Broken Mirror

La difficoltà di riconoscere il vero e il rifugio nella compatibilità /  by Filippo Venturi

[Immagine generata con IA, dal progetto “Broken Mirror” @ Filippo Venturi]

La fine della contraddizione?

La difficoltà di riconoscere il vero e il rifugio nella compatibilità

In un lungo articolo del New York Times, intitolato “The World’s Leading Deepfake Expert No Longer Trusts His Own Eyes”, Hany Farid, uno dei maggiori esperti mondiali di digital forensics e deepfake, racconta di essere arrivato a un punto in cui non si fida più dei propri occhi. Dopo oltre vent’anni trascorsi a distinguere immagini autentiche da manipolazioni, ora si trova ad analizzare quotidianamente fotografie, video e registrazioni audio generate dall’intelligenza artificiale sempre più difficili da riconoscere, tanto che anche i contenuti reali richiedono verifiche complesse prima di poter essere considerati attendibili. Sempre più spesso non è possibile ottenere una risposta definitiva su ciò che guardiamo.

Questa incertezza è entrata perfino nella sua vita privata. Dopo che qualcuno ha clonato la sua voce con l’IA e falsificato il suo numero di telefono per cercare di ottenere informazioni riservate da un suo collega, Farid e sua moglie hanno stabilito una parola d’ordine da utilizzare nelle telefonate più delicate per verificare reciprocamente la propria identità. Questo scenario lo ha infine spinto ad allontanarsi dalla Silicon Valley e a trasferirsi in una fattoria nei boschi del Vermont, alla ricerca di una dimensione più concreta e meno mediata dagli schermi.

Una sensazione analoga mi accompagna sempre più spesso nelle mie verifiche, soprattutto quando si parla di fotografie (o presunte tali) legate al mondo dell’informazione. È noto che la disinformazione abbia spesso il vantaggio della velocità, capillarità e semplicità, mentre verificare richiede tempo, fonti e competenze e l’eventuale smentita raggiungerà poche persone. Resta comunque una missione necessaria, per quanto insufficiente senza una regolamentazione dall'alto.

Da bambini il mondo ci entra dagli occhi senza chiedere permesso. Quello che vediamo o pensiamo di vedere, esiste. Il mostro sotto il letto, il mago in televisione, l’eroe che vola sullo schermo. Crescendo impariamo lentamente che le immagini possono ingannare, che esistono trucchi, montaggi, finzioni. È una forma di educazione dello sguardo. Perdiamo l’innocenza, ma in cambio acquistiamo strumenti.

In un futuro prossimo, probabilmente, torneremo in una condizione infantile, ma rovesciata: non crederemo a ciò che vediamo. Dopo aver imparato per tutta la vita a distinguere la realtà dalla finzione, ci troviamo davanti a uno scenario di dubbio perpetuo.

Per quasi due secoli la fotografia ha costruito gran parte della propria forza sulla relazione fisica con ciò che si trovava davanti all’obiettivo. Poteva mentire, naturalmente. Poteva essere manipolata, costruita, selezionata, decontestualizzata. Ma qualcosa, davanti alla macchina fotografica, era stato necessario. La fotografia poteva deformare il reale, ma non prescindere completamente da esso.

E per quanto ci sia chi abbia cercato di demolire completamente la credibilità della fotografia, difficilmente rinunceremmo alle nostre foto di famiglia solo perché mostrano un frammento, un istante parziale o una versione incompleta del nostro rapporto con un genitore, un parente o un amico. Sappiamo che non raccontano tutto, ma continuiamo a riconoscere in esse una traccia di qualcosa che è realmente accaduto. La loro parzialità non annulla il loro valore di testimonianza.

La consapevolezza che il nostro impegno non sia più sufficiente (se mai lo è stato) per scegliere a cosa credere, anche dopo verifiche e approfondimenti, introduce una forma di impotenza nuova. La nostra necessità di adattamento, ci spingerà a trovare un compromesso e questo compromesso, probabilmente, consisterà nel non credere più a nulla. O forse, più plausibilmente, a credere a ciò di cui siamo già convinti. A quel punto il criterio non sarà più la verità, ma la compatibilità.

Accetteremo più facilmente ciò che conferma il nostro sistema di convinzioni e respingeremo ciò che lo mette in crisi. In questo senso, l’intelligenza artificiale non introdurrebbe un meccanismo nuovo, ma amplificherebbe qualcosa che i social network hanno già reso evidente ovvero la tendenza a vivere all’interno di bolle informative, a selezionare le conferme e a evitare ciò che produce dissonanza.

Il rischio più subdolo è quello di perdere progressivamente la disponibilità a lasciarci contraddire dalle immagini.


The End of Contradiction?

The difficulty of recognising truth, and the refuge of compatibility

In a long New York Times article entitled “The World’s Leading Deepfake Expert No Longer Trusts His Own Eyes”, Hany Farid, one of the world’s leading experts in digital forensics and deepfakes, describes having reached the point where he no longer trusts his own eyes. After more than twenty years spent distinguishing authentic images from manipulated ones, he now finds himself analysing photographs, videos and audio recordings generated by artificial intelligence on a daily basis, increasingly difficult to identify as such. Even genuine content now requires complex verification before it can be regarded as reliable. More and more often, it is impossible to arrive at a definitive answer about what we are looking at.

