Fotogiornalismo

How long is the night? nominato al Leica Oskar Barnack Award by Filippo Venturi

Il mio lavoro How Long Is the Night? è stato nominato al Leica Oskar Barnack Award 2026, su segnalazione della nominator Claudia Ioan, che ringrazio profondamente per la fiducia e l’attenzione dedicate al mio lavoro.

Essere candidato per un riconoscimento così prestigioso rappresenta per me un grande onore, oltre che un ulteriore stimolo a proseguire con il massimo impegno!

Maggiori info su questo mio lavoro qui: https://www.filippoventuri.photography/howlongisthenight
Sito ufficiale del premio: https://www.leica-oskar-barnack-award.com/en


(english below)

How long is the night?

(Valle Antrona, Italia, 2021-2026)

La Valle Antrona (dal latino antrum, cioè caverna profonda e oscura) è un territorio che per secoli è stato esplorato e scavato alla ricerca dell’oro e che conserva ancora oggi innumerevoli miniere abbandonate e dimenticate.

Qui si trova Viganella, un paese di circa duecento abitanti che, tra l’11 novembre e il 2 febbraio, rimane per 83 giorni senza luce solare diretta, celato dietro la barriera naturale costituita dalla vallata, rimanendo immerso in un’ombra costante che muta colori e umori. Le origini di questo insediamento si perdono nel tempo. Si ipotizza che il borgo sia sorto intorno all’anno 1200, epoca a cui risale il più antico documento conosciuto che menziona Viganella e la sua comunità di minatori e carbonai. La sua posizione sarebbe quindi legata allo sfruttamento delle risorse del territorio.

La prolungata assenza del sole, riferimento e simbolo di vita e speranza, ha provocato una reazione visionaria e poetica: l’installazione di un grande specchio rotante, sul versante settentrionale della valle, che consente di riflettere i raggi solari sul paese. Per gli abitanti, l’11 novembre 2006 è stato «il giorno della luce», il momento in cui lo specchio venne inaugurato. Questo manufatto, del peso di undici quintali e collocata a 1.050 metri di altitudine, nelle giornate serene intercetta il sole dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio, proiettando sulla piazza del paese quasi sei ore di luce.

Ogni anno, il 2 febbraio, Viganella celebra la Candelora, la festa che accompagna il ritorno del sole. È un momento che intreccia riti antichissimi, in seguito cristianizzati, e che si articola in diversi gesti di benedizione e condivisione collettiva. Il più simbolico è quello della Pescia: un grande abete innalzato nella piazza e decorato con doni che richiamano l’abbondanza e la prosperità, come prodotti del territorio, cibi e oggetti preparati appositamente per l’occasione. Al termine del rito, i rami dell’albero vengono distribuiti agli abitanti, che li portano nelle proprie case e nelle stalle come segno propiziatorio e augurio di salute, fertilità e buoni raccolti per l’anno a venire.

La Valle Antrona racchiude la storia di una comunità che vive su una soglia, dove il rapporto tra oscurità e luce riecheggia i bisogni primordiali dell’essere umano e scandisce il ritmo della vita, della sopravvivenza e dell’immaginazione.

How Long Is the Night? è un progetto fotografico documentario realizzato in parte attraverso l’impiego di illuminazione artificiale.
Le immagini sono state prodotte senza l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e senza ricorrere a interventi invasivi di post-produzione.


How long is the night?

(Valle Antrona, Italy, 2021-2026)

The Antrona Valley (whose name derives from the Latin antrum, meaning a deep, dark cave) is a territory that for centuries was explored and excavated in search of gold, and which still contains countless abandoned and forgotten mines.

Here lies Viganella, a village of around two hundred inhabitants which, between 11 November and 2 February, remains without direct sunlight for 83 days. Hidden behind the natural barrier formed by the surrounding mountains, it is immersed in a constant shadow that alters its colours and moods. The origins of the settlement are lost in time. It is thought that the village was founded around the year 1200, the period to which the earliest known document mentioning Viganella and its community of miners and charcoal burners dates. Its location was therefore probably linked to the exploitation of the area’s natural resources.

