Fotografia documentaria

La distanza necessaria. Fotogiornalismo, documentazione e l'equilibrio tra prossimità, verifica e indipendenza by Filippo Venturi

Nel dibattito contemporaneo, soprattutto dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, l’attenzione si concentra spesso sull’autenticità delle immagini. È una fotografia reale? È stata manipolata? Quello che vediamo era davvero davanti all’obiettivo?

Ma una fotografia può essere perfettamente autentica e, allo stesso tempo, raccontare un avvenimento in modo parziale, fuorviante o propagandistico.

Il fotogiornalismo non dipende soltanto da ciò che appare nell’immagine, ma dal processo che l’ha prodotta: verifica delle informazioni, conoscenza del contesto, accuratezza delle didascalie, trasparenza, indipendenza dalle fonti e dagli interessi coinvolti.

C’è poi un problema più profondo: la progressiva riduzione di quell’infrastruttura editoriale fatta di photo editor, redazioni, fact-checker e confronto professionale che un tempo accompagnava il lavoro del fotografo.

Oggi molti freelance sono contemporaneamente autori, ricercatori, produttori, editor e promotori del proprio lavoro. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso. Nessun lavoratore del mondo dell'informazione, per quanto lucido, è immune a bias e bolle social.

Nell’articolo seguente provo ad approfondire questi temi e a ragionare sui confini, sempre più sottili, tra fotografia documentaria, fotogiornalismo, visual storytelling, intrattenimento e lavori commissionati. Contenuti prodotti con finalità, metodi e responsabilità differenti, ma che circolano negli stessi spazi online e possono apparire agli occhi del pubblico come equivalenti.


Questo testo nasce da una serie di riflessioni sullo stato contemporaneo del fotogiornalismo e prende spunto, fra gli altri, dall’articolo di Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, pubblicato su Kaptur nell’aprile 2026 (1). La domanda alla base è “Che cosa rende una fotografia un atto giornalistico?”

Di fronte alla diffusione delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, che ormai convivono con la fotografia tradizionale, soprattutto in ambito commerciale e pubblicitario, penetrando però anche nel settore dell’informazione — fenomeno di cui ho parlato nel mio articolo Immagini fotografiche apocrife (2) — gran parte della discussione si concentra sull’autenticità dell’immagine: se sia una fotografia realmente scattata, se sia stata manipolata, se gli elementi che vediamo fossero effettivamente davanti alla macchina fotografica, ecc.  Sono questioni fondamentali, ma non esauriscono il problema.

Una fotografia può essere perfettamente autentica dal punto di vista tecnico e, allo stesso tempo, fornire una rappresentazione parziale, propagandistica o fuorviante di un avvenimento. Può mostrare persone realmente esistenti, in un luogo reale, in un momento reale, senza che siano sufficientemente verificati il contesto, le informazioni della didascalia, le cause di ciò che sta accadendo o gli interessi di chi produce e distribuisce quell’immagine. L’autenticità fotografica e l’attendibilità giornalistica sono quindi due questioni collegate, ma diverse.

Per comprendere la crisi attuale del fotogiornalismo occorre guardare all’intero processo che lo produce: chi fotografa, con quali relazioni, con quali risorse economiche, con quali controlli editoriali, per quale committente e secondo quali criteri di verifica.

Le quattro funzioni del fotogiornalista

Riprendendo lo schema proposto da Paul Melcher, possiamo individuare quattro funzioni storicamente riunite nella figura del fotogiornalista:

La prima è quella del testimone. Il fotografo è fisicamente presente nel luogo in cui qualcosa accade. La fotografia mantiene ancora oggi una particolare forza testimoniale proprio perché conserva una relazione materiale con un momento e con uno spazio: qualcuno era lì e ha rivolto una macchina fotografica verso qualcosa.

La seconda funzione è quella dell’autore. Essere presenti non basta. Il fotografo deve scegliere posizione, distanza, momento, obiettivo, esposizione, composizione. Deve riconoscere una relazione significativa fra gli elementi della scena e trasformarla in una fotografia leggibile.

La terza funzione è quella del giornalista. Significa conoscere ciò che si sta fotografando, raccogliere informazioni, verificare le fonti, comprendere il contesto politico e sociale, identificare correttamente persone, luoghi ed eventi.

La quarta è quella dell’interprete. Il fotografo cerca immagini capaci di condensare una situazione complessa in qualcosa che possa essere compreso, ricordato e, inevitabilmente, anche percepito emotivamente.

Quest’ultima funzione introduce un elemento essenziale: il fotogiornalismo non è una registrazione meccanica della realtà. Ogni fotografia nasce da una selezione. Il fotografo decide dove stare, cosa includere, cosa escludere e quando premere il pulsante di scatto. Successivamente qualcuno decide quale fotografia pubblicare, accanto a quale titolo, con quale didascalia e insieme a quali altre immagini. L’etica del fotogiornalismo non consiste quindi nell’eliminare la soggettività — obiettivo impossibile — ma nel governarla attraverso un metodo professionale.

Il codice deontologico della National Press Photographers Association statunitense chiede, per esempio, ai giornalisti visivi di rappresentare i soggetti in maniera accurata e completa, fornire contesto, evitare stereotipi, riconoscere i propri bias e proteggere la propria indipendenza da interessi politici, civici o commerciali (3).

La Society of Professional Journalists indica a sua volta fra i principi fondamentali del giornalismo la verifica delle informazioni, il contesto, l’indipendenza e la responsabilità nei confronti del pubblico (4).

Il fotografo, dunque, non diventa giornalista semplicemente perché fotografa qualcosa di vero. È il metodo con cui trasforma ciò che ha visto in informazione pubblica a rendere giornalistico il suo lavoro.

Il declino del reportage

Per gran parte del Novecento il fotogiornalismo si è sviluppato attraverso due forme editoriali differenti ma complementari. La prima era la fotografia singola: l’immagine destinata al quotidiano o all’agenzia di stampa, prodotta spesso durante un evento circoscritto nel tempo. Una manifestazione, una battaglia, un incontro politico, una competizione sportiva, un incidente. La seconda era il reportage fotografico, spesso organizzato editorialmente nella forma del photo essay: una sequenza di immagini capace di sviluppare un racconto.

Le grandi riviste illustrate costruirono attorno alla fotografia una vera grammatica narrativa. Non serviva necessariamente una singola immagine capace di contenere tutto. Una fotografia poteva introdurre il luogo, un’altra descrivere il contesto, una terza concentrarsi su una persona, un’altra ancora mostrare un dettaglio apparentemente marginale. La comprensione nasceva dal rapporto fra le immagini.

Questo non significa che il reportage sia scomparso. Esistono ancora magazine, supplementi, libri, siti dedicati al long-form journalism e organizzazioni che finanziano progetti complessi. Anche il World Press Photo mantiene categorie specificamente dedicate alle Stories e ai Long-Term Projects. Si è però fortemente ridimensionato l’ecosistema editoriale che rendeva normale finanziare, produrre, editare e distribuire sistematicamente quel tipo di lavoro.

