Il torneo di ping-pong Italia–Corea del Nord che nessuno ha visto / by Filippo Venturi

Il torneo di ping-pong Italia–Corea del Nord che nessuno ha visto

Di recente, parlando di ping-pong con amici, ho ripensato alle ultime, sporadiche volte che ci ho giocato. È così che mi è tornato in mente un mini-torneo di qualche anno fa, di cui non ho mai parlato a nessuno. Non per segretezza, ma perché, a pensarci bene, suona ancora oggi piuttosto assurdo.

Me lo ricordo bene perché quel giorno pensai che mai avrei immaginato che le interminabili ore passate da bambino a giocare a ping-pong, nella parrocchia di San Rocco di Cesena, mi sarebbero tornate utili oltre vent’anni dopo, a novemila chilometri di distanza, nel cuore della Corea del Nord.

Era la fine di maggio del 2017. Mi trovavo a Pyongyang per il secondo capitolo di un mio progetto fotografico. Credo fosse l’ultima sera prima della ripartenza per Pechino. Dopo cena eravamo allo Yanggakdo Hotel, dove alloggiavamo. Una delle nostre guide, Kim, 26 anni, propose a me e alla giornalista italiana che viaggiava con me, una partita a ping-pong. Ad affiancarlo c’era una giovane hostess dell’albergo, custode delle chiavi dei locali e, come avrei scoperto di lì a poco, giocatrice tutt’altro che improvvisata.

Era stato un viaggio impegnativo. Da quasi due settimane eravamo sorvegliati (di giorno dalle nostre guide, di notte dai microfoni in camera): senza internet, lontani da casa, impossibilitati a comunicare liberamente. L’unico contatto possibile con l’esterno era col telefono dell’hotel, dal quale sapevamo di essere ascoltati; io lo usavo solo per brevi telefonate rassicuranti a Elisa. Nel frattempo Trump minacciava un intervento militare contro la Corea del Nord e, nel caso fosse scoppiato un conflitto, qualunque occidentale presente nel Paese, noi compresi, si sarebbe probabilmente ritrovato ostaggio, da rilasciare chissà quando e in cambio di chissà cosa.

Il lavoro era finito e cominciavo a desiderare solo di tornare a casa, con il pensiero fisso alle possibili beffe dell’ultimo momento. È risaputo che solo al momento di imbarcarti sull'aereo per lasciare il paese, scopri se i nordcoreani hanno deciso di trattenerti, come scoprì al tempo il povero studente americano Otto Warmbier.

Alla fine accettammo la sfida. Seguimmo l’hostess nei sotterranei dell’albergo. Superate alcune stanze, ci ritrovammo in un’area svago con diversi tavoli da ping-pong. Iniziammo a scaldarci.

Il primo match fu tra me e la guida. Nonostante fossi arrugginito, Kim doveva aver trascurato questo sport nella sua giovinezza. Riuscii a vincere, pur commettendo diversi errori e qualche ingenuità. Ma sentivo di star ritrovando la mano rapidamente.

Nel secondo match, l’hostess batté senza troppe difficoltà la giornalista. Era chiaro che quella ragazza non si limitava a gestire spazi e accogliere ospiti. Con la racchetta sapeva esattamente cosa fare.

La finale mi vide quindi affrontare questa campionessa mascherata da assistente alberghiera. In Corea del Nord impari presto che i ruoli ufficiali raccontano solo una parte della storia.

Ormai ero entrato in modalità competizione e non potevo giocarmela con la tranquillità di chi sarebbe stato in grado di convivere con qualsiasi esito. I ricordi sono un po’ vaghi, ma la sfida fu combattuta e si decise al meglio delle tre. Là sotto la temperatura era piacevole, eppure iniziai a sudare. Non il sudore di chi ha caldo, ma quello di chi sente di starsi giocando tutto in una partita di ping-pong improvvisata. E forse c’era anche qualcos’altro.

L'hostess quella sera era sempre sorridente e piacevole, ma potevo scorgere in lei, di tanto in tanto, uno sguardo killer quando si preparava a colpire la pallina. Dopo una serie di scambi, riuscii a piazzare il punto vincente. Cercai di contenere l’esultanza, in fondo giocavo in trasferta. Ci riuscii solo in parte.

Subito dopo mi congedai, un po’ a malincuore e un po’ con urgenza. Raggiunsi la camera di corsa, giusto in tempo per sedermi in bagno. Qualcosa a cena doveva avermi fatto male... o forse ero stato vittima di un tentativo di avvelenamento pre-torneo (scherzo, credo).

Ero lì, sudato, dolorante, ma al tempo stesso contento di aver vinto la partita di ping-pong più importante della mia vita. E intanto mi domandavo se qualcuno, forse la hostess, mi stesse osservando da dietro l'enorme specchio affisso sulla parete opposta.