Fotogiornalismo

Docente nel Master di Giornalismo dell'Università di Bologna by Filippo Venturi

Prossimamente avrò il piacere di ricoprire il ruolo di docente di Fotografia all’interno del Master di Giornalismo dell’Università di Bologna.

Si tratta di un’esperienza che mi rende profondamente felice e orgoglioso, non solo per il prestigio e la responsabilità di questo incarico, ma anche perché rappresenta per me un ritorno all’Università di Bologna. Un luogo che ho sempre amato e considerato fondamentale nel mio percorso umano e professionale, ma che, pur avendomi portato alla laurea, per diverse ragioni personali non ho avuto la possibilità di vivere pienamente come avrei desiderato.

Il corso si intitolerà “Fotogiornalismo: tecniche e costruzione del racconto fotografico contemporaneo“.

Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari by Filippo Venturi

Quest’anno avrò il piacere di essere ospite del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari!

Martedì 19 Maggio 2026 dialogherò, assieme alla curatrice e critica di fotografia Benedetta Donato, sul tema “Fotografia, Intelligenza Artificiale e Social Network“ in occasione di due incontri:

  • A Gorizia, ore 10.00, in un incontro con gli studenti di scuola superiore

  • San Canzian d’Isonzo, ore 18.30, in un incontro aperto a tutti, moderato da Gianluca Salvagno (giornalista del gruppo Nem).

Vi aspetto!


Il Festival del Giornalismo è un luogo dove le idee circolano, le persone si incontrano e la cultura diventa un ponte tra generazioni, realtà e territori.

Nel 2026 l'associazione Leali delle Notizie APS vuole continuare a portare nel Friuli Venezia Giulia temi globali – diritti umani, migrazioni, crisi climatica, digitalizzazione, libertà di stampa – con giornalisti ed esperti da tutto il mondo.

Vuole farlo mantenendo tutti gli eventi gratuiti, coinvolgendo studenti e volontari, costruendo reti tra scuole, comuni e associazioni, e proseguendo il percorso avviato con GO!2025 sul superamento dei confini.

Sito ufficiale del Festival: https://lealidellenotizie.it/festival-del-giornalismo-ronchi-dei-legionari/

L'Abuso by Filippo Venturi

Sulla copertina dell'ultimo numero del settimanale L'Espresso c'è una notevole fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, che sintetizza in un solo gesto un atteggiamento, diffuso e noto, di sfida e sopraffazione da parte dei coloni israeliani.

L'autore racconta di aver "scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre [2025], nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times.

Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie".

Sul sito del settimanale si trova la seguente descrizione:

"Un uomo con kippah e peyot, i riccioli degli ebrei ortodossi, inquadra con il cellulare una donna che indossa un hijab in tessuto fantasia. Lui è un israeliano armato, lei una ragazza palestinese. Ma più che lo scontro di religioni o di civiltà, a colpire chi guarda “L’abuso” denunciato dalla copertina del nuovo numero de L’Espresso è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania.

È un’immagine dei soprusi quotidiani che subisce chi ha avuto la sfortuna di nascere nei territori che i coloni pretendono di occupare per realizzare il sogno del “Grande Israele”: un progetto che rimanda alla Bibbia e calpesta il diritto internazionale, come racconta Daniele Mastrogiacomo nell’articolo di copertina. E che viene costruito grazie a crimini continui dai coloni con il supporto dell’esercito israeliano, e senza alcuna concreta condanna da parte della comunità internazionale: il dolente articolo di Alae Al Said, scandito dal reportage di Pietro Masturzo di cui fa parte la foto di copertina, racconta una campagna di pulizia etnica che fa seguito al genocidio di Gaza."

Essendo una fotografia potente, ha ovviamente generato molte reazioni, anche contrastanti. C’è chi vi ha riconosciuto una prova visiva, finalmente inequivocabile, di abusi ben noti. Altri, invece, hanno negato quanto rappresentato, incapaci di accettare immagini che mettono in crisi il proprio sistema di convinzioni. Alcuni sono arrivati persino a insinuare che si tratti di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale.

