He looks like you

Sheep in the Box. Il sogno di sottrarre qualcuno alla morte by Filippo Venturi

Ieri ho visto “Sheep in the Box”, il nuovo film di Hirokazu Kore-eda, regista giapponese che apprezzo soprattutto per la sensibilità con cui riesce a raccontare i rapporti familiari.

Pochi giorni fa avevo scritto di un altro suo film, “Father & Son”, soffermandomi in particolare su una scena in cui la fotografia assumeva un ruolo decisivo (per chi è curioso, qui il link).

In quel film due famiglie scoprono, sei anni dopo la nascita dei rispettivi figli, che i bambini sono stati scambiati alla nascita in ospedale. Devono quindi decidere se continuare a vivere con il figlio che hanno cresciuto oppure ricongiungersi con quello biologico. Kore-eda pone una domanda solo apparentemente semplice. Cosa rende qualcuno nostro figlio? Il sangue? La somiglianza? Il tempo trascorso insieme? I ricordi? L'affetto?

Con “Sheep in the Box”, il regista sembra riprendere quella domanda, spostandola in un futuro prossimo e introducendo un elemento nuovo: l'intelligenza artificiale. I coniugi Kōmoto hanno perso il loro figlio Kakeru, di sette anni. Due anni dopo ricevono una proposta da REbirth, un'azienda che offre loro un androide basato sull'intelligenza artificiale, realizzato con le sembianze e la voce del bambino scomparso. La coppia accetta.

In “Father & Son” il regista mostrava che la biologia, da sola, non è sufficiente a definire un figlio. In “Sheep in the Box” sembra suggerire che nemmeno la perfetta riproduzione dell'aspetto e della voce di una persona può essere sufficiente a restituircela.

Una persona non coincide né con il proprio patrimonio genetico né con la propria apparenza, ma è anche (e forse soprattutto) la storia delle relazioni che ha costruito con gli altri.

Nel 2023 ho realizzato “He Looks Like You”, un progetto nel quale ho unito fotografie autentiche e immagini generate con l’IA per rappresentare l’incontro fra mio padre Giorgio e mio figlio Ulisse. Si trattava di false fotografie di famiglia, dato che mio padre è morto cinque anni prima della nascita di mio figlio e quindi i due non si sono mai potuti conoscere. Erano immagini create nel tentativo, attraverso arte e tecnologia, di trovare una forma di consolazione e di accedere a luoghi che nella realtà erano e resteranno irraggiungibili.

Guardando “Sheep in the Box” ho inevitabilmente ripensato a quel lavoro. Kore-eda porta l'esperimento ancora un passo più avanti, immaginando una situazione nella quale la persona scomparsa può tornare presente, occupare nuovamente uno spazio nella casa, abbracciarci e creare nuove esperienze.

Una simulazione può produrre emozioni autentiche senza che ciò che rappresenta sia autentico. Così come le fotografie di “He Looks Like You” sono false, ma non è necessariamente falso quello che provocano in chi le guarda, a partire da me.

Allo stesso modo il Kakeru artificiale non è il bambino morto, ma gli affetti, le paure, la tenerezza o il dolore che genera nei suoi genitori sono reali. Naturalmente i genitori sono al corrente della differenza, ma questa consapevolezza tende rapidamente a sfumare mentre vivono (o rivivono) determinati sentimenti.

Il titolo del film offre una chiave per capirlo. “Sheep in the Box rimanda infatti a “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Quando il Piccolo Principe chiede al pilota di disegnargli una pecora e continua a non essere soddisfatto dei suoi tentativi, il pilota finisce per disegnare semplicemente una scatola, dicendogli che la pecora che desidera si trova al suo interno. E questa operazione viene compiuta dai genitori con l’androide. Sono loro a vederci il figlio dentro.

Quando chiediamo a un software di costruire l'immagine di qualcosa che non è mai accaduto (due familiari che non si sono mai incontrati, un evento mai avvenuto, ecc.) quell'immagine non contiene realmente quel passato. Siamo noi a riempirla.

 “Sheep in the Box” non mi ha però soddisfatto completamente. Il film mette molta carne al fuoco: il lutto, l'identità, la memoria, la famiglia, la sostituibilità delle persone, il rapporto fra uomini e macchine, l'autonomia delle intelligenze artificiali, il confine fra imitazione ed esperienza. Molti di questi elementi non vengono però approfonditi o sviluppati in modo esauriente, almeno per me.

La delicatezza di Kore-eda rimane invece intatta. La tecnologia non viene rappresentata come una minaccia che conquisterà il mondo, né il film sembra particolarmente interessato a stabilire se l'intelligenza artificiale sia buona o cattiva. Kore-eda continua a fare quello che ha sempre fatto nel suo cinema. Osservare una famiglia.

Terminata la proiezione, ne ho discusso a lungo e in modo molto coinvolgente con gli amici con cui ero andato al cinema. Poi ho continuato a pensarci, ho fatto alcune ricerche online e inevitabilmente ho collegato il film ad altre esperienze e riflessioni personali. Ci sono film che terminano insieme ai titoli di coda. In questo caso qualcosa ha continuato a ronzarmi dentro anche dopo.

