Ritratto

Please don’t smile by Filippo Venturi

Sul Non Sorridere in Fotografia

Quando realizzo un ritratto ambientato, soprattutto in ambito giornalistico, dove il tempo è spesso limitato, c'è una frase che ripeto quasi sempre: «Per favore, non sorridere».

Non perché consideri il sorriso un errore o un tabù fotografico. Semplicemente, è la risposta più immediata alla presenza della macchina fotografica. Appena ci accorgiamo di essere osservati, tendiamo tutti a mettere in scena una versione controllata di noi stessi, a nasconderci dietro uno scudo. Il sorriso è spesso parte di questo automatismo.

Chiedere a qualcuno di non sorridere serve a interrompere quel riflesso condizionato. Non per ottenere un'espressione più seria, ma per lasciare spazio a qualcosa di meno prevedibile. Uno sguardo concentrato, distratto, curioso o semplicemente neutro offre a chi osserva una maggiore libertà di interpretazione e, spesso, racconta di più della persona ritratta.

Non è un approccio nuovo. Gran parte della fotografia contemporanea ha lavorato proprio sulla sospensione delle convenzioni legate al ritratto. Se c'è un'autrice che ha fatto di questo principio uno degli elementi centrali della propria ricerca, è la fotografa olandese Rineke Dijkstra.

Nei suoi celebri ritratti di adolescenti sulle spiagge, di madri poche ore dopo il parto o di toreri appena usciti dall'arena, Dijkstra cerca il momento in cui il soggetto non riesce più a sostenere una rappresentazione di sé. La stanchezza, l'emozione o il semplice trascorrere del tempo davanti alla fotocamera consumano progressivamente la posa. Quello che rimane è un'espressione sospesa, difficile da definire, che costituisce il nucleo più interessante delle sue immagini.

Nel mio lavoro applico questo principio soprattutto all'espressione del volto, intervenendo il meno possibile sulla postura o sulla gestualità. Trovo che il corpo, quando viene lasciato libero di occupare lo spazio secondo le proprie abitudini, riveli molto del carattere di una persona. C'è chi si siede in modo composto, chi si espande, chi cerca un punto d'appoggio, chi mantiene una certa distanza. Sono dettagli che contribuiscono alla costruzione del ritratto quanto l'espressione del viso.

È anche un terreno sul quale emergono differenze culturali interessanti. Negli Stati Uniti, ad esempio, mi è capitato spesso di fotografare persone molto disinvolte davanti all'obiettivo, con posture aperte e una naturale propensione a occupare lo spazio. In Corea del Sud, al contrario, ho incontrato più frequentemente atteggiamenti misurati e posture controllate, segnate da una diversa percezione del proprio ruolo all'interno dell'immagine e della società.

Per questo, quando il tempo è poco, preferisco limitare le indicazioni a un'unica richiesta: non sorridere. Ogni istruzione aggiuntiva rischia di trasformare il ritratto in una piccola performance. Al contrario, lasciando che il corpo trovi da sé il proprio equilibrio nello spazio, aumentano le possibilità che emergano dettagli inattesi, autentici e quindi interessanti.

L'obiettivo di un ritratto ambientato non è ottenere un volto serio o austero. Si tratta piuttosto di ridurre al minimo i comportamenti e convenzioni che associamo automaticamente all'essere fotografati, creando uno spazio in cui la persona reale possa dialogare liberamente con me e con l’ambiente che la circonda.


On Not Smiling in Photographs

When I make an environmental portrait, particularly in a journalistic context where time is often limited, there is one phrase I almost always repeat: “Please don’t smile.”

Not because I consider smiling a mistake or a photographic taboo. Quite simply, it is the most immediate response to the presence of a camera. As soon as we become aware of being observed, we all tend to perform a controlled version of ourselves, to hide behind a shield. A smile is often part of this automatic reaction.