This uncertainty has even entered his private life. After someone cloned his voice using AI and spoofed his telephone number in an attempt to obtain confidential information from one of his colleagues, Farid and his wife agreed on a safe word to use during sensitive phone calls in order to verify each other’s identity. This situation ultimately led him to move away from Silicon Valley and settle on a farm in the woods of Vermont, in search of a more tangible existence, less mediated by screens.

I increasingly experience a similar feeling in my own verification work, particularly when dealing with photographs — or supposed photographs — connected to the news. Disinformation often has the advantage of speed, reach and simplicity, whereas verification requires time, sources and expertise, and any subsequent correction will reach only a fraction of those who encountered the original claim. It nevertheless remains a necessary task, however insufficient it may be without regulation at a systemic level.

As children, the world enters through our eyes without asking permission. What we see, or believe we see, exists. The monster under the bed, the magician on television, the hero flying across the screen. As we grow older, we gradually learn that images can deceive us, that tricks, editing and fiction exist. It is a form of visual education. We lose our innocence, but in exchange we acquire tools.

In the near future, perhaps, we will return to a kind of childhood condition, but in reverse: we will no longer believe what we see. After spending our entire lives learning to distinguish reality from fiction, we now find ourselves facing a state of perpetual doubt.

For almost two centuries, photography has derived much of its power from its physical relationship with whatever stood in front of the lens. It could lie, of course. It could be manipulated, constructed, selected or taken out of context. But something had to have been there, in front of the camera. Photography could distort reality, but it could not dispense with it altogether.

And however much some have sought to dismantle photography’s credibility entirely, few of us would be willing to give up our family photographs simply because they show only a fragment, a partial moment or an incomplete version of our relationship with a parent, relative or friend. We know they do not tell the whole story, but we continue to recognise in them a trace of something that really happened. Their partial nature does not erase their value as testimony.

The realisation that our own efforts are no longer sufficient — if they ever were — to determine what to believe, even after verification and careful investigation, introduces a new form of powerlessness. Our need to adapt will push us towards some kind of compromise, and that compromise will probably consist in no longer believing anything at all. Or perhaps, more plausibly, in believing what we are already convinced of. At that point, the criterion will no longer be truth, but compatibility.

We will more readily accept what confirms our existing system of beliefs and reject what challenges it. In this sense, artificial intelligence would not introduce an entirely new mechanism, but rather amplify something that social networks have already made apparent: the tendency to live within information bubbles, to select confirmation and to avoid whatever produces dissonance.

The more insidious risk is that we gradually lose our willingness to allow images to contradict us.

The Tamed Machine. A personal reflection prompted by a provocation from Fred Ritchin /  by Filippo Venturi

The Tamed Machine
A personal reflection prompted by a provocation from Fred Ritchin

An article published on 16 September 2026 by Fred Ritchin — a well-known American critic, former picture editor of The New York Times Magazine and Dean Emeritus of the International Center of Photography, and one of the most authoritative voices on the relationship between photography and new technologies — entitled “A possible photographic renaissance?” made me think again about some of the ideas I had expressed during presentations of some of my projects. In particular, those in which I combined photography with images generated by artificial intelligence, such as Broken Mirror (2023) and He Looks Like You (2023–2024).

At the time, I used to say that the phase in AI’s development that interested me most was the one in which the tool was still imperfect, unpredictable and, in some way, resistant to my intentions. A kind of mischievous assistant with whom I had to compromise, but whose bizarre suggestions I could also, at times, accept.

It was precisely this characteristic that formed one of the conceptual premises of Broken Mirror, in which I expressed my concerns about the invasive and controlling nature of dictatorship, but also of technology, and of He Looks Like You, in which I could mistake unpredictability for authenticity, allowing myself, for a moment, to believe in the illusion suggested by those images: that my father and my son had actually met.

I would conclude by saying that, once generative AI became more reliable and predictable, I would probably lose the curiosity that had driven me to experiment with it.

In his article, Ritchin argues that AI-generated imagery has, over time, become more predictable and banal, increasingly approximating the look of generic stock photography. In the early years, by contrast, what struck him was precisely the ability of these systems to produce unexpected, strange and sometimes even “revelatory” results. According to him, increasingly stringent guardrails and models trained on an enormous surfeit of conventional images are contributing to results that are less unpredictable and less original. Hence his final question: if AI is tending towards increasingly standardised imagery, might photographers respond by seeking greater complexity, ambiguity and originality?

This observation, which I share, makes me think, in some ways, that the moment I was talking about a few years ago may already have arrived.

Not because artificial intelligence has truly become reliable today — it continues to make mistakes, invent information and produce absurd results — but because, at least when it comes to image generation, its unpredictability seems less and less interesting to me. It is a more controlled, tamed unpredictability, enclosed within an aesthetic that tends to repeat itself.

What fascinated me was not the possibility of obtaining exactly the image I had in mind. On the contrary, it was the moment when the machine seemed to misunderstand my request and return something I had not anticipated. Something could happen in that gap between intention and result. Sometimes nothing interesting, of course (while working on He Looks Like You, I spent dozens of fruitless and frustrating nights searching for the generated image I was looking for). At other times, however, an image would emerge that was capable of suggesting a direction I myself had not imagined.