Best 9 Instagram 2025 by Filippo Venturi

Anche quest’anno, il mio Best 9 di Instagram – ovvero i post che hanno suscitato maggior interesse – rappresenta un piccolo diario visivo degli avvenimenti più significativi che mi hanno toccato nel corso del 2025.

Due immagini provengono dal mio progetto "Broken mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale, con cui ho cercato di attivare delle riflessioni sul rapporto fra potere e tecnologia, informazione e manipolazione. Nel 2025 ho potuto portare questo progetto e tenere dei talk in luoghi d'arte e di divulgazione come il MIA Photo Fair, il Napoli Photo Festival, il Festival Fotografica e BergamoScienza, la New York University di Firenze e in tanti altri posti.

Una immagine proviene dal mio progetto "He looks like you", dedicato al mancato incontro fra mio padre e mio figlio. È composto da fotografie originali, d'archivio, elaborate con software e immagini generate con l'intelligenza artificiale. Si tratta di un lavoro a cui tengo molto e che continua a suscitare interesse ed empatia (purtroppo il lutto riguarda tutti noi).

C'è poi una fotografia tratta dal mio lavoro documentario ed evocativo "How long is the night?", sulla Valle Antrona, un territorio con un rapporto conflittuale con il sole. Da secoli esplorata nelle sue profondità, alla ricerca di ricchezze dimenticate, ha visto un ragazzo del posto, appassionato di meridiane, diventare un uomo con il sogno di installare un enorme specchio in cima a una montagna, per riflettere la luce del sole sul proprio paese.

Due fotografie sono state scattate durante il mio primo viaggio in Giappone; una esperienza che sospettavo mi sarebbe piaciuta, ma che mi ha travolto molto più del previsto, al punto da iniziare un nuovo progetto fotografico e scrivere diversi articoli per la rivista FotoIT sulla fotografia giapponese man mano che la studiavo (cosa che continuerò a fare nel 2026).

Vi è una fotografia dell'articolo del Resto del Carlino che annuncia la mia nomina ad Autore dell'anno 2025, un riconoscimento da parte della FIAF a cui tengo molto e che mi ha permesso di fare un bilancio del mio operato fino a oggi (grazie anche alla Monografia che è stata stampata) e ragionare su cosa fare in futuro.

Un'altra fotografia proviene dal mio vecchio lavoro "The art of leaping in the dark", su quella sorta di suggestivo rito di iniziazione che avviene in Puglia, quando i giovani si tuffano nella Grotta della Poesia. 

Infine c'è una immagine generata con intelligenza artificiale, parte di un lavoro ancora in corso intitolato "Handbook of escape".

Civiltà dei Dati — Fondazione Leonardo ETS by Filippo Venturi

Ho scritto per la rivista “Civiltà dei Dati” — pubblicata dalla Fondazione Leonardo ETS (Leonardo Company, ex-Finmeccanica) — un articolo sul processo creativo del mio progetto "He looks like you", composto da fotografie di famiglia, collage, interventi grafici e immagini generate con l'intelligenza artificiale, in cui ho immaginato l’incontro mai avvenuto fra mio padre Giorgio e mio figlio Ulisse.

Si tratta di una rivista trimestrale di divulgazione scientifica e tecnologica, che nel numero di giugno 2025, dedicato a “Gli effetti della tecnologia sulla mente”, contiene interessanti articoli e contributi da parte di personalità come Jonas Bendiksen (fotografo di Magnum e autore di "The Book of Veles"), Rita Cucchiara (autrice del libro "L'intelligenza non è artificiale"), il neuroscienziato Vittorio Gallese e tanti altri esperti.

E' consultabile gratuitamente e scaricabile qui: https://www.fondazioneleonardo.com/civilta-dei-dati

Riguardando oggi il mio lavoro He Looks Like You by Filippo Venturi

(english below)

Riguardando oggi il mio lavoro He Looks Like You — su mio padre e mio figlio e sul loro incontro mai avvenuto — mi rendo conto che oggi sarebbe molto più semplice e rapido realizzarlo rispetto a quando l’ho concepito.

I software generativi basati sull’intelligenza artificiale sono diventati più precisi, più reattivi nel restituire ciò che chiediamo loro. Se nel 2023 dovevo generare migliaia di immagini, scartandone la quasi totalità perché insoddisfatto, prima di trovarne una che funzionasse e che mi stordisse a livello emotivo, oggi potrei ottenere in pochi minuti immagini nitide e commoventi di mio padre e mio figlio insieme, quasi senza errori, con pochi prompt ben calibrati. Ma proprio questa semplicità mette in luce, per contrasto, quanto sia stato importante per me il percorso tortuoso e frustrante che ha accompagnato la nascita e lo sviluppo del progetto, diventando parte integrante dell'opera stessa.

