New York Times

La difficoltà di riconoscere il vero e il rifugio nella compatibilità /  by Filippo Venturi

[Immagine generata con IA, dal progetto “Broken Mirror” @ Filippo Venturi]

La fine della contraddizione?

La difficoltà di riconoscere il vero e il rifugio nella compatibilità

In un lungo articolo del New York Times, intitolato “The World’s Leading Deepfake Expert No Longer Trusts His Own Eyes”, Hany Farid, uno dei maggiori esperti mondiali di digital forensics e deepfake, racconta di essere arrivato a un punto in cui non si fida più dei propri occhi. Dopo oltre vent’anni trascorsi a distinguere immagini autentiche da manipolazioni, ora si trova ad analizzare quotidianamente fotografie, video e registrazioni audio generate dall’intelligenza artificiale sempre più difficili da riconoscere, tanto che anche i contenuti reali richiedono verifiche complesse prima di poter essere considerati attendibili. Sempre più spesso non è possibile ottenere una risposta definitiva su ciò che guardiamo.

Questa incertezza è entrata perfino nella sua vita privata. Dopo che qualcuno ha clonato la sua voce con l’IA e falsificato il suo numero di telefono per cercare di ottenere informazioni riservate da un suo collega, Farid e sua moglie hanno stabilito una parola d’ordine da utilizzare nelle telefonate più delicate per verificare reciprocamente la propria identità. Questo scenario lo ha infine spinto ad allontanarsi dalla Silicon Valley e a trasferirsi in una fattoria nei boschi del Vermont, alla ricerca di una dimensione più concreta e meno mediata dagli schermi.

Una sensazione analoga mi accompagna sempre più spesso nelle mie verifiche, soprattutto quando si parla di fotografie (o presunte tali) legate al mondo dell’informazione. È noto che la disinformazione abbia spesso il vantaggio della velocità, capillarità e semplicità, mentre verificare richiede tempo, fonti e competenze e l’eventuale smentita raggiungerà poche persone. Resta comunque una missione necessaria, per quanto insufficiente senza una regolamentazione dall'alto.

Da bambini il mondo ci entra dagli occhi senza chiedere permesso. Quello che vediamo o pensiamo di vedere, esiste. Il mostro sotto il letto, il mago in televisione, l’eroe che vola sullo schermo. Crescendo impariamo lentamente che le immagini possono ingannare, che esistono trucchi, montaggi, finzioni. È una forma di educazione dello sguardo. Perdiamo l’innocenza, ma in cambio acquistiamo strumenti.

In un futuro prossimo, probabilmente, torneremo in una condizione infantile, ma rovesciata: non crederemo a ciò che vediamo. Dopo aver imparato per tutta la vita a distinguere la realtà dalla finzione, ci troviamo davanti a uno scenario di dubbio perpetuo.

Per quasi due secoli la fotografia ha costruito gran parte della propria forza sulla relazione fisica con ciò che si trovava davanti all’obiettivo. Poteva mentire, naturalmente. Poteva essere manipolata, costruita, selezionata, decontestualizzata. Ma qualcosa, davanti alla macchina fotografica, era stato necessario. La fotografia poteva deformare il reale, ma non prescindere completamente da esso.

E per quanto ci sia chi abbia cercato di demolire completamente la credibilità della fotografia, difficilmente rinunceremmo alle nostre foto di famiglia solo perché mostrano un frammento, un istante parziale o una versione incompleta del nostro rapporto con un genitore, un parente o un amico. Sappiamo che non raccontano tutto, ma continuiamo a riconoscere in esse una traccia di qualcosa che è realmente accaduto. La loro parzialità non annulla il loro valore di testimonianza.

La consapevolezza che il nostro impegno non sia più sufficiente (se mai lo è stato) per scegliere a cosa credere, anche dopo verifiche e approfondimenti, introduce una forma di impotenza nuova. La nostra necessità di adattamento, ci spingerà a trovare un compromesso e questo compromesso, probabilmente, consisterà nel non credere più a nulla. O forse, più plausibilmente, a credere a ciò di cui siamo già convinti. A quel punto il criterio non sarà più la verità, ma la compatibilità.