The prolonged absence of the sun, a point of reference and a symbol of life and hope, prompted a visionary and poetic response: the installation of a large rotating mirror on the northern side of the valley, designed to reflect the sun’s rays onto the village. For the inhabitants, 11 November 2006 became ‘the day of light’, when the mirror was officially inaugurated. Weighing 1,100 kilograms and positioned at an altitude of 1,050 metres, the structure catches the sun on clear days from approximately nine in the morning until three in the afternoon, projecting almost six hours of light onto the village square.

Every year, on 2 February, Viganella celebrates Candlemas, the festival marking the return of the sun. It brings together ancient rituals, later absorbed into the Christian tradition, and is expressed through a series of acts of blessing and communal sharing. The most symbolic of these is the Pescia: a large fir tree erected in the square and decorated with gifts evoking abundance and prosperity, including local produce, food and objects made especially for the occasion. At the end of the ritual, the branches are distributed among the inhabitants, who take them into their homes and stables as auspicious symbols and as wishes for health, fertility and good harvests in the year ahead.

The Antrona Valley contains the story of a community living on a threshold, where the relationship between darkness and light echoes the primordial needs of human beings and sets the rhythm of life, survival and imagination.

How Long Is the Night? is a documentary photographic project partly realised through the use of artificial lighting.
The images were produced without the use of artificial intelligence and without recourse to invasive post-production.

Fotografia, informazione e I.A. - L'esperienza di un fotoreporter by Filippo Venturi

Giovedì 24 Settembre 2026, presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena, terrò un incontro intitolato “Fotografia, informazione e I.A. - L'esperienza di un fotoreporter“, rivolto agli insegnanti e organizzato dall’Istituto Storico della Residenza di Forlì-Cesena.

Oltre al sottoscritto, interverranno esperti e docenti di diverse università sul tema fare didattica con il linguaggio fotografico. Si parlerà di fotogiornalismo, invasione ucraina, terrorismo, intelligenza artificiale e tanto altro!


Abstract:
Partendo dalla propria esperienza di fotoreporter in contesti segnati da conflitti politici, crisi democratiche e sociali, Filippo Venturi propone una riflessione sul ruolo della fotografia nell’ecosistema contemporaneo dell’informazione, oggi attraversato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, dei deepfake e da una crescente incertezza nel rapporto tra immagine e realtà. Attraverso esempi tratti dal suo percorso professionale e dalla sua ricerca artistica, la lezione affronta le trasformazioni del mestiere del fotografo, le responsabilità etiche del giornalismo visivo e il modo in cui le immagini possono documentare, interpretare, orientare o manipolare la percezione del mondo. Un incontro per interrogarsi sul valore della testimonianza fotografica nell’epoca delle immagini artificiali e sugli strumenti necessari per imparare a guardare.

Docente:
Filippo Venturi è un fotografo documentarista e artista visivo i cui lavori sono stati pubblicati su testate internazionali come National Geographic, The Washington Post e The Guardian. Ha documentato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti. Negli ultimi anni, grazie alla sua formazione in Informatica, la sua ricerca indaga il rapporto tra immagine, informazione e tecnologia, con un’attenzione particolare all’intelligenza artificiale (IA) e alle sue implicazioni nella percezione della realtà.  Accanto alla pratica artistica, tiene corsi e seminari in contesti come BergamoScienza e la New York University. È docente di fotografia nel Master di Giornalismo dell’Università di Bologna. 

Workshop di Fotografia Documentaria 2026 by Filippo Venturi

Workshop di Fotografia Documentaria 2026

Un workshop di fotografia documentaria pensato per entrare nel processo completo di costruzione di un progetto: dalla ricerca della storia al lavoro sul campo, fino all’editing e alla restituzione finale.

Si lavorerà su metodo, linguaggio ed etica, affrontando tutti gli aspetti del fotogiornalismo contemporaneo: verifica delle fonti, organizzazione, scatto, selezione e presentazione delle immagini, ma anche diffusione e relazione con il sistema editoriale.