In quelle notti infinite, fatte di tentativi sbagliati, di volti distorti e di false partenze, c’era il mio desiderio che si misurava con i suoi limiti. Ogni immagine conquistata non era solo un risultato visivo, ma l’esito di un rapporto — profondo, talvolta conflittuale — con la macchina, con la memoria, con l’assenza. La tecnologia non era uno strumento trasparente, era una presenza con cui negoziare, fallire e riprovare. E in quella frizione, in quella resistenza, si è sedimentato qualcosa di autentico: un processo che ha riflettuto la stessa impossibilità alla base del progetto, quella dell’incontro tra due persone che non si sono mai conosciute.

Paradossalmente, l’imperfezione tecnica dei software di allora mi ha restituito una verità emotiva più intensa. I volti appena riconoscibili, le forme abbozzate, i dettagli mancanti o sbagliati rispecchiavano fedelmente il carattere fragile e sfuggente del ricordo e del desiderio. Quelle immagini non cercavano la verosimiglianza assoluta, ma qualcosa di più sottile: l’eco visiva di un’assenza, il tentativo impossibile di creare l’irrealizzabile. Oggi, con strumenti più potenti, potrei generare un’illusione più convincente, ma forse meno sentita. Meno ossessiva e per questo, forse, meno sincera.

In definitiva, la fatica e la frustrazione non hanno solo accompagnato il processo: lo hanno definito. Sono state la prova che ciò che cercavo non era un’immagine perfetta, ma una forma di contatto, una presenza fragile tra le pieghe dell’impossibile. E questo contatto, proprio perché difficile e incerto, ha avuto per me un grande valore.

(il lavoro è visibile al seguente link: He Looks Like You)


Looking back today at my work He Looks Like You — about my father and my son and their never-happened meeting — I realize that today it would be much simpler and faster to create it compared to when I conceived it.

Generative software based on artificial intelligence has become more precise, more responsive in delivering what we ask of it. If in 2023 I had to generate thousands of images, discarding almost all of them because I was dissatisfied, before finding one that worked and emotionally stunned me, today I could obtain in just a few minutes sharp and moving images of my father and my son together, almost without errors, with a few well-calibrated prompts. But this very simplicity highlights, by contrast, how important the tortuous and frustrating path that accompanied the birth and development of the project was for me, becoming an integral part of the work itself.

In those endless nights, made up of failed attempts, distorted faces and false starts, there was my desire confronting its limits. Each image gained was not just a visual result, but the outcome of a relationship — deep, sometimes conflictual — with the machine, with memory, with absence. Technology was not a transparent tool; it was a presence with which to negotiate, fail, and try again. And in that friction, in that resistance, something authentic settled: a process that reflected the very impossibility at the heart of the project, that of the meeting between two people who never knew each other.

Paradoxically, the technical imperfection of the software back then gave me a more intense emotional truth. The barely recognizable faces, the sketched-out forms, the missing or wrong details faithfully mirrored the fragile and elusive nature of memory and desire. Those images did not seek absolute verisimilitude, but something more subtle: the visual echo of an absence, the impossible attempt to create the unrealizable. Today, with more powerful tools, I could generate a more convincing illusion, but perhaps one that is less heartfelt. Less obsessive and therefore, perhaps, less sincere.

Ultimately, fatigue and frustration did not merely accompany the process: they defined it. They were the proof that what I was seeking was not a perfect image, but a form of contact, a fragile presence within the folds of the impossible. And this contact, precisely because it was difficult and uncertain, had great value for me.

(the work can be viewed at the following link: He Looks Like You)

Pixel Perceptions: Into the Eye of AI by Filippo Venturi

AI.S.A.M., AI Grill, 2024

Con grande orgoglio posso annunciare che il mio lavoro “He looks like you” – su mio padre e mio figlio e che unisce fotografie originali, fotografie d’archivio, immagini generate con l'intelligenza artificiale e interventi grafici – sarà esposto nella monumentale mostra “Pixel Perceptions: Into the Eye of AI”, assieme ai lavori di autori come Philip Toledano, Boris Eldagsen, A.I. SAM e tanti altri :)

Questa mostra approfondisce il modo in cui l'intelligenza artificiale (IA) influenza, consciamente e inconsciamente, la nostra percezione. Più di 30 creatori di immagini hanno esplorato in modo creativo e critico l'influenza dell'IA sul mondo che ci circonda. Come le nuove tecnologie stiano stravolgendo la visione fotografica. Ci si può ancora fidare dei propri occhi?

Verranno affrontate 3 prospettive chiave:
Perception of truth, Seeing and being seen e Shifts in visual culture.

La mostra sarà visitabile dal 26/10/2024 al 19/01/2025 e sarà inaugurata il 27 ottobre alle 16 nella galleria Akerk e nella galleria Noorderlicht, a Groningen (Paesi Bassi).