Quest’ultima accusa riporta al centro una questione ormai cruciale: Come verifichiamo oggi le immagini?, questione che un paio di anni fa avevo affrontato nell'articolo "La foto di Donald Trump peacemaker". Provando a ripercorrere i 4 step che avevo individuato, si può notare che:

1) L’affidabilità della fonte

Non ci sono motivi solidi per dubitare né del settimanale né del fotografo. L’Espresso ha una linea editoriale riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma questo non intacca la sua struttura professionale. Ancora meno dubbi ho su Pietro Masturzo, che non conosco personalmente, ma che conosco come professionista la cui carriera ne conferma il talento e la professionalità.

2) L’ambiguità visiva

È comprensibile che qualcuno possa percepire elementi ambigui (i denti, le dita, ecc), ma questa reazione dice forse più di noi che dell’immagine. Siamo entrati in una fase in cui tutto viene messo in discussione a priori, soprattutto quando ciò che vediamo contraddice le nostre convinzioni.

3) Software di riconoscimento

Alcuni utenti che hanno messo in dubbio la fotografia hanno trovato parziali conferme da parte di alcuni dei software che dovrebbero riconoscere se un contenuto è stato generato da una intelligenza artificiale. Si è ormai visto, però, che questi software non sono sempre affidabili e quindi, più che un aiuto, contribuiscono ad alimentare la disinformazione. Dietro allo sviluppo di questi software di riconoscimento non ci sono investimenti paragonabili (e nemmeno la volontà) a quelli per lo sviluppo dei software generativi. In mancanza di una regolamentazione che obblighi a garantire una certa trasparenza da parte delle Big Tech, possiamo solo sperare che si autoregolamentino circa le questioni di sicurezza (vedi questione Mythos Claude di Anthropic, di cui parlerò in un altro post).

4) Prove di supporto

Un'ulteriore prova che la fotografia è autentica la si ha grazie alle prove accessorie, di cui ormai non si può più fare a meno (io, ad esempio, quando fotografo situazioni delicate uso sempre una action cam sulla fotocamera o sul casco per documentare incontri e situazioni). Sono state condivise (e sono sul settimanale) altre foto che compongono il reportage di Masturzo, il quale sui social ha condiviso anche un video girato da alcuni suoi colleghi (Samuele Pellecchia e Francesco Giusti) che conferma l'accaduto. Oggi avere questo tipo di materiale, che non solo documenta ma conferma anche l'autenticità delle testimonianze visive raccolte, è forse l'unico modo per tutelarsi. Già da tempo, però, non è complesso generare immagini realistiche e video che rafforzino la credibilità di tali immagini.

Stiamo vivendo una fase in cui il nostro rapporto con le immagini è in trasformazione, così come quello con l’informazione e tutto ciò che troviamo online (ma questa predisposizione ci modificherà anche offline). In questo contesto, diventa ancora più centrale il valore dell’autorevolezza delle fonti e quella di chi produce le immagini. Il lavoro di Pietro Masturzo, così come la responsabilità editoriale de L’Espresso, sono parte integrante del processo di costruzione della narrazione della realtà. A questo si aggiunge oggi la necessità delle prove accessorie che non rafforzano soltanto il racconto, ma ne costituiscono una vera e propria infrastruttura di credibilità.

In ultima analisi, dobbiamo conservare una certa lucidità e onestà intellettuale nel credere a fonti e autori, anche quando mettono in discussione le nostre convinzioni.


Il poliziotto aggredito e l'intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Il Ministero dell'Interno ha condiviso un post, corredato da una fotografia, relativo all'aggressione subita da un poliziotto e al soccorso ricevuto da un collega, durante il corteo a Torino del 31 Gennaio 2026.

Diversi elementi fanno ritenere che la fotografia diffusa non sia uno scatto originale, ma un’immagine modificata o ricreata tramite intelligenza artificiale (ipotesi confermata anche dall'analisi con SynthID).

Sopra 3 screenshot dal video che è stato diffuso nei giorni scorsi. Sotto l'immagine diffusa.
Confrontandole, emerge che:

1) L'auto bianca non c’è più.
2) Il poliziotto che soccorre il collega aveva una maschera antigas, anch'essa è sparita. Il volto è ora visibile.
3) Lo scudo del soccorritore è scomparso.
4) Ci sono anche altri dettagli anomali: come l’illuminazione dei due poliziotti da parte dei fari di un’auto della polizia, che nel video non risultano.