Una fotografia fatta in cinque secondi e una fotografia ottenuta dopo cinque anni sembrano formalmente la stessa cosa

Una delle conseguenze più interessanti di questa trasformazione riguarda il rapporto fra tempo di produzione e forma finale dell’immagine. Consideriamo due fotografie. La prima documenta un evento durato cinque secondi. Il fotografo assiste a qualcosa di inatteso, scatta rapidamente e produce una fotografia che sintetizza quell’avvenimento. La seconda nasce da un progetto durato cinque anni. Il fotografo ha frequentato per anni gli stessi luoghi e le stesse persone, raccolto testimonianze, costruito relazioni, aspettato trasformazioni sociali e biografiche. Da migliaia di fotografie viene infine selezionata un’unica immagine.

Quando vengono pubblicate, entrambe assumono formalmente la stessa forma: una fotografia. Il processo che le ha generate è però radicalmente diverso. Nel primo caso, la fotografia singola nasce da un evento di durata estremamente breve. Nel secondo, la fotografia singola rappresenta una compressione di un’esperienza enormemente più lunga.

Questo invita anche a ripensare l’idea del decisive moment, il celebre “momento decisivo” associato a Henri Cartier-Bresson. Nella fotografia di attualità classica il fotografo cerca spesso l’istante in cui un insieme di relazioni visive e narrative raggiunge una forma particolarmente significativa. Nei progetti di lunga durata, invece, il momento selezionato può assumere il proprio significato soprattutto grazie a ciò che è avvenuto prima e dopo.

Privata di quel contesto, un’immagine può conservare una straordinaria forza emotiva ma perdere una parte della propria capacità esplicativa.

Il problema non riguarda soltanto la fotografia. Il giornalismo narrativo conosce bene la differenza fra informazione sintetica e racconto lungo: il long-form journalism permette di costruire contesto, stratificazione e interpretazione che un’informazione breve tende a comprimere. Nella fotografia questa perdita è particolarmente difficile da percepire perché la singola immagine appare autosufficiente. Ma spesso non lo è.

La specializzazione forzata

Alla trasformazione editoriale corrisponde una trasformazione professionale.

Il modello storico del fotografo prevedeva spesso l’esistenza di una struttura che assegnava il lavoro: quotidiano, agenzia, rivista o magazine inviavano il fotografo sul luogo della storia e ne finanziavano il lavoro.

Oggi molti fotografi costruiscono autonomamente i propri progetti. Per ottenere finanziamenti, pubblicazioni, grant, premi o incarichi devono spesso sviluppare una competenza riconoscibile su un territorio o su un argomento. Diventano specialisti delle migrazioni, di una determinata guerra, di una regione geografica, delle questioni ambientali, delle trasformazioni di una comunità.

Questa specializzazione ha prodotto alcuni dei lavori più profondi della fotografia contemporanea. Un autore che frequenta lo stesso territorio per dieci anni può comprenderne lingua, rituali, gerarchie, contraddizioni e trasformazioni con una profondità difficilmente raggiungibile da chi vi rimane tre giorni.

Ma la conoscenza produce anche relazioni. Le persone fotografate possono diventare amici. Un fixer (figura locale che facilita l’accesso, i contatti, le traduzioni e la comprensione del contesto) può trasformarsi in collaboratore abituale. Il fotografo può dipendere da alcune persone per continuare a ottenere accesso a una determinata comunità. La questione della distanza nasce qui. Quanto può avvicinarsi un giornalista alle proprie fonti senza perdere la capacità di raccontare anche ciò che quelle fonti preferirebbero non fosse raccontato? Non esiste una misura fisica della distanza corretta. Esiste invece un problema di indipendenza.

Differenza fra fotogiornalismo e documentazione

“Fotografia documentaria” e “fotogiornalismo” vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà i due ambiti si sovrappongono senza coincidere completamente. La fotografia documentaria può avere come finalità la costruzione di un archivio, l’osservazione di una comunità, l’interpretazione di un territorio, una ricerca antropologica, sociale, personale o artistica. Può essere estremamente accurata e può avere una grande importanza storica. Il fotogiornalismo aggiunge però alcuni obblighi specifici derivanti dalla parola giornalismo.

Questi obblighi riguardano innanzitutto l’accuratezza delle informazioni, la verifica dei fatti e del contesto, la corretta identificazione di luoghi, date e persone, la distinzione tra ciò che è stato osservato e ciò che è stato ricostruito, la trasparenza sulle modalità con cui le immagini sono state prodotte e l’indipendenza rispetto ai soggetti fotografati o agli interessi coinvolti.

Significa, per esempio, non alterare deliberatamente una scena per renderla più efficace, non presentare come spontaneo ciò che è stato messo in scena, non omettere informazioni essenziali che cambierebbero il significato di una fotografia e dichiarare eventuali conflitti di interesse o forme di sostegno che possano incidere sull’indipendenza del lavoro. Nella fotografia documentaria questi principi possono naturalmente essere adottati — e spesso lo sono — ma non costituiscono necessariamente requisiti intrinseci del genere.

Un progetto documentario può infatti prevedere collaborazione con i soggetti, ricostruzioni, interventi dell’autore, dispositivi performativi o una forte componente autobiografica e interpretativa, purché siano coerenti con il progetto e dichiarati quando potrebbero essere interpretati come documentazione diretta della realtà.

Una fotografia può essere un documento senza essere giornalismo. Anche un’immagine di propaganda può costituire un documento storico importante: documenta una determinata rappresentazione del mondo, una strategia comunicativa, un’ideologia. Non per questo diventa giornalismo. Allo stesso modo, un progetto fotografico profondamente partecipe della vita di una comunità può avere un enorme valore documentario e artistico senza necessariamente rispettare tutte le condizioni dell’indipendenza giornalistica. La differenza non dipende dall’estetica. Dipende soprattutto dal metodo di produzione della conoscenza.

Distanza e prossimità

Il ragionamento di Melcher diventa però più discutibile quando la prossimità fra fotografo e soggetto viene considerata quasi inevitabilmente come una perdita di indipendenza.

La distanza non garantisce di per sé il buon giornalismo. Un fotografo inviato per quarantotto ore in un territorio che non conosce può essere perfettamente indipendente dai suoi soggetti e, nello stesso tempo, fraintendere completamente ciò che sta osservando. Può non parlare la lingua. Può non conoscere la storia locale. Può affidarsi interamente a un fixer. Può riconoscere soltanto quelle immagini che corrispondono alle aspettative con cui è arrivato. Il rischio, in questo caso, è quello di produrre fotografie formalmente efficaci ma culturalmente superficiali.