Asking someone not to smile is a way of interrupting that conditioned reflex. Not in order to obtain a more serious expression, but to create space for something less predictable. A focused, distracted, curious, or simply neutral gaze offers the viewer greater freedom of interpretation and often reveals more about the person being portrayed.

This is not a new approach. Much of contemporary photography has worked precisely by suspending the conventions traditionally associated with portraiture. If there is one photographer who has made this principle central to her practice, it is the Dutch photographer Rineke Dijkstra.

In her celebrated portraits of adolescents on beaches, mothers photographed just hours after giving birth, or bullfighters emerging from the arena, Dijkstra seeks the moment when the subject can no longer sustain a self-conscious representation of themselves. Fatigue, emotion, or simply the passage of time in front of the camera gradually erodes the pose. What remains is an expression suspended between states, difficult to define, and it is this ambiguity that forms the most compelling core of her images.

In my own work, I apply this principle primarily to facial expression, intervening as little as possible in posture or gesture. I find that the body, when left free to occupy space according to its own habits, reveals a great deal about a person's character. Some people sit in a composed manner; others spread out. Some seek a point of support, while others maintain a certain distance. These are details that contribute to the construction of a portrait just as much as the expression on the face.

It is also an area in which interesting cultural differences emerge. In the United States, for example, I have often photographed people who appear very comfortable in front of the lens, adopting open postures and displaying a natural tendency to occupy space. In South Korea, by contrast, I have more frequently encountered measured attitudes and controlled postures, shaped by a different perception of one's role within the image and within society.

For this reason, when time is short, I prefer to limit my directions to a single request: don’t smile. Every additional instruction risks turning the portrait into a small performance. By contrast, allowing the body to find its own balance within the space increases the likelihood that unexpected, authentic, and therefore interesting details will emerge.

The aim of an environmental portrait is not to obtain a serious or austere face. Rather, it is to minimise the behaviours and conventions we automatically associate with being photographed, creating a space in which the real person can engage freely with me and with the environment that surrounds them.

L'elefante nella stanza a specchi. Dov'è la fotografia? by Filippo Venturi

L'ELEFANTE NELLA STANZA A SPECCHI.
Dov'è la fotografia?

Ieri ho avuto l'onore e il piacere di partecipare all'inaugurazione della 20ª mostra dei Musei di San Domenico di Forlì, intitolata "Il ritratto dell'artista. Nello specchio di Narciso. Il volto, la maschera, il selfie".

In questi venti anni, l'offerta culturale dei Musei di San Domenico ha avuto un impatto significativo per la città e il territorio regionale e non solo, di cui anche io ho ampiamente beneficiato, a livello personale e artistico.

Tuttavia, c'era un "elefante nella stanza" che mi è sembrato così evidente da farmi pensare che fosse una decisione premeditata. Per questo, ho chiesto informazioni ad alcuni esperti del settore, che hanno visto da vicino la nascita di questa mostra, e ho capito che non si trattava di una scelta precisa.

Nell'ultima sala, dedicata alle opere più contemporanee e vicine alla fotografia, sono esposte due fotografie della performance "Ecstasy" di Marina Abramović, il video "Self Portrait. Submerged" di Bill Viola, e quella che sembra essere l'unica fotografia nata come tale: "Autoritratto" di Chuck Close, artista noto soprattutto come pittore iperrealista.

Manca la fotografia, quindi.

In una mostra che, fin dal titolo, esplora il tema dell'autoritratto e del selfie (termine che deriva da self-portrait photograph, autoritratto fotografico, caratterizzato dalla finalità di essere condiviso online), l'assenza della fotografia è sorprendente.

Gli unici "selfie" visibili erano quelli che si scattavano i visitatori, invitati a farlo dagli specchi, previsti nell'allestimento, e dalle superfici riflettenti, come quelle della Sala Ebe, dove la scultura di Canova (installazione permanente) è circondata da pannelli a specchio, creando un effetto visivo notevole.

Mentre, anche io, mi scattavo un selfie, ho avvertito ancora di più l'assenza della fotografia.