Perhaps that was where, at least for me, the most compelling part of the creative process lay: not in controlling the tool, but in negotiating with something that I could not completely control. This does not mean that I have stopped being interested in artificial intelligence. What is probably changing is simply the reason why it interests me.

Less and less as a machine with which to produce images, and more and more as a phenomenon to observe: to understand how it is changing our relationship with photography, with information, with memory and, above all, with the trust we place in images.

And it is perhaps here that I find Ritchin’s final provocation particularly interesting. If AI is destined to produce formally perfect but conventional images with ever greater ease, perhaps photography should not try to compete on the same terrain.

Photography does not need to become deliberately strange or imperfect in order to distinguish itself from AI; its strength may lie precisely in its encounter with a reality that often does not obey the photographer, one that may prevent them from achieving the result they had envisaged but may also offer unimaginable opportunities. However much the photographer may study, prepare and imagine the result, there is always the possibility that something will contradict their expectations, surprise them and introduce an element of unpredictability into the image. Perhaps it is also there that photography can rediscover part of its value: in its ability to leave room for what reality offers that is unexpected and could not have been foreseen.


La macchina addomesticata
Una riflessione personale a partire da una provocazione di Fred Ritchin

Un articolo pubblicato il 16 settembre 2026 da Fred Ritchin — noto critico statunitense, già picture editor del New York Times Magazine e preside emerito dell’International Center of Photography, tra le voci più autorevoli sul rapporto tra fotografia e nuove tecnologie — intitolato “A possible photographic renaissance?“ mi ha fatto ripensare ad alcuni ragionamenti che avevo espresso durante le presentazioni di alcuni miei lavori. In particolare quelli in cui combinavo fotografia e immagini generate con l’intelligenza artificiale, come Broken Mirror (2023) e He Looks Like You (2023-2024).

All’epoca dicevo che la fase dell’IA che mi interessava maggiormente era quella in cui lo strumento era ancora imperfetto, imprevedibile e, in qualche modo, resistente alle mie intenzioni. Una sorta di assistente dispettoso con cui scendere a compromessi, ma dal quale accettare anche, in alcuni casi, suggerimenti bizzarri.

Era proprio questa caratteristica a costituire uno dei presupposti concettuali di Broken Mirror, dove esprimevo i miei timori sulla natura invasiva e controllante della dittatura, ma anche della tecnologia, e di He Looks Like You, in cui potevo scambiare imprevedibilità e autenticità, permettendomi di credere, per un istante, all’illusione suggerita da quelle immagini: che mio padre e mio figlio si fossero davvero incontrati.

Concludevo dicendo che, quando l’IA generativa fosse diventata più affidabile e prevedibile, probabilmente avrei perso quella curiosità che mi aveva spinto a sperimentare con essa.

Nel suo articolo, Ritchin sostiene che le immagini generate dall’IA siano diventate nel tempo più prevedibili, banali e simili alla fotografia stock. Nei primi anni, invece, lo colpiva proprio la capacità dei sistemi di produrre risultati inattesi, strani e talvolta quasi “rivelatori”. Secondo lui, paletti sempre più rigidi e modelli addestrati su una massa enorme di immagini convenzionali stanno contribuendo a rendere i risultati meno imprevedibili e meno originali. Da qui la domanda finale: se l’IA tende verso immagini sempre più standardizzate, i fotografi potrebbero reagire cercando maggiore complessità, ambiguità e originalità?

Questa osservazione, che condivido, in qualche modo mi fa pensare che quel momento di cui parlavo qualche anno fa sia già arrivato.

Non perché oggi l’intelligenza artificiale sia diventata davvero affidabile — continua a commettere errori, a inventare informazioni e a produrre risultati assurdi — ma perché, almeno nella generazione delle immagini, la sua imprevedibilità mi sembra sempre meno interessante. È un’imprevedibilità più controllata, addomesticata, racchiusa in un’estetica che tende a ripetersi.

La cosa che mi affascinava non era la possibilità di ottenere esattamente l’immagine che avevo in mente. Al contrario, era il momento in cui la macchina sembrava fraintendere la mia richiesta e restituirmi qualcosa che non avevo previsto. In quello scarto tra intenzione e risultato poteva accadere qualcosa. A volte niente di interessante, naturalmente (durante il lavoro su He Looks Like You passai decine di notti infruttuose e frustranti alla ricerca dell’immagine generata che mi interessava). Altre volte emergeva invece un’immagine capace di suggerire una direzione che io stesso non avevo immaginato.

Era forse lì che si trovava, almeno per me, la parte più stimolante del processo creativo: non nel controllo dello strumento, ma nella negoziazione con qualcosa che non riuscivo a controllare completamente. Questo non significa che abbia smesso di interessarmi all’intelligenza artificiale. Probabilmente sta semplicemente cambiando il motivo per cui mi interessa.

Sempre meno come macchina con cui produrre immagini e sempre più come fenomeno da osservare: per capire come sta modificando il nostro rapporto con la fotografia, con l’informazione, con la memoria e soprattutto con la fiducia che riponiamo nelle immagini.

Ed è forse qui che trovo particolarmente interessante la provocazione finale di Ritchin. Se l’IA è destinata a produrre con sempre maggiore facilità immagini formalmente perfette ma convenzionali, forse la fotografia non deve cercare di competere sullo stesso terreno.