Il risultato è una immagine semplificata, di lettura più immediata, ma che non rappresenta fedelmente quel frammento di realtà catturato nel video. Per quanto fotografie e video tradizionali possano non restituire la realtà nella sua complessità e interezza, e possano essere realizzate in modo ingannevole, qui ci troviamo davanti ad un intervento per semplificare e ripulire la realtà, forse dimenticando od omettendo i dettagli suddetti.

Per ragioni ormai ampiamente discusse da almeno 3 anni, l’uso di immagini generate o alterate per rappresentare fatti reali solleva criticità profonde, che diventano ancora più gravi quando è un’istituzione governativa a intervenire su un documento originariamente prodotto da un fotografo o da un videomaker. Può sembrare un dettaglio marginale, ma non lo è, seppur qualcuno possa ritenere che non alteri in modo significativo la narrazione dell’evento accaduto.

Arriveranno momenti in cui non avremo gli strumenti e/o le competenze per orientarci e non farci ingannare. Sospettare e verificare ogni contenuto visivo in cui ci imbattiamo non è sostenibile.

In questo dovrebbe aiutarci il giornalismo, ma diversi giornali hanno utilizzato l'immagine in questione, forse non effettuando sufficienti verifiche o forse sopravvalutando l'affidabilità della fonte.

(Questo mio post nasce dalle anomalie notate dal fotografo Michele Lapini)

Seminario su Fotografia, Informazione, Potere e Intelligenza Artificiale by Filippo Venturi

INFRANGERE LO SPECCHIO
Fotografia e Informazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Questo seminario si propone come uno spazio di confronto aperto, pensato soprattutto per chi oggi sta costruendo il proprio sguardo sul mondo: studenti universitari e non, giovani fotografi, artisti visivi, aspiranti giornalisti, docenti e tutte le persone interessate a comprendere il ruolo delle immagini nella società contemporanea.

Il seminario è focalizzato sull’incontro fra fotografia e intelligenza artificiale (IA) e — attraverso esempi tratti dal lavoro del docente e da casi recenti di rilievo internazionale — esplora l’evoluzione del processo creativo, del ruolo dell’immagine nella comunicazione, nell’informazione e nella vita quotidiana, analizzandone anche il peso crescente come strumento di esercizio del potere.

Il docente presenterà alcuni dei suoi progetti di fotografia documentaria, esponendo nel dettaglio la filosofia alla base di essa e le metodologie pratiche adottate. Illustrerà inoltre le notevoli differenze teoriche e pratiche che caratterizzano l’utilizzo dell’IA nel processo creativo. Verrà mostrato come l’IA possa ampliare il ventaglio di possibilità dei fotografi e le idee che sottendono alla creazione di progetti.

In un’epoca di deepfake, algoritmi opachi e flussi visivi incontrollabili, il ruolo del fotografo e del giornalista non consiste più soltanto nell’essere testimoni, ma anche interpreti critici, chiamati a interrogarsi su responsabilità, etica, trasparenza e fiducia. Comprendere questi meccanismi diventa essenziale per non subire passivamente le immagini, ma per imparare a leggerle, smontarle e, se necessario, usarle consapevolmente come forma di resistenza culturale.

Saranno esaminate diverse casistiche che negli ultimi mesi hanno avuto un impatto significativo nel panorama dell’informazione internazionale. Saranno affrontati sia i timori legati all’adozione di questa nuova tecnologia, sia le potenzialità che essa porta con sé, aprendo un dibattito sul futuro dell’arte fotografica e della nostra interazione con le immagini.

La fotografia e l’IA non sono strumenti da temere o da idolatrare, ma linguaggi da comprendere a fondo per poterli usare con lucidità, immaginazione e senso critico. L’obiettivo non è fornire risposte definitive, ma stimolare domande urgenti su chi siamo, su come raccontiamo il mondo e su quale responsabilità scegliamo di assumerci nel farlo.

Il futuro non sarà scritto dalle macchine, ma da chi saprà dialogare con loro, con consapevolezza, usando la tecnologia per ampliare, non per ridurre, la propria umanità.

