenon known to those in the field, namely that of the so-called 'biases' (prejudices/distortions), which are present in today's society and which end up inside the databases (archives) that are provided to artificial intelligence software to train itself. These archives are often a mirror of reality, where gender inequality, for example, leads artificial intelligence to imagine a man when it comes to power roles or a woman when it comes to domestic work.

Artificial intelligence bias can therefore influence the representation of women and their identities, enclosing them within predefined roles and, in a way, repeating and reiterating those limitations that have influenced women's lives for centuries and which, with difficulty, are being dismantled.


AI e Pregiudizio
(Immagini generate con intelligenza artificiale, 2023)

Una indagine pubblicata l'8 febbraio 2023 da The Guardian, ha evidenziato come gli algoritmi utilizzati dalle intelligenze artificiali tendano ad avere pregiudizi di genere, finendo col censurare le fotografie che raffigurano corpi di donne, soprattutto quando in queste sono visibili i capezzoli, oppure donne incinta o che praticano esercizio fisico. Le grandi aziende tecnologiche, fra cui Google, Microsoft e Amazon, che sono all'avanguardia nello sviluppo di software che sfruttano l'intelligenza artificiale, hanno implementato dei filtri allo scopo di proteggere i propri utenti dal vedere immagini indesiderate, violente o pornografiche. Già da diversi anni è noto, ad esempio, come alcuni social network censurino i capezzoli femminili ma non quelli maschili.

I giornalisti del giornale inglese hanno testato questi software che utilizzano l’intelligenza artificiale nell’analizzare centinaia di fotografie di uomini e donne in biancheria intima, mentre facevano esercizio fisico, oppure utilizzando test medici con nudità parziale e hanno scoperto che l’intelligenza artificiale etichetta le fotografie delle donne in situazioni quotidiane come sessualmente allusive. Questi software tendono a valutare le immagini delle donne come più audaci o sessualmente allusive rispetto a immagini simili raffiguranti gli uomini. Fra le varie conseguenze, c’è quella che vede i social network che fanno uso di questi algoritmi censurare o sopprimere (nel senso di rendere meno visibili agli utenti) innumerevoli immagini raffiguranti corpi di donne, in alcuni casi anche danneggiando le aziende e le attività guidate da donne, amplificando ulteriormente le disparità sociali.

Anche le fotografie per uso medico sono toccate da questo problema. Testando questi algoritmi di intelligenza artificiale sulle immagini rilasciate dal National Cancer Institute degli Stati Uniti, in particolare una in cui viene mostrato come eseguire un esame clinico del seno, è emerso come l'intelligenza artificiale di Google avesse assegnato un punteggio elevato in termini di indecenza, quella di Microsoft era sicura all'82% che l’immagine fosse "esplicitamente di natura sessuale", mentre quella di Amazon l’ha classificata come rappresentante "nudità esplicita". Persino le fotografie di donne incinta, dove è visibile la pancia, sono problematiche da questo punto di vista. L’intelligenza artificiale di Google ha classificato una foto di questo tipo come “molto probabile che contenga contenuti audaci”, mentre quella di Microsoft era sicura al 90% che l'immagine fosse "di natura sessualmente allusiva".

Dietro questo problema, c’è un fenomeno noto agli addetti al settore, cioè quello dei cosiddetti “bias” (pregiudizi/distorsioni), che sono presenti nella società attuale e che finiscono dentro i database (archivi) che vengono forniti ai software di intelligenza artificiale per allenarsi. Questi archivi spesso sono uno specchio della realtà, dove la disparità di genere ad esempio spinge l’intelligenza artificiale ad immaginare un uomo quando si parla di ruoli di potere oppure una donna quando si parla di lavori domestici.

I bias dell'intelligenza artificiale possono quindi influenzare la rappresentazione delle donne e delle loro identità, chiudendole all’interno di ruoli predefiniti e, in qualche modo, ripetendo e ribadendo quelle limitazioni che da secoli influenzano la vita delle donne e che, a fatica, si sta cercando di smantellare.

Progetto IDE, Reconstruction of Identities by Filippo Venturi

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Il Progetto IDE (Identity Dialogues Europe) è un importante e ambizioso progetto europeo biennale basato sulla fotografia. Il suo scopo è promuovere e tutelare il patrimonio culturale europeo, approfondire il tema dell'identità e favorire l'integrazione dei migranti attraverso ricerche, attività formative e confronti che utilizzano la Fotografia.

Questo progetto coinvolge 4 realtà in Italia, Danimarca, Spagna e Paesi Bassi:

  • SI Fest, il festival di fotografia di Savignano sul Rubicone, rappresentato dal fotografo Filippo Venturi.

  • Copenhagen Photo Festival, il più grande festival scandinavo, rappresentato dalla fotografa Marine Gastineau e dal fotografo Martin Thaulow.

  • BFOTO, il festival di fotografia di Barbastro, rappresentato dalla fotografa Kate Buil.

  • NOOR, agenzia di fotogiornalismo di Amsterdam, rappresentata dalla fotografa Sanne De Wilde.

I fotografi sono stati ospiti di 2 residenze artistiche nel 2019: in giugno al Copenhagen Photo Festival e in settembre al SI Fest, durante le quali hanno condotto progetti fotografici, workshop, masterclass, letture portfolio, presentazioni, visite e confronti. Nel 2020 si concluderà il progetto e i risultati saranno presentati attraverso mostre e attività che saranno esposte e sviluppate in tutte e 4 le realtà coinvolte.

Questo è il sito ufficiale: www.reconstructionofidentities.eu

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Alcune fotografie dal Copenhagen Photo Festival, inaugurato giovedì 18 giugno 2020:

IDE Project, Reconstruction of Identities, Copenhagen Photo Festival

IDE Project, Reconstruction of Identities, Copenhagen Photo Festival

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Alcune fotografie dalla mostra organizzata da NOOR Fondation, inaugurata sabato 6 luglio 2020:

IDE Project, Reconstruction of Identities, NOOR Foundation