Non è necessario che la fotografia diventi volutamente strana o imperfetta per distinguersi dall’IA; la sua forza potrebbe stare proprio nel confronto con una realtà che spesso non obbedisce al fotografo, che può impedirgli di raggiungere il risultato previsto ma anche offrirgli opportunità inimmaginabili. Per quanto possa studiare, prepararsi e immaginare il risultato, resta sempre la possibilità che qualcosa contraddica le sue aspettative, lo sorprenda e introduca nell’immagine un elemento di imprevedibilità. Forse è anche lì che la fotografia può ritrovare una parte del proprio valore: nella capacità di lasciare spazio a ciò che la realtà offre di inatteso e non previsto.

Giurato al Kolga Tbilisi Photo /  by Filippo Venturi

Sono felice e onorato di annunciare che quest’anno farò parte della giuria che assegnerà i premi del Kolga Tbilisi Photo, uno dei festival più importanti dedicati alla fotografia contemporanea.

Da oltre vent’anni Kolga rappresenta un punto di incontro fondamentale tra fotografi, curatori, artisti da tutto il mondo, insieme al pubblico. È stato inoltre il primo festival a premiare il mio lavoro "Broken Mirror", realizzato con l’intelligenza artificiale, in un momento storico in cui confrontarsi con questa nuova tecnologia richiedeva consapevolezza del cambiamento in atto e coraggio.

Per me questo invito ha un significato speciale. Sono legato a Tbilisi e alla Georgia non solo dal punto di vista fotografico, ma anche umano e personale. Poco più di un anno fa ho documentato le proteste contro il governo, nel loro momento più intenso, seguendo da vicino le tensioni, le speranze e il desiderio di un futuro europeo che animava, e anima tuttora, soprattutto le nuove generazioni georgiane. Purtroppo, dopo oltre 300 giorni dall'inizio delle manifestazioni, lo scenario politico georgiano resta invariato, complice il sostanziale disinteresse della comunità internazionale. Eppure, i giovani e non solo non arretrano e continuano a protestare in Viale Rustaveli, di fronte al Parlamento.

Un sentito grazie a Kolga Tbilisi Photo – in particolare a Tina Schelhorn e a Beso Khaindrava (fondatore e direttore) – per la fiducia e per continuare a credere nella fotografia come strumento critico e politico.

Sarà possibile iscriversi al concorso a partire da oggi e fino al 15 marzo 2026.
Maggiori info nel link: www.kolga.ge/awards

L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo? /  by Filippo Venturi

L’intelligenza artificiale salverà il giornalismo?

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il modo in cui cerchiamo, leggiamo e produciamo notizie. Una trasformazione che potrebbe rappresentare un’opportunità, oppure infliggere un nuovo colpo al giornalismo.

Negli ultimi giorni si sta discutendo molto delle nuove funzionalità introdotte dai motori di ricerca, che sostituiscono il tradizionale elenco di link con sintesi generate dall’intelligenza artificiale. Google, leader del settore da anni, ha introdotto le cosiddette AI Overview (o riassunti automatizzati) che offrono risposte già strutturate e spesso sufficientemente complete da ridurre drasticamente la necessità per l’utente di visitare le fonti originali (i siti web da cui l’IA ha preso le informazioni). Di conseguenza, molti di questi siti web stanno registrando un significativo calo di traffico organico, sollevando preoccupazioni sul futuro dell’ecosistema dell’informazione online e sulla redistribuzione del valore tra piattaforme e produttori di contenuti.

Mi è capitato di leggere diversi articoli, qualcuno anche molto ottimista, che ipotizza che l’IA stia offrendo una grande opportunità nel settore delle news. Io ci andrei più cauto.

Uno dei punti a favore sarebbe che i siti web non dovrebbero più pensare all’ottimizzazione della SEO (Search Engine Optimization), che li spingeva a scrivere titoli e contenuti privilegiando certe parole chiave che ne aumentavano la visibilità sui motori di ricerca, a discapito dell’autorevolezza e della credibilità che, invece, diventerebbero prioritari in questo nuovo funzionamento di Google e affini.

In realtà non ci sono prove che supportino questa teoria ma, anche prendendola per buona, così come nel tempo sono cambiati gli algoritmi dei motori di ricerca, possono cambiare i criteri e le priorità assegnati alle intelligenze artificiali. E questo in base alla volontà di multinazionali americane o cinesi (i paesi che più stanno investendo nel settore), il cui fine può divergere da quello di un servizio pubblico trasparente e onesto (vedi Grok e Grokipedia di Elon Musk, fortemente personalizzate dal loro creatore a discapito dell’affidabilità nel fornire informazioni).

Facendo un passo indietro, inoltre, mi sembra che il problema di questi tempi dei titoli usati da diversi giornali e riviste non sia tanto la banalizzazione dovuta alla SEO ma il clickbaiting, cioè la scelta di titoli ambigui che possono provocare reazioni più forti in parte dei lettori, a cui però non corrispondeva il contenuto effettivo dell’articolo. In certi casi questi titoli corrispondono a vera e propria disinformazione.

