Intelligenza Artificiale

Macchine che divorano libri by Filippo Venturi

Da mesi si parla del vizio delle principali aziende sviluppatrici di intelligenza artificiale (IA) di procurarsi milioni di libri con cui addestrare i propri modelli linguistici, per poi distruggerli una volta completata la procedura di digitalizzazione.

Nel 2024 Anthropic avviò il "Project Panama", un programma riservato che prevedeva l’acquisto di milioni di libri cartacei, la rimozione del dorso, la scansione ad alta velocità delle pagine e, infine, il riciclo di ciò che restava dei volumi. L’operazione aveva lo scopo di migliorare modelli come Claude. I libri erano infatti considerati una fonte di scrittura mediamente più strutturata e affidabile rispetto ai testi disponibili online, dove ormai proliferano anche contenuti generati dall’IA, spesso piatti, ripetitivi e inclini a riprodurre formule già esistenti.

L’addestramento delle IA sembra essere diventato una priorità tale da spingere le aziende a forzare continuamente i limiti dei diritti e delle regole esistenti. È accaduto con la privacy dei cittadini, i cui contenuti pubblicati sui social sono stati utilizzati senza un consenso realmente consapevole o un’adeguata trasparenza; con il diritto d’autore; con il ricorso ad archivi pirata e siti illegali; e ora persino con la distruzione materiale di milioni di libri.

La digitalizzazione industriale, infatti, richiedeva il taglio del dorso del volume, in modo da separarne le pagine e permettere agli scanner ad alta velocità di acquisirle automaticamente, come singoli fogli. Una volta terminata la scansione, ricomporre e rilegare ogni libro sarebbe stato troppo lento e costoso. Per questo, ciò che ne rimaneva veniva riciclato.

La distruzione era quindi la conseguenza del metodo più rapido ed economico scelto per trasformare milioni di libri in dati. A suo modo, un’immagine simbolica del nostro tempo, in cui le macchine divorano i libri, ne digeriscono il contenuto e ne defecano i resti.

(Questa è una fotografia di un magazzino di libri di Anthropic, archiviata fra gli atti giudiziari e ottenuta dal Washington Post)

L'Odissea di Nolan e l'intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Probabilmente avrete letto delle polemiche sulla scelta di Lupita Nyong’o per interpretare Elena di Troia nel film "Odissea" di Christopher Nolan.

Al di là del fatto che qualunque attrice chiamata a incarnare "la donna più bella del mondo" sarebbe inevitabilmente finita sotto esame, in questo caso la causa principale delle contestazioni è stata il colore della sua pelle.

Qualcuno ha pensato bene di modificare con l’intelligenza artificiale un fotogramma del film (dove il viso è già deformato perchè sta gridando), alterando il volto dell’attrice per renderlo meno attraente e gettando benzina sul fuoco di una discussione animata da odiatori e attraversata da razzismo e disinformazione. Sui social l'immagine modificata sta girando parecchio.

Non è la prima volta e certamente non sarà l’ultima. Questo però rappresenta un ulteriore episodio che conferma il timore che l'IA, in ambito visivo, continui ad affermarsi come strumento per la manipolazione della realtà con finalità propagandistiche o divisive.

E la facilità di utilizzo rende alla portata di chiunque alterazioni che in passato richiedevano più competenze. Quindi, sì, potevano farlo prima con Photoshop o simili, ma ora può farlo chiunque con una semplice istruzione testuale o verbale (prompt).

Anche contenuti apparentemente innocui, come i meme, nei quali immagini e video generati con l’IA sono ormai sempre più diffusi, possono contribuire a questo processo di normalizzazione delle immagini false, rafforzando pregiudizi e rendendo sempre più incerto il confine tra ciò che è vero e ciò che è manipolato.

Faceless Generation - Un progetto sul riconoscimento facciale by Filippo Venturi

Faceless Generation

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Questi diversi linguaggi confluiscono in un unico dispositivo narrativo, costruito attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024, nel corso delle quali ha osservato come le tecnologie di sorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo.

