Dittatura

Faceless Generation - Un progetto sul riconoscimento facciale by Filippo Venturi

Faceless Generation

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Questi diversi linguaggi confluiscono in un unico dispositivo narrativo, costruito attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024, nel corso delle quali ha osservato come le tecnologie di sorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo.

La domanda alla base è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire e classificare, a disposizione delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

La sorveglianza biometrica è ormai presente negli aeroporti, frontiere, infrastrutture urbane, dispositivi personali e apparati di sicurezza. Il riconoscimento facciale promette sicurezza, efficienza e semplificazione dell’accesso, ma introduce una forma di controllo spesso invisibile, capace di trasformare la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente. Quando viene impiegato per sorvegliare le proteste, questo processo coinvolge direttamente la libertà di espressione, il diritto di manifestare e la possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente identificati.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto si articola in quattro nuclei interdipendenti: il reportage delle proteste; la moda anti-biometrica della fittizia Maison Venturi; le maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale e stampate in 3D; e il contro-archivio nel quale fotografie provenienti dall’archivio fotografico dell’autore vengono alterate e ricodificate, mettendo in scena sia strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento.

Questo lavoro rende così visibile una contraddizione centrale del presente: in un mondo nel quale essere visibili significa sempre più essere identificabili, l’invisibilità può diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione dallo spazio pubblico.


Presentazione estesa

Faceless Generation è una ricerca visiva e documentaria che mette in relazione fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, ritratti nei quali i soggetti utilizzano dispositivi concepiti dall’autore per interferire con l’identificazione e simulazioni dei processi di sorveglianza biometrica. Fotografie documentarie, oggetti, immagini costruite e interventi digitali confluiscono così in un unico dispositivo narrativo, articolato attorno al rapporto tra volto, identità, controllo e spazio pubblico.

Il riconoscimento facciale è una tecnologia biometrica che identifica o verifica l’identità delle persone attraverso immagini fotografiche e video. I sistemi analizzano e confrontano una serie di caratteristiche del volto, come la distanza tra gli occhi, la conformazione del naso e della bocca, la forma del viso e altri elementi morfologici, traducendoli in dati misurabili. Oggi questa tecnologia viene impiegata in ambiti molto diversi: dalla sicurezza allo sblocco degli smartphone, dai controlli alle frontiere all’accesso a spazi pubblici e privati. La sua diffusione solleva tuttavia questioni etiche, politiche e sociali legate alla raccolta dei dati biometrici, alla possibilità di essere costantemente rintracciati e all’asimmetria di potere tra chi osserva e chi viene osservato.

Il progetto nasce dall’esperienza del fotografo documentarista Filippo Venturi in Georgia, durante le proteste del 2024 contro il governo. In quel contesto, Venturi ha osservato come le tecnologie di videosorveglianza potessero essere impiegate su larga scala per identificare, rintracciare e colpire i manifestanti anche a distanza di tempo, estendendo il controllo ben oltre il momento della protesta e lo spazio fisico della piazza.

La successiva introduzione del divieto di coprire il volto durante le manifestazioni ha reso ancora più evidente il conflitto tra sicurezza pubblica e diritto a sottrarsi all’identificazione. L’obbligo di essere riconoscibili può infatti trasformare il monitoraggio in una forma di sorveglianza di massa, incidendo sulla libertà di espressione, sul diritto di manifestare e sulla possibilità di esprimere il dissenso senza essere automaticamente schedati o rintracciati.

La domanda alla base del progetto è: che cosa accade quando il volto smette di essere soltanto il luogo dell’identità e diventa un dato da acquisire, classificare e utilizzare da parte delle stesse autorità che il dissenso mette in discussione?

Con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e la crescente integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi biometrici, il riconoscimento facciale è destinato a inserirsi in un numero sempre maggiore di dispositivi, infrastrutture urbane e apparati di sicurezza. Il controllo diviene così più capillare e, al tempo stesso, meno percepibile: non richiede necessariamente un’interazione consapevole, ma può agire a distanza, in modo continuo e automatizzato, trasformando la presenza nello spazio pubblico in una traccia permanente.