C’è poi un elefante nella stanza che alcuni si ostinano a fingere di non vedere. Questi motori di ricerca stanno usando i contenuti prodotti da giornali, riviste e altri media senza un riconoscimento economico per le fonti. Se prima Google aveva creato un sistema in cui riconosceva i click ottenuti dal tuo sito, oggi che questi click vengono meno non è prevista alcuna monetizzazione, specie se l’utente si limita a consultare la risposta generata dall’IA.

Quei giornali che invece si sostengono con gli abbonamenti online funzionano proprio perché i loro contenuti (in teoria di qualità superiore) non sono accessibili a chiunque. Per logica, questi contenuti di alto livello non saranno a disposizione delle IA (a meno di accordi specifici) e quindi già qui potrebbe scricchiolare il discorso iniziale del premiare la qualità. Inoltre i giornali gratuiti, perdendo i click e quindi gli introiti che ne conseguivano, saranno più difficilmente sostenibili. Il rapido crollo dei click sui siti indicizzati da Google sta già avvenendo e si possono trovare diversi articoli sul tema (ad esempio “Google users are less likely to click on links when an AI summary appears in the results” del Pew Research Center).

I software generativi, e quindi anche i nuovi motori di ricerca, in linea teorica, hanno un grande bisogno di fonti e contenuti di alta qualità, ma i giornali più importanti al mondo si sostengono con gli abbonamenti e non hanno interesse a perdere i lettori fidelizzati per diventare fornitori di informazioni di motori di ricerca basati su IA, che non portano traffico nel sito, perdendo così anche la possibilità che gli utenti siano attirati a leggere altri tuoi articoli, soffermandosi nel sito, magari clickando pubblicità e così via. Inoltre, se questi giornali decidessero di stringere accordi per diventare fornitori di contenuti informativi per le intelligenze artificiali, perché un abbonato dovrebbe continuare a pagare invece di consultare quei contenuti gratuitamente?

In altre parole, il sistema che alimentava il giornalismo online, basato sulla visibilità, la pubblicità e/o gli abbonamenti, si sta sgretolando, e non è ancora chiaro quale modello economico possa sostituirlo.

A questo punto il nodo cruciale diventa la definizione delle regole del gioco (la trasparenza del funzionamento, l’attribuzione obbligatoria delle fonti giornalistiche nelle risposte dell’IA, i meccanismi di revenue sharing, la trasparenza sui dati e le fonti con cui viene addestrata l’IA, la responsabilità per gli errori fattuali, la protezione della diversità, ecc) ma, considerando lo sbilanciamento delle forze coinvolte, sarebbe necessario un intervento collettivo, comprendendo anche i governi dei vari paesi, per sciogliere il nodo della proprietà delle informazioni e di come queste vanno remunerate dalle piattaforme di IA che le sfruttano.

Questo però rischia di diventare un desiderio irrealizzabile. Chi potrà alzare la voce con colossi tech che godono dell’appoggio dei leader di USA e Cina e che possono dettare le regole in un mondo in competizione che, per ora, non ha interesse a limitare lo sviluppo e il funzionamento dell’IA per non perdere la corsa internazionale che si sta svolgendo. Un intervento del genere sembra, allo stato attuale, fuori portata.

Nei prossimi mesi le visite ai siti e gli introiti di chi produce contenuti online continueranno a diminuire e questi potrebbero non sopravvivere abbastanza a lungo per vedere compiersi una lunga, complessa e non scontata trattativa dignitosa con le Big Tech.

Se poi le Big Tech decidessero di stringere accordi economici soltanto con alcuni produttori di notizie, cosa ne sarà della pluralità e delle piccole realtà?

Un esempio emblematico di questa dinamica è rappresentato dagli accordi di licenza stipulati tra OpenAI e il gruppo tedesco Axel Springer (editore di Politico, Bild e Die Welt) annunciati alla fine del 2023. Si tratta di uno dei primi esperimenti concreti di revenue sharing tra un colosso dell’intelligenza artificiale e un grande gruppo editoriale. In pratica OpenAI può utilizzare i contenuti giornalistici di Springer per addestrare e alimentare i propri modelli linguistici, citandone le fonti e riconoscendo un compenso economico.

Questo, tuttavia, non sembra essere un modello facilmente replicabile. Al contrario, accentua la disuguaglianza strutturale nel panorama dell’informazione perché solo pochi grandi editori, con una forza contrattuale sufficiente e un portafoglio di testate di rilevanza internazionale, possono negoziare intese dirette con le piattaforme di IA. Le realtà minori come i quotidiani locali, le riviste indipendenti, i blog d’inchiesta, le piccole testate culturali, ecc rischiano di restare invece escluse da qualunque forma di remunerazione, pur contribuendo in modo significativo al pluralismo informativo e alla qualità del dibattito pubblico.

La soluzione non è evitare il cambiamento, ma evitare che questo avvenga quando in campo ci sono forze palesemente asimmetriche, con quelle più forti che possono deformare il funzionamento del mondo dell'informazione.

Per salvare il giornalismo occorre prima salvare le condizioni che permettono al giornalismo di esistere. Fra queste vi è la giusta retribuzione per chi produce conoscenza.

[l’immagine di apertura proviene dal mio progetto Broken Mirror, realizzato con l’intelligenza artificiale]

Prossime mostre, talk ed eventi /  by Filippo Venturi

Un breve riassunto dei prossimi appuntamenti dove sarà possibile incontrarmi o visitare una mia mostra!