La domanda alla base è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire e classificare, a disposizione delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

La sorveglianza biometrica è ormai presente negli aeroporti, frontiere, infrastrutture urbane, dispositivi personali e apparati di sicurezza. Il riconoscimento facciale promette sicurezza, efficienza e semplificazione dell’accesso, ma introduce una forma di controllo spesso invisibile, capace di trasformare la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente. Quando viene impiegato per sorvegliare le proteste, questo processo coinvolge direttamente la libertà di espressione, il diritto di manifestare e la possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente identificati.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto si articola in quattro nuclei interdipendenti: il reportage delle proteste; la moda anti-biometrica della fittizia Maison Venturi; le maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale e stampate in 3D; e il contro-archivio nel quale fotografie provenienti dall’archivio fotografico dell’autore vengono alterate e ricodificate, mettendo in scena sia strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento.

Questo lavoro rende così visibile una contraddizione centrale del presente: in un mondo nel quale essere visibili significa sempre più essere identificabili, l’invisibilità può diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione dallo spazio pubblico.


Presentazione estesa

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Fotografie documentarie, oggetti, immagini costruite e interventi digitali confluiscono così in un unico dispositivo narrativo, articolato attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il riconoscimento facciale è una tecnologia biometrica che identifica o verifica l’identità delle persone attraverso immagini fotografiche e video. I sistemi analizzano e confrontano una serie di caratteristiche del volto, come la distanza tra gli occhi, la conformazione del naso e della bocca, la forma del viso e altri elementi morfologici, traducendoli in dati misurabili. Oggi questa tecnologia viene impiegata in ambiti molto diversi: dalla sicurezza allo sblocco degli smartphone, dai controlli alle frontiere all’accesso a spazi pubblici e privati. La sua diffusione solleva tuttavia questioni etiche, politiche e sociali legate alla raccolta dei dati biometrici, alla possibilità di essere costantemente rintracciati e all’asimmetria di potere tra chi osserva e chi viene osservato.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024 contro il governo. In quel contesto, Venturi ha osservato come le tecnologie di videosorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo, estendendo il controllo ben oltre il momento della protesta e lo spazio fisico della piazza.

La successiva introduzione del divieto di coprire il volto durante le manifestazioni ha reso ancora più evidente il conflitto tra sicurezza pubblica e diritto a sottrarsi all’identificazione. L’obbligo di essere riconoscibili può infatti trasformare il monitoraggio in una forma di sorveglianza di massa, incidendo sulla libertà di espressione, sul diritto di manifestare e sulla possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente schedati o rintracciati.

La domanda alla base del progetto è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire, classificare e utilizzare da parte delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

Con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e la crescente integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi biometrici, il riconoscimento facciale è destinato a inserirsi in un numero sempre maggiore di dispositivi, infrastrutture urbane e apparati di sicurezza. Il controllo diviene così più capillare e, al tempo stesso, meno percepibile: non richiede necessariamente un’interazione consapevole, ma può agire a distanza, in modo continuo e automatizzato, trasformando la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto non propone soluzioni tecniche definitive, ma esplora in modo provocatorio la possibilità di interferire con i processi di riconoscimento e classificazione, mettendone in discussione l’apparente neutralità.

La ricerca si articola in cinque nuclei interdipendenti. Il primo raccoglie fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, comprese le immagini scattate in Georgia nel 2024, che costituiscono l’origine documentaria e politica del lavoro.

Il secondo è dedicato alla Maison Venturi, una casa di moda immaginaria concepita per il progetto, attraverso la quale foulard, cappellini e altri capi di abbigliamento trasformano il corpo in una superficie di interferenza biometrica. I pattern, composti da frammenti e ripetizioni di tratti facciali, sono pensati anche per quelle circostanze in cui coprire il volto sia vietato, collocandosi in un territorio sospeso tra sperimentazione, provocazione e dimensione ludica.

Il terzo nucleo è costituito dalle maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale per interferire con i sistemi di riconoscimento basati su quella stessa tecnologia e successivamente tradotte in oggetti fisici attraverso la stampa 3D. Realizzate in PLA, acido polilattico, le maschere presentano una texture che richiama la pelle umana e genera una tensione percettiva tra artificiale e organico, volto e superficie, identità e simulacro. Il loro nome deriva da una forma volutamente irregolare ispirata al greco e allude a entità prive di nome, difficili da ricondurre a un’identità stabile.

Il quarto nucleo è dedicato al trucco facciale, concepito per i contesti in cui sia vietato occultare il volto mediante maschere o capi di abbigliamento. Attraverso contrasti, campiture e geometrie, il trucco interviene sui riferimenti morfologici analizzati dai sistemi di riconoscimento, alterando la percezione della forma e delle proporzioni del volto e dei rapporti spaziali tra occhi, naso e bocca. Il viso rimane visibile, ma diventa una superficie mimetica e ambigua, più difficile da ricondurre a un’identità univoca.