A partire dall’esperienza georgiana, Venturi ha sviluppato una ricerca sulle strategie di occultamento, distorsione e ambiguità attraverso le quali l’immagine del volto può sottrarsi, confondersi o produrre un errore nello sguardo algoritmico. Il progetto non propone soluzioni tecniche definitive, ma esplora in modo provocatorio la possibilità di interferire con i processi di riconoscimento e classificazione, mettendone in discussione l’apparente neutralità.

La ricerca si articola in cinque nuclei interdipendenti. Il primo raccoglie fotografie di proteste realizzate in Europa e in Asia, comprese le immagini scattate in Georgia nel 2024, che costituiscono l’origine documentaria e politica del lavoro.

Il secondo è dedicato alla Maison Venturi, una casa di moda immaginaria concepita per il progetto, attraverso la quale foulard, cappellini e altri capi di abbigliamento trasformano il corpo in una superficie di interferenza biometrica. I pattern, composti da frammenti e ripetizioni di tratti facciali, sono pensati anche per quelle circostanze in cui coprire il volto sia vietato, collocandosi in un territorio sospeso tra sperimentazione, provocazione e dimensione ludica.

Il terzo nucleo è costituito dalle maschere Anòmata, modellate con l’intelligenza artificiale per interferire con i sistemi di riconoscimento basati su quella stessa tecnologia e successivamente tradotte in oggetti fisici attraverso la stampa 3D. Realizzate in PLA, acido polilattico, le maschere presentano una texture che richiama la pelle umana e genera una tensione percettiva tra artificiale e organico, volto e superficie, identità e simulacro. Il loro nome deriva da una forma volutamente irregolare ispirata al greco e allude a entità prive di nome, difficili da ricondurre a un’identità stabile.

Il quarto nucleo è dedicato al trucco facciale, concepito per i contesti in cui sia vietato occultare il volto mediante maschere o capi di abbigliamento. Attraverso contrasti, campiture e geometrie, il trucco interviene sui riferimenti morfologici analizzati dai sistemi di riconoscimento, alterando la percezione della forma e delle proporzioni del volto e dei rapporti spaziali tra occhi, naso e bocca. Il viso rimane visibile, ma diventa una superficie mimetica e ambigua, più difficile da ricondurre a un’identità univoca.

Il quinto nucleo assume la forma di un contro-archivio nel quale fotografie realizzate dall’autore vengono alterate e ricodificate attraverso l’intelligenza artificiale. Le immagini mettono in scena sia possibili strategie di camuffamento sia processi di riconoscimento e tracciamento, rendendo visibili operazioni che, nella realtà, avvengono generalmente in modo opaco e al di fuori della percezione dei soggetti coinvolti.

Faceless Generation riflette infine sul mutamento del significato politico della visibilità. Nella tradizione moderna dell’arte, della fotografia e dei movimenti di emancipazione, diventare visibili ha spesso significato conquistare rappresentazione, voce e potere. Nell’epoca delle immagini algoritmiche, tuttavia, essere visibili significa sempre più essere misurabili, classificabili e tracciabili.

L’invisibilità può allora diventare una forma di resistenza, ma anche una nuova condizione di esclusione. Per sottrarsi allo sguardo algoritmico, l’individuo rischia infatti di dover rinunciare alla riconoscibilità, alla propria immagine e, simbolicamente, a una parte della propria identità pubblica.

Il progetto rende così visibile una contraddizione centrale del presente: la possibilità di esprimersi liberamente può richiedere di sottrarsi allo spazio pubblico proprio nel momento in cui si tenta di rivendicarlo.


Anòmata

Anòmata è il nome delle maschere ideate e realizzate da Filippo Venturi appositamente per il progetto visivo "Faceless Generation".

Il termine è un neologismo volutamente non standard, costruito a partire da un riferimento al termine greco ónoma (nome) e al prefisso privativo a-, evocando una pluralità di forme prive di nome, mai pienamente inscritte nel linguaggio simbolico né nei sistemi di riconoscimento.

La scelta di una forma linguistica irregolare riflette una condizione di instabilità semantica, analoga a quella dei volti rappresentati, mettendo in crisi l'atto del nominare. L’idea nasce dalle influenze dell’artista statunitense Zach Blas e dal pittore irlandese Francis Bacon.

Questa maschera non cancella un volto ma ne impedisce la nascita, sottraendolo alla funzione identificativa del ritratto. Il suo pattern, che richiama la pelle umana nei pori e nelle irregolarità, trasforma il volto in una superficie biologica comune, priva di tratti distintivi, più vicina al corpo che all’identità.