Accetteremo più facilmente ciò che conferma il nostro sistema di convinzioni e respingeremo ciò che lo mette in crisi. In questo senso, l’intelligenza artificiale non introdurrebbe un meccanismo nuovo, ma amplificherebbe qualcosa che i social network hanno già reso evidente ovvero la tendenza a vivere all’interno di bolle informative, a selezionare le conferme e a evitare ciò che produce dissonanza.

Il rischio più subdolo è quello di perdere progressivamente la disponibilità a lasciarci contraddire dalle immagini.


The End of Contradiction?

The difficulty of recognising truth, and the refuge of compatibility

In a long New York Times article entitled “The World’s Leading Deepfake Expert No Longer Trusts His Own Eyes”, Hany Farid, one of the world’s leading experts in digital forensics and deepfakes, describes having reached the point where he no longer trusts his own eyes. After more than twenty years spent distinguishing authentic images from manipulated ones, he now finds himself analysing photographs, videos and audio recordings generated by artificial intelligence on a daily basis, increasingly difficult to identify as such. Even genuine content now requires complex verification before it can be regarded as reliable. More and more often, it is impossible to arrive at a definitive answer about what we are looking at.

This uncertainty has even entered his private life. After someone cloned his voice using AI and spoofed his telephone number in an attempt to obtain confidential information from one of his colleagues, Farid and his wife agreed on a safe word to use during sensitive phone calls in order to verify each other’s identity. This situation ultimately led him to move away from Silicon Valley and settle on a farm in the woods of Vermont, in search of a more tangible existence, less mediated by screens.

I increasingly experience a similar feeling in my own verification work, particularly when dealing with photographs — or supposed photographs — connected to the news. Disinformation often has the advantage of speed, reach and simplicity, whereas verification requires time, sources and expertise, and any subsequent correction will reach only a fraction of those who encountered the original claim. It nevertheless remains a necessary task, however insufficient it may be without regulation at a systemic level.

As children, the world enters through our eyes without asking permission. What we see, or believe we see, exists. The monster under the bed, the magician on television, the hero flying across the screen. As we grow older, we gradually learn that images can deceive us, that tricks, editing and fiction exist. It is a form of visual education. We lose our innocence, but in exchange we acquire tools.

In the near future, perhaps, we will return to a kind of childhood condition, but in reverse: we will no longer believe what we see. After spending our entire lives learning to distinguish reality from fiction, we now find ourselves facing a state of perpetual doubt.

For almost two centuries, photography has derived much of its power from its physical relationship with whatever stood in front of the lens. It could lie, of course. It could be manipulated, constructed, selected or taken out of context. But something had to have been there, in front of the camera. Photography could distort reality, but it could not dispense with it altogether.

And however much some have sought to dismantle photography’s credibility entirely, few of us would be willing to give up our family photographs simply because they show only a fragment, a partial moment or an incomplete version of our relationship with a parent, relative or friend. We know they do not tell the whole story, but we continue to recognise in them a trace of something that really happened. Their partial nature does not erase their value as testimony.

The realisation that our own efforts are no longer sufficient — if they ever were — to determine what to believe, even after verification and careful investigation, introduces a new form of powerlessness. Our need to adapt will push us towards some kind of compromise, and that compromise will probably consist in no longer believing anything at all. Or perhaps, more plausibly, in believing what we are already convinced of. At that point, the criterion will no longer be truth, but compatibility.

We will more readily accept what confirms our existing system of beliefs and reject what challenges it. In this sense, artificial intelligence would not introduce an entirely new mechanism, but rather amplify something that social networks have already made apparent: the tendency to live within information bubbles, to select confirmation and to avoid whatever produces dissonance.

The more insidious risk is that we gradually lose our willingness to allow images to contradict us.

Mar-a-Lago /  by Filippo Venturi

Tina Davis aveva 14 anni quando è stata reclutata assieme ad altre 8-9 ragazze per un party a Mar-a-Lago, e le è stato detto “vestiti sexy”. Secondo la madre Sandra Coleman, che l’ha accompagnata, tutte erano molto giovani, a momenti non avevano neanche bisogno del reggiseno.

Quando sono arrivati a Mar-a-Lago a Tina è stato subito dato un bicchiere di champagne. La madre gliel’ha tolto di mano, ma i camerieri continuavano ad offrire. Uomini di mezza età si avvicinano di continuo a Tina, e la madre rispondeva “Buongiorno, sono sua madre.”