La prossimità presenta il rischio opposto: identificarsi con le persone che si stanno raccontando fino a perdere la capacità di sottoporre le loro affermazioni allo stesso controllo riservato alle altre fonti. Ma fra distanza e identificazione esiste un ampio spazio professionale. Un fotogiornalista può sviluppare empatia senza diventare portavoce. Può conoscere profondamente una comunità senza rinunciare alla verifica. Può instaurare rapporti umani con le proprie fonti continuando a considerare il pubblico, e non la fonte, il destinatario principale del proprio lavoro.

La figura dell’editor

La crisi economica dell’editoria viene spesso descritta attraverso la scomparsa dei fotografi di staff. Ma questa è soltanto una parte del problema. La redazione tradizionale non forniva infatti soltanto uno stipendio o il denaro necessario per raggiungere un luogo. Forniva anche una struttura di verifica.

Il picture editor o photo editor non era semplicemente la persona che sceglieva la fotografia più adatta. Poteva chiedere al fotografo perché mancasse un determinato punto di vista. Poteva mettere in discussione una didascalia. Poteva accorgersi che il racconto dipendeva eccessivamente da una sola fonte. Poteva verificare se l’editing complessivo stesse trasformando una situazione complessa in una narrazione troppo semplice.

Accanto all’editor potevano esserci reporter, caporedattori, fact-checker e consulenti legali. La redazione funzionava quindi anche come un sistema di controllo epistemologico: un insieme di persone e procedure incaricate di verificare come quella conoscenza fosse stata prodotta prima di renderla pubblica. Il digitale ha creato nuove redazioni e nuove professioni, ma una parte importante dell’infrastruttura che sosteneva la produzione fotografica professionale si è effettivamente ridotta. Le conseguenze ricadono sul fotografo freelance.

Un fotografo indipendente deve oggi essere spesso contemporaneamente: fotografo, ricercatore, produttore, editor, autore delle didascalie, fundraiser, responsabile della comunicazione, gestore del proprio archivio, e promotore del progetto.

Deve inoltre presentare il proprio lavoro a bandi per grant, festival e concorsi. Questa autonomia può essere creativamente feconda, ma contiene una debolezza strutturale: il fotografo finisce per essere il principale controllore del proprio lavoro. E nessun autore, per quanto scrupoloso, è il miglior editor possibile di sé stesso.

Visual storytelling

Nel lessico contemporaneo è diventata molto comune l’espressione visual storytelling, letteralmente “narrazione visiva”. È un termine estremamente ampio. Può indicare un reportage giornalistico, un documentario, un progetto fotografico, una narrazione multimediale, una campagna di un’organizzazione non governativa, una comunicazione aziendale o un contenuto pubblicitario. Il problema nasce quando la qualità narrativa viene confusa con la natura giornalistica del lavoro. Il visual storytelling non è incompatibile con il giornalismo, ma occorre distinguere la forma narrativa dalla finalità.

Un lavoro giornalistico può partire da una domanda: Che cosa sta succedendo? La conclusione deve rimanere, almeno in linea di principio, aperta fino a quando l’indagine non viene completata.

Una campagna di advocacy può invece partire da una posizione: Vogliamo dimostrare che questo problema richiede un determinato intervento.

Una comunicazione aziendale può partire da un obiettivo ancora più esplicito: Vogliamo produrre nel pubblico una determinata percezione del nostro marchio.

Tutti e tre possono utilizzare fotografie straordinarie. Tutti e tre possono raccontare storie vere. Tutti e tre possono utilizzare tecniche documentarie. Ma non stanno svolgendo la stessa funzione.

La differenza non può essere riconosciuta osservando soltanto la fotografia. Serve conoscere chi ha commissionato il lavoro, come è stato finanziato, quali libertà aveva l’autore, quali controlli sono stati effettuati e quale fosse lo scopo della pubblicazione. Per questo il termine visual storytelling non dovrebbe essere utilizzato come sinonimo di fotogiornalismo.

Immagine autentica e racconto autentico

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha reso evidente un problema che la fotografia possiede fin dalle origini: la fiducia. Oggi possiamo produrre immagini fotorealistiche di avvenimenti mai accaduti. Diventa quindi necessario verificare la provenienza dei file, i metadati, la storia delle modifiche e, sempre più spesso, utilizzare sistemi di content provenance (tracciamento della provenienza), cioè tecnologie e standard che permettono di documentare l’origine e le trasformazioni di un contenuto digitale.

Organizzazioni giornalistiche e concorsi internazionali hanno intensificato i controlli. Il World Press Photo richiede, per i lavori che accedono alle fasi avanzate della selezione, i file originali prodotti dalla macchina fotografica; i lavori vincitori vengono inoltre sottoposti a verifiche fattuali indipendenti (5).

Reuters continua a considerare autenticità, imparzialità e verifica requisiti fondamentali anche nell’uso dell’intelligenza artificiale, ricordando che qualsiasi informazione prodotta attraverso sistemi generativi deve essere verificata indipendentemente dal giornalista (6).

Ma certificare che un file provenga realmente da una fotocamera risolve soltanto una parte del problema. Attraverso un insieme di verifiche possiamo arrivare a stabilire con ragionevole certezza che una fotografia sia stata effettivamente scattata nel luogo e nel momento dichiarati e che il suo contenuto non abbia subito manipolazioni incompatibili con gli standard giornalistici.

Resta ancora da stabilire: che cosa significa ciò che vediamo? Chi sono quelle persone? Che cosa è successo prima? Che cosa è accaduto dopo? La didascalia è corretta? La situazione fotografata è rappresentativa o eccezionale? Il fotografo ha influenzato il comportamento dei soggetti? Perché si trovava lì? Chi ha finanziato il lavoro? Quali fotografie sono state escluse dall’editing? Esistono informazioni che contraddicono la narrazione proposta? Queste domande appartengono al giornalismo, non alla tecnologia fotografica.

Le quattro forme di distanza

Possiamo individuare quattro forme di distanza:

La distanza fra fotografo e soggetto
Riguarda il grado di coinvolgimento del fotografo con le persone che racconta. Troppa distanza può produrre superficialità. Troppa identificazione può compromettere l’indipendenza. Il punto di equilibrio non coincide con una neutralità emotiva impossibile, ma con la capacità di conservare autonomia di giudizio.

La distanza fra fotografia e contesto
Quando una fotografia viene estratta da una storia complessa e presentata da sola, può apparire autosufficiente. Diventa spesso più immediata e memorabile, ma perde parte delle informazioni che le altre immagini, le didascalie e il contesto narrativo fornivano. La scelta di isolare un’immagine, così come quella di includerne alcune ed escluderne altre, non è quindi neutra: l’editing contribuisce a determinare il significato del racconto.

La distanza fra fotografo e redazione
Quando il fotografo lavora senza un editor, viene meno uno dei principali livelli di confronto professionale. La libertà dell’autore aumenta, ma aumenta anche il rischio di confermare inconsapevolmente le proprie convinzioni.