La parte pratica si svolgerà durante il Rivolta Pride di Bologna 2026, un contesto reale in cui confrontarsi con complessità, ritmo e responsabilità dello sguardo. L’esperienza sarà preparata in aula e rielaborata collettivamente.

Una parte del workshop sarà dedicata al ruolo della fotografia nell’era dell’intelligenza artificiale: tra crisi della fiducia, nuove possibilità e necessità di uno sguardo critico.

Per chi vuole andare oltre la tecnica e iniziare a costruire un linguaggio.

DATE E ORARI
Venerdì 12 Giugno 2026, ore 17.30-21.30.
Sabato 13 Giugno 2026, ore 10.00-19.00.
Domenica 14 Giugno 2026, ore 10.00-13.00 e 14.00-19.00.

ISCRIZIONI
Info e iscrizioni: officinafotograficashado@gmail.com
Workshop a numero chiuso.

QUOTA DI ISCRIZIONE
195 euro (inclusa tessera Arci Shado).

Docente nel Master di Giornalismo dell'Università di Bologna by Filippo Venturi

Prossimamente avrò il piacere di ricoprire il ruolo di docente di Fotografia all’interno del Master di Giornalismo dell’Università di Bologna.

Si tratta di un’esperienza che mi rende profondamente felice e orgoglioso, non solo per il prestigio e la responsabilità di questo incarico, ma anche perché rappresenta per me un ritorno all’Università di Bologna. Un luogo che ho sempre amato e considerato fondamentale nel mio percorso umano e professionale, ma che, pur avendomi portato alla laurea, per diverse ragioni personali non ho avuto la possibilità di vivere pienamente come avrei desiderato.

Il corso si intitolerà “Fotogiornalismo: tecniche e costruzione del racconto fotografico contemporaneo“.

Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari by Filippo Venturi

Quest’anno avrò il piacere di essere ospite del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari!

Martedì 19 Maggio 2026 dialogherò, assieme alla curatrice e critica di fotografia Benedetta Donato, sul tema “Fotogiornalismo, Intelligenza Artificiale e Social Network“ in occasione di due incontri:

  • A Gorizia, ore 10.00, in un incontro con gli studenti di scuola superiore;

  • San Canzian d’Isonzo, ore 20.30, in un incontro aperto a tutti, moderato da Gianluca Salvagno (caporedattore “Il Piccolo”).

Vi aspetto!


Il Festival del Giornalismo è un luogo dove le idee circolano, le persone si incontrano e la cultura diventa un ponte tra generazioni, realtà e territori.

Nel 2026 l'associazione Leali delle Notizie APS vuole continuare a portare nel Friuli Venezia Giulia temi globali – diritti umani, migrazioni, crisi climatica, digitalizzazione, libertà di stampa – con giornalisti ed esperti da tutto il mondo.

Vuole farlo mantenendo tutti gli eventi gratuiti, coinvolgendo studenti e volontari, costruendo reti tra scuole, comuni e associazioni, e proseguendo il percorso avviato con GO!2025 sul superamento dei confini.

Sito ufficiale del Festival: https://lealidellenotizie.it/festival-del-giornalismo-ronchi-dei-legionari/

L'Abuso by Filippo Venturi

Sulla copertina dell'ultimo numero del settimanale L'Espresso c'è una notevole fotografia del fotogiornalista Pietro Masturzo, che sintetizza in un solo gesto un atteggiamento, diffuso e noto, di sfida e sopraffazione da parte dei coloni israeliani.

L'autore racconta di aver "scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre [2025], nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times.

Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie".

Sul sito del settimanale si trova la seguente descrizione:

"Un uomo con kippah e peyot, i riccioli degli ebrei ortodossi, inquadra con il cellulare una donna che indossa un hijab in tessuto fantasia. Lui è un israeliano armato, lei una ragazza palestinese. Ma più che lo scontro di religioni o di civiltà, a colpire chi guarda “L’abuso” denunciato dalla copertina del nuovo numero de L’Espresso è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania.