Durante una fermata al bagno hanno incrociato Marla Maples, che aveva sposato Trump l’anno prima e che avevano già conosciuto durante il party. Coleman dice che Maples l’ha presa per mano, l’ha guardata negli occhi, e ha detto “Fai tutto il possibile per impedire che quegli uomini si avvicinino a tua figlia, mio marito soprattutto. Proteggila.”

(fonte: The New York Times)

Le dinamiche del potere tendono a ripetersi con regolarità. Uomini ricchi si rivelano consumati dal bisogno di confermare la propria supremazia attraverso il dominio sessuale su ragazze giovanissime, ancora prive di quel carattere e di quella autonomia che rendono le donne adulte meno facili da sottomettere o comunque non completamente annullabili come persone. Il potere sembra quindi desiderare vittime disarmate per compiersi nella sua interezza.

In questo scenario, c’è una figura enigmatica che regolarmente ritorna: quella della moglie che sa.

Spesso anche lei una vittima, ma da tempo non più centrale, a volte giungendo a una convivenza arida e formale, che vive nel palazzo, accanto al mostro, e ne conosce la forma reale.

Marla Maples e Veronica Lario probabilmente un tempo furono attratte dal potere, dalla ricchezza e dal carisma di un uomo e solo in un secondo momento ne hanno scoperto la componente predatoria.

La Lario parlò delle “vergini offerte al drago”, nominando ciò che tutti vedevano ma nessuno voleva riconoscere come tale. Non lo fece per distruggere il sistema (cosa che chi vive dentro il palazzo raramente sceglie di fare) ma per incrinarne il mito. La Maples cercò invece di salvare una ragazzina di 14 anni ormai giunta nella tana del mostro, ma chissà quante altre volte è rimasta in silenzio, osservando il rito compiersi.

Queste donne stanno sul confine tra complicità e resistenza, tra protezione e impotenza, forse in cerca di una redenzione, a volte tardiva e parziale, senza però compiere il passo decisivo.

Questa esitazione, con la complicità della corte intera, consente al mostro di sopravvivere a lungo.

La missione fallita in Corea del Nord /  by Filippo Venturi

Un pescatore cinese sul fiume Yalu, che segna il confine tra Dandong (Cina) e Sinuiju (Corea del Nord). La foto è solo a scopo illustrativo e non ha legami con la missione descritta nell’articolo. @Filippo Venturi /// A Chinese fisherman on the Yalu River, which marks the border between Dandong (China) and Sinuiju (North Korea). The photo is for illustrative purposes only and is not related to the mission described in the article. @Filippo Venturi

(english below)

Il New York Times ha pubblicato un articolo su una missione segreta fallita degli Stati Uniti in Corea del Nord nel 2019.

Nel 2019 l’unità SEAL Team 6 – Red Squadron (la stessa che aveva ucciso Osama bin Laden) ricevette l’ordine di svolgere una missione segreta in Corea del Nord. L’obiettivo era installare un dispositivo elettronico capace di intercettare le comunicazioni del leader nordcoreano Kim Jong-un, in un momento delicato di colloqui con Donald Trump (al suo primo mandato come Presidente USA).

L’incarico affidato ai SEAL era pensato per colmare un punto cieco strategico. Per anni, le agenzie di intelligence statunitensi avevano trovato quasi impossibile reclutare fonti umane e intercettare comunicazioni in Corea del Nord.

Il compito consisteva nell’avvicinarsi alla Corea del Nord con un sottomarino nucleare, tenendosi in acque internazionali, per poi utilizzare dei mini-sottomarini per arrivare a riva. Tuttavia, una serie di errori operativi e circostanze impreviste portarono al fallimento della missione:

  • Un mini-sottomarino si posizionò male sul fondale, costringendo a manovre aggiuntive e a movimenti in acqua che potevano essere notati;

  • I SEAL, convinti di trovarsi soli, non si accorsero subito di una piccola barca di pescatori nordcoreani;

  • I rumori e le luci del mini-sottomarini probabilmente attirarono l’attenzione dei pescatori.

I SEAL si trovarono davanti a una decisione critica e con il comandante a chilometri di distanza, sul sottomarino. Per limitare il rischio di essere notati avevano rinunciato ai droni (facilmente rilevabili) e si erano imposti un blackout delle comunicazioni, ma senza questi vantaggi tecnologici, su cui i SEAL normalmente contavano, erano impreparati sul da farsi.

