Riconoscimento facciale
Il riconoscimento facciale è una tecnologia biometrica utilizzata per identificare una persona o verificarne l’identità attraverso fotografie e riprese video. Il sistema individua alcuni elementi morfologici (come la distanza tra gli occhi, la forma del viso e i rapporti spaziali tra naso, bocca e altri punti di riferimento) e li converte in una rappresentazione numerica, generalmente definita template biometrico o faceprint.
Questo modello può essere confrontato con quelli conservati in uno o più archivi, producendo una stima probabilistica della corrispondenza. Questa tecnologia è già presente in molti gesti quotidiani: nello sblocco di uno smartphone, nei controlli aeroportuali, nell’accesso a edifici e servizi. Quando viene integrata nei sistemi di videosorveglianza installati nelle città, nelle infrastrutture o nei luoghi pubblici, entra però nel territorio più ampio della sorveglianza biometrica: un sistema nel quale immagini, software e database possono collaborare per individuare, classificare e seguire le persone, spesso senza che queste ne siano consapevoli.
Il sistema di videosorveglianza non si limita più a registrare ciò che accade. Può isolare un volto all’interno di una folla, associarlo a un’identità e ricostruirne la presenza in luoghi e momenti differenti. Lo spazio pubblico rischia così di trasformarsi in un ambiente nel quale ogni passaggio lascia una traccia potenzialmente permanente. Il controllo diventa più capillare proprio mentre si fa meno visibile.
Ho iniziato a interrogarmi concretamente su questi temi durante il mio lavoro di fotografo documentarista in Georgia, seguendo le elezioni parlamentari e le proteste del 2024. In quelle piazze il volto era la parte più umana dell’immagine: raccontava paura, determinazione, stanchezza e speranza. Ho compreso però che la stessa fotografia capace di testimoniare la presenza di una persona poteva anche contribuire a renderla identificabile e vulnerabile. Quando il riconoscimento facciale viene utilizzato durante manifestazioni, cortei e proteste, la questione non riguarda soltanto la tutela dei dati personali. Coinvolge la libertà di espressione, il diritto di manifestare e la possibilità di partecipare alla vita politica senza essere automaticamente identificati, schedati o rintracciati. La consapevolezza di poter essere riconosciuti, anche molto tempo dopo, può indurre le persone a rinunciare a esporsi, producendo una forma di autocensura capace di modificare profondamente lo spazio democratico.
La sorveglianza biometrica rende inoltre evidente una forte asimmetria di potere. Chi viene osservato spesso non conosce il funzionamento del sistema, non sa quali dati siano stati raccolti, con quali archivi siano stati confrontati né per quanto tempo saranno conservati. Chi controlla l’infrastruttura può invece osservare a distanza, elaborare automaticamente grandi quantità di immagini e ricostruire movimenti e relazioni.
Per molto tempo, nella fotografia, nell’arte e nei movimenti di emancipazione, diventare visibili ha significato conquistare rappresentazione, voce e potere. Nell’epoca delle immagini algoritmiche, essere visibili significa sempre più essere anche misurabili, classificabili e rintracciabili.
In questa pagina raccolgo progetti, articoli e ricerche dedicati al riconoscimento facciale e alla sorveglianza biometrica.
PROGETTO
Faceless Generation
Si tratta di una ricerca visiva e documentaria dedicata al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico. Il progetto nasce dall’esperienza di Filippo Venturi in Georgia durante le proteste del 2024, dove ha osservato come le tecnologie di sorveglianza potessero essere utilizzate per identificare e rintracciare i manifestanti anche a distanza di tempo. Da questa esperienza prende forma una domanda: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire, confrontare e classificare?
Il lavoro riunisce fotografie di proteste realizzate dall’autore in Europa e in Asia, ritratti, oggetti, immagini costruite e simulazioni dei processi di riconoscimento facciale. Si articola in cinque nuclei interdipendenti: il reportage delle manifestazioni; la moda antibiometrica della fittizia Maison Venturi; le maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale e stampate in 3D; le sperimentazioni di trucco concepite per interferire con la lettura dei tratti del volto; e un contro-archivio nel quale immagini provenienti dall’archivio fotografico dell’autore vengono modificate e ricodificate. Attraverso strategie di occultamento, distorsione e ambiguità, Faceless Generation esplora i modi in cui il volto può sottrarsi allo sguardo algoritmico, confonderlo o indurlo in errore. Il progetto mette così in evidenza una contraddizione del presente: sottrarsi allo sguardo algoritmico può costituire una forma di resistenza, ma può anche tradursi in una nuova condizione di esclusione dallo spazio pubblico.