"Broken Mirror" ai Wiesbaden Photo Days 2025, dal 23 agosto al 7 settembre 2025.
Il mio lavoro Broken Mirror sarà esposto alla Kunsthaus Wiesbaden, in Germania. Il tema del festival di quest'anno, individuato dal direttore artistico Juergen Strasser, è "Futuro? Quale futuro?!"

"Broken Mirror" al Napoli Photo Festival, dal 3 al 12 ottobre 2025
Il mio lavoro Broken Mirror sarà esposto al Napoli Photo Festival. Il tema di quest'anno, individuato dal direttore artistico Luca Sorbo, è "Dal fotografico al post-fotografico".
Terrò inoltre un talk sul tema fotografia e intelligenza artificiale sabato 11 ottobre alle ore 11.15.

"Tagliata dall’acque la terra. Immagini di un’alluvione: Romagna, 2023" presso la Fototeca Marco Pesaresi, fino al 28 settembre 2025.
Con questa iniziativa il Comune di Savignano sul Rubicone ha costituito un fondo fotografico sul tema dell’alluvione del 2023, acquisendo opere di sei autori che l’hanno vissuta in prima persona in diverse città e zone della Romagna ed elaborata attraverso la pratica artistica, secondo la propria sensibilità: Andrea Bernabini, Silvia Camporesi, Filippo Venturi, Gianni Zaffagnini, Marco Zanella e Benedetta Ristori. Durante il SI Fest, terrò delle visite guidate relative al mio lavoro (date da definire).

Altre attività e incontri sono in fase di organizzazione nei prossimi mesi :)


Broken Mirror è un progetto realizzato con l’intelligenza artificiale che richiama visivamente l’estetica della fotografia documentaria classica. Attraverso una metafora, il lavoro racconta la dittatura nordcoreana e la propaganda che regola le vite dei cittadini, ma allo stesso tempo suggerisce una riflessione più ampia: l’elemento alieno che si insinua nella quotidianità delle persone, alterandone l’identità, la percezione di sé, le modalità di comunicazione e di relazione, può essere interpretato come rappresentazione della natura invasiva e controllante della tecnologia — una visione che interroga anche il nostro futuro.

Napoli Photo Festival /  by Filippo Venturi

Sabato 11 ottobre 2025 sarò al Napoli Photo Festival per un incontro in cui parlerò di Fotografia e Intelligenza Artificiale!

Il festival, oltre ad esporre il mio lavoro “Broken Mirror” (realizzato con l’intelligenza artificiale), offrirà tante mostre, incontri ed eventi interessanti legati al mondo della fotografia, sotto la direzione artistica di Luca Sorbo.

Questo il sito ufficiale del festival: https://napoliphotofestival.it
Questo il programma del festival: https://napoliphotofestival.it/programma


Mostre presso Parco San Laise Napoli Viale della Liberazione 117 edificio O
INGRESSO GRATUITO

Orari:
3 ottobre – inaugurazione ore 18
4-5 ottobre – 10-18
10 ottobre – 16-18
11-12 ottobre – 10-18

Talk al RiEvolution Fest /  by Filippo Venturi

Venerdì 27 giugno, alle ore 19.00, terrò un talk intitolato “Infrangere lo specchio. Attraverso il confine tra fotografia ed Intelligenza Artificiale (IA)” all’interno dell’evento RiEvolution Fest, a Mercato Saraceno!

Fotografia e intelligenza artificiale: dove si incontrano?
Un talk per esplorare come l’IA sta cambiando il nostro modo di vedere, raccontare e interpretare la realtà.
Con Filippo Venturi – fotografo pluripremiato e autore dell’anno FIAF 2025 – attraverseremo il confine tra immagine, tecnologia e percezione. Per chi vuole guardare oltre la superficie.

Link al profilo Instagram del Festival.

PROGRAMMA

RiEvolution Fest mette insieme la forza di più collettivi per creare, all'interno del Centro Storico di Mercato Saraceno, una dimensione nuova. Tra incontri, arte e balli si toccheranno vari punti di questa società in cambiamento, senza dimenticare il divertimento

VENERDÌ 27 GIUGNO

h 18 “Parliamo di Gaza” con Yousef Hamdouna, modera Paola Zonzini
h 19 “Infrangere lo specchio. Attraverso il confine tra fotografia ed Intelligenza Artificiale (IA)” di Filippo Venturi
h 18-20 Laboratori Creativi di Arte in Gioco: “Piccole mani... Grandi Scoperte”
h 20-23 Balli popolari della tradizione Italiana ed Europea a cura di “La Compagnia di Viva el Ball!”
h 20 Stand up comedy a cura di Collettivo Delicatissimi
h 21 Concerto live di ZeruZeru
h 22.30 Live di Tonino3000
h 00.00 VLKbirbona djset