È un’immagine dei soprusi quotidiani che subisce chi ha avuto la sfortuna di nascere nei territori che i coloni pretendono di occupare per realizzare il sogno del “Grande Israele”: un progetto che rimanda alla Bibbia e calpesta il diritto internazionale, come racconta Daniele Mastrogiacomo nell’articolo di copertina. E che viene costruito grazie a crimini continui dai coloni con il supporto dell’esercito israeliano, e senza alcuna concreta condanna da parte della comunità internazionale: il dolente articolo di Alae Al Said, scandito dal reportage di Pietro Masturzo di cui fa parte la foto di copertina, racconta una campagna di pulizia etnica che fa seguito al genocidio di Gaza."

Essendo una fotografia potente, ha ovviamente generato molte reazioni, anche contrastanti. C’è chi vi ha riconosciuto una prova visiva, finalmente inequivocabile, di abusi ben noti. Altri, invece, hanno negato quanto rappresentato, incapaci di accettare immagini che mettono in crisi il proprio sistema di convinzioni. Alcuni sono arrivati persino a insinuare che si tratti di un contenuto generato dall’intelligenza artificiale.

Quest’ultima accusa riporta al centro una questione ormai cruciale: Come verifichiamo oggi le immagini?, questione che un paio di anni fa avevo affrontato nell'articolo "La foto di Donald Trump peacemaker". Provando a ripercorrere i 4 step che avevo individuato, si può notare che:

1) L’affidabilità della fonte

Non ci sono motivi solidi per dubitare né del settimanale né del fotografo. L’Espresso ha una linea editoriale riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma questo non intacca la sua struttura professionale. Ancora meno dubbi ho su Pietro Masturzo, che non conosco personalmente, ma che conosco come professionista la cui carriera ne conferma il talento e la professionalità.

2) L’ambiguità visiva

È comprensibile che qualcuno possa percepire elementi ambigui (i denti, le dita, ecc), ma questa reazione dice forse più di noi che dell’immagine. Siamo entrati in una fase in cui tutto viene messo in discussione a priori, soprattutto quando ciò che vediamo contraddice le nostre convinzioni.

3) Software di riconoscimento

Alcuni utenti che hanno messo in dubbio la fotografia hanno trovato parziali conferme da parte di alcuni dei software che dovrebbero riconoscere se un contenuto è stato generato da una intelligenza artificiale. Si è ormai visto, però, che questi software non sono sempre affidabili e quindi, più che un aiuto, contribuiscono ad alimentare la disinformazione. Dietro allo sviluppo di questi software di riconoscimento non ci sono investimenti paragonabili (e nemmeno la volontà) a quelli per lo sviluppo dei software generativi. In mancanza di una regolamentazione che obblighi a garantire una certa trasparenza da parte delle Big Tech, possiamo solo sperare che si autoregolamentino circa le questioni di sicurezza (vedi questione Mythos Claude di Anthropic, di cui parlerò in un altro post).

4) Prove di supporto

Un'ulteriore prova che la fotografia è autentica la si ha grazie alle prove accessorie, di cui ormai non si può più fare a meno (io, ad esempio, quando fotografo situazioni delicate uso sempre una action cam sulla fotocamera o sul casco per documentare incontri e situazioni). Sono state condivise (e sono sul settimanale) altre foto che compongono il reportage di Masturzo, il quale sui social ha condiviso anche un video girato da alcuni suoi colleghi (Samuele Pellecchia e Francesco Giusti) che conferma l'accaduto. Oggi avere questo tipo di materiale, che non solo documenta ma conferma anche l'autenticità delle testimonianze visive raccolte, è forse l'unico modo per tutelarsi. Già da tempo, però, non è complesso generare immagini realistiche e video che rafforzino la credibilità di tali immagini.

Stiamo vivendo una fase in cui il nostro rapporto con le immagini è in trasformazione, così come quello con l’informazione e tutto ciò che troviamo online (ma questa predisposizione ci modificherà anche offline). In questo contesto, diventa ancora più centrale il valore dell’autorevolezza delle fonti e quella di chi produce le immagini. Il lavoro di Pietro Masturzo, così come la responsabilità editoriale de L’Espresso, sono parte integrante del processo di costruzione della narrazione della realtà. A questo si aggiunge oggi la necessità delle prove accessorie che non rafforzano soltanto il racconto, ma ne costituiscono una vera e propria infrastruttura di credibilità.