Autori esposti: A.I. SAM, Affectlab, Craig Ames, Minne Atairu, Mark Amerika, Alice Brygo, Vera van der Burg & Gijs de Boer, Kate Crawford & Vladan Joler, Boris Eldagsen, Jake Elwes, Elisa Giardina Papa, Nicolas Gourault, Franc Archive, Ethel Lilienfeld, Jonas Lund, Luna Maurer, Mimi Onuoha, Juan Obando & Yoshua Okón, Roope Rainisto, Martina Raponi & Ymer Marinus, Sebastian Schmieg, Martine Stig, Astria Suparak, Synchrodogs, Philip Toledano, Filippo Venturi, Conrad Weise, Jonas Yip e Joanna Zylinska.

Curatori: Wim Melis, Roosje Klap e Rosa Wevers.

Roosje Klap, direttore Noorderlicht
Marius Breukink, responsabile del progetto Groninger Kerken

Noorderlicht è una piattaforma che, dal 1990, rende la cultura visiva accessibile a tutti, utilizzando la fotografia e i media basati sull'obiettivo come potenti strumenti di dialogo e riflessione. Con un approccio critico e innovativo, sfidiamo i confini della cultura visiva e creiamo spazio per conversazioni e connessioni profonde che ispirano e guidano il cambiamento. Oltre al festival biennale Noorderlicht, la piattaforma organizza mostre, gestisce un programma educativo, una casa editrice e un laboratorio di stampa. - noorderlicht.com


It is with great pride that I can announce that my work ‘He looks like you’ - about my father and son and combining original photographs, archive photographs, AI-generated images and graphic interventions - will be exhibited in the monumental exhibition ‘Pixel Perceptions: Into the Eye of AI’, together with works by authors such as Philip Toledano, Boris Eldagsen, A.I. SAM and many others :)

The exhibition Pixel Perceptions: Into the eye of AI dives deep into how AI consciously and subconsciously influences our perception. More than thirty image-makers creatively and critically explore the influence of AI on the world around us. They explore how new technologies are turning photographic viewing on its head. Can you still trust your own eyes?

The exhibition highlights three key perspectives:
Perception of truth, Seeing and being seen e Shifts in visual culture.

Pixel Perceptions will be on display from 26 October 2024 to 19 January 2025 and opens on 27 October at 16:00 in the Akerk and Noorderlicht gallery, Groningen (The Netherlands).

With and by: A.I. SAM, Affectlab, Craig Ames, Minne Atairu, Mark Amerika, Alice Brygo, Vera van der Burg & Gijs de Boer, Kate Crawford & Vladan Joler, Boris Eldagsen, Jake Elwes, Elisa Giardina Papa, Nicolas Gourault, Franc Archive, Ethel Lilienfeld, Jonas Lund, Luna Maurer, Mimi Onuoha, Juan Obando & Yoshua Okón, Roope Rainisto, Martina Raponi & Ymer Marinus, Sebastian Schmieg, Martine Stig, Astria Suparak, Synchrodogs, Philip Toledano, Filippo Venturi, Conrad Weise, Jonas Yip and Joanna Zylinska.

Curators: Wim Melis, Roosje Klap and Rosa Wevers.

Roosje Klap, direttore Noorderlicht
Marius Breukink, responsabile del progetto Groninger Kerken

Noorderlicht is a platform since 1990, making visual culture accessible to everyone, using photography and lens-based media as powerful tools for dialogue and reflection. With a critical and innovative approach, we challenge the boundaries of visual culture and create space for profound conversations and connections that inspire and drive change. In addition to the biennial Noorderlicht Festival, the platform organizes exhibitions, runs an educational program, and manages a publishing house and a print lab. - noorderlicht.com

Workshop di Fotografia e Intelligenza Artificiale al Fotografia Calabria Festival by Filippo Venturi

Workshop di Fotografia e Intelligenza Artificiale in Calabria!

Sabato 27 Luglio, dalle ore 17 alle 20, a San Lucido (CS).
All'interno del Fotografia Calabria Festival.
Costo 150 euro.
Per iscriversi: https://www.fotografiacalabriafestival.it/#eventi

Il workshop esplora l'incontro tra fotografia e intelligenza artificiale (I.A.), analizzando l'evoluzione dell'immagine nella comunicazione e nella vita quotidiana. Il docente presenterà progetti di fotografia documentaria e confronterà l'uso della fotografia tradizionale con l'I.A. Vedremo come l'I.A. può ampliare le prospettive creative e influenzare la percezione della realtà, con esempi di software TTI come Midjourney. Aperto a tutti gli appassionati di fotografia, non è obbligatorio portare attrezzature, ma è possibile utilizzare un computer portatile per la parte pratica.

Filippo Venturi è un fotografo documentarista che esplora l'identità umana e le problematiche sociali. Ha documentato dittature asiatiche e correnti neofasciste in Europa. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste come National Geographic, Washington Post, The Guardian e Vanity Fair. Ha vinto premi con progetti sulla penisola coreana e lavora anche con l'intelligenza artificiale. Ha partecipato al Photo Vogue Festival 2023 come relatore sull'I.A.