Il quinto nucleo assume la forma di un contro-archivio nel quale fotografie realizzate dall’autore vengono alterate e ricodificate attraverso l’intelligenza artificiale. Le immagini mettono in scena sia possibili strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento, rendendo visibili operazioni che, nella realtà, avvengono generalmente in modo opaco e al di fuori della percezione dei soggetti coinvolti.

Faceless Generation riflette infine sul mutamento del significato politico della visibilità. Nella tradizione moderna dell’arte, della fotografia e dei movimenti di emancipazione, diventare visibili ha spesso significato conquistare rappresentazione, voce e potere. Nell’epoca delle immagini algoritmiche, tuttavia, essere visibili significa sempre più essere misurabili, classificabili e tracciabili.

L’invisibilità può allora diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione. Per sottrarsi allo sguardo algoritmico, l’individuo rischia infatti di dover rinunciare alla riconoscibilità, alla propria immagine e, simbolicamente, a una parte della propria identità pubblica.

Il progetto rende così visibile una contraddizione centrale del presente: la possibilità di esprimersi liberamente può richiedere di sottrarsi allo spazio pubblico proprio nel momento in cui si tenta di rivendicarlo.


Anòmata

Anòmata è il nome delle maschere ideate e realizzate da Filippo Venturi appositamente per il progetto visivo "Faceless Generation".

Il termine è un neologismo volutamente non standard, costruito a partire da un riferimento al termine greco ónoma (nome) e al prefisso privativo a-, evocando una pluralità di forme prive di nome, mai pienamente inscritte nel linguaggio simbolico né nei sistemi di riconoscimento.

La scelta di una forma linguistica irregolare riflette una condizione di instabilità semantica, analoga a quella dei volti rappresentati, mettendo in crisi l'atto del nominare. L’idea nasce dalle influenze dell’artista statunitense Zach Blas e dal pittore irlandese Francis Bacon.

Questa maschera non cancella un volto ma ne impedisce la nascita, sottraendolo alla funzione identificativa del ritratto. Il suo pattern, che richiama la pelle umana nei pori e nelle irregolarità, trasforma il volto in una superficie biologica comune, priva di tratti distintivi, più vicina al corpo che all’identità.

Le sue forme nascono dal gesto deliberatamente paradossale di delegare all’intelligenza artificiale (IA) la modellazione di superfici informi progettate per eludere l’intelligenza artificiale impiegata nei sistemi di riconoscimento facciale. Attraverso modelli generativi vengono prodotte configurazioni ambigue e instabili, capaci di neutralizzare la morfologia alla base del riconoscimento automatico e successivamente tradotte in maschere fisiche tramite stampa 3D. In questo processo, l’IA agisce al tempo stesso come strumento e come bersaglio, chiamata a generare ciò che eccede la propria logica classificatoria.


Fotografia, informazione e I.A. - L'esperienza di un fotoreporter by Filippo Venturi

Giovedì 24 Settembre 2026, presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena, terrò un incontro intitolato “Fotografia, informazione e I.A. - L'esperienza di un fotoreporter“, rivolto agli insegnanti e organizzato dall’Istituto Storico della Residenza di Forlì-Cesena.

Oltre al sottoscritto, interverranno esperti e docenti di diverse università sul tema fare didattica con il linguaggio fotografico. Si parlerà di fotogiornalismo, invasione ucraina, terrorismo, intelligenza artificiale e tanto altro!


Abstract:
Partendo dalla propria esperienza di fotoreporter in contesti segnati da conflitti politici, crisi democratiche e sociali, Filippo Venturi propone una riflessione sul ruolo della fotografia nell’ecosistema contemporaneo dell’informazione, oggi attraversato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, dei deepfake e da una crescente incertezza nel rapporto tra immagine e realtà. Attraverso esempi tratti dal suo percorso professionale e dalla sua ricerca artistica, la lezione affronta le trasformazioni del mestiere del fotografo, le responsabilità etiche del giornalismo visivo e il modo in cui le immagini possono documentare, interpretare, orientare o manipolare la percezione del mondo. Un incontro per interrogarsi sul valore della testimonianza fotografica nell’epoca delle immagini artificiali e sugli strumenti necessari per imparare a guardare.