La distanza fra documentazione e giornalismo
È forse il livello più importante. Non tutto ciò che documenta è giornalismo. Non tutto ciò che utilizza un’estetica fotogiornalistica è giornalismo. Non tutto ciò che racconta una storia vera è giornalismo. Perché esista giornalismo servono procedure di verifica, responsabilità, trasparenza e indipendenza.

Una possibile distinzione operativa

Le categorie restano inevitabilmente permeabili, ma è possibile costruire una distinzione orientativa:

Fotografia documentaria
Ha come obiettivo principale osservare, testimoniare, interpretare o costruire una memoria di un fenomeno. Può essere giornalistica, artistica, antropologica o personale. La relazione con il soggetto può diventare molto profonda.

Fotogiornalismo
Utilizza la fotografia come strumento di informazione pubblica. Richiede verifica, contestualizzazione, accuratezza delle informazioni e indipendenza. L’estetica è importante, ma subordinata all’integrità informativa.

Visual storytelling
Indica una modalità narrativa basata prevalentemente sulle immagini. Non definisce da solo né il metodo né la finalità. Può appartenere al giornalismo, alla comunicazione sociale, alla pubblicità o all’arte.

Advocacy storytelling
Utilizza testimonianze e immagini per sostenere esplicitamente una causa. Può essere accurato e documentariamente importante, ma parte da un obiettivo persuasivo dichiarato.

Branded storytelling
È una forma di comunicazione prodotta o finanziata nell’interesse di un marchio o di un’organizzazione. Può adottare pienamente l’estetica del reportage, ma, quando risponde agli obiettivi comunicativi del committente, non possiede l’indipendenza necessaria per essere considerato giornalismo.

Le contaminazioni fra queste categorie non rappresentano necessariamente un problema. Il problema nasce quando non vengono dichiarati con chiarezza la natura del lavoro, il committente e gli interessi coinvolti. La differenza fondamentale non consiste quindi nell’avere o meno un punto di vista iniziale, ma nella disponibilità a modificarlo quando i fatti lo contraddicono e nel grado di indipendenza rispetto a un risultato narrativo o persuasivo prefissato.

La crisi del fotogiornalismo è anche una crisi delle sue istituzioni

Nel dibattito contemporaneo sulla fotografia dedichiamo molta attenzione a una domanda: Possiamo fidarci di questa immagine? È inevitabile che sia così. L’intelligenza artificiale generativa ha reso definitivamente insostenibile l’idea che l’apparenza fotografica possa costituire, da sola, una garanzia dell’esistenza di ciò che rappresenta.

Ma per il giornalismo la domanda deve essere più ampia: Possiamo fidarci del processo che ha prodotto questa immagine e del racconto nel quale viene inserita? Una fotografia autentica non garantisce una didascalia vera. Una didascalia corretta non garantisce un editing equilibrato. Un fotografo in buona fede non garantisce l’assenza di bias. La conoscenza profonda di un territorio non garantisce indipendenza. E la distanza dal soggetto non garantisce comprensione.

Il giornalismo ha storicamente cercato di ridurre questi problemi non affidandosi alla presunta neutralità individuale del giornalista, ma costruendo procedure e istituzioni: editor, desk, verifica delle fonti, confronto, fact-checking, codici deontologici, responsabilità legale ed editoriale.

È forse qui che si trova uno dei nodi più importanti della fotografia contemporanea. La crisi del fotogiornalismo non riguarda soltanto la diminuzione degli incarichi, la concorrenza dei social network o l’arrivo delle immagini sintetiche. Riguarda l’indebolimento delle strutture che permettono di sottoporre la fotografia e il suo contesto a verifica.

Nel momento in cui possiamo generare tecnicamente qualsiasi immagine, diventa ancora più importante ricordare che il valore giornalistico della fotografia non è mai stato contenuto esclusivamente nei suoi pixel. Dipende dal sistema di relazioni, verifiche, responsabilità e scelte che esiste attorno ad essa. La credibilità dell’immagine è anche la credibilità del processo che l’ha prodotta.


Note


(1)
Paul Melcher, World Press 2026: The Distance Problem, Kaptur, 28 aprile 2026.
Il testo sostiene che la crisi più profonda del fotogiornalismo contemporaneo non riguardi esclusivamente tecnologia o manipolazione delle immagini, ma la progressiva scomparsa dell’infrastruttura editoriale che garantiva distanza, controllo e indipendenza professionale.
https://kaptur.co/world-press-2026-the-distance-problem

(2)
Filippo Venturi, Immagini fotografiche apocrife, Filippo Venturi Photography, 4 agosto 2026.

Il testo analizza la diffusione di immagini generate con intelligenza artificiale che ricostruiscono eventi realmente accaduti assumendo però l’aspetto e l’autorità testimoniale della fotografia. Venturi propone di definirle “immagini fotografiche apocrife”: rappresentazioni para-documentarie più leggibili, emotive e visivamente efficaci dei materiali originali, capaci proprio per questo di confondere il confine tra documentazione e illustrazione.
https://www.filippoventuri.photography/blog/immagini-fotografiche-apocrife

(3)
National Press Photographers Association, Code of Ethics.
Il codice pone fra i principi del giornalismo visivo accuratezza, completezza, contestualizzazione, riconoscimento dei bias, indipendenza e rispetto dell’integrità del momento fotografico.
https://bop.nppa.org/2026/technical-guidelines

(4)
Society of Professional Journalists, SPJ Code of Ethics.
I quattro principi generali sono: cercare la verità e riferirla, minimizzare il danno, agire indipendentemente, essere responsabili e trasparenti.
https://www.spj.org/spj-code-of-ethics

(5)
World Press Photo, Verification Process.
Le procedure comprendono controllo dei file originali, verifica delle manipolazioni, fact-checking di persone, date, luoghi e circostanze, oltre a requisiti di trasparenza su produzione e finanziamento dei progetti.
https://www.worldpressphoto.org/contest/verification-process

(6)
Reuters, Journalistic Standards.
Le linee guida ribadiscono i principi di verifica, responsabilità editoriale, autenticità dei contenuti visivi e controllo indipendente delle informazioni eventualmente prodotte attraverso strumenti di IA.
https://reutersagency.com/about/standards-values

Workshop di Fotografia Documentaria 2026 by Filippo Venturi

Workshop di Fotografia Documentaria 2026

Un workshop di fotografia documentaria pensato per entrare nel processo completo di costruzione di un progetto: dalla ricerca della storia al lavoro sul campo, fino all’editing e alla restituzione finale.

Si lavorerà su metodo, linguaggio ed etica, affrontando tutti gli aspetti del fotogiornalismo contemporaneo: verifica delle fonti, organizzazione, scatto, selezione e presentazione delle immagini, ma anche diffusione e relazione con il sistema editoriale.

La parte pratica si svolgerà durante il Rivolta Pride di Bologna 2026, un contesto reale in cui confrontarsi con complessità, ritmo e responsabilità dello sguardo. L’esperienza sarà preparata in aula e rielaborata collettivamente.