Appuntamenti estivi by Filippo Venturi

Di seguito l’elenco dei luoghi e dei festival dove potrete trovarmi e/o visitare la mostra di alcuni miei lavori:

  • Mostra del progetto "Broken Mirror" al Cosmo Photo Fest (info)
    Colleferro (Roma), dal 31 maggio al 30 giugno 2024

  • Mostra del progetto "Foundations of a Mirage" al Festival della Fotografia Italiana (link)
    Palagio Fiorentino di Stia (Arezzo), dal 14 giugno al 6 ottobre 2024

  • Mostra del progetto "Broken Mirror" al Festival di Arti visive a Sud Est (FASE) (link)
    Otranto (Lecce), dal 21 giugno al 7 luglio 2024

  • Mostra del progetto "Broken Mirror" + Workshop su I.A. al Foto Incontri Festival (link)
    San Felice sul Panaro (Modena), il 29 e 30 giugno 2024

  • Mostra del progetto "He Looks Like You" + Workshop su I.A. al Fotografia Calabria Festival (info)
    San Lucido (Cosenza), dal 26 luglio al 25 agosto 2024

He looks like you al Fotografia Calabria Festival 2024! by Filippo Venturi

Il mio lavoro “He looks like you”, su mio figlio e mio padre - basato su fotografie, fotografie d’archivio, ecografie 3d e immagini generate con l’intelligenza artificiale - sarà esposto al Fotografia Calabria Festival, a San Lucido (CS), dal 26 luglio al 25 agosto 2024!

Questa terza edizione del festival ha come tema “Fotografia di Famiglie”, un genere che mi sta molto a cuore, specie quando viene indagato in modo autoriale.

Il festival, sotto la direzione artistica di Anna Catalano, prevede le mostre di fotografi/e che stimo e che non vedo l'ora di conoscere e ascoltare :)

Pierluigi Ciambra, LULLABY AND LAST GOODBYE
Noemi Comi, ALBUM DI FAMIGLIA
Franzi Kreis, GENERAZIONE BETA
Josh Kern, RÄUBER
Carole Mills Noronha, THE PLACE HE GOES
Catherine Panebianco, NO MEMORY IS EVER ALONE
Hyun-min Ryu, KIM SAE-HYUN
Tim Smith, IN THE WORLD BUT NOT OF IT
Sofia Uslenghi, MY GRANDMA AND I
Filippo Venturi, HE LOOKS LIKE YOU

www.fotografiacalabriafestival.it


Fotografia di famiglie è il tema e il titolo di Fotografia Calabria Festival 2024. Una scelta non casuale in cui singolare e plurale non hanno solo un senso grammaticale, ma anche sociale.

Anche quest’anno si torna ad indagare la fotografia come linguaggio della contemporaneità, questa volta declinato sul tema della famiglia e delle sue rappresentazioni. La fotografia come strumento che ci permette di riflettere sul presente, sui rapporti profondi e a volte complessi che nascono nelle famiglie, ma che sono in grado di esistere e di resistere anche oltre i legami biologici. La fotografia come linguaggio che in tantissime famiglie, di ogni parte del mondo, viene utilizzato per fissare momenti, per mantenere vivi emozioni e sentimenti, per custodire piccole storie.

La fotografia come medium per riscoprire e riappropriarci di tutti quei momenti che spesso restano cristallizzati in un album lasciato in qualche mobile di casa, ma che riaccende la nostra memoria appena ne sfogliamo le pagine.

Fotografia di famiglie indaga questo universo fatto di emozioni e di memorie, non solo digitali, trattando i temi della malattia, delle relazioni tra parenti - anche con l’intelligenza artificiale, inevitabile specchio del nostro tempo - e le storie di tutte quelle famiglie che si discostano dai modelli tradizionali e che esistono al di là dei legami di sangue. 

Anna Catalano
Direzione Artistica

Articolo sull'Intelligenza Artificiale (parte 2) su FOTOIT by Filippo Venturi

Nel numero di febbraio 2024 di FOTOIT, nella sezione Saggistica, è uscito il mio secondo articolo sull’intelligenza artificiale, dove racconto i lavori che ho realizzato con l’aiuto di questa tecnologia! In particolare approfondisco l’idea alla base e il conseguente sviluppo dei miei progetti “Broken mirror”, sulla dittatura nordcoreana, e “He looks like you”, sulla mia famiglia.

Intervista su Arte.Go by Filippo Venturi

Sul sito Arte.Go è uscita una mia intervista a cura di Francesca Piperis, in cui si parlo dei miei progetti, compresi quelli realizzati con l’intelligenza artificiale, come “Broken mirror”, “He looks like you” e “AI and prejudice”, nei quali tocco tematiche a me care o che seguo da anni, come il vivere sotto una dittatura, la mia famiglia e i pregiudizi che limitano le libertà e i diritti di gruppi di persone.

Qui l’articolo originale: L’Intelligenza Artificiale come metafora fotografica. Intervista a Filippo Venturi


Critica sociale, creatività ed impegno politico, tre differenti dimensioni che trovano un punto d’incontro nelle opere di Filippo Venturi, fotografo documentarista italiano particolarmente interessato alla denuncia di oppressioni dittatoriali e alla difesa delle minoranze a livello globale, anche servendosi di strumenti inusuali per il suo ambito d’azione, come l’AI.

