Panopticon

"Non ho nulla da nascondere" può essere una risposta pericolosa by Filippo Venturi

Di fronte a forme di controllo esercitate in nome della sicurezza, in un’epoca in cui sorveglianza biometrica e riconoscimento facciale si diffondono rapidamente e silenziosamente, una delle reazioni più comuni è: “Non ho nulla da nascondere”.

È una risposta comprensibile, ma parte da un equivoco. La privacy infatti non riguarda soltanto la possibilità di tenere segreto qualcosa di illecito o imbarazzante. Riguarda anche il controllo su chi raccoglie informazioni su di noi, sul modo in cui vengono interpretate e sulle conseguenze che possono produrre.

IL POTERE DI DEFINIRE E CATALOGARE

La sorveglianza biometrica, in particolare, non si limita a registrare ciò che facciamo. Può collegare (e l’intelligenza artificiale agevola questo processo) il nostro volto a spostamenti, relazioni, abitudini e altri dati, trasformandoli in un profilo sulla base del quale vengono prese decisioni.

Un’informazione del tutto innocua, se estratta dal suo contesto e associata ad altri elementi o elaborata da un sistema fallibile (come è qualsiasi sistema), può generare sospetti, errori o discriminazioni difficili da riconoscere e ancora più difficili da contestare. Il problema, quindi, non è soltanto ciò che abbiamo da nascondere, ma il potere che altri acquisiscono su di noi e con cui possono definirci o catalogarci.

DAL PANOPTICON ALL’AUTOCENSURA

Ma la sorveglianza non agisce soltanto dall’esterno, attraverso i profili e le decisioni costruiti su di noi. Può influenzare anche il modo in cui ci comportiamo. Quando sappiamo, o anche solo immaginiamo, di poter essere osservati e identificati, tendiamo a evitare azioni, opinioni o frequentazioni che potrebbero essere fraintese, pur essendo perfettamente legittime.

È questo uno degli aspetti che Michel Foucault analizza in Sorvegliare e punire (1975), riprendendo il modello del Panopticon, una prigione ideata alla fine del Settecento dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che lo considerava uno strumento innovativo ed efficiente. L’edificio prevedeva una torre centrale dalla quale una guardia poteva osservare tutte le celle disposte intorno, mentre i detenuti non potevano sapere se in quel momento fossero effettivamente sorvegliati. L’incertezza li induceva quindi a comportarsi come se lo fossero sempre.

Per Foucault, il Panopticon descrive una forma di potere che non ha bisogno di controllare ogni persona in ogni momento: è sufficiente rendere permanente la possibilità dello sguardo. Chi si sente potenzialmente osservato finisce così per adeguare autonomamente il proprio comportamento, anticipando il giudizio o l’intervento dell’autorità.

Un fenomeno analogo viene oggi studiato attraverso il concetto di chilling effect, letteralmente “effetto raggelante”, in cui la percezione di essere sorvegliati può spingere le persone a rinunciare a comportamenti del tutto legittimi, come cercare informazioni su temi sensibili, esprimere opinioni controverse o partecipare a manifestazioni. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden del 2013 sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, alcuni studi hanno registrato una diminuzione nella consultazione di pagine di Wikipedia legate al terrorismo e alla sicurezza e una contrazione delle ricerche Google considerate sensibili, interpretandole come possibili forme di autocensura prodotte dalla consapevolezza di poter essere monitorati.

LA PRIVACY COME TUTELA DELL’AUTONOMIA

La sorveglianza, quindi, non riguarda soltanto chi commette un illecito ma può limitare concretamente anche la libertà di chi non ha nulla da nascondere. Come ha spiegato il giurista Daniel Solove, la privacy non coincide semplicemente con il diritto di nascondere un segreto. Serve anche a impedire che informazioni raccolte per uno scopo vengano riutilizzate per altri, che dati inesatti diventino permanenti o che qualcuno definisca la nostra identità attraverso categorie e criteri che non conosciamo.

Nel riconoscimento facciale questo rischio è aggravato dal fatto che il volto non può essere sostituito come una password e che i sistemi possono presentare tassi di errore sensibili. La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto “ho qualcosa da nascondere?” ma anche “chi raccoglie questi dati, secondo quali criteri li interpreta, con chi li condivide, per quanto tempo li conserva e come posso difendermi se sono sbagliati?”.

La funzione della privacy non è garantire l’impunità a chi commette un illecito, ma tutelare l’autonomia, la possibilità di cambiare idee e comportamenti senza restare prigionieri del proprio passato e il diritto a non essere ridotti a un punteggio o a un profilo.

Una immagine dal mio lavoro “Broken Mirror” (realizzato con l’IA), sulla dittatura nordcoreana e sulla natura invasiva e controllante della tecnologia.