Il seminario è modulabile per durata e formato (lezione frontale, incontro dialogico, masterclass), in base al contesto e al pubblico di riferimento. Offre strumenti critici per leggere e interpretare le immagini contemporanee e per comprendere come fotografia e intelligenza artificiale influenzino l’informazione e la costruzione della realtà. I partecipanti acquisiranno una maggiore consapevolezza dei meccanismi tecnologici, culturali e di potere che agiscono dietro le immagini, sviluppando un approccio responsabile, creativo e informato al loro utilizzo.


DOCENTE

Filippo Venturi è un fotografo documentarista, artista visivo, docente e divulgatore. Sviluppa progetti che affrontano temi legati all’identità e alla condizione umana. Ha documentato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti.

Il suo lavoro indaga scenari contemporanei e futuri plasmati dall’evoluzione tecnologica. Grazie a una laurea in Scienze dell’Informazione e alla sua esperienza nel fotogiornalismo, sviluppa anche progetti in cui integra la fotografia tradizionale con l’uso di nuovi strumenti tecnologici.

Negli ultimi anni la sua ricerca si è focalizzata sul rapporto fra fotografia, informazione, potere e intelligenza artificiale, analizzando come queste dinamiche contribuiscano a plasmare la percezione della realtà.

Accanto alla pratica artistica, tiene corsi e seminari in contesti accademici e culturali, come BergamoScienza e la New York University. È docente nel Master di Giornalismo presso l'Università di Bologna.

I suoi progetti sono stati pubblicati su importanti giornali internazionali, fra cui National Geographic, The Washington Post, The Guardian, The Financial Times, Vanity Fair, Geo, Der Spiegel, Internazionale, La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.

Ha esposto in Italia e all’estero in importanti sedi e festival tra cui il Foro Boario di Modena come “New Talent” della Fondazione Modena Arti Visive, CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, Somerset House a Londra, U Space a Pechino, Willy Brandt Haus a Berlino, Sony Square a New York, Copenhagen Photo Festival, Helsinki Photo Festival , Voies Off Awards a Les Rencontres d’Arles, Photo Vogue Festival, Photolux a Lucca, SI Fest a Savignano sul Rubicone, Festival di Fotografia Etica di Lodi e il Festival della Fotografia Italiana.

Il suo progetto a lungo termine sulla Penisola Coreana gli è valso numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Sony World Photography Award, il LensCulture Emerging Talent Award, Il Reportage Award, il Voglino Award e il Portfolio Italia – Grand Premio Hasselblad. I suoi lavori sono stati nominati più volte per il prestigioso Leica Oskar Barnack Award.

Nel 2025 è stato nominato Autore dell’Anno dalla FIAF.

www.filippoventuri.photography
filippo.venturi@gmail.com

Best 9 Instagram 2025 by Filippo Venturi

Anche quest’anno, il mio Best 9 di Instagram – ovvero i post che hanno suscitato maggior interesse – rappresenta un piccolo diario visivo degli avvenimenti più significativi che mi hanno toccato nel corso del 2025.

Due immagini provengono dal mio progetto "Broken mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale, con cui ho cercato di attivare delle riflessioni sul rapporto fra potere e tecnologia, informazione e manipolazione. Nel 2025 ho potuto portare questo progetto e tenere dei talk in luoghi d'arte e di divulgazione come il MIA Photo Fair, il Napoli Photo Festival, il Festival Fotografica e BergamoScienza, la New York University di Firenze e in tanti altri posti.

Una immagine proviene dal mio progetto "He looks like you", dedicato al mancato incontro fra mio padre e mio figlio. È composto da fotografie originali, d'archivio, elaborate con software e immagini generate con l'intelligenza artificiale. Si tratta di un lavoro a cui tengo molto e che continua a suscitare interesse ed empatia (purtroppo il lutto riguarda tutti noi).

C'è poi una fotografia tratta dal mio lavoro documentario ed evocativo "How long is the night?", sulla Valle Antrona, un territorio con un rapporto conflittuale con il sole. Da secoli esplorata nelle sue profondità, alla ricerca di ricchezze dimenticate, ha visto un ragazzo del posto, appassionato di meridiane, diventare un uomo con il sogno di installare un enorme specchio in cima a una montagna, per riflettere la luce del sole sul proprio paese.

Due fotografie sono state scattate durante il mio primo viaggio in Giappone; una esperienza che sospettavo mi sarebbe piaciuta, ma che mi ha travolto molto più del previsto, al punto da iniziare un nuovo progetto fotografico e scrivere diversi articoli per la rivista FotoIT sulla fotografia giapponese man mano che la studiavo (cosa che continuerò a fare nel 2026).