Attraverso i software di intelligenza artificiale Venturi plasma elementi che acquisiscono valore durante il processo di inserimento all’interno dei suoi progetti fotografici. L’introduzione nelle fotografie di componenti artificiali quali gli insetti di Broken Mirror – a simboleggiare le forme di oppressione sul popolo nordcoreano – equivale ad un valore aggiunto che difficilmente potrà essere scambiato per “scorciatoia”.
L’artista, infatti, descrive le fasi ed il tempo di concepimento delle sue produzioni in maniera dettagliata, dimostrando il grande impegno necessario per l’esercizio di queste nuove tecnologie. Numerose sono le pubblicazioni, gli incontri e i workshop riguardanti l’evoluzione dell’AI nell’ambiente artistico e fotografico che lo vedono protagonista, a dimostrazione del fatto che Venturi è in prima linea nella difesa di questi mezzi rivoluzionari, che certo nascondono alcune problematiche.

L’intervista

[Francesca Piperis]: Lei nasce come fotografo documentarista, legato quindi alla rappresentazione fattuale di eventi ed ambienti appartenenti alla realtà contemporanea. In che modo è giunto all’utilizzo di strumenti AI, che invece alterano la veridicità delle immagini?

[Filippo Venturi]: Oltre a essere un fotografo documentarista da ormai 13 anni, in una vita precedente mi sono laureato in Scienze dell’Informazione e quindi, per un certo periodo, ho lavorato come informatico. Di quegli anni mi è rimasta la curiosità e l’attenzione verso le novità tecnologiche, soprattutto quelle legate alle immagini. Quando nel corso degli ultimi anni i software generativi di immagini, che utilizzano l’intelligenza artificiale, hanno iniziato a poter imitare la fotografia, ho trovato la cosa molto affascinante, ma anche inquietante. Le immagini generate possono, appunto, imitare la fotografia e, nel caso di quelle fotogiornalistiche o documentaristiche, sfruttarne la credibilità. Da un lato questo è positivo perché, sebbene possa sembrare assurdo detto da uno che fa il mio mestiere, la fotografia ha goduto spesso di troppa credibilità e quindi iniziare a dubitare, a verificare, a confrontare le fonti, anche quando si parla di fotografia, è importante. Dall’altro lato però c’è il rischio che questa credibilità si perda completamente e questo sarebbe un eccesso nella direzione opposta. Quando ho iniziato a utilizzare questi strumenti, che sfruttano l’intelligenza artificiale, l’ho fatto per comprenderli, per poterci ragionare sopra e anche per generare riflessioni sul ruolo della fotografia, su come potranno convivere fotografie e immagini generate, sui rischi che ne conseguono, ma anche sulle potenzialità che questa nuova tecnologia offre.

Questa sua esigenza di raccontare la realtà in maniera fotografica scaturisce da eventi o fatti specifici della sua vita personale?

Confesso che dietro il mio approccio alla fotografia e alla necessità di raccontare storie vere, non c’è qualche ricordo o aneddoto romantico, magari legato a qualche familiare che mi abbia trasmesso questa passione. Nel mio caso è stato un processo spontaneo. Probabilmente, a un certo punto della mia vita, avevo la necessità di trovare un mezzo, un linguaggio, con cui esprimere i miei sentimenti e anche la mia parte più creativa e autoriale, e la fortuna ha voluto che incontrassi la fotografia!

Le va di descrivere le fasi di “concepimento” e successiva realizzazione della sua opera Broken Mirror? Quale riscontro ha avuto sul pubblico? Ritiene che l’AI le abbia permesso di raccontare in maniera efficace la sua idea iniziale?

La generazione di immagini ha un enorme potenziale: avrei potuto sbizzarrirmi e tentare qualunque strada. Anche improvvisarmi un fumettista, ad esempio. Quando però ho ragionato su quale progetto avrei potuto sviluppare, sono tornato alle tematiche a me care e che conosco meglio. Non volevo usare l’intelligenza artificiale soltanto come una scorciatoia, ma volevo che fosse concettualmente rilevante all’interno del progetto visivo che stavo sviluppando. In uno di questi lavori ho provato a raccontare in un modo diverso la dittatura totalitaria che caratterizza la Corea del Nord, un paese che avevo già visitato e raccontato come fotografo documentarista. Questo lavoro si intitola Broken Mirror e utilizza un linguaggio simile al mio.
L’idea alla base consiste nell’inserire nella vita quotidiana dei nordcoreani un elemento alieno e destabilizzante. Ho scelto di inserire degli insetti, dei ragni e altro ancora, che gradualmente aumentano in quantità e dimensione, fino a prendere il controllo completo sulla popolazione. Ad un certo punto i nordcoreani stessi iniziano a trasformarsi in questi insetti giganti, diventando le creature che temevano, e questo simboleggia il completamento della sottomissione. Generare le immagini, così come le avevo pensate e descritte col prompt, ha richiesto migliaia di tentativi e molta frustrazione. Il processo creativo era in gran parte affidato all’intelligenza artificiale. La selezione delle immagini era però un compromesso fra ciò che volevo ottenere e ciò che mi veniva proposto. Spesso non ho ottenuto quello che volevo. Altre volte l’intelligenza artificiale ha inserito elementi inaspettati che però ho scelto di tenere. Durante questo processo, ho realizzato che la metafora che avevo utilizzato non rappresentava soltanto la dittatura totalitaria nordcoreana, ma rappresentava la tecnologia stessa. In particolare la sua natura invasiva e controllante. Col mio lavoro ho quindi sfruttato le nuove potenzialità che l’intelligenza artificiale offre, per esprimere un timore che ho nei suoi confronti. Questo progetto è stato accolto con molto interesse, anche nel mio settore, quello fotogiornalistico, dove tendenzialmente c’è diffidenza e timore verso questa nuova tecnologia. La mia onestà verso l’osservatore – fondamentale anche quando utilizzo soltanto la fotografia – è stata sicuramente utile nel trovare ascolto, ma anche il tempismo ha giocato a mio favore visto che, a inizio anno, non c’erano molti progetti sviluppati con questa nuova tecnologia.

