Armi

Sicurezza e Democrazia by Filippo Venturi

La questione del riarmo europeo è un tema estremamente complesso e stratificato. Di sicuro è inadatto a essere liquidato con slogan come “UE guerrafondaia” o “Von der Leyen pazza”.

Per oltre 70 anni, una larga parte dell’Europa ha goduto di una pace senza precedenti. Dal 1945 a oggi la guerra non ha più toccato il territorio degli Stati dell’Europa occidentale, il che è un risultato straordinario se si considera la storia del continente. Questo lungo periodo di stabilità è stato possibile grazie a una combinazione di fattori. L’integrazione economica, lo sviluppo del mercato comune, la progressiva interdipendenza industriale e commerciale, ma soprattutto la scelta politica di ragionare come alleati e non più come rivali.

Un elemento strutturale è stato il ruolo degli Stati Uniti nella difesa del continente. I paesi europei hanno delegato una parte sostanziale della propria sicurezza agli USA (anche tramite la NATO), i quali hanno garantito un “ombrello di sicurezza” che ha consentito agli Stati europei di ridurre la spesa militare, investendo invece nello sviluppo economico, nel welfare state, nella sanità pubblica e nei diritti sociali.

Questo equilibrio prevedeva però anche una forma di subordinazione soft, cioè una dipendenza strategica consapevole e consensuale, in cui Washington assumeva il ruolo di alleato dominante, una sorta di fratello maggiore benevolo ma pur sempre con l'ultima parola. Una relazione che Donald Trump ha progressivamente trasformato in un rapporto più ricattatorio, simile a quello di un genitore severo e minaccioso.

Alcune dichiarazioni recenti suggeriscono che Trump e Putin condividano l'interesse a un indebolimento dell'UE. Può essere che i due stiano perseguendo questo scopo per puro senso di giustizia e per generosità? O forse è utile a entrambi una UE decaduta e frammentata in 27 paesi più deboli sotto ogni punto di vista, che dovrebbero per forza cercare riparo sotto l'ala egemonica statunitense o russa o cinese?

Il nodo politico fondamentale, oggi, è quindi comprendere se l’Unione Europea desideri davvero diventare una potenza fra le potenze, capace non solo di produrre ricchezza e norme, ma anche di garantire la propria sicurezza. Questo include inevitabilmente interrogarsi su un rafforzamento della difesa comune e, nel lungo periodo, sulla creazione di un vero e proprio esercito europeo, dotato di capacità di deterrenza credibile.

Altrimenti, l’Europa continuerà a essere l’unica grande area del mondo a difendersi con le sole buone intenzioni e con la diplomazia. Ma la realtà geopolitica attuale, con guerre alle porte dell’UE, un sistema internazionale sempre più instabile e potenze revisioniste in piena espansione, suggerisce che questo approccio non sia più sostenibile (e quando lo era, vedeva comunque il braccio armato americano sullo sfondo).

L’aspetto forse più delicato riguarda però il costo della democrazia. Mantenere società pluraliste, garantire diritti sociali e civili, sostenere sistemi sanitari pubblici funzionanti, investire in istruzione, ricerca, trasparenza e stato di diritto richiede risorse ingenti. Le dittature, al contrario, possono risparmiare tagliando tutto ciò che rende una società vivibile ma non di qualità.

L’augurio, e la sfida politica più grande, è che l’Unione Europea scelga di rafforzare la propria sicurezza senza scivolare nella logica competitiva delle autocrazie. Che non rinunci ai propri valori, ai diritti dei cittadini, ai servizi pubblici o al proprio modello sociale per stare al passo con chi basa il proprio potere sulla repressione anziché sul consenso.

[L'immagine è tratta dal mio lavoro "Broken Mirror", realizzato con l'intelligenza artificiale]

Il Signore degli Algoritmi by Filippo Venturi

[Una immagine dal mio lavoro “Broken Mirror”, realizzato con Intelligenza Artificiale]

Il Signore degli Algoritmi

Sorvegliare, prevedere, colpire: il futuro plasmato dalle grandi aziende tecnologiche

A maggio, nei giorni in cui lavoravo all’articolo sull’80° anniversario del lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (uscito su FotoIT a novembre), mi è capitato di sentire il confronto avvenuto fra Alex Karp, CEO di Palantir Technologies, e una attivista pro-Palestina che lo aveva interrotto durante un intervento all’Hill and Valley Forum, un evento dedicato alla politica tecnologica.

Palantir Technologies è un’azienda statunitense specializzata nell'analisi dei big data (enormi quantità di dati, strutturati e non, così numerosi, vari e complessi da non poter essere gestiti con strumenti tradizionali) e nello sviluppo di sistemi basati sull’intelligenza artificiale (IA). L’azienda è storicamente legata ai governi americani che si sono susseguiti negli ultimi decenni e all’esercito. Fra gli scopi più controversi attribuiti all’azienda ci sarebbe l’uso dei big data, dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie per la sorveglianza per predire i crimini e chi li compirà. Uno scenario che ricorda il film “Minority Report” di Steven Spielberg e, prima ancora, il romanzo “Rapporto di minoranza” di Philip K. Dick.