SABATO 28 GIUGNO

dalle 17 Caimercati - Giochi di Strada. Giochi in legno di una volta per tutte e tutti
h 17 “Crisi Climatica: l’impegno civile per un futuro sostenibile” con Ci sarà un bel clima, Appello per l’appennino romagnolo,Fridays for Future FC, Foglia Tonda, APS una strada per nuvoleto.
h 18-19 “Oltre i Confini. La società civile alla prova dei Diritti Umani” Talk a cura di Mediterranea Saving Humans e Operazione Colomba
h 19 “Dici donna dici danno: in dialogo per un cambiamento culturale” Talk a cura di Collettivo Mica Macho, Collettivo Isterica Imola, Collettiva Monnalisa APS
h 19-20 “MOSAICO: frammenti di danze e culture del Mondo” a cura di Donne di Sabbia
h 19-21 Pittura dal vivo con Mary on Paint
h 20-21 Live di Chiara Cami
h 21-22 “Amore inizia per A e finisce per F” spettacolo teatrale a cura di MulinArte
h 21.30-22.30 Concerto Fabrizio Caveja
h 22.30 Live Giorginess
h 00.00 Collettivo Fluida dj set

Installazioni artistiche permanenti durante il festival:
• Pietro Mengozzi “Creative Liberty-Libertà Creativa”
• Elena Argenti “COSMORAMA”
• Mostra Sara Fagnoli
• Mostra Kira Karchencko

Mostre fotografiche:
• “Cartoline dalla crisi climatica" di Michele Lapini
•”Volti che disarmano” di Anna Arisi Mediterranea
• “Missioni di Mare e di Terra” a cura di Mediterranea Saving Humans
• “Immagini dai territori occupati” di Mediterranea with Palestine
• Installazione Promemoria Auschwitz a cura di Centro Pace Cesena
• Installazione a cura di Operazione Colomba

Yoga entrambi i pomeriggi dalle h 18.30 in Giardino retrobiblioteca
Stand cibo - Pro Locos e ristorante Ammentos

Broken Mirror al Wiesbadener Fototage (Wiesbaden Photo Days) /  by Filippo Venturi

Il mio lavoro Broken Mirror sarà esposto alla 13° edizione del Wiesbadener Fototage (Giornate della Fotografia di Wiesbaden), alla Kunsthaus Wiesbaden, in Germania, dal 23 agosto al 7 settembre 2025.

Broken Mirror è un progetto realizzato con l’intelligenza artificiale che richiama visivamente l’estetica della fotografia documentaria classica. Attraverso una metafora, il lavoro racconta la dittatura nordcoreana e la propaganda che regola le vite dei cittadini, ma allo stesso tempo suggerisce una riflessione più ampia: l’elemento alieno che si insinua nella quotidianità delle persone, alterandone l’identità, la percezione di sé, le modalità di comunicazione e di relazione, può essere interpretato come rappresentazione della natura invasiva e controllante della tecnologia — una visione che interroga anche il nostro futuro.

Il Wiesbadener Fototage è un festival dedicato alla fotografia artistica e documentaria contemporanea. Il tema di quest'anno, individuato dal direttore artistico Juergen Strasser, è "Futuro? Quale futuro?!"

Sito ufficiale del festival: https://wiesbadener-fototage.de/en/


Aggiornamento del 19/08/2025:
In allegato alcune fotografie che documentano il prezioso lavoro di allestimento realizzato dai curatori, insieme ai collaboratori e ai volontari, grazie ai quali il festival prende forma e diventa esperienza condivisa!


Qualche foto dell’allestimento, prima dell’inaugurazione:

Broken Mirror al MIA Photo Fair BNP Paribas /  by Filippo Venturi

Una immagine inedita di Broken Mirror

Sono felice di annunciare che il mio progetto "Broken Mirror" (realizzato con l'intelligenza artificiale), sarà esposto a Milano, al "MIA Photo Fair BNP Paribas", dal 20 al 23 Marzo 2025!
Sarà rappresentato dalla galleria Fabrik Projects di Los Angeles.

Sarà la 14° edizione della fiera, che si terrà presso Superstudio Più (via Tortona 27 a Milano). L'evento rappresenta un’importante piattaforma di dialogo tra diverse espressioni artistiche e culturali, presenti nel panorama internazionale della fotografia. Il tema scelto per questa edizione è “Dialoghi”, con lo scopo di esplorare le connessioni tra passato e presente, tecniche tradizionali e moderne, culture e linguaggi differenti.

La manifestazione vedrà la partecipazione di 77 gallerie, di cui 21 internazionali, e un totale di 114 espositori tra editori, istituzioni e progetti speciali. Info orari: dalle ore 11:00 alle ore 20:00. I biglietti sono disponibili anche online.

👉 Io sarò presente venerdì 21 marzo alle ore 15.00, per il talk “L’ambiguità del Visuale e l’affidabilità della fonte nella opera d’arte: AI e fotografia a confronto”, in cui dialogherò con Emanuela Mazzonis (curatrice della sezione "Reportage Beyond Reportage") e con Chris Davies (direttore della galleria Fabrik Projects).

Una immagine inedita di Broken Mirror

Una immagine inedita di Broken Mirror

Broken Mirror esposto al CSF Adams a Roma /  by Filippo Venturi

CSF Adams, il Centro Sperimentale di Fotografia di Roma, ha annunciato che, in collaborazione con Kromart gallery, ospiterà la mostra “Broken Mirror” di Filippo Venturi, che vinse la call for entry per Cosmo Photo Fest il Festival di Fotografia fra scienza e arte, curato da Gabriele Agostini, nella cittadina di Colleferro.