Una parte del workshop sarà dedicata al ruolo della fotografia nell’era dell’intelligenza artificiale: tra crisi della fiducia, nuove possibilità e necessità di uno sguardo critico.

Per chi vuole andare oltre la tecnica e iniziare a costruire un linguaggio.

DATE E ORARI
Venerdì 12 Giugno 2026, ore 17.30-21.30.
Sabato 13 Giugno 2026, ore 10.00-19.00.
Domenica 14 Giugno 2026, ore 10.00-13.00 e 14.00-19.00.

ISCRIZIONI
Info e iscrizioni: officinafotograficashado@gmail.com
Workshop a numero chiuso.

QUOTA DI ISCRIZIONE
195 euro (inclusa tessera Arci Shado).

After the Gaze - The photographer in the age of AI by Filippo Venturi

AFTER THE GAZE - THE PHOTOGRAPHER IN THE AGE OF AI
di Filippo Venturi

LA LECTURE
La fotografia sta attraversando una trasformazione profonda.
Non è solo una questione tecnologica. È un cambiamento che riguarda il modo in cui le immagini nascono, circolano, influenzano la percezione della realtà.
In questa Lecture con Filippo Venturi si esplora l’incontro tra fotografia e intelligenza artificiale come terreno critico. Non come tema di tendenza ma come snodo culturale che sta trasformando il modo in cui produciamo, leggiamo e diffondiamo le immagini.
Attraverso l’analisi di progetti realizzati con l’intelligenza artificiale, verranno messi a confronto processi, intenzioni e strutture narrative differenti. 
Perché la vera questione non è lo strumento. È il pensiero che lo guida.
L’IA non sostituisce la fotografia. La mette in discussione. Ridefinisce il concetto di immagine, amplia il campo delle possibilità espressive e ci costringe a rivedere il nostro ruolo di autori, quando la foto non è più solo il risultato di un incontro con il reale, ma anche di un dialogo con un sistema algoritmico.
È un linguaggio. E come ogni linguaggio va compreso prima di essere utilizzato.

ARGOMENTI PRINCIPALI
• Come si trasforma il concetto di testimonianza nell’era delle immagini generate;
• Quali differenze esistono tra documentare, costruire e simulare
• Come l’IA interviene non solo sull’estetica, ma sulla struttura narrativa di un progetto
• Quale responsabilità abbiamo oggi nel raccontare il reale

FILIPPO VENTURI
Filippo Venturi è un fotografo documentarista e artista visivo che indaga il rapporto tra immagine, potere e tecnologia.
Ha raccontato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti, sviluppando una ricerca centrata sull’identità e sulla condizione umana. Con una formazione in Informatica e un percorso nel fotogiornalismo, ha progressivamente integrato fotografia tradizionale e nuovi strumenti tecnologici, concentrandosi negli ultimi anni sul dialogo tra fotografia, informazione e intelligenza artificiale.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Sony World Photography Award e la candidatura al Leica Oskar Barnack Award, confermando una traiettoria che unisce rigore documentario e sperimentazione. I suoi lavori sono stati pubblicati su testate come National Geographic, The Washington Post e The Guardian, e hanno ricevuto riconoscimenti internazionali tra cui il Sony World Photography Award.
Nel 2023 ha presentato al Photo Vogue Festival l’intervento Broken Mirror, dedicato all’IA, e nel 2024 ha esposto nella mostra Pixel Perceptions: Into the Eye of AI presso Noorderlicht. Nel 2025 è stato nominato Autore dell’Anno dalla FIAF.
Accanto alla pratica artistica, insegna fotogiornalismo e fotografia documentaria, portando una riflessione critica su come le immagini costruiscono e trasformano la nostra percezione del reale.


Per maggiori informazioni, consulta il link ufficiale: https://ulilearn.academy/catalogo/lecture/after-the-gaze/

Seminario su Fotografia, Informazione, Potere e Intelligenza Artificiale by Filippo Venturi

INFRANGERE LO SPECCHIO
Fotografia e Informazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Questo seminario si propone come uno spazio di confronto aperto, pensato soprattutto per chi oggi sta costruendo il proprio sguardo sul mondo: studenti universitari e non, giovani fotografi, artisti visivi, aspiranti giornalisti, docenti e tutte le persone interessate a comprendere il ruolo delle immagini nella società contemporanea.

Il seminario è focalizzato sull’incontro fra fotografia e intelligenza artificiale (IA) e — attraverso esempi tratti dal lavoro del docente e da casi recenti di rilievo internazionale — esplora l’evoluzione del processo creativo, del ruolo dell’immagine nella comunicazione, nell’informazione e nella vita quotidiana, analizzandone anche il peso crescente come strumento di esercizio del potere.

Il docente presenterà alcuni dei suoi progetti di fotografia documentaria, esponendo nel dettaglio la filosofia alla base di essa e le metodologie pratiche adottate. Illustrerà inoltre le notevoli differenze teoriche e pratiche che caratterizzano l’utilizzo dell’IA nel processo creativo. Verrà mostrato come l’IA possa ampliare il ventaglio di possibilità dei fotografi e le idee che sottendono alla creazione di progetti.

In un’epoca di deepfake, algoritmi opachi e flussi visivi incontrollabili, il ruolo del fotografo e del giornalista non consiste più soltanto nell’essere testimoni, ma anche interpreti critici, chiamati a interrogarsi su responsabilità, etica, trasparenza e fiducia. Comprendere questi meccanismi diventa essenziale per non subire passivamente le immagini, ma per imparare a leggerle, smontarle e, se necessario, usarle consapevolmente come forma di resistenza culturale.

Saranno esaminate diverse casistiche che negli ultimi mesi hanno avuto un impatto significativo nel panorama dell’informazione internazionale. Saranno affrontati sia i timori legati all’adozione di questa nuova tecnologia, sia le potenzialità che essa porta con sé, aprendo un dibattito sul futuro dell’arte fotografica e della nostra interazione con le immagini.

La fotografia e l’IA non sono strumenti da temere o da idolatrare, ma linguaggi da comprendere a fondo per poterli usare con lucidità, immaginazione e senso critico. L’obiettivo non è fornire risposte definitive, ma stimolare domande urgenti su chi siamo, su come raccontiamo il mondo e su quale responsabilità scegliamo di assumerci nel farlo.

Il futuro non sarà scritto dalle macchine, ma da chi saprà dialogare con loro, con consapevolezza, usando la tecnologia per ampliare, non per ridurre, la propria umanità.

Il seminario è modulabile per durata e formato (lezione frontale, incontro dialogico, masterclass), in base al contesto e al pubblico di riferimento. Offre strumenti critici per leggere e interpretare le immagini contemporanee e per comprendere come fotografia e intelligenza artificiale influenzino l’informazione e la costruzione della realtà. I partecipanti acquisiranno una maggiore consapevolezza dei meccanismi tecnologici, culturali e di potere che agiscono dietro le immagini, sviluppando un approccio responsabile, creativo e informato al loro utilizzo.