Le sue forme nascono dal gesto deliberatamente paradossale di delegare all’intelligenza artificiale (IA) la modellazione di superfici informi progettate per eludere l’intelligenza artificiale impiegata nei sistemi di riconoscimento facciale. Attraverso modelli generativi vengono prodotte configurazioni ambigue e instabili, capaci di neutralizzare la morfologia alla base del riconoscimento automatico e successivamente tradotte in maschere fisiche tramite stampa 3D. In questo processo, l’IA agisce al tempo stesso come strumento e come bersaglio, chiamata a generare ciò che eccede la propria logica classificatoria.


Chi possiede l'informazione by Filippo Venturi

Un consorzio statunitense guidato dall'azienda Oracle ha acquisito il controllo delle attività di TikTok negli USA. L'accordo, ufficialmente, mira a garantire la sicurezza dei dati americani (dalla censura e influenza cinese), con Oracle che gestisce l'infrastruttura e l'algoritmo.

Dopo pochi giorni, però, è emerso che TikTok USA censura le ricerche della parola "Epstein" (link), l'imprenditore arrestato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, morto nel 2019, con cui Donald Trump aveva rapporti stretti.

Inoltre è in atto una censura di persone che criticano il governo (link), come nel caso di una giornalista con 200.000 follower i cui contenuti negli ultimi giorni non hanno avuto visualizzazioni.

Anche l’engagement dei video sulle proteste di Minneapolis è in calo sulla piattaforma.

Più in generale, il panorama relativo al controllo dei social media e dei media tradizionali è preoccupante:
Larry Ellison, tramite Oracle, influenza TikTok USA.
Elon Musk possiede X, Grok e Grokipedia.
Mark Zuckerberg guida Meta Platforms, controllando quindi Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Meta AI.
Sam Altman guida OpenAI e ChatGPT.
Alphabet controlla Google, YouTube e Gemini.
La famiglia Murdoch detiene Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post.
Jeff Bezos possiede il Washington Post, Amazon Prime Video e Twitch.

Si tratta di oligarchi del settore tecnologico e dell'informazione che, in misura diversa, gravitano nell’orbita di Trump (o che si sono piegati rapidamente al suo potere) e che oggi controllano i principali canali attraverso cui ci informiamo, delegandogli sempre più spesso il compito di selezionare, riassumere e interpretare ciò che accade nel mondo.

Chi controlla i social media e i sistemi di intelligenza artificiale (IA) ha il potere di stabilire quali narrazioni diventano dominanti e quali, invece, vengono marginalizzate o rese invisibili. In questo contesto, il giornalismo tradizionale rischia di perdere rilevanza e visibilità (come analizzo nel mio articolo “L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo?”) perché l’IA e le piattaforme social ne saccheggiano i contenuti, erodendo audience e modelli economici. Una quota crescente di pubblico non cerca più attivamente informazioni ma le assorbe passivamente dai social o affida all’IA il compito di filtrarle, sintetizzarle e interpretarle, eliminando di fatto la necessità di consultare le fonti originali.

Per i regimi autoritari, il controllo delle narrazioni che alimentano il dibattito pubblico è un obiettivo strategico (come abbiamo visto, la recente uccisione di Alex Pretti, un infermiere di Minneapolis di 37 anni, sembra aver colpito in modo pesante la narrazione di ICE, spingendo Trump a fare qualche passo indietro). L’amministrazione americana sta rafforzando il controllo sulle infrastrutture che le veicolano, che è un passaggio decisivo per acquisire la capacità di orientare o persino riscrivere la realtà.

Chissà se fra ottant’anni by Filippo Venturi

Immagine è tratta dal mio lavoro "Broken Mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale

Chissà se fra ottant’anni, quando avranno ricostruito dalla macerie, si ricorderanno che i fascisti vanno esclusi dal sistema democratico perché, quando arrivano al potere, lo smantellano. O forse siamo condannati ad un loop eterno.

Trump, poi, non ha mai nascosto nulla. Aveva dato ampi segnali inequivocabili di fascismo (vedi l'assalto al Campidoglio del 2021, la sistematica delegittimazione del voto con le accuse di brogli, ecc). E oggi Trump ha dato il via libera a tutti i potenti di invadere e sopraffare.