Per tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di visitare la mostra a Colleferro, una occasione unica per vedere da vicino il progetto vincitore, presso la sede del Centro Sperimentale di Fotografia Adams

BROKEN MIRROR, di Filippo Venturi
Mostra visitabile dal 17 Gennaio 2025 al 12 Febbraio 2025
presso il KormArt Gallery / Centro Sperimentale di Fotografia Adams
in Via Biagio Pallai n. 12 – Roma
dal Lunedì al Venerdì nell’orario 10–13 e 16–19.
Sabato su appuntamento. Domenica e festivi chiuso.
Telefono: 06 5344428 – Email: info@csfadams.it – Email Segreteria: segreteria@csfadams.it

IL VERNISSAGE SI TERRÀ VENERDÌ 17 GENNAIO 2025 ORE 18.30.

Link al sito ufficiale: www.csfadams.it/eventi/broken-mirror-filippo-venturi/


“BROKEN MIRROR”
Dal 2015 ad oggi, con la fotografia ho indagato la penisola coreana, esplorandone i fenomeni sociali e i risultati raggiunti attraverso lo sviluppo e la crescita economica, ma anche i conseguenti effetti collaterali sulla popolazione.

Broken Mirror è un lavoro artistico che utilizza il linguaggio documentaristico, in cui ho fuso la mia percezione della Corea del Nord con quella di un’intelligenza artificiale. Ho utilizzato il software Midjourney, a cui ho spiegato nel dettaglio il risultato che volevo ottenere, ripetendo l’operazione per centinaia di volte per ogni immagine, finché non ho ottenuto un risultato simile a quello che avevo immaginato.

Ho inserito nelle scene di vita quotidiana dei nordcoreani un elemento estraneo, sotto forma di insetti che assumono dimensioni sempre più grandi e invadenti, al punto che sembrano avere il controllo sulle persone. Infine, i nordcoreani stessi si trasformano in insetti, completando così il dominio subìto.

L’idea alla base di questo progetto si riferisce al mio lavoro di fotografo documentarista sulla Corea e alla mia passione per la fantascienza e gli scenari distopici; alla fotografia in bianco e nero dei grandi fotografi del passato, ma anche all’alterazione fisica del corpo tipica dei film di David Cronenberg. In un certo senso, ho attinto al mio personale database di immagini, video, riflessioni, suggestioni e paure, forse in maniera non troppo distante da quanto ha fatto l’intelligenza artificiale per assemblare le immagini che volevo, spesso inserendo elementi inaspettati sui quali io non avevo il controllo completo.

Broken Mirror è quindi il risultato di un compromesso tra me e l’intelligenza artificiale, dove l’eccezionalità della società nordcoreana, fortemente influenzata da uno dei regimi totalitari più duri al mondo, che isola di fatto il Paese e i suoi abitanti, è rappresentata attraverso l’inserimento di un elemento alieno, in una sorta di metamorfosi kafkiana.

A un secondo livello di lettura, questo elemento esterno, sotto forma di insetti, è metafora della natura invasiva e controllante della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella società in generale. L’uso del software Midjourney (attualmente alla versione 6) ha rappresentato la mia rinuncia al completo controllo sul risultato finale, poiché questa tecnologia spesso aggiunge elementi inaspettati e non sempre correggibili.

BIOGRAFIA
Filippo Venturi è un fotografo documentarista e un artista visivo, con base in Italia. Realizza progetti su storie e problematiche riguardanti l’identità e la condizione umana.
Ha documentato dittature totalitarie asiatiche, evidenziando col suo lavoro l’artificiosità con cui questi paesi si mostrano e narrano al mondo, e ha testimoniato le correnti neofasciste in Europa e i movimenti che, in risposta, si battono per il proteggere i diritti delle minoranze e la democrazia.
I suoi lavori sono stati pubblicati su magazine e quotidiani come National Geographic, The Washington Post, The Guardian, Financial Times, Vanity Fair, Marie Claire, Newsweek, Geo, Der Spiegel, Die Zeit, Stern, Internazionale, La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa.
Negli ultimi anni si è dedicato a un progetto sulla penisola coreana, che è stato premiato con il Sony World Photography Awards, il LensCulture Emerging Talent Awards, il Premio Il Reportage, il Premio Voglino e il Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad.
I suoi lavori sono stati esposti in musei e festival in Italia e all’estero: al Foro Boario di Modena come “Nuovo Talento” di Fondazione Fotografia Modena, al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, alla Somerset House di Londra, allo U Space di Pechino, alla Willy Brandt Haus di Berlino, al Sony Square di New York City, al Copenhagen Photo Festival, al Kaunas Photo Festival, al Voies Off Awards at Les Rencontres d’Arles, al Festival Photolux di Lucca, al SI Fest di Savignano sul Rubicone, al Riaperture Photofestival di Ferrara, al PhMuseum Days Photo Festival di Bologna e al Festival della Fotografia Etica di Lodi.
Lavora con i software generativi basati sull’intelligenza artificiale, realizzando lavori visivi risultati finalisti al PhMuseum Photography Grant e al Cortona On The Move Award e premiati al Kolga Tbilisi Photo Awards e al Fotografia Calabria Festival. È stato uno degli artisti selezionati dal Photo Vogue Festival 2023, evento in cui è anche relatore con un intervento intitolato “Broken Mirror. A dystopian guide to crossing the border”.

www.filippoventuri.photography