DOCENTE

Filippo Venturi è un fotografo documentarista, artista visivo, docente e divulgatore. Sviluppa progetti che affrontano temi legati all’identità e alla condizione umana. Ha documentato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti.

Il suo lavoro indaga scenari contemporanei e futuri plasmati dall’evoluzione tecnologica. Grazie a una laurea in Scienze dell’Informazione e alla sua esperienza nel fotogiornalismo, sviluppa anche progetti in cui integra la fotografia tradizionale con l’uso di nuovi strumenti tecnologici.

Negli ultimi anni la sua ricerca si è focalizzata sul rapporto fra fotografia, informazione, potere e intelligenza artificiale, analizzando come queste dinamiche contribuiscano a plasmare la percezione della realtà.

Accanto alla pratica artistica, tiene corsi e seminari in contesti accademici e culturali, come BergamoScienza e la New York University. È docente nel Master di Giornalismo presso l'Università di Bologna.

I suoi progetti sono stati pubblicati su importanti giornali internazionali, fra cui National Geographic, The Washington Post, The Guardian, The Financial Times, Vanity Fair, Geo, Der Spiegel, Internazionale, La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.

Ha esposto in Italia e all’estero in importanti sedi e festival tra cui il Foro Boario di Modena come “New Talent” della Fondazione Modena Arti Visive, CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, Somerset House a Londra, U Space a Pechino, Willy Brandt Haus a Berlino, Sony Square a New York, Copenhagen Photo Festival, Helsinki Photo Festival , Voies Off Awards a Les Rencontres d’Arles, Photo Vogue Festival, Photolux a Lucca, SI Fest a Savignano sul Rubicone, Festival di Fotografia Etica di Lodi e il Festival della Fotografia Italiana.

Il suo progetto a lungo termine sulla Penisola Coreana gli è valso numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Sony World Photography Award, il LensCulture Emerging Talent Award, Il Reportage Award, il Voglino Award e il Portfolio Italia – Grand Premio Hasselblad. I suoi lavori sono stati nominati più volte per il prestigioso Leica Oskar Barnack Award.

Nel 2025 è stato nominato Autore dell’Anno dalla FIAF.

www.filippoventuri.photography
filippo.venturi@gmail.com

Butoh, a japanese dance by Filippo Venturi

Some photos from my reportage on butoh dance, which is part of the project “The nails that sticks out gets hammered down”.

Butoh dancer Kohei Wakaba during the costume-dressing for the performance titled “Those Who Ain’t Damn Nobody,” staged together with fellow butoh dancer Mana Kawamura.



Butoh dance was born in Japan in the late 1950s as a form of aesthetic and spiritual rebellion against the wounds of the postwar period, Western influence, and the pressures of a society built on order, conformity, and productivity.

Created by choreographer Tatsumi Hijikata and dancer Kazuo Ōno, it transforms the body into a instrument of protest and revelation.

Bodies painted white, slow or convulsive movements, grotesque and distorted gestures stage pain, metamorphosis, and the individual’s resistance.

Also called the “dance of darkness”, Butoh explores the unspeakable: atomic memory, social repression, and the deep tensions between harmony and suffering that run through the soul of contemporary Japan.

«The moon is invisible during the day and shines brightly at night. It takes night to make the moon shine. It takes ugliness to make the public reflect on beauty.»

«I believe that the role of Butoh is to resist defeat, on the ash-covered ground, next to the fragments of intercontinental ballistic missiles, without shouting against war or calling for peace, but simply standing silently, painted white, amid the ashes.»

— Kohei Wakaba

L'intelligenza artificiale è davvero uno strumento neutro? by Filippo Venturi

L'intelligenza artificiale è davvero uno strumento neutro? 

Questo testo non ha la pretesa di essere esauriente, ma raccoglie alcune riflessioni che ho elaborato negli ultimi tempi. Sarei felice di essere corretto in alcune osservazioni e, soprattutto, di essere smentito sul mio pessimismo.

La natura invasiva e controllante della tecnologia 

Qualche anno fa, alla presentazione del mio progetto visivo Broken Mirror — che adotta un linguaggio documentaristico composto da immagini generate con l'intelligenza artificiale (IA) — avevo usato un ossimoro. "La natura invasiva e controllante della tecnologia". In quel contesto ricorrevo a una metafora per rappresentare la dittatura nordcoreana e, al tempo stesso, la dipendenza che sviluppiamo dalla tecnologia e come questa ci influenzi in ogni aspetto della vita, in particolare sul modo in cui comunichiamo e ci informiamo, facendoci perdere il controllo di noi stessi e di come percepiamo la realtà.

L'IA, in questi anni, si è allontanata dalla nostra illusione di poter essere un potente strumento "neutro" nelle nostre mani, che sarebbe potuta essere usata bene o male. Dipendeva solo da noi esseri umani. Invece è diventata un dispositivo al servizio di narrative e ideologie precise, spesso tendenti all'autoritarismo. Le immagini create dall'IA, che un tempo apparivano come curiosità, esercizi di stile e persino meme (e forse anche per questo sono state sottovalutate), dalle enormi potenzialità, sono ormai armi simboliche nelle guerre di informazione.

È bastato osservare in questi anni le rappresentazioni visive generate attorno a figure politiche come Donald Trump — ritratto nei panni di Papa, poi di imperatore romano, e infine di fondatore di una Striscia di Gaza ricostruita con resort e casinò — per capire come il potere delle immagini generate con IA stia ridisegnando i confini tra realtà e propaganda. Questa nuova tecnologia si è rivelata capace di costruire mondi alternativi, illusioni di verità che servono soprattutto a legittimare un'idea di potere.

Il falso al servizio del falsari

Inoltre, finora, non abbiamo ancora assistito a un uso sistematico e continuativo dell'IA nella produzione e nella diffusione di fake news. Gli strumenti ordinari — social network, bot, fotomontaggi, grafiche faziose, campagne di disinformazione coordinate — restano più che sufficienti a generare confusione e manipolare l'opinione pubblica. Tuttavia, l'impatto che un impiego esteso e mirato dell'IA potrà avere su scala informativa è ancora tutto da scoprire.

C'è stato un tentativo di utilizzare questa tecnologia per sensibilizzare la massa al dolore del popolo palestinese, renderlo visibile e virale sui social, producendo immagini commoventi e false al tempo stesso, che hanno finito per indebolire la causa che volevano sostenere. Il fatto di essere ricorsi in alcuni casia quel tipo di immagini e non a vere fotografie (che per ora godono ancora di un residuo di credibilità) metteva in dubbio che quanto rappresentato fosse veritiero.