Tornerò sicuramente a visitare la mostra, con una guida, per comprendere meglio le opere esposte e trarre comunque insegnamenti e ispirazione. Tuttavia, mi rammarica constatare che, ancora una volta, la fotografia venga esclusa dal dialogo con le altre forme artistiche.

Pubblicazione su Vanity Fair by Filippo Venturi

Su Vanity Fair Italia (cartaceo e online) è uscito il mio reportage fotografico sulle famiglie ucraine che hanno trovato rifugio in Italia!

L'articolo è di Alessia Arcolaci, photeditor Alice Crose.

Intervista a Steve McCurry per FotoIT by Filippo Venturi

Sulla rivista FOTOIT di novembre una mia intervista a Steve McCurry in occasione dell’inaugurazione della sua mostra “Cibo” a Forlì, corredata da un paio di miei ritratti al fotografo statunitense :)

Riprese video e fotografie di backstage del prezioso Andrea Bonavita!
Sito ufficiale: www.fotoit.it

Un improbabile ritratto di famiglia by Filippo Venturi

Una famiglia aspetta di essere fotografata su un green screen a cui verrà aggiunto un paesaggio marino, all’Acquario della città portuale Busan (nella punta sud-est della Penisola). Dalla serie Made in Korea. © Filippo Venturi.

Una famiglia aspetta di essere fotografata su un green screen a cui verrà aggiunto un paesaggio marino, all’Acquario della città portuale Busan (nella punta sud-est della Penisola). Dalla serie Made in Korea. © Filippo Venturi.

Su FPmag ho scoperto una interessante analisi di una mia fotografia dal progetto “Made in Korea”, che riporto di seguito (l’articolo originale è consultabile a questo link):

Quello di Filippo Venturi sulla Corea è un progetto fotografico che ha riscosso notevole successo internazionale. La visione che le sue immagini sottendono è quella di un paese in bilico tra la consapevolezza del proprio passato e della propria cultura e l'infiltrazione sempre più pesante di abitudini culturali mutuate dall'estero. Tra le immagini più significative questa, carica di grottesca inquietudine, che vede raffigurata una famigliola in posa davanti a uno schermo verde. Ci avverte la didascalia dell'autore che sono in posa per una foto ricordo che verrà postprodotta introducendo un fondale marino.

Siamo nell'acquario della città di Busan, dove vengono realizzati dei ritratti utilizzando la tecnica del chroma key che permetterà di inserire i soggetti raffigurati su uno sfondo in genere alquanto improbabile.

Si tratta evidentemente di una pratica più ludica che fotografica, e proprio questo scatena una discrasia emotiva e interpretativa. Se osserviamo le espressioni dei soggetti con più attenzione, possiamo notare (clicca su ⊕) come le espressioni dei due adulti siano particolarmente partecipi nel fissare il vuoto in un punto fuori campo. Meno convinti appaiono i due più piccoli, i cui volti denunciano perplessità mista a un discreto livello di mal celata sopportazione. Anche loro hanno lo sguardo fisso nel vuoto. Un vuoto che fa da contrappunto al vuoto sullo sfondo.

La decontestualizzazione operata da Filippo Venturi in ripresa, con l'uso di un'inquadratura finestra, rende tutto surreale e, se si ha un minimo di coscienza di sé, anche un po' angoscioso. Una famiglia si sottopone a un rito del consumismo moderno al termine del quale il prodotto sarà un'improbabile e posticcia rappresentazione dei suoi membri cui sarà affidata la teoria di quel giorno.

Nella civiltà contemporanea l'uso dell'immagine fotografica come tramite della memoria, ancorché sempre più instabile e volatile nel suo impiego social, è di determinante importanza. Ma, sembra volerci chiedere l'autore, affidandoci ad immagini artificiose e per buona parte artificiali, quale sarà la memoria che potremo conservare? E se attraverso l'immagine di sé passa anche la coscienza degli individui, cosa ci aspetta in futuro?

Fonte: www.fpmagazine.eu