Vi è una fotografia dell'articolo del Resto del Carlino che annuncia la mia nomina ad Autore dell'anno 2025, un riconoscimento da parte della FIAF a cui tengo molto e che mi ha permesso di fare un bilancio del mio operato fino a oggi (grazie anche alla Monografia che è stata stampata) e ragionare su cosa fare in futuro.

Un'altra fotografia proviene dal mio vecchio lavoro "The art of leaping in the dark", su quella sorta di suggestivo rito di iniziazione che avviene in Puglia, quando i giovani si tuffano nella Grotta della Poesia. 

Infine c'è una immagine generata con intelligenza artificiale, parte di un lavoro ancora in corso intitolato "Handbook of escape".

Butoh, a japanese dance by Filippo Venturi

Some photos from my reportage on butoh dance, which is part of the project “The nails that sticks out gets hammered down”.

Butoh dancer Kohei Wakaba during the costume-dressing for the performance titled “Those Who Ain’t Damn Nobody,” staged together with fellow butoh dancer Mana Kawamura.



Butoh dance was born in Japan in the late 1950s as a form of aesthetic and spiritual rebellion against the wounds of the postwar period, Western influence, and the pressures of a society built on order, conformity, and productivity.

Created by choreographer Tatsumi Hijikata and dancer Kazuo Ōno, it transforms the body into a instrument of protest and revelation.

Bodies painted white, slow or convulsive movements, grotesque and distorted gestures stage pain, metamorphosis, and the individual’s resistance.

Also called the “dance of darkness”, Butoh explores the unspeakable: atomic memory, social repression, and the deep tensions between harmony and suffering that run through the soul of contemporary Japan.

«The moon is invisible during the day and shines brightly at night. It takes night to make the moon shine. It takes ugliness to make the public reflect on beauty.»

«I believe that the role of Butoh is to resist defeat, on the ash-covered ground, next to the fragments of intercontinental ballistic missiles, without shouting against war or calling for peace, but simply standing silently, painted white, amid the ashes.»

— Kohei Wakaba

L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo? by Filippo Venturi

L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo?

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il modo in cui cerchiamo, leggiamo e produciamo notizie. Una trasformazione che potrebbe rappresentare un’opportunità, oppure infliggere un nuovo colpo al giornalismo.

Negli ultimi giorni si sta discutendo molto delle nuove funzionalità introdotte dai motori di ricerca, che sostituiscono il tradizionale elenco di link con sintesi generate dall’intelligenza artificiale. Google, leader del settore da anni, ha introdotto le cosiddette AI Overview (o riassunti automatizzati) che offrono risposte già strutturate e spesso sufficientemente complete da ridurre drasticamente la necessità per l’utente di visitare le fonti originali (i siti web da cui l’IA ha preso le informazioni). Di conseguenza, molti di questi siti web stanno registrando un significativo calo di traffico organico, sollevando preoccupazioni sul futuro dell’ecosistema dell’informazione online e sulla redistribuzione del valore tra piattaforme e produttori di contenuti.

Mi è capitato di leggere diversi articoli, qualcuno anche molto ottimista, che ipotizza che l’IA stia offrendo una grande opportunità nel settore delle news. Io ci andrei più cauto.

Uno dei punti a favore sarebbe che i siti web non dovrebbero più pensare all’ottimizzazione della SEO (Search Engine Optimization), che li spingeva a scrivere titoli e contenuti privilegiando certe parole chiave che ne aumentavano la visibilità sui motori di ricerca, a discapito dell’autorevolezza e della credibilità che, invece, diventerebbero prioritari in questo nuovo funzionamento di Google e affini.

In realtà non ci sono prove che supportino questa teoria ma, anche prendendola per buona, così come nel tempo sono cambiati gli algoritmi dei motori di ricerca, possono cambiare i criteri e le priorità assegnati alle intelligenze artificiali. E questo in base alla volontà di multinazionali americane o cinesi (i paesi che più stanno investendo nel settore), il cui fine può divergere da quello di un servizio pubblico trasparente e onesto (vedi Grok e Grokipedia di Elon Musk, fortemente personalizzate dal loro creatore a discapito dell’affidabilità nel fornire informazioni).