La voce del padrone

Un esempio recente e rivelatore di come la tecnologia possa mutare da strumento di verifica a veicolo di propaganda è quello di Grok, l'IA creata da Elon Musk e disponibile sulla piattaforma X (ex Twitter). Inizialmente presentato come un assistente ribelle capace di smentire fake news, comprese quelle diffuse dallo stesso Musk, è stato rapidamente modificato per diventare l'opposto: un amplificatore della sua narrativa. Dopo i primi test, in cui smascherava disinformazione e citava fonti indipendenti, il sistema è stato corretto per evitare di contraddire il suo creatore e persino per escludere fonti critiche. Questo ci mostra quanto rapidamente un'IA possa essere piegata a scopi ideologici.

Archivi di obbedienza

Quando sostenevo che la tecnologia è per natura invasiva e controllante, mi riferivo a qualcosa di più profondo. Ogni raccolta di informazioni, ogni archivio, ogni lista nasce come strumento di conoscenza, ma può facilmente trasformarsi in un meccanismo di dominio. E la tecnologia ha alla base del proprio funzionamento la raccolta di dati e la creazione di database.

Un esempio storico proviene dai Paesi Bassi, nel 1940, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, periodo in cui le autorità decisero di censire, guidate da un fine nobile, i rifugiati ebrei dalla Germania per organizzarne l'accoglienza. Dopo l'invasione nazista, nel 1941, quelle liste diventarono strumenti perfetti per identificarli, arrestarli e deportarli. In totale, circa il 75% della popolazione ebraica presente nel paese fu sterminata. Una percentuale tra le più alte d'Europa, resa possibile proprio dall'efficacia dei registri civili.

La lezione è amara ma evidente, qualsiasi catalogo basato su criteri identitari — religione, colore della pelle, etnia, orientamento politico, genere o preferenze sessuali — è, potenzialmente, una minaccia esistenziale per le minoranze. Oggi, in un'epoca in cui gli algoritmi profilano ogni individuo con precisione inquietante, quella stessa logica di schedatura si ripresenta, solo più sofisticata, più invisibile e più capillare.

In un contesto in cui i governi e le aziende possono accumulare enormi quantità di dati personali, la tentazione di usarli per fini politici o commerciali è perpetua. Ogni volta che un governo o una Big Tech annuncia o elogia un nuovo sistema di raccolta dati "per il bene comune", si costruisce in realtà un pezzo di infrastruttura del controllo. Un potere che, come dimostra la storia, può cambiare padrone in un attimo.

In questo discorso rientra il progetto europeo CSAR (Child Sexual Abuse Regulation, detta anche Chat Control), che prevede la possibilità di analizzare, anche con l'IA, i contenuti privati dei cittadini, come chat, messaggi e file, per individuare eventuali contenuti illeciti. Una misura nata con intenti di tutela, ma che solleva timori di sorveglianza generalizzata e di erosione della privacy digitale.

Lo specchio e il potere

L'IA non è dunque semplicemente un riflesso distorto del mondo, ma uno specchio che produce nuove immagini di esso. La promessa di neutralità tecnologica si dissolve nel momento in cui comprendiamo che ogni sistema che osserva, cataloga o genera finzioni deforma ciò che riteniamo reale.

Alcune delle problematiche descritte vanno oltre l'IA e affondano le radici in una tendenza tutta umana: quella di cedere, per convenienza o indifferenza, una parte della nostra libertà in cambio di efficienza e controllo. L'unico modo per opporvisi è riaffermare con forza la centralità dei diritti delle persone, della Costituzione e delle leggi che garantiscono una convivenza civile. Serve una regolamentazione capace di stare al passo con i tempi, ma troppo spesso si preferisce rimandarla, lasciando che la tecnologia avanzi in un vuoto normativo e morale.

Il mese scorso Sam Altman, fondatore di OpenAI, ha affermato che la sua preoccupazione più grande riguarda la possibilità che un attore malintenzionato scopra per primo una forma di superintelligenza artificiale e la utilizzi a scopi distruttivi. Ma in una corsa dominata da grandi potenze e corporazioni, è lecito chiedersi se esista ancora qualcuno per cui il benessere del genere umano sia davvero la meta, e non il pretesto.

Tornare a scuola by Filippo Venturi

Statua di Icaro, nei pressi del Liceo Classico “Morgagni”, 2013.

In queste settimane ho l’opportunità di tenere un corso di fotografia a degli studenti di un Liceo Classico, affrontando sia la fotografia documentaria e sia le immagini generate dall’intelligenza artificiale che imitano la fotografia.

Nel momento in cui ho chiesto agli studenti di scegliere il tipo di progetto da realizzare, quasi tutti hanno optato per la fotografia documentaria. Devo ammettere che questa scelta mi ha sorpreso: mi aspettavo che fossero più attratti dalla novità tecnologica di cui si parla tanto da oltre due anni. Tuttavia, questa preferenza mi ha anche reso felice.

Chiaramente questo riscontro non ha alcuna valenza statistica né descrive un trend, dato il campione esiguo, ma lo riporto come semplice osservazione personale.

Come mi è capitato di raccontare, anche in qualche intervista, negli ultimi anni questa “abbuffata” di intelligenza artificiale mi ha dato la possibilità di sperimentare, di soddisfare la mia curiosità e di esprimermi attraverso diversi progetti. Eppure, non sono innamorato follemente di questa tecnologia.

Nei miei stessi lavori con l'IA, ho spesso espresso timori riguardo agli sviluppi futuri della IA stessa e, in uno in particolare, mi sono persino lasciato ingannare temporaneamente dall’illusione di poter superare il confine tra la vita e la morte.

Le lunghe ore notturne e solitarie trascorse davanti al computer a generare immagini hanno avuto, però, un effetto inaspettato: hanno riacceso in me, con ancora più forza, il desiderio di uscire, incontrare persone e documentare storie.

Infine, a un giovane consiglierei di sperimentare tutto, anche l’intelligenza artificiale. Ma, se è alle prime armi — come nel caso di questi studenti — credo sia più utile partire dalla fotografia tradizionale o, comunque, da un linguaggio espressivo con fondamenta solide e regole precise (che, una volta comprese a fondo, si possono anche infrangere).

Questo permette di intraprendere un percorso formativo e di entrare in sintonia personale e fisica con la forma d’arte scelta. Iniziare direttamente con l’intelligenza artificiale potrebbe risultare dispersivo: il suo potenziale è ampio, al punto di rischiare di confondere, perfino demoralizzare, ma anche deludere se non compreso appieno.

Forse quest'ultima considerazione vale solo per me ma, senza il mio background di fotografo, non avrei potuto realizzare nulla di ciò che ho fatto con l’intelligenza artificiale. Non con la stessa consapevolezza, lucidità e convinzione che quei progetti fossero autentiche espressioni del mio essere.

Workshop di Fotogiornalismo 2023 by Filippo Venturi

Dopo 4 anni torna a Cesena il mio Workshop di Fotogiornalismo dedicato agli under30, con una quota di iscrizione di appena €20 (in collaborazione col Progetto Giovani del Comune di Cesena).
Di seguito tutti i dettagli.