Diverse Costituzioni nate dalle rovine del fascismo e del nazismo avevano fissato questo principio in modo chiaro, ma lo abbiamo ignorato perché volevamo che il sistema democratico desse a chiunque la possibilità di partecipare, anche a coloro che era chiaro lo avrebbero sfruttato solo fino a quando gli sarebbe tornato utile.

Adesso il giro della giostra è iniziato e, come sempre, saremo costretti a percorrerlo fino in fondo.
Sopraffazioni normalizzate, discriminazioni plateali, omicidi giustificati e tutto il resto del kit previsto da chi governa con violenza e orrore. E c'è la fila per arruolarsi fra le fila del dittatore di turno.

Sicurezza e Democrazia by Filippo Venturi

La questione del riarmo europeo è un tema estremamente complesso e stratificato. Di sicuro è inadatto a essere liquidato con slogan come “UE guerrafondaia” o “Von der Leyen pazza”.

Per oltre 70 anni, una larga parte dell’Europa ha goduto di una pace senza precedenti. Dal 1945 a oggi la guerra non ha più toccato il territorio degli Stati dell’Europa occidentale, il che è un risultato straordinario se si considera la storia del continente. Questo lungo periodo di stabilità è stato possibile grazie a una combinazione di fattori. L’integrazione economica, lo sviluppo del mercato comune, la progressiva interdipendenza industriale e commerciale, ma soprattutto la scelta politica di ragionare come alleati e non più come rivali.

Un elemento strutturale è stato il ruolo degli Stati Uniti nella difesa del continente. I paesi europei hanno delegato una parte sostanziale della propria sicurezza agli USA (anche tramite la NATO), i quali hanno garantito un “ombrello di sicurezza” che ha consentito agli Stati europei di ridurre la spesa militare, investendo invece nello sviluppo economico, nel welfare state, nella sanità pubblica e nei diritti sociali.

Questo equilibrio prevedeva però anche una forma di subordinazione soft, cioè una dipendenza strategica consapevole e consensuale, in cui Washington assumeva il ruolo di alleato dominante, una sorta di fratello maggiore benevolo ma pur sempre con l'ultima parola. Una relazione che Donald Trump ha progressivamente trasformato in un rapporto più ricattatorio, simile a quello di un genitore severo e minaccioso.

Alcune dichiarazioni recenti suggeriscono che Trump e Putin condividano l'interesse a un indebolimento dell'UE. Può essere che i due stiano perseguendo questo scopo per puro senso di giustizia e per generosità? O forse è utile a entrambi una UE decaduta e frammentata in 27 paesi più deboli sotto ogni punto di vista, che dovrebbero per forza cercare riparo sotto l'ala egemonica statunitense o russa o cinese?

Il nodo politico fondamentale, oggi, è quindi comprendere se l’Unione Europea desideri davvero diventare una potenza fra le potenze, capace non solo di produrre ricchezza e norme, ma anche di garantire la propria sicurezza. Questo include inevitabilmente interrogarsi su un rafforzamento della difesa comune e, nel lungo periodo, sulla creazione di un vero e proprio esercito europeo, dotato di capacità di deterrenza credibile.

Altrimenti, l’Europa continuerà a essere l’unica grande area del mondo a difendersi con le sole buone intenzioni e con la diplomazia. Ma la realtà geopolitica attuale, con guerre alle porte dell’UE, un sistema internazionale sempre più instabile e potenze revisioniste in piena espansione, suggerisce che questo approccio non sia più sostenibile (e quando lo era, vedeva comunque il braccio armato americano sullo sfondo).

L’aspetto forse più delicato riguarda però il costo della democrazia. Mantenere società pluraliste, garantire diritti sociali e civili, sostenere sistemi sanitari pubblici funzionanti, investire in istruzione, ricerca, trasparenza e stato di diritto richiede risorse ingenti. Le dittature, al contrario, possono risparmiare tagliando tutto ciò che rende una società vivibile ma non di qualità.

L’augurio, e la sfida politica più grande, è che l’Unione Europea scelga di rafforzare la propria sicurezza senza scivolare nella logica competitiva delle autocrazie. Che non rinunci ai propri valori, ai diritti dei cittadini, ai servizi pubblici o al proprio modello sociale per stare al passo con chi basa il proprio potere sulla repressione anziché sul consenso.