Facendo un passo indietro, inoltre, mi sembra che il problema di questi tempi dei titoli usati da diversi giornali e riviste non sia tanto la banalizzazione dovuta alla SEO ma il clickbaiting, cioè la scelta di titoli ambigui che possono provocare reazioni più forti in parte dei lettori, a cui però non corrispondeva il contenuto effettivo dell’articolo. In certi casi questi titoli corrispondono a vera e propria disinformazione.

C’è poi un elefante nella stanza che alcuni si ostinano a fingere di non vedere. Questi motori di ricerca stanno usando i contenuti prodotti da giornali, riviste e altri media senza un riconoscimento economico per le fonti. Se prima Google aveva creato un sistema in cui riconosceva i click ottenuti dal tuo sito, oggi che questi click vengono meno non è prevista alcuna monetizzazione, specie se l’utente si limita a consultare la risposta generata dall’IA.

Quei giornali che invece si sostengono con gli abbonamenti online funzionano proprio perché i loro contenuti (in teoria di qualità superiore) non sono accessibili a chiunque. Per logica, questi contenuti di alto livello non saranno a disposizione delle IA (a meno di accordi specifici) e quindi già qui potrebbe scricchiolare il discorso iniziale del premiare la qualità. Inoltre i giornali gratuiti, perdendo i click e quindi gli introiti che ne conseguivano, saranno più difficilmente sostenibili. Il rapido crollo dei click sui siti indicizzati da Google sta già avvenendo e si possono trovare diversi articoli sul tema (ad esempio “Google users are less likely to click on links when an AI summary appears in the results” del Pew Research Center).

I software generativi, e quindi anche i nuovi motori di ricerca, in linea teorica, hanno un grande bisogno di fonti e contenuti di alta qualità, ma i giornali più importanti al mondo si sostengono con gli abbonamenti e non hanno interesse a perdere i lettori fidelizzati per diventare fornitori di informazioni di motori di ricerca basati su IA, che non portano traffico nel sito, perdendo così anche la possibilità che gli utenti siano attirati a leggere altri tuoi articoli, soffermandosi nel sito, magari clickando pubblicità e così via. Inoltre, se questi giornali decidessero di stringere accordi per diventare fornitori di contenuti informativi per le intelligenze artificiali, perché un abbonato dovrebbe continuare a pagare invece di consultare quei contenuti gratuitamente?

In altre parole, il sistema che alimentava il giornalismo online, basato sulla visibilità, la pubblicità e/o gli abbonamenti, si sta sgretolando, e non è ancora chiaro quale modello economico possa sostituirlo.

A questo punto il nodo cruciale diventa la definizione delle regole del gioco (la trasparenza del funzionamento, l’attribuzione obbligatoria delle fonti giornalistiche nelle risposte dell’IA, i meccanismi di revenue sharing, la trasparenza sui dati e le fonti con cui viene addestrata l’IA, la responsabilità per gli errori fattuali, la protezione della diversità, ecc) ma, considerando lo sbilanciamento delle forze coinvolte, sarebbe necessario un intervento collettivo, comprendendo anche i governi dei vari paesi, per sciogliere il nodo della proprietà delle informazioni e di come queste vanno remunerate dalle piattaforme di IA che le sfruttano.

Questo però rischia di diventare un desiderio irrealizzabile. Chi potrà alzare la voce con colossi tech che godono dell’appoggio dei leader di USA e Cina e che possono dettare le regole in un mondo in competizione che, per ora, non ha interesse a limitare lo sviluppo e il funzionamento dell’IA per non perdere la corsa internazionale che si sta svolgendo. Un intervento del genere sembra, allo stato attuale, fuori portata.

Nei prossimi mesi le visite ai siti e gli introiti di chi produce contenuti online continueranno a diminuire e questi potrebbero non sopravvivere abbastanza a lungo per vedere compiersi una lunga, complessa e non scontata trattativa dignitosa con le Big Tech.

Se poi le Big Tech decidessero di stringere accordi economici soltanto con alcuni produttori di notizie, cosa ne sarà della pluralità e delle piccole realtà?