WORKSHOP DI FOTOGIORNALISMO
Fotografia come testimonianza della realtà

Il corso è rivolto ai fotografi principianti, ai professionisti e a chi volesse semplicemente approfondire la tematica trattata, in un periodo in cui l'immagine è sempre più al centro della comunicazione e della nostra quotidianità. Ragioneremo sul concetto di Fotogiornalismo e di Fotografia Documentaria al giorno d’oggi e sullo sviluppo teorico e pratico di un progetto. Si affronteranno i vari aspetti da curare: la ricerca di una storia e relativo fact checking, l’organizzazione preliminare, l'etica, la fase di scatto, l’editing, la post-produzione, la presentazione del progetto realizzato, le didascalie, il rapporto con i photoeditor, le modalità di diffusione a seconda che la finalità sia una pubblicazione, una mostra, l’iscrizione a concorsi o la promozione nei social network. Durante il workshop è prevista la lettura del portfolio degli iscritti (facoltativa) che vorranno un confronto assieme al docente.

A cura di Filippo Venturi
Filippo Venturi è un fotografo documentarista. Realizza progetti su storie e problematiche riguardanti l'identità e la condizione umana. I suoi lavori sono stati pubblicati su giornali come National Geographic, The Washington Post, The Guardian, Financial Times, Vanity Fair, Newsweek, Geo, Der Spiegel, Die Zeit, Stern, Internazionale e La Repubblica. Negli ultimi anni si è dedicato a un progetto sulla penisola coreana, che è stato premiato con il Sony World Photography Awards e il Portfolio Italia - Gran Premio Hasselblad. I suoi lavori sono stati esposti in musei e festival in Italia e all'estero.

A chi è rivolto: under30 che risiedono, studiano o lavorano in Emilia-Romagna.
Quanto dura: 8 ore, distribuite in 4 serate.
Quando: 21 e 28 novembre, 5 e 12 dicembre 2023
A che ora: 20:00 - 22:00
Dove: Opificio Artaj, Viale della Resistenza 57, Cesena
Quanto costa iscriversi: € 20
Per informazioni e iscrizioni: monty.banks@progettogiovanicesena.it

Questo laboratorio condivide i valori di Doktor Fakenstein, il percorso multidisciplinare che incoraggia il pensiero critico e promuove autodifesa intellettuale.

Link al sito ufficiale a Monty Banks: Laboratori e workshop


AGGIORNAMENTO: qualche fotografia dalle 4 lezioni in aula!

Incontro online FotograFIAF by Filippo Venturi

Di seguito il comunicato relativo alla serata del Dipartimento Didattica FIAF:

INSIEME NELLA FOTOGRAFIA: GRAZIE A TUTTI!
Giovedì 16 marzo una nuova serata nazionale FIAF dedicata alla grande fotografia con FILIPPO VENTURI, eccellente interprete della contemporaneità. Il suo sguardo sa spaziare in altri continenti offrendoci scorci culturali e sociali di grande valore, ma sa cogliere con altrettanta naturalezza opportunità di indagine fotografica a km zero. Dalla Corea all'Italia, i suoi progetti esplorano l'uomo e il suo ambiente, mettendo in luce gli elementi culturali che sono segno della nostra epoca.
Con grande trasparenza intellettuale, Filippo Venturi, classe 1980, ci ha narrato la sua carriera dagli esordi (come fotografo sportivo e di eventi fino al successo in Italia e all'estero con il suo ormai lavoro a lungo termine sulla Corea, di cui è in corso il terzo capitolo, fino alle sperimentazioni recenti con l'Intelligenza artificiale (appena pubblicato su Internazionale).
Grazie quindi a Filippo Venturi per aver generosamente condiviso con noi la sua fotografia!
Alla serata, condotta da Claudia Ioan, Direttrice Dipartimento Didattica FIAF, hanno collaborato il nostro Presidente Roberto Rossi, Silvano Bicocchi, Direttore Dipartimento Cultura FIAF, e Fabrizio Luzzo alla regia: grazie a tutti, anche al numeroso pubblico che con la sua partecipazione dona significato a queste iniziative!

Durante la diretta ci sono stati picchi di oltre 300 persone collegate, che spero abbiano tratto stimoli e riflessioni interessanti!
Il video dell’incontro è disponibile anche nel canale YouTube della FIAF:
https://www.youtube.com/watch?v=8__MgNol-RQ

Segnalo, inoltre, nella pagina Facebook della FIAT, un’interessante analisi di Carlo Braschi:

Che stavolta lo “specchio con memoria”, come veniva definita la fotografia già più di 170 anni fa, si sia davvero spezzato? È presto per dirlo, ma cambierà ancora, e non per l’ultima volta, il nostro approccio alle immagini simili al vero.
“Broken Mirror” è il titolo del lavoro artistico realizzato da Filippo Venturi, bravissimo “fotografo documentarista particolarmente interessato al tema dell’identità e della condizione umana”, utilizzando Midjourney, un programma sperimentale per la creazione di immagini a partire da una breve stringa di testo. L’approccio è ancora quello documentaristico ma con una evidente fascinazione per il fantascientifico. La realtà nord coreana, ben conosciuta dall’autore, diventa il soggetto nella potente narrazione, in stile cinematografico. L’elemento alieno, gli insetti, incombenti e dominatori, nient’altro che una materializzazione del governo totalitarista. Penso che sia abbastanza facile intuire che le immagini che ci mostra siano come minimo frutto di un grande lavoro di rielaborazione grafica, meno ovvio è capire che per realizzarlo non serve più una conoscenza approfondita di Photoshop. Non solo. Non serve nemmeno che ci sia un soggetto di fronte ad un obiettivo. Il rapporto base della fotografia, la registrazione di una presenza, quale che essa sia, non c’è più. I soldati che vedete non sono realmente succubi di grossi insetti, anche se sicuramente Kafka c’entra ancora qualcosa.
Ho qualche anno, e ho visto nascere la fotografia digitale, all’epoca la domanda che si ponevano gli addetti ai lavori era “Potrà mai la fotografia digitale raggiungere il livello di quella analogica?” È una domanda che adesso suona sciocca, ma all’epoca le migliori macchine digitali avevano una risoluzione di 640x480 pixel. Oggi lo stesso problema lo pone la nascita delle immagini di sintesi prodotte con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (AI). Per ora si riescono ancora a distinguere le immagini di sintesi da un’immagine prodotta da una macchina fotografica, ma è solo questione di tempo.

Pubblicazione su Vanity Fair by Filippo Venturi

Su Vanity Fair Italia (cartaceo e online) è uscito il mio reportage fotografico sulle famiglie ucraine che hanno trovato rifugio in Italia!

L'articolo è di Alessia Arcolaci, photeditor Alice Crose.