In ultima analisi, dobbiamo conservare una certa lucidità e onestà intellettuale nel credere a fonti e autori, anche quando mettono in discussione le nostre convinzioni.


Il poliziotto aggredito e l'intelligenza artificiale by Filippo Venturi

Il Ministero dell'Interno ha condiviso un post, corredato da una fotografia, relativo all'aggressione subita da un poliziotto e al soccorso ricevuto da un collega, durante il corteo a Torino del 31 Gennaio 2026.

Diversi elementi fanno ritenere che la fotografia diffusa non sia uno scatto originale, ma un’immagine modificata o ricreata tramite intelligenza artificiale (ipotesi confermata anche dall'analisi con SynthID).

Sopra 3 screenshot dal video che è stato diffuso nei giorni scorsi. Sotto l'immagine diffusa.
Confrontandole, emerge che:

1) L'auto bianca non c’è più.
2) Il poliziotto che soccorre il collega aveva una maschera antigas, anch'essa è sparita. Il volto è ora visibile.
3) Lo scudo del soccorritore è scomparso.
4) Ci sono anche altri dettagli anomali: come l’illuminazione dei due poliziotti da parte dei fari di un’auto della polizia, che nel video non risultano.

Il risultato è una immagine semplificata, di lettura più immediata, ma che non rappresenta fedelmente quel frammento di realtà catturato nel video. Per quanto fotografie e video tradizionali possano non restituire la realtà nella sua complessità e interezza, e possano essere realizzate in modo ingannevole, qui ci troviamo davanti ad un intervento per semplificare e ripulire la realtà, forse dimenticando od omettendo i dettagli suddetti.

Per ragioni ormai ampiamente discusse da almeno 3 anni, l’uso di immagini generate o alterate per rappresentare fatti reali solleva criticità profonde, che diventano ancora più gravi quando è un’istituzione governativa a intervenire su un documento originariamente prodotto da un fotografo o da un videomaker. Può sembrare un dettaglio marginale, ma non lo è, seppur qualcuno possa ritenere che non alteri in modo significativo la narrazione dell’evento accaduto.

Arriveranno momenti in cui non avremo gli strumenti e/o le competenze per orientarci e non farci ingannare. Sospettare e verificare ogni contenuto visivo in cui ci imbattiamo non è sostenibile.

In questo dovrebbe aiutarci il giornalismo, ma diversi giornali hanno utilizzato l'immagine in questione, forse non effettuando sufficienti verifiche o forse sopravvalutando l'affidabilità della fonte.

(Questo mio post nasce dalle anomalie notate dal fotografo Michele Lapini)

Seminario su Fotografia, Informazione, Potere e Intelligenza Artificiale by Filippo Venturi

INFRANGERE LO SPECCHIO
Fotografia e Informazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Questo seminario si propone come uno spazio di confronto aperto, pensato soprattutto per chi oggi sta costruendo il proprio sguardo sul mondo: studenti universitari e non, giovani fotografi, artisti visivi, aspiranti giornalisti, docenti e tutte le persone interessate a comprendere il ruolo delle immagini nella società contemporanea.

Il seminario è focalizzato sull’incontro fra fotografia e intelligenza artificiale (IA) e — attraverso esempi tratti dal lavoro del docente e da casi recenti di rilievo internazionale — esplora l’evoluzione del processo creativo, del ruolo dell’immagine nella comunicazione, nell’informazione e nella vita quotidiana, analizzandone anche il peso crescente come strumento di esercizio del potere.

Il docente presenterà alcuni dei suoi progetti di fotografia documentaria, esponendo nel dettaglio la filosofia alla base di essa e le metodologie pratiche adottate. Illustrerà inoltre le notevoli differenze teoriche e pratiche che caratterizzano l’utilizzo dell’IA nel processo creativo. Verrà mostrato come l’IA possa ampliare il ventaglio di possibilità dei fotografi e le idee che sottendono alla creazione di progetti.