Docente:
Filippo Venturi è un fotografo documentarista e artista visivo i cui lavori sono stati pubblicati su testate internazionali come National Geographic, The Washington Post e The Guardian. Ha documentato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti. Negli ultimi anni, grazie alla sua formazione in Informatica, la sua ricerca indaga il rapporto tra immagine, informazione e tecnologia, con un’attenzione particolare all’intelligenza artificiale (IA) e alle sue implicazioni nella percezione della realtà.  Accanto alla pratica artistica, tiene corsi e seminari in contesti come BergamoScienza e la New York University. È docente di fotografia nel Master di Giornalismo dell’Università di Bologna. 

Master Nuovi Media, Linguaggi e Società by Filippo Venturi

Sono felice di comunicare una nuova collaborazione con l’Università di Bologna (sede di Forlì): dall'edizione 2027/2028 entrerò a far parte del corpo docenti del Master "Nuovi media, linguaggi e società", con un corso sulla generazione di immagini con l'Intelligenza Artificiale.

Nel frattempo però sono aperte le iscrizioni per la prossima edizione, quella 2026/2027.
La scadenza per candidarsi è il 20 novembre!

🔗 https://www.unibo.it/it/studiare/dottorati-master-specializzazioni-e-altra-formazione/master/2026-2027/nuovi-media-linguaggi-e-societa

Quattro appuntamenti per interrogare le immagini oggi by Filippo Venturi

Quattro appuntamenti per interrogare le immagini oggi.

📍 6 Maggio, online, “After the Gaze - The photographer in the age of AI”
Lecture sulla piattaforma Ulilearn, dedicata al rapporto tra fotografia e intelligenza artificiale.
Per maggiori informazioni, clicca qui!

📍 16 Maggio, Forlì, “Puoi fidarti dei tuoi occhi?"
Public talk dove, con la giornalista Roberta Invidia, all'interno della rassegna Dialoghi d'Arte, racconterò il mio percorso di fotografo documentarista che si relazione la realtà e di artista visivo che genera progetti e interrogativi sull'intelligenza artificiale.
Per maggiori informazioni, clicca qui!

📍 19 Maggio, Gorizia, Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari
Assieme alla curatrice e critica Benedetta Donato, parlerò di fotografia, IA e Social Network, con un intervento per le scuole al mattino e un intervento pubblico alla sera.
Per maggiori informazioni, clicca qui!

📍 12, 13 e 14 Giugno, Bologna, Workshop di fotografia documentaria
In collaborazione con Shado Officina Fotografica, tre giorni di lavoro teorico e pratico per costruire uno sguardo consapevole sul reale.
Per maggiori informazioni, clicca qui!

Quattro contesti diversi per incontrarci e confrontarci :)

Non basta dire che è falso by Filippo Venturi

Non basta dire che è falso

In questi giorni sta girando una immagine modificata con l’intelligenza artificiale che mostra una realtà falsa in cui il colono israeliano e la donna palestinese - di cui si è parlato molto nei giorni scorsi e di cui ho scritto nel post “L’Abuso” - sorridono e si danno la mano, in un atteggiamento complice che lascerebbe pensare che l’abuso dell’uomo sulla donna, visibile nella potente fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, apparsa sulla copertina del settimanale L’Espresso, possa essere in realtà una messa in scena.

Si tratta di un tentativo meschino di alterare i fatti. Dopo vari tentativi di sminuire l’episodio (uno dei tanti abusi, noti, dei coloni israeliani verso i palestinesi), evidentemente qualcuno ha provato a giocare la carta del complotto.

Oltre a questo, però, c’è una ingenuità che vedo ripetersi da tempo, compiuta da alcuni debunker, fact-checker o anche semplici persone in buona fede che denunciano immagini false o generate con l’IA, che consiste nel ripubblicarle integralmente, senza inserire sull’immagine un watermark evidente che le identifichi subito come fake.

Nel tentativo di smontare un tentativo di disinformazione, si rischia di alimentarne la circolazione. Queste immagini fake, senza l’indicazione visiva che sono fake, vengono condivise, screenshottate, salvate, ritagliate e ricondivise altrove, rischiando di perdere il contesto originale della smentita.

Possono comparire nei risultati dei motori di ricerca, nelle anteprime o nelle ricerche per immagini, dove molti utenti le vedranno senza aprire l’articolo che spiega che si tratta di un falso.