[L'immagine è tratta dal mio lavoro "Broken Mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale]

Broken Mirror al MIA Photo Fair BNP Paribas by Filippo Venturi

Una immagine inedita di Broken Mirror

Sono felice di annunciare che il mio progetto "Broken Mirror" (realizzato con l'intelligenza artificiale), sarà esposto a Milano, al "MIA Photo Fair BNP Paribas", dal 20 al 23 Marzo 2025!
Sarà rappresentato dalla galleria Fabrik Projects di Los Angeles.

Sarà la 14° edizione della fiera, che si terrà presso Superstudio Più (via Tortona 27 a Milano). L'evento rappresenta un’importante piattaforma di dialogo tra diverse espressioni artistiche e culturali, presenti nel panorama internazionale della fotografia. Il tema scelto per questa edizione è “Dialoghi”, con lo scopo di esplorare le connessioni tra passato e presente, tecniche tradizionali e moderne, culture e linguaggi differenti.

La manifestazione vedrà la partecipazione di 77 gallerie, di cui 21 internazionali, e un totale di 114 espositori tra editori, istituzioni e progetti speciali. Info orari: dalle ore 11:00 alle ore 20:00. I biglietti sono disponibili anche online.

👉 Io sarò presente venerdì 21 marzo alle ore 15.00, per il talk “L’ambiguità del Visuale e l’affidabilità della fonte nella opera d’arte: AI e fotografia a confronto”, in cui dialogherò con Emanuela Mazzonis (curatrice della sezione "Reportage Beyond Reportage") e con Chris Davies (direttore della galleria Fabrik Projects).

Una immagine inedita di Broken Mirror

Una immagine inedita di Broken Mirror

Foundations of a Mirage al Festival della Fotografia Italiana by Filippo Venturi

Il mio lavoro “Foundations of a mirage”, su Dubai, sarà esposto al Festival della Fotografia Italiana, dal 14 giugno al 6 ottobre 2024, presso il Palagio Fiorentino di Stia!


Questo lavoro è risultato fra i 6 selezionati dell'Open Call "Percorsi - Dal progetto al libro fotografico”.

La Giuria ha assegnato il primo premio a Stefani Adami con l’opera “ADAGIO NAPOLETANO”. Il progetto verrà pubblicato all’interno di un libro fotografico della collana monografica FIAF e sarà esposto durante il “Festival della Fotografia Italiana”, insieme ad altri 5 Autori che sono stati selezionati:

  • Andrea Agostini con l’opera “NÒSTOS”

  • Andrea Angelini con l’opera “DI LÀ DAI FIUMI, TRA GLI ALBERI DELLA ROMAGNA”

  • Giorgio Bertoncello con l’opera “BRENTA - SGUARDI LUNGO IL FIUME”

  • Anella Tarantino con l’opera “ANÁNKĒ”

  • Filippo Venturi con l’opera “FOUNDATIONS OF A MIRAGE”


Aggiornamento del 15/06/2024

Qualche fotografia della mostra del mio lavoro "Foundations of a mirage", al Festival della Fotografia Italiana, presso la limonaia del Palagio Fiorentino di Stia, qualche ora prima dell'inaugurazione :)

Broken Mirror al FASE Festival 2024 by Filippo Venturi

Il mio lavoro “Broken Mirror”, realizzato con l’aiuto di una intelligenza artificiale, sarà esposto alla 1° edizione del Festival di Arti visive a Sud Est (FASE), a Otranto (Lecce), al Castello Aragonese in Piazza Castello, dal 21 giugno al 7 Luglio, dalle ore 15 alle 23!

Saranno due settimane piene di mostre, esibizioni, talk, workshop e party in giro per la città.
La direzione artistica è a cura di Alessia Locatelli.

FASE - Manifesto

Il Festival FASE vuole parlare, non solo esporre. Non solo esporre e ammirare, ma riflettere, conoscere e soprattutto riconoscere. Riconoscere nelle immagini, stampate o in movimento, cose che esistono, che sono esistite, che possono esistere. E proiettare dentro di sé cose che esisteranno. Riconoscere il presente, riconoscere il tempo che passa. Mentre il tempo di per sé è inesorabile, il modo in cui noi lo viviamo è, letteralmente, determinante. Non è una chiusura nel materiale, ma piuttosto una ricerca del senso, riconoscendo valore esistenziale anche all’intangibile, alla fantasia, alla leggerezza, al gioco e al divertimento.