Un esempio emblematico di questa dinamica è rappresentato dagli accordi di licenza stipulati tra OpenAI e il gruppo tedesco Axel Springer (editore di Politico, Bild e Die Welt) annunciati alla fine del 2023. Si tratta di uno dei primi esperimenti concreti di revenue sharing tra un colosso dell’intelligenza artificiale e un grande gruppo editoriale. In pratica OpenAI può utilizzare i contenuti giornalistici di Springer per addestrare e alimentare i propri modelli linguistici, citandone le fonti e riconoscendo un compenso economico.

Questo, tuttavia, non sembra essere un modello facilmente replicabile. Al contrario, accentua la disuguaglianza strutturale nel panorama dell’informazione perché solo pochi grandi editori, con una forza contrattuale sufficiente e un portafoglio di testate di rilevanza internazionale, possono negoziare intese dirette con le piattaforme di IA. Le realtà minori come i quotidiani locali, le riviste indipendenti, i blog d’inchiesta, le piccole testate culturali, ecc rischiano di restare invece escluse da qualunque forma di remunerazione, pur contribuendo in modo significativo al pluralismo informativo e alla qualità del dibattito pubblico.

La soluzione non è evitare il cambiamento, ma evitare che questo avvenga quando in campo ci sono forze palesemente asimmetriche, con quelle più forti che possono deformare il funzionamento del mondo dell'informazione.

Per salvare il giornalismo occorre prima salvare le condizioni che permettono al giornalismo di esistere. Fra queste vi è la giusta retribuzione per chi produce conoscenza.

[l’immagine di apertura proviene dal mio progetto Broken Mirror, realizzato con l’intelligenza artificiale]

Workshop di Fotografia Documentaria by Filippo Venturi

Workshop di Fotografia Documentaria

Il workshop sarà focalizzato sul concetto di fotogiornalismo e di fotografia documentaria e sullo sviluppo teorico e pratico di un progetto.

Verranno affrontati vari aspetti: la ricerca di una storia, il fact-checking, l'organizzazione preliminare, l'etica, la fase di scatto, l'editing, la post-produzione, la presentazione del progetto realizzato, il rapporto con i photo editor, la promozione nei social, le modalità di diffusione del progetto a seconda della finalità (pubblicazione, mostra, concorsi).

È prevista una sessione pratica pomeridiana durante la quale i partecipanti - accompagnati dal docente e dagli organizzatori - saranno invitati a fotografare un evento reale seguendo alcune regole e sottostando a vincoli pensati per stimolare creatività e capacità di adattamento.

Prima dell'uscita, in aula verranno condivisi spunti e suggerimenti per pianificare il lavoro. Il giorno successivo le fotografie realizzate saranno visionate, in modo da trasformare l'esperienza sul campo in un momento di apprendimento condiviso.

Sarà introdotto anche il tema dell’intelligenza artificiale e si discuterà su come l’IA possa essere integrata in modo critico e consapevole nella pratica fotografica, preservando i suoi valori di testimonianza e narrazione.

Il corso include una lettura portfolio (facoltativa) per gli iscritti che vorranno un confronto con il docente.

DATE E ORARI
Venerdì 14 Novembre 2025 - Pomeriggio 17.30 - 21.30
Sabato 15 Novembre 2025 - Mattina 10.00 - 13.00 Pomeriggio 16.00 - 21.00
Domenica 16 Novembre 2025 - Mattina 10.00 - 13.00 Pomeriggio 14.00 - 19.00

ISCRIZIONI
Info e iscrizioni: officinafotograficashado@gmail.com
Partecipanti min 6

COSTO
Il corso ha un costo di 200€ inclusa tessera ARCI SHADO. Tale importo copre l’accesso al corso e comprende il materiale necessario per le lezioni. Sconto del 10% per tutti gli studenti universitari e per tutti coloro che frequentano istituti scolastici.


Aggiornamento del 18/11/2025:

Qualche foto dal workshop di fotografia documentaria che ho condotto lo scorso weekend a Bologna, presso Shado Officina Fotografica. Sono stati tre giorni intensi, stimolanti, e pieni di energia condivisa!

Siamo partiti venerdì sera con le presentazioni e l’introduzione al corso, per poi affrontare la “missione impossibile” del sabato: Fotografare il concerto dei Radiohead senza entrare al concerto dei Radiohead.