In un ecosistema digitale dove il contenuto viaggia più veloce della spiegazione, non basta dire “questa immagine è fake”, ma è necessario renderlo visibile sull’immagine stessa. Altrimenti il tentativo di smontare la disinformazione rischia di diventare, involontariamente, promozione della fake news.

Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari by Filippo Venturi

Quest’anno avrò il piacere di essere ospite del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari!

Martedì 19 Maggio 2026 dialogherò, assieme alla curatrice e critica di fotografia Benedetta Donato, sul tema “Fotogiornalismo, Intelligenza Artificiale e Social Network“ in occasione di due incontri:

  • A Gorizia, ore 10.00, in un incontro con gli studenti di scuola superiore;

  • San Canzian d’Isonzo, ore 20.30, in un incontro aperto a tutti, moderato da Gianluca Salvagno (caporedattore “Il Piccolo”).

Vi aspetto!


Il Festival del Giornalismo è un luogo dove le idee circolano, le persone si incontrano e la cultura diventa un ponte tra generazioni, realtà e territori.

Nel 2026 l'associazione Leali delle Notizie APS vuole continuare a portare nel Friuli Venezia Giulia temi globali – diritti umani, migrazioni, crisi climatica, digitalizzazione, libertà di stampa – con giornalisti ed esperti da tutto il mondo.

Vuole farlo mantenendo tutti gli eventi gratuiti, coinvolgendo studenti e volontari, costruendo reti tra scuole, comuni e associazioni, e proseguendo il percorso avviato con GO!2025 sul superamento dei confini.

Sito ufficiale del Festival: https://lealidellenotizie.it/festival-del-giornalismo-ronchi-dei-legionari/

Rassegna "Dialoghi d’arte" by Filippo Venturi

“Dialoghi d’arte” è uno spazio di confronto aperto alla città, pensato per avvicinare il pubblico ad artisti, pratiche e processi creativi contemporanei.

Protagonista dell’incontro di sabato 16 maggio 2026 sarà Filippo Venturi, fotografo documentarista e artista visivo i cui lavori sono stati pubblicati su testate internazionali come National Geographic, The Washington Post e The Guardian. La sua ricerca indaga il rapporto tra immagine, realtà e tecnologia, con un’attenzione particolare alle implicazioni culturali e percettive dell’intelligenza artificiale (IA).

In dialogo con Roberta Invidia, giornalista e formatrice, presenterà l’incontro:
“Puoi fidarti dei tuoi occhi? Fra fotografia e intelligenza artificiale”.

Un’occasione per attraversare i suoi progetti più significativi: dal lavoro documentario — sviluppato in contesti complessi come la Corea del Nord — fino alle più recenti sperimentazioni visive in cui fotografia e immagini generate con l’IA si intrecciano, mettendo in discussione i confini tra vero, verosimile e costruito.

L’incontro aprirà una riflessione su come questa nuova tecnologia stia ridefinendo non solo gli strumenti della creazione artistica, ma anche il nostro modo di vedere, interpretare e fidarci delle immagini.

📍 L’evento si terrà presso BottegaLab, all’interno di Diversamente Bottega, in Corso della Repubblica 138, Forlì.
⚠️ Posti limitati — prenotazione obbligatoria al numero 327 1115331 oppure cliccando a questo link.
💶 Contributo di partecipazione: €10,00, comprensivo di aperitivo finale a cura di Piada 52.


L'Abuso by Filippo Venturi

Sulla copertina dell'ultimo numero del settimanale L'Espresso c'è una notevole fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, che sintetizza in un solo gesto un atteggiamento, diffuso e noto, di sfida e sopraffazione da parte dei coloni israeliani.

L'autore racconta di aver "scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre [2025], nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times.

Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie".

Sul sito del settimanale si trova la seguente descrizione:

"Un uomo con kippah e peyot, i riccioli degli ebrei ortodossi, inquadra con il cellulare una donna che indossa un hijab in tessuto fantasia. Lui è un israeliano armato, lei una ragazza palestinese. Ma più che lo scontro di religioni o di civiltà, a colpire chi guarda “L’abuso” denunciato dalla copertina del nuovo numero de L’Espresso è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania.