Ci interessano le persone, il modo in cui affrontano la loro esistenza, le scelte che determinano i cambiamenti, o gli adattamenti, le scelte di conservazione o resistenza. Ci interessa il senso delle cose, le cose che hanno un senso. Ci interessano le relazioni, i rapporti. Le relazioni tra persone, tra le persone e i territori, i luoghi, la natura; tra le persone e il lavoro; tra le persone e il tempo che passa; tra le persone e se stesse, con le conseguenze delle proprie scelte.

Non ci interessa l’innovazione di per sé, non ci interessa la novità di per sé, a meno che non siano portatrici di senso. Rifuggiamo la pretenziosità di chi cerca di dare un senso a qualcosa che non ce l’ha, nelle relazioni come nell’arte. Troviamo più senso in un trenino a capodanno che nella fuffa d’artista. Vogliamo che l’artista ci racconti una storia, che abbia un’idea, che conosca quello che fa vedere, che ci abbia studiato, investigato, o che almeno ci abbia pensato e riflettuto, se è solo frutto della sua immaginazione. E anche se conosciamo quello che vediamo, vogliamo che l’artista ce lo faccia vedere con occhi nuovi. Ci interessano le prospettive diverse, perché ci interessa conoscere, capire, cambiare idea. Vogliamo una storia che – almeno un po’ – ci faccia pensare. Non abbiamo paura della semplicità, della tradizione, ma della banalità. Non abbiamo paura della frivolezza, della leggerezza, della spensieratezza, che anzi sono un elemento fondamentale per un’esistenza equilibrata, ma temiamo la superficialità, la vacuità. Non abbiamo paura della provocazione se vuole sfidare il pensiero, i costumi, la morale, se è dialettica, ma detestiamo la provocazione come forma di violenza. Non abbiamo neanche paura della violenza, se è lotta e resistenza, ma combattiamo la prepotenza e la prevaricazione.

La bellezza per noi non è estetica e sensismo, astrazione intellettualistica e pretenziosità artistica, trascendentale. Cerchiamo e troviamo bellezza nel progetto, nella storia, nell’esperienza, nella manualità, nella sapienza, nella visione, nel lavoro, nelle vite vissute. Anche nella visionarietà, nel futuribile, nella prospettiva, nella direzione.

Il festival FASE è nato per riempire di nuovo senso e nuova bellezza una città che negli ultimi decenni è cambiata molto, con conseguenze importanti sulle vite degli Otrantini, e anche sulle nostre. La trasformazione di Otranto nel terzo millennio ha generato una necessaria riflessione sulla nostra identità. La nostra infanzia è lontana ma esiste: dentro di noi, nel nostro legame con questa terra, con questa città, e il confronto con essa genera un senso di incompletezza e la conseguente necessità di riempire il vuoto. Abbiamo visto un mondo di persone, di lavori, di relazioni scomparire, abbiamo visto scomparire un senso e non lo abbiamo mai accettato. 12 anni fa con amiche e amici abbiamo tappezzato la città con le gigantografie delle persone che vivono a Otranto tutto l’anno, abbiamo chiamato questo progetto “dodici mesi senza estate”. Non per puro senso identitario, di appartenenza – al contrario, ci teniamo al riparo dal campanilismo e vorremmo che Otranto torni a essere un crocevia di culture diverse – ma per riconoscere agli Otrantini il diritto di godere della propria città, di viverla tutto l’anno, e non solo di essere i custodi invernali – e gli spazzini – delle traboccanti strade d’agosto (che tra l’altro traboccano di meno ogni anno). Il festival FASE vuole restituire a Otranto senso e bellezza, cultura e riflessione, che già le appartengono. FASE vuole coinvolgere il territorio in un progetto di riscoperta del proprio senso, prima ancora che in un progetto artistico e culturale. Gli artisti che si esibiranno ed esporranno al FASE proporranno allo spettatore la propria visione del mondo, il proprio interrogativo, la propria prospettiva, ci racconteranno una storia che vale la pena di essere conosciuta. E noi arricchiremo la nostra visione, ci porremo nuovi interrogativi, saremo disposti a cambiare prospettiva o quantomeno a decentrare il nostro punto di vista.