In un’epoca di deepfake, algoritmi opachi e flussi visivi incontrollabili, il ruolo del fotografo e del giornalista non consiste più soltanto nell’essere testimoni, ma anche interpreti critici, chiamati a interrogarsi su responsabilità, etica, trasparenza e fiducia. Comprendere questi meccanismi diventa essenziale per non subire passivamente le immagini, ma per imparare a leggerle, smontarle e, se necessario, usarle consapevolmente come forma di resistenza culturale.

Saranno esaminate diverse casistiche che negli ultimi mesi hanno avuto un impatto significativo nel panorama dell’informazione internazionale. Saranno affrontati sia i timori legati all’adozione di questa nuova tecnologia, sia le potenzialità che essa porta con sé, aprendo un dibattito sul futuro dell’arte fotografica e della nostra interazione con le immagini.

La fotografia e l’IA non sono strumenti da temere o da idolatrare, ma linguaggi da comprendere a fondo per poterli usare con lucidità, immaginazione e senso critico. L’obiettivo non è fornire risposte definitive, ma stimolare domande urgenti su chi siamo, su come raccontiamo il mondo e su quale responsabilità scegliamo di assumerci nel farlo.

Il futuro non sarà scritto dalle macchine, ma da chi saprà dialogare con loro, con consapevolezza, usando la tecnologia per ampliare, non per ridurre, la propria umanità.

Il seminario è modulabile per durata e formato (lezione frontale, incontro dialogico, masterclass), in base al contesto e al pubblico di riferimento. Offre strumenti critici per leggere e interpretare le immagini contemporanee e per comprendere come fotografia e intelligenza artificiale influenzino l’informazione e la costruzione della realtà. I partecipanti acquisiranno una maggiore consapevolezza dei meccanismi tecnologici, culturali e di potere che agiscono dietro le immagini, sviluppando un approccio responsabile, creativo e informato al loro utilizzo.


DOCENTE

Filippo Venturi è un fotografo documentarista, artista visivo, docente e divulgatore. Sviluppa progetti che affrontano temi legati all’identità e alla condizione umana. Ha documentato dittature, democrazie in crisi e movimenti per i diritti.

Il suo lavoro indaga scenari contemporanei e futuri plasmati dall’evoluzione tecnologica. Grazie a una laurea in Scienze dell’Informazione e alla sua esperienza nel fotogiornalismo, sviluppa anche progetti in cui integra la fotografia tradizionale con l’uso di nuovi strumenti tecnologici.

Negli ultimi anni la sua ricerca si è focalizzata sul rapporto fra fotografia, informazione, potere e intelligenza artificiale, analizzando come queste dinamiche contribuiscano a plasmare la percezione della realtà.

Accanto alla pratica artistica, tiene corsi e seminari in contesti accademici e culturali, come BergamoScienza e la New York University. È docente nel Master di Giornalismo presso l'Università di Bologna.

I suoi progetti sono stati pubblicati su importanti giornali internazionali, fra cui National Geographic, The Washington Post, The Guardian, The Financial Times, Vanity Fair, Geo, Der Spiegel, Internazionale, La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.

Ha esposto in Italia e all’estero in importanti sedi e festival tra cui il Foro Boario di Modena come “New Talent” della Fondazione Modena Arti Visive, CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, Somerset House a Londra, U Space a Pechino, Willy Brandt Haus a Berlino, Sony Square a New York, Copenhagen Photo Festival, Helsinki Photo Festival , Voies Off Awards a Les Rencontres d’Arles, Photo Vogue Festival, Photolux a Lucca, SI Fest a Savignano sul Rubicone, Festival di Fotografia Etica di Lodi e il Festival della Fotografia Italiana.

Il suo progetto a lungo termine sulla Penisola Coreana gli è valso numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Sony World Photography Award, il LensCulture Emerging Talent Award, Il Reportage Award, il Voglino Award e il Portfolio Italia – Grand Premio Hasselblad. I suoi lavori sono stati nominati più volte per il prestigioso Leica Oskar Barnack Award.