Il nome dell'azienda deriva dai Palantir, chiamati anche Pietre Veggenti, manufatti dell'universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien. I Palantir, la cui traduzione è "Coloro che sorvegliano da lontano", sono sfere di cristallo che permettono a chi ne osserva una di vedere e comunicare, anche a grande distanza, con chiunque stia a sua volta osservandone un altro Palantir. L’azienda ha adottato questo nome perché intende offrire ai suoi clienti strumenti capaci di osservare e mettere in luce pattern invisibili dentro enormi masse di dati.

Nel report pubblicato il 30 giugno 2025 intitolato “From economy of occupation to economy of genocide”, la relatrice ONU Francesca Albanese accusa una quarantina di aziende — tra cui Palantir Technologies — di avere «fornito tecnologia di polizia predittiva automatizzata, infrastrutture di difesa per la rapida implementazione di software militari e piattaforme di IA per decisioni automatizzate sul campo di battaglia» alle Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Tornando al confronto, la parte più interessante è la seguente:
«La vostra tecnologia uccide i palestinesi» ha urlato la manifestante.
«Per lo più terroristi, è vero», ha risposto Karp (non esistono dati univoci, le stime indicano però che tra il 60% e l’80% delle vittime complessive sono civili). 
[…]
«La più ovvia soluzione alla guerra [in Palestina] è che l’Occidente abbia le armi più forti, precise e letali possibili, così da poter ridurre al minimo le morti non necessarie, e il modo migliore per ridurre quelle morti è essere così forti da non essere attaccati. È proprio così che si fa!», ha concluso Karp.

Per il CEO di Palantir Technologies, quindi, l’unica via per preservare la pace passa attraverso il consolidamento di una superiorità tecnologico-militare schiacciante, resa possibile da sistemi d’arma sempre più autonomi, sempre più intelligenti, sempre più veloci nell’individuare un obiettivo e nel colpirlo. Questa idea che “per avere la pace bisogna essere i più forti” non è nuova. È la stessa logica che ha alimentato, oltre ottant’anni fa, la corsa alla bomba atomica.

Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti investirono nel Progetto Manhattan somme imponenti per anticipare le ricerche della Germania. In questi anni una dinamica simile sembra ripetersi con l’intelligenza artificiale, in una corsa contro la Cina. Le grandi potenze — e con loro le aziende tecnologiche private che operano a stretto contatto con i governi — stanno riversando capitali colossali nello sviluppo di algoritmi capaci di orientare il campo di battaglia.

Il costo totale del Progetto Manhattan, dal 1942 al 1946, fu di circa 2 miliardi di dollari dell’epoca. A seconda del metodo di aggiustamento per l’inflazione, questa cifra viene spesso tradotta in circa 30–50 miliardi di dollari attuali. Il grosso del costo fu assorbito dalle infrastrutture, come gli impianti per l’arricchimento dell’uranio a Oak Ridge, i reattori a Hanford e il centro di ricerca a Los Alamos.

Secondo il Stanford Institute for Human‑Centered AI (HAI), la spesa federale americana per contratti legati all’IA è cresciuta da circa 3,2 miliardi di dollari (2022) a 3,3 miliardi di dollari (2023), ma a questa vanno aggiunti i costi sostenuti dalle Big Tech private, sempre più legate e dipendenti all’Amministrazione di Donald Trump, e che si stima investiranno fra i 300 e i 400 miliardi di dollari solo quest’anno.

Secondo una stima pubblicata dalla società Gartner nel 2025, la spesa globale per l’intelligenza artificiale (infrastruttura, software, servizi, hardware) è stimato che possa raggiungere circa 1,5 trilioni di dollari entro la fine dell’anno.

Allora si correva per costruire l’arma definitiva, quella che avrebbe garantito supremazia e deterrenza. Oggi la competizione riguarda sistemi di intelligenza artificiale capaci di sostenere nuove generazioni di armamenti autonomi, più efficaci e letali. Questa potrebbe essere anche una delle ragioni per cui quantità enormi di investimenti stanno affluendo verso aziende tecnologiche che, in realtà, continuano a registrare perdite significative o utili irrisori. Come nel 1945 il valore non risiede nei profitti immediati, ma nel vantaggio strategico e della promessa di un’egemonia futura.

Nei giorni scorsi Trump ha ribadito, con il lancio della Genesis Mission, definita dalla Casa Bianca come «il più grande motore della scoperta scientifica americana dai tempi del programma Apollo», la centralità dello sviluppo e implementazione dell’intelligenza artificiale nel sistema americano, nelle tecnologie e nelle ricerche future.

Il fatto che Palantir Technologies e altre compagnie tecnologiche siano tra le più vicine alle istituzioni politiche e militari non sembra più un dettaglio tecnico, ma un tratto distintivo di una nuova fase geopolitica. Una fase in cui tecnologia e guerra tornano a sovrapporsi, e in cui l’intelligenza artificiale rischia di diventare ciò che la bomba atomica è stata per il Novecento, cioè l’oggetto di una corsa che nessuno può permettersi di perdere, anche a costo di ignorare del tutto le conseguenze etiche e umanitarie.

E il giorno in cui questo risultato sarà raggiunto, servirà una dimostrazione di forza, che ci ricorderà nuovamente cosa accade quando la scienza e il potere si alleano senza limiti etici.