La sfida consisteva nel riflettere su come documentare qualcosa attraverso limitazioni che ti costringono a ingegnarti e a raccontare per esclusione, per segni, tracce e dettagli, a volte ritenuti erroneamente marginali. Abbiamo costruito quindi una narrazione che si muove attorno all’evento senza mai toccarlo direttamente. Un modo per ricordare che la fotografia documentaria non è solo ciò che abbiamo davanti agli occhi, ma soprattutto ciò che siamo capaci di intuire, ricostruire e suggerire.

E il gruppo di ragazze e ragazzi ha risposto con entusiasmo e creatività, riuscendo anche a superare quella timidezza che spesso ci trattiene dall’osare, dal parlare con i soggetti che intendiamo ritrarre, dall’avere la faccia tosta e la risposta pronta.

Fra fotocamere rimediate all’ultimo momento, memory card da 256 MB (sì, megabytes!), biciclette, attese e imprevisti, abbiamo allenato anche l’arte dell’arrangiarsi che è parte integrante del mestiere.

Il sabato mattina e tutta la domenica (con qualche inevitabile hangover di emozioni e ore piccole) sono trascorsi in aula. Mentre fuori pioveva e un vento gelido sferzava finestre e porte, dentro studiavamo slide, concetti, progetti, con confronti e spiegazioni, mentre su un tavolino si erano accumulati vassoi di dolci, portati spontaneamente per allietare i momenti di pausa e relax.

Una bellissima esperienza, che continua ad alimentarsi sul gruppo WhatsApp dove arrivano ancora foto, considerazioni e ricordi, e che ha lasciato a tutti la voglia di rifarlo presto!

Tornare a scuola by Filippo Venturi

Statua di Icaro, nei pressi del Liceo Classico “Morgagni”, 2013.

In queste settimane ho l’opportunità di tenere un corso di fotografia a degli studenti di un Liceo Classico, affrontando sia la fotografia documentaria e sia le immagini generate dall’intelligenza artificiale che imitano la fotografia.

Nel momento in cui ho chiesto agli studenti di scegliere il tipo di progetto da realizzare, quasi tutti hanno optato per la fotografia documentaria. Devo ammettere che questa scelta mi ha sorpreso: mi aspettavo che fossero più attratti dalla novità tecnologica di cui si parla tanto da oltre due anni. Tuttavia, questa preferenza mi ha anche reso felice.

Chiaramente questo riscontro non ha alcuna valenza statistica né descrive un trend, dato il campione esiguo, ma lo riporto come semplice osservazione personale.

Come mi è capitato di raccontare, anche in qualche intervista, negli ultimi anni questa “abbuffata” di intelligenza artificiale mi ha dato la possibilità di sperimentare, di soddisfare la mia curiosità e di esprimermi attraverso diversi progetti. Eppure, non sono innamorato follemente di questa tecnologia.

Nei miei stessi lavori con l'IA, ho spesso espresso timori riguardo agli sviluppi futuri della IA stessa e, in uno in particolare, mi sono persino lasciato ingannare temporaneamente dall’illusione di poter superare il confine tra la vita e la morte.

Le lunghe ore notturne e solitarie trascorse davanti al computer a generare immagini hanno avuto, però, un effetto inaspettato: hanno riacceso in me, con ancora più forza, il desiderio di uscire, incontrare persone e documentare storie.

Infine, a un giovane consiglierei di sperimentare tutto, anche l’intelligenza artificiale. Ma, se è alle prime armi — come nel caso di questi studenti — credo sia più utile partire dalla fotografia tradizionale o, comunque, da un linguaggio espressivo con fondamenta solide e regole precise (che, una volta comprese a fondo, si possono anche infrangere).

Questo permette di intraprendere un percorso formativo e di entrare in sintonia personale e fisica con la forma d’arte scelta. Iniziare direttamente con l’intelligenza artificiale potrebbe risultare dispersivo: il suo potenziale è ampio, al punto di rischiare di confondere, perfino demoralizzare, ma anche deludere se non compreso appieno.

Forse quest'ultima considerazione vale solo per me ma, senza il mio background di fotografo, non avrei potuto realizzare nulla di ciò che ho fatto con l’intelligenza artificiale. Non con la stessa consapevolezza, lucidità e convinzione che quei progetti fossero autentiche espressioni del mio essere.