La barca di pescatori si avvicinò e, temendo di essere scoperti, i SEAL aprirono il fuoco, uccidendo tutti i presenti. Solo dopo capirono che si trattavano di civili in immersione per la pesca di molluschi.

A quel punto la missione fu annulata: il dispositivo non venne impiantato e il sottomarino madre dovette rischiare avvicinandosi alla costa per recuperare i militari. Immediatamente dopo, i satelliti spia americani rilevarono una impennata dell’attività militare nordcoreana nell’area. La Corea del Nord non fece alcuna dichiarazione pubblica sulle morti, e i funzionari statunitensi dissero che non era chiaro se i nordcoreani fossero mai riusciti a ricostruire cosa fosse accaduto e chi fosse stato il responsabile.

L’operazione non fu mai comunicata al Congresso (violando probabilmente la legge), ed è rimasta segreta fino a questa ricostruzione. Dopo questa missione fallita, i rapporti con Pyongyang peggiorarono: il vertice di Hanoi, in Vietnam, si concluse senza accordi, e la Corea del Nord riprese i test missilistici, accelerando il proprio programma nucleare.

A parer mio, questa storia ha tutti i requisiti — Navy Seals, missione di ricognizione e spionaggio fallita, sparatoria, fuga — per consentire ad Alex Garland di fare un seguito del film Warfare.


The New York Times has published an article about a failed U.S. secret mission in North Korea in 2019.

In 2019, the SEAL Team 6 – Red Squadron (the same unit that killed Osama bin Laden) was ordered to carry out a covert mission in North Korea. The objective was to install an electronic device capable of intercepting the communications of North Korean leader Kim Jong-un, during a delicate phase of negotiations with Donald Trump (in his first term as U.S. President).

The SEAL mission was designed to fill a strategic blind spot. For years, U.S. intelligence agencies had found it nearly impossible to recruit human sources and intercept communications inside North Korea.

The plan involved approaching North Korea with a nuclear submarine, staying in international waters, and then using mini-submarines to reach the shore. However, a series of operational errors and unforeseen circumstances led to the mission’s failure:

  • One mini-submarine ended up in the wrong position on the seabed, forcing additional maneuvers and water movements that could be noticed;

  • The SEALs, convinced they were alone, did not immediately notice a small boat with North Korean fishermen;

  • The noise and lights from the mini-subs likely attracted the fishermen’s attention.

The SEALs faced a critical decision, with the commander miles away on the main submarine. To reduce the risk of being detected, they had given up using drones (easily spotted) and had imposed a communications blackout. But without these technological advantages, which the SEALs normally relied on, they were unprepared for what to do next.

The fishing boat drew closer and, fearing discovery, the SEALs opened fire, killing everyone on board. Only later did they realize the victims were civilians diving for shellfish.

At that point, the mission was aborted: the device was never planted, and the mother submarine had to risk moving closer to the coast to recover the troops. Immediately afterward, American spy satellites detected a surge in North Korean military activity in the area. North Korea made no public statements about the deaths, and U.S. officials said it was unclear whether the North Koreans ever figured out what had happened and who was responsible.

The operation was never communicated to Congress (likely in violation of the law) and remained secret until this reconstruction. After this failed mission, relations with Pyongyang worsened: the Hanoi summit in Vietnam ended without an agreement, and North Korea resumed missile tests, accelerating its nuclear program.

In my opinion, this story has all the elements — Navy SEALs, a failed reconnaissance and espionage mission, a firefight, and a hasty escape — for Alex Garland to make a sequel to the film Warfare.

Un pescatore cinese sul fiume Yalu, che segna il confine tra Dandong (Cina) e Sinuiju (Corea del Nord). La foto è solo a scopo illustrativo e non ha legami con la missione descritta nell’articolo. @Filippo Venturi /// A Chinese fisherman on the Yalu River, which marks the border between Dandong (China) and Sinuiju (North Korea). The photo is for illustrative purposes only and is not related to the mission described in the article. @Filippo Venturi

Il sogno di una superintelligenza si allontana? /  by Filippo Venturi

Image generated by Filippo Venturi

In un articolo di opinione sul New York Times, intitolato "Il sogno febbrile di una superintelligenza imminente sta finalmente svanendo", Gary Marcus — scienziato cognitivo, imprenditore e saggista statunitense, noto come critico delle grandi LLM e promotore di approcci neurosimbolici all’intelligenza artificiale — fa alcune osservazioni interessanti sullo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale.