La direzione artistica del festival è affidata a Alessia Locatelli.

Broken Mirror al Cosmo Photo Fest by Filippo Venturi

Il mio lavoro “Broken Mirror”, realizzato con l’aiuto di una intelligenza artificiale, è stato premiato nella Call for entry 2024 del “Cosmo Photo Fest” e sarà esposto all'interno del festival, che si terrà a Colleferro (Roma) dal 31 maggio 2024 al 30 giugno 2024!

Così la giuria ha motivato la scelta della selezione del lavoro di Filippo Venturi:
“La serie combina elementi di fotografia documentaria, fantascienza e scene distopiche, trasportando lo spettatore in un mondo surreale che è tragico, assurdo, divertente e terrificante allo stesso tempo. Il lavoro di Venturi mostra la natura straordinaria della società nordcoreana e il duro regime totalitario che isola il Paese. Broken Mirror è il risultato di un affascinante compromesso tra esseri umani e intelligenza artificiale e mostra in modo impressionante come l’arte e la tecnologia possano fondersi per rappresentare complesse questioni sociali. Nel complesso, questa serie merita 10 stelle per il suo concetto innovativo e la sua impressionante esecuzione”.

Vedi anche l’articolo: Insetti giganti a spasso dalla Corea del Nord alle porte di Roma


COSMO PHOTO FEST
A cura del Centro Sperimentale di Fotografia Adams
Colleferro (RM), sedi varie
dal 31 maggio al 30 giugno 2024
lun-dom 17-19
ingresso gratuito
www.cosmophotofest.it

Nell’anno 2024, nella città di Colleferro sarà realizzata la prima edizione del festival internazionale di fotografia dal titolo: COSMO – la fotografia fra scienza e arte – Il Festival è promosso e organizzato dal Centro Sperimentale di Fotografia Adams. Il Centro Sperimentale di Fotografia – Adams (C.S.F. Adams) bandisce una call for entry per fotografi italiani e non, che vogliano esporre il loro lavoro fotografico presso il festival internazionale.

TEMA CALL FOR ENTRY:
Il futuro della fantascienza? Ci viviamo dentro. […] (William Gibson)

Partendo da questa riflessione consegnataci dal noto scrittore in questa sezione troveranno ospitalità narrative fotografiche che interrogano il presente, con particolare attenzione al rapporto tra l’essere umano, la tecnologia, la scienza e la fantascienza. Complessità che si dibatte tra molteplicità ed esattezza, spazio definito dalla misura del nostro sguardo, dove tutto deve essere filtrato, reinventato, rimodulato, riscritto, rilocato, risemantizzato. Immagini che sondano confluenze, ibridazioni, interscambi, interferenze, divisioni e connessioni. È in questi spazi, in questi luoghi che ha dimora il futuro della fantascienza.

Il Reportage n. 58 - Reportage sulla Polonia by Filippo Venturi

Sull'ultimo numero de Il Reportage è uscito un mio articolo e una selezione di fotografie dal mio lavoro sulla Polonia svolto fra il 2014 e il 2023, nel quale racconto come il paese sia passato da un governo che ha praticamente smantellato le fondamenta della democrazia polacca alle elezioni dello scorso ottobre che hanno cambiato le sorti del paese.

Di seguito un estratto dall'articolo di 8 pagine:

[...] Percorriamo strade e vicoli a passo spedito, svoltando rapidamente, seguendo chi ci precede e sentendo avvicinarsi un brusio di cori sempre più intenso. Scorgo all’improvviso l’imponente Palazzo della Cultura e della Scienza, costruito e donato da Stalin fra il 1952 e il 1955. Una storia da cui la città vuole allontanarsi e che, periodicamente, apre dibattiti politici e valutazioni sul suo abbattimento. Ai piedi del Palazzo sorge Piazza della Parata, che vedo strabordante di persone con bandiere, simboli religiosi, stemmi di partiti e grandi slogan.