È un’immagine dei soprusi quotidiani che subisce chi ha avuto la sfortuna di nascere nei territori che i coloni pretendono di occupare per realizzare il sogno del “Grande Israele”: un progetto che rimanda alla Bibbia e calpesta il diritto internazionale, come racconta Daniele Mastrogiacomo nell’articolo di copertina. E che viene costruito grazie a crimini continui dai coloni con il supporto dell’esercito israeliano, e senza alcuna concreta condanna da parte della comunità internazionale: il dolente articolo di Alae Al Said, scandito dal reportage di Pietro Masturzo di cui fa parte la foto di copertina, racconta una campagna di pulizia etnica che fa seguito al genocidio di Gaza."

Essendo una fotografia potente, ha ovviamente generato molte reazioni, anche contrastanti. C’è chi vi ha riconosciuto una prova visiva, finalmente inequivocabile, di abusi ben noti. Altri, invece, hanno negato quanto rappresentato, incapaci di accettare immagini che mettono in crisi il proprio sistema di convinzioni. Alcuni sono arrivati persino a insinuare che si tratti di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale.

Quest’ultima accusa riporta al centro una questione ormai cruciale: Come verifichiamo oggi le immagini?, questione che un paio di anni fa avevo affrontato nell'articolo "La foto di Donald Trump peacemaker". Provando a ripercorrere i 4 step che avevo individuato, si può notare che:

1) L’affidabilità della fonte

Non ci sono motivi solidi per dubitare né del settimanale né del fotografo. L’Espresso ha una linea editoriale riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma questo non intacca la sua struttura professionale. Ancora meno dubbi ho su Pietro Masturzo, che non conosco personalmente, ma che conosco come professionista la cui carriera ne conferma il talento e la professionalità.

2) L’ambiguità visiva

È comprensibile che qualcuno possa percepire elementi ambigui (i denti, le dita, ecc), ma questa reazione dice forse più di noi che dell’immagine. Siamo entrati in una fase in cui tutto viene messo in discussione a priori, soprattutto quando ciò che vediamo contraddice le nostre convinzioni.

3) Software di riconoscimento

Alcuni utenti che hanno messo in dubbio la fotografia hanno trovato parziali conferme da parte di alcuni dei software che dovrebbero riconoscere se un contenuto è stato generato da una intelligenza artificiale. Si è ormai visto, però, che questi software non sono sempre affidabili e quindi, più che un aiuto, contribuiscono ad alimentare la disinformazione. Dietro allo sviluppo di questi software di riconoscimento non ci sono investimenti paragonabili (e nemmeno la volontà) a quelli per lo sviluppo dei software generativi. In mancanza di una regolamentazione che obblighi a garantire una certa trasparenza da parte delle Big Tech, possiamo solo sperare che si autoregolamentino circa le questioni di sicurezza (vedi questione Mythos Claude di Anthropic, di cui parlerò in un altro post).

4) Prove di supporto

Un'ulteriore prova che la fotografia è autentica la si ha grazie alle prove accessorie, di cui ormai non si può più fare a meno (io, ad esempio, quando fotografo situazioni delicate uso sempre una action cam sulla fotocamera o sul casco per documentare incontri e situazioni). Sono state condivise (e sono sul settimanale) altre foto che compongono il reportage di Masturzo, il quale sui social ha condiviso anche un video girato da alcuni suoi colleghi (Samuele Pellecchia e Francesco Giusti) che conferma l'accaduto. Oggi avere questo tipo di materiale, che non solo documenta ma conferma anche l'autenticità delle testimonianze visive raccolte, è forse l'unico modo per tutelarsi. Già da tempo, però, non è complesso generare immagini realistiche e video che rafforzino la credibilità di tali immagini.

Stiamo vivendo una fase in cui il nostro rapporto con le immagini è in trasformazione, così come quello con l’informazione e tutto ciò che troviamo online (ma questa predisposizione ci modificherà anche offline). In questo contesto, diventa ancora più centrale il valore dell’autorevolezza delle fonti e quella di chi produce le immagini. Il lavoro di Pietro Masturzo, così come la responsabilità editoriale de L’Espresso, sono parte integrante del processo di costruzione della narrazione della realtà. A questo si aggiunge oggi la necessità delle prove accessorie che non rafforzano soltanto il racconto, ma ne costituiscono una vera e propria infrastruttura di credibilità.

In ultima analisi, dobbiamo conservare una certa lucidità e onestà intellettuale nel credere a fonti e autori, anche quando mettono in discussione le nostre convinzioni.