GPT-5 — presentato da OpenAI come svolta verso l’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) e che ha richiesto miliardi di dollari di investimenti e quasi tre anni di lavoro — ha parzialmente deluso le aspettative, commettendo ancora errori elementari di logica e matematica, producendo risposte assurde e continuando ad avere "allucinazioni". Nonostante alcuni miglioramenti, non rappresenta il salto rivoluzionario che molti si aspettavano.

Questo risultato mostrerebbe i limiti della strategia dello "scaling", ovvero l’idea che modelli sempre più grandi e addestrati su quantità di dati sempre più elevate, possano condurre automaticamente all’AGI. Aggiungere più dati ai grandi modelli linguistici, che vengono addestrati a produrre testo imparando da vasti database di testi umani, li aiuta a migliorare solo fino a un certo punto. Resta però il problema che non comprendono pienamente i concetti a cui sono esposti.

Le previsioni di un’AGI entro l'anno 2027 sembrano oggi troppo ottimistiche ed è forse giunto il momento di rivedere sia le politiche pubbliche — finora troppo permissive (scaricando sulla società problematiche come disinformazione, deepfake, cybercrime, impatto ambientale, salute mentale) — sia le strategie di ricerca e investimento.

Si rendono necessari, quindi, sistemi che non si limitino a prevedere e imitare il linguaggio umano ma che comprendano il mondo in modo da poter ragionare su di esso in modo più profondo. Concentrarsi su come costruire una nuova generazione di sistemi di IA incentrati sui world models dovrebbe essere un obiettivo centrale della ricerca. Incorporare concetti di base come tempo, spazio e causalità potrebbe consentire ai sistemi di organizzare meglio i dati che incontrano.

L'attuale paradigma adotta un approccio “taglia unica” affidandosi a un unico meccanismo cognitivo per risolvere tutto. Ma sappiamo che la mente umana utilizza strumenti diversi per tipi di problemi diversi. Per esempio, il celebre psicologo Daniel Kahneman suggerì che gli esseri umani utilizzano un sistema di pensiero — rapido, riflessivo e automatico e guidato in gran parte dalle statistiche dell’esperienza ma superficiale e soggetto a errori — insieme a un secondo sistema, più guidato dal ragionamento astratto e dal pensiero deliberativo ma lento e laborioso. I grandi modelli linguistici, che sono un po’ come il primo sistema, cercano di fare tutto con un unico approccio statistico ma finiscono per risultare inaffidabili.

Marcus sottolinea la necessità di sviluppare approcci ibridi, o neurosimbolici, che combinino la flessibilità e la capacità di riconoscere schemi delle reti neurali con la precisione logica e deliberativa dei sistemi simbolici. Se i grandi modelli linguistici assomigliano al “pensiero veloce” descritto da Kahneman — statistico, intuitivo ma superficiale e incline a errori — i sistemi simbolici richiamano invece il “pensiero lento”, più astratto e razionale. Integrare questi due approcci, sostiene Marcus, potrebbe superare i limiti del paradigma attuale e aprire la strada a un’IA più affidabile e degna di fiducia.


Il fallito attentato a Donald Trump e la complessità che sfugge al momento decisivo /  by Filippo Venturi

Nel numero di ottobre di FotoIT è uscito un mio articolo, nella sezione Saggistica, in cui parlo a mente fredda de "Il fallito attentato a Donald Trump e la complessità che sfugge al momento decisivo".

L'attentato fallito a Donald Trump — ex presidente degli Stati Uniti e candidato repubblicano alle prossime elezioni presidenziali — avvenuto il 13 luglio 2024, mentre teneva un comizio elettorale in una fiera agricola a Butler, in Pennsylvania, ha riportato l'attenzione sulla fotografia, la sua importanza, il suo sfruttamento e la sua crisi di credibilità, ma anche sul modo in cui riceviamo le informazioni e le elaboriamo in pochi minuti, per giungere a delle convinzioni granitiche che difficilmente abbandoneremo una volta espresse sui social network, nei tempi brevissimi che ci impongono per esprimere noi stessi. Un mix di processi, consapevoli e non, che forgiano la nostra percezione del mondo e il nostro prendere posizione rispetto alla realtà.