È l’11 novembre 2014 e mi trovo per caso nel bel mezzo delle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza, che coincide con la fine della Prima Guerra Mondiale e la nascita della Seconda Repubblica Polacca, a seguito del Trattato di Versailles. L’iniziativa più importante della giornata è la cosiddetta Marcia dell’Indipendenza, che parte proprio da Piazza della Parata e attraversa la città fino allo stadio di calcio, oltre il fiume Vistola, in direzione del quartiere Praga. Nonostante sia un giorno di festa per tutti i polacchi, da qualche anno il corteo è stato preso in mano dall'estrema destra e dai partiti nazionalisti, che spesso lo sfruttano per diffondere i propri messaggi e principi, non risparmiandosi su slogan razzisti e discriminatori. L’evento negli anni è andato in crescendo, fino a toccare i 200.000 partecipanti.

[...] Una signora dallo sguardo incerto sventola una minuscola bandiera della Polonia, la schiena appoggiata al palo di un lampione, l’altra mano serrata sulla borsa. Sembra aver realizzato solo in quel momento che non è andata a una festa ma all’incontro di iracondi spinti da sdegno e insoddisfazione. La situazione peggiora ulteriormente quando il sole viene oscurato dai fumogeni e l’unica luce diventa quella dei bengala rossi impugnati da figure nere incappucciate. Mi sono ritrovato catapultato in un girone infernale, terribile ma anche affascinante. È stato in quel momento ho deciso che avrei continuato a seguire le vicende polacche che, di lì a pochi mesi, nel 2015, avrebbero visto l’estrema destra salire al potere e condizionare il destino del paese.


Il numero 58 di Il Reportage (aprile-giugno 2024) apre con un’intervista di Maria Camilla Brunetti a Simona Ghizzoni, fotografa e artista visiva pluripremiata, nei cui lavori memoria e presente si intrecciano con un linguaggio in costante evoluzione e di rispetto dell’altro.

Segue un “blocco” di tre reportage dall’est europeo: Polonia, Romania, Georgia. Filippo Venturi racconta la Varsavia degli ultimi dieci anni, la politica che cambia, i cambiamenti sociali; Michela Iaccarino parla della triste condizione degli orsi ammaestrati in Transilvania; Elsa Baglioni (con le foto di Serena Vallana) descrive Tbilisi tra passato e presente.

Il portfolio centrale è dedicato all’invecchiamento della popolazione giapponese: gli uomini raggiungono, in media, gli 81,5 anni di età, le donne gli 85,6, con uno dei tassi di natalità più bassi del mondo e un’immigrazione insufficiente (le foto sono di una giovane fotografa giapponese, Noriko Hayashi). Chantal Pinzi, invece, è stata in Marocco, dove le ragazze hanno scelto lo skateboard per ribellarsi e incidere sulla società patriarcale, che le vorrebbe sempre in casa, mentre Gabriella Saba è andata a trovare, nell’entroterra sardo, lo scrittore Gavino Ledda, autore del best seller “Padre padrone”, portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Il secondo fotoreportage è di Andrea Di Biagio, che è salito sul “treno della riunificazione” dei due Vietnam. In questo numero si inaugura, poi, una nuova rubrica, “Presa indiretta”, dedicata all’evoluzione della fotografia e firmata da Valentina Manchia. Non mancano, naturalmente, le recensioni librarie, nonché la poesia inedita e commentata di Valerio Magrelli. Il racconto è di Maria Grazia Calandrone; tema dell’editoriale del direttore Riccardo De Gennaro è la dolorosa storia del giornalista Julian Assange, il creatore di Wikileaks, da anni in carcere soltanto per aver reso nota la verità sulle guerre Usa in Afghanistan e Iraq.

Foto di copertina:
Marocco, HoudaAit Lahcen volteggia con il suo skateboard nel porto di Essaouira. Foto di Chantal Pinzi

Sito ufficiale della rivista: https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-58/

Articolo sull'Intelligenza Artificiale (parte 2) su FOTOIT by Filippo Venturi

Nel numero di febbraio 2024 di FOTOIT, nella sezione Saggistica, è uscito il mio secondo articolo sull’intelligenza artificiale, dove racconto i lavori che ho realizzato con l’aiuto di questa tecnologia! In particolare approfondisco l’idea alla base e il conseguente sviluppo dei miei progetti “Broken mirror”, sulla dittatura nordcoreana, e “He looks like you”, sulla mia famiglia.