Nel 2025 è stato nominato Autore dell’Anno dalla FIAF.

www.filippoventuri.photography
filippo.venturi@gmail.com

Best 9 Instagram 2025 by Filippo Venturi

Anche quest’anno, il mio Best 9 di Instagram – ovvero i post che hanno suscitato maggior interesse – rappresenta un piccolo diario visivo degli avvenimenti più significativi che mi hanno toccato nel corso del 2025.

Due immagini provengono dal mio progetto "Broken mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale, con cui ho cercato di attivare delle riflessioni sul rapporto fra potere e tecnologia, informazione e manipolazione. Nel 2025 ho potuto portare questo progetto e tenere dei talk in luoghi d'arte e di divulgazione come il MIA Photo Fair, il Napoli Photo Festival, il Festival Fotografica e BergamoScienza, la New York University di Firenze e in tanti altri posti.

Una immagine proviene dal mio progetto "He looks like you", dedicato al mancato incontro fra mio padre e mio figlio. È composto da fotografie originali, d'archivio, elaborate con software e immagini generate con l'intelligenza artificiale. Si tratta di un lavoro a cui tengo molto e che continua a suscitare interesse ed empatia (purtroppo il lutto riguarda tutti noi).

C'è poi una fotografia tratta dal mio lavoro documentario ed evocativo "How long is the night?", sulla Valle Antrona, un territorio con un rapporto conflittuale con il sole. Da secoli esplorata nelle sue profondità, alla ricerca di ricchezze dimenticate, ha visto un ragazzo del posto, appassionato di meridiane, diventare un uomo con il sogno di installare un enorme specchio in cima a una montagna, per riflettere la luce del sole sul proprio paese.

Due fotografie sono state scattate durante il mio primo viaggio in Giappone; una esperienza che sospettavo mi sarebbe piaciuta, ma che mi ha travolto molto più del previsto, al punto da iniziare un nuovo progetto fotografico e scrivere diversi articoli per la rivista FotoIT sulla fotografia giapponese man mano che la studiavo (cosa che continuerò a fare nel 2026).

Vi è una fotografia dell'articolo del Resto del Carlino che annuncia la mia nomina ad Autore dell'anno 2025, un riconoscimento da parte della FIAF a cui tengo molto e che mi ha permesso di fare un bilancio del mio operato fino a oggi (grazie anche alla Monografia che è stata stampata) e ragionare su cosa fare in futuro.

Un'altra fotografia proviene dal mio vecchio lavoro "The art of leaping in the dark", su quella sorta di suggestivo rito di iniziazione che avviene in Puglia, quando i giovani si tuffano nella Grotta della Poesia. 

Infine c'è una immagine generata con intelligenza artificiale, parte di un lavoro ancora in corso intitolato "Handbook of escape".

Butoh, a japanese dance by Filippo Venturi

Some photos from my reportage on butoh dance, which is part of the project “The nails that sticks out gets hammered down”.

Butoh dancer Kohei Wakaba during the costume-dressing for the performance titled “Those Who Ain’t Damn Nobody,” staged together with fellow butoh dancer Mana Kawamura.



Butoh dance was born in Japan in the late 1950s as a form of aesthetic and spiritual rebellion against the wounds of the postwar period, Western influence, and the pressures of a society built on order, conformity, and productivity.

Created by choreographer Tatsumi Hijikata and dancer Kazuo Ōno, it transforms the body into a instrument of protest and revelation.

Bodies painted white, slow or convulsive movements, grotesque and distorted gestures stage pain, metamorphosis, and the individual’s resistance.

Also called the “dance of darkness”, Butoh explores the unspeakable: atomic memory, social repression, and the deep tensions between harmony and suffering that run through the soul of contemporary Japan.

«The moon is invisible during the day and shines brightly at night. It takes night to make the moon shine. It takes ugliness to make the public reflect on beauty.»

«I believe that the role of Butoh is to resist defeat, on the ash-covered ground, next to the fragments of intercontinental ballistic missiles, without shouting against war or calling for peace, but simply standing silently, painted white, amid the ashes.»

— Kohei Wakaba