A differenza della precedente, l’opera fotografica He looks like you è profondamente personale, racconta infatti uno spaccato della sua vita molto commovente e si potrebbe dire distante dal quel filone “documentaristico”. Come nasce l’idea di raccontare di sé in modo così intimo all’interno della sua produzione?

A febbraio di quest’anno sono trascorsi esattamente dieci anni dalla scomparsa di mio padre Giorgio. Mio figlio Ulisse ne ha soltanto 5 e quindi non ha mai potuto conoscerlo. Questo rappresenta per me un grande rammarico. In quelle settimane ho tentato di creare delle immagini, fornendo al software generativo delle autentiche fotografie, così da tentare di ottenere una estensione dei miei album fotografici di famiglia. Desideravo vedere mio padre e mio figlio conoscersi, giocare insieme e vivere quei momenti che non hanno mai potuto condividere. Avrei potuto realizzare questo progetto ricorrendo a soluzioni già note, come ai fotomontaggi oppure alle illustrazioni, ma non sarebbe stata la stessa cosa perché avrei avuto il pieno controllo su ogni aspetto. Quando il software generativo crea l’immagine, si basa sugli input che gli si forniscono, ma in gran parte improvvisa tutti quei dettagli e quelle informazioni che invece non gli vengono date. Per spiegarmi meglio, io davo al software delle fotografie di mio padre e mio figlio e gli chiedevo di generare immagini dove quell’uomo e quel bambino giocassero assieme, ma non avevo la possibilità (per motivi diversi, compreso il fatto che questi software sono ancora acerbi) di definire ogni dettaglio e quindi, quando l’immagine veniva generata, io stesso venivo sorpreso dal risultato. Le posture, i contatti fra i corpi, la direzione in cui guardavano i volti e tanto altro erano imprevedibili. Assistevo quindi a una sorta di magia e l’imprevedibilità che caratterizzava queste immagini potevo confonderla con l’autenticità; questo mi faceva “sentire” quelle immagini ad un livello molto profondo. Chiaramente sapevo che stavo osservando momenti mai avvenuti, in luoghi mai esistiti, ma potevo abbandonarmi alla fede verso quelle immagini per qualche istante e trarne una forma di beneficio.

Uno dei progetti che maggiormente riflette le problematiche sociopolitiche attuali è sicuramente AI and prejudice. La disparità di genere, infatti, è da anni alimentata dagli algoritmi di software AI programmati al fine di censurare qualunque allusione (sessuale e non) alla nudità femminile. Ritiene che la lotta per la gender equality possa essere supportata in futuro dagli strumenti intelligenti o questi ultimi continueranno ad ostacolare questo tipo di emancipazione?

Potenzialmente questi strumenti possono essere utilizzati a fin di bene, ma è necessario che questa volontà venga sostenuta e promossa. Oggi credo sia difficile prevedere se saranno più gli effettivi benefici oppure se i problemi già presenti saranno amplificati da questi strumenti. È innegabile che le intelligenze artificiali soffrano di bias – soprattutto verso minoranze e gruppi che già sono bersaglio di pregiudizi e che lottano per veder riconosciuti i propri diritti – ma sono combattuto sul da farsi. Mantenere questi pregiudizi ci ricorda che questi problemi esistono. Rimuoverli dalle intelligenze artificiali renderebbe più giusto il mondo digitale e virtuale, ma potrebbe anche falsare la nostra percezione e convincerci che siano stati risolti anche nel mondo reale e farci quindi abbassare la guardia. Si tratta di una battaglia che deve essere affrontata anche da chi non è vittima di queste tendenze (o magari ne è persino privilegiato), ma se queste persone non vivono le problematiche sulla propria pelle e non le percepiscono più come attuali, c’è il rischio di indebolire la presa di coscienza e il movimento intero.

In alcune delle sue opere ha utilizzato il software AI Midjourney, ritiene che dal punto di vista della prestazione generativa possa sostituire o affiancare strumenti di renderizzazione di immagini digitali? Crede che vi siano delle parti o funzionalità della piattaforma che necessitano di miglioramenti o cambiamenti radicali?

In futuro non escludo che Midjourney e altri software analoghi possano sostituirsi a molti strumenti, compresi quelli di renderizzazione. In certi momenti sembra che si tratti soltanto di pochi mesi o anni per evoluzioni strabilianti, ma a volte ho la sensazione che i tempi saranno più lunghi. Tornando a Midjourney, proprio in queste ore è uscita la versione 6 e, pare, che certe cose date per assodate non siano più così solide, come ad esempio la composizione del dataset dato in pasto all’intelligenza artificiale per l’apprendimento e il fatto che questo tenga traccia delle immagini, anche coperte dal diritto d’autore. Molte sono le polemiche riguardo il suo utilizzo, attualmente. Citando Il Nome della Rosa di Umberto Eco, concludo dicendo che “per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora. Lasciami pensare sino a domani, almeno”.

Sono numerosi, ad oggi, i pregiudizi riguardanti l’utilizzo autoriale dell’intelligenza artificiale. Questi nuovi strumenti faticano a normalizzarsi nell’ambito artistico, ha mai avuto problemi per il riconoscimento effettivo della paternità delle fotografie “artificiali”, per così dire?

Anche questa materia è ancora in fase di definizione e credo che occorrerà ancora tempo prima di avere norme a livello europeo, e non solo, che regolino questi aspetti, come il diritto d’autore. Quelle volte in cui mi è capitato di pubblicare le immagini generate con l’intelligenza artificiale sui giornali, come ad esempio sul settimanale Internazionale, non ho avuto alcun problema nel farmi riconoscere la paternità delle stesse e nel farmi retribuire per il mio apporto. Come spiegavo quando parlavo del progetto Broken Mirror, ottenere ogni immagine che lo compone ha richiesto migliaia di tentativi e nel complesso ho stimato circa 70 ore di lavoro al computer, nelle quali mi sono impegnato a immaginare e descrivere quali situazioni visive generare, a individuare dei riferimenti visivi, metaforici e simbolici che fossero utili al tema del progetto e, infine, quali risultati selezionare e quali scartare. Spesso il lavoro consisteva nel modificare, correggere e ritentare. A parer mio, se si ha un’idea o un messaggio da trasmettere e si usa lo strumento adatto per veicolarlo o per stimolare riflessioni, allora il tempo dedicatogli ha un valore, anche autoriale. Qualcuno vede nella rapidità del generare un’immagine con un’intelligenza artificiale l’assenza di questo valore. Scattare una fotografia è ancora più semplice e veloce, ma oggi quasi tutti riconoscono ad un progetto fotografico riuscito una complessità, una ricerca e una chiarezza di intenti che sono completamente slegati dalla rapidità del premere il tasto della fotocamera. In futuro mi aspetto che anche i progetti realizzati con questa nuova tecnologia, quelli riusciti intendo, vedranno riconosciuto l’aspetto autoriale.

In merito ai numerosi workshop, quali sono gli argomenti (legati certo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale) che maggiormente tratta all’interno dei suoi incontri? Su quali problematiche o funzionalità intelligenti si sofferma maggiormente?

In generale svolgo corsi e workshop sul fotogiornalismo e sulla fotografia documentaria. Da quando abbiamo a che fare con i software generativi che sfruttano l’intelligenza artificiale, ho creato nuovi corsi che descrivono la differenza abissale di approccio e sviluppo di un progetto di fotografia documentaria da quello realizzato con l’intelligenza artificiale. Da qui approfondisco poi le possibili problematiche provocate dall’inevitabile convivenza di fotografie e immagini generare. Ragiono con gli studenti e insieme confrontiamo le nostre riflessioni su come la narrazione visiva possa essere compromessa oppure arricchita da questa nuova tecnologia. Porto e analizzo alcuni casi di studio molto interessanti avvenuti negli ultimi anni e in questi mesi. Non è raro che io stesso impari qualcosa dai miei studenti, in questi corsi dove ci interroghiamo sul futuro della realtà, su come questa potrà essere testimoniata, raccontata e, in certi casi, alterata.

Concludendo le chiedo se consiglierebbe ad un giovane artista/fotografo interessato alla sperimentazione fotografica, di tentare un approccio sperimentale all’AI, in modo da padroneggiare gli strumenti che a tutti gli effetti rappresentano forse il futuro della produzione artistica.

Ad un giovane che crea e lavora a livello visivo, consiglierei di sperimentare tutto, anche l’intelligenza artificiale. Se fosse alle prime armi, però, gli consiglierei di partire da un mezzo e un linguaggio ben definito, come la fotografia (ma non solo). Partire con l’intelligenza artificiale potrebbe risultare dispersivo: ha un potenziale così elevato da poter anche confondere e demoralizzare. Avere invece dei confini ben precisi, aiuta nel seguire il proprio percorso di crescita e, ad un certo punto, a varcare quei confini.