Interviews

Articolo su Cesena IN Magazine by Filippo Venturi

Sull'ultimo numero della rivista "IN Magazine" (Dicembre2018-Gennaio2019) c'è un articolo sul sottoscritto :)

Grazie a Roberta Invidia per aver pensato di raccontare la mia attività di fotografo documentarista, a Barbara Baronio per le parole e a Gianmaria Zanotti per le fotografie!

La rivista si trova, gratuitamente, nei migliori della provincia di Forlì-Cesena e si può leggere online qui: www.inmagazine.it/magazine/cesena-in-magazine-06-2018

Intervista per Rai3 / TG3 nel Mondo by Filippo Venturi

Sabato 20 ottobre, alle 22.40, sono stato su Rai3, ospite della trasmissione "TG3 nel Mondo", per parlare di Corea del Nord e del Sud con la giornalista e conduttrice Maria Cuffaro!

Ho fatto "concorrenza" ad Alberto Angela su Rai1 :)

Il video dell’intervista è visibile qui (dal minuto 21:54).

Fino al 28 ottobre il mio progetto fotografico sulla penisola coreana sarà esposto al Festival della Fotografia Etica di Lodi!

Tutte le informazioni sulla mostra e sul festival, qui: Mostra al Festival di Fotografia Etica di Lodi.

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Intervista per Il Manifesto by Filippo Venturi

Oggi, su Il Manifesto, una mia intervista a cura di Simone Pieranni, in occasione della mia mostra al Festival della Fotografia Etica di Lodi :)

Parlo di penisola coreana e di fotografia in generale!

Sogni coreani infranti
INTERVISTA. Un incontro con Filippo Venturi, ospite al Festival della Fotografia Etica
Simone Pieranni, 06.10.2018

Da oggi a Lodi prende il via la nona edizione del Festival della Fotografia Etica. Come scrivono Alberto Prina e Aldo Mendichi che, con il Gruppo Fotografico Progetto Immagine, organizzano la manifestazione, «questa edizione della rassegna internazionale si è data l’obiettivo di diffondere sempre più maggiormente il linguaggio fotografico, e la sensibilità culturale che ne consegue, tra i non addetti ai lavori». Nella sezione «Uno sguardo sul mondo» ci sarà anche Made in Korea e Korean Dream, parti del progetto comune di osservazione della penisola coreana e delle sue trasformazioni negli ultimi 64 anni di Filippo Venturi, un fotografo documentarista italiano, i cui lavori sono stati pubblicati in diversi giornali e riviste come «The Washington Post», «Financial Times», «Vanity Fair», «Die Zeit».

La tua immagine della penisola coreana prima di andare a scattare coincide con quanto hai trovato là?
Il mio lavoro sulla penisola coreana è iniziato nel 2014. Il primo anno l’ho trascorso studiando la Corea del Sud, osservando altri lavori fotografici sul paese, cercando contatti sul posto che potessero aiutarmi negli spostamenti, nell’entrare nei luoghi di mio interesse e nell’effettuare interviste. Soltanto l’anno successivo ho visitato il paese e realizzato le fotografie. La stessa cosa è avvenuta con la Corea del Nord: ho passato il 2016 a preparare il secondo capitolo del mio progetto (comprese la lunga burocrazia per ottenere il visto giornalistico) e nel 2017 ho viaggiato e fotografato il paese. In entrambi i casi avevo una immagine ben chiara della penisola ma, dopo averla attraversata, ammetto che è stato sorprendente constatare coi miei occhi gli effetti collaterali e non dei fenomeni che avevo studiato.

Quali sono le differenze che ti hanno colpito di più tra Nord e Sud?
La differenza nello stile e nella qualità della vita è incredibile e risulta curioso notare, per quanto riguarda la Corea del Sud, che in appena 60 anni il paese abbia compiuto i notevoli progressi economici e tecnologici a cui oggi ci ha abituati. I nord coreani, invece, vivono in una sorta di limbo.
Ho però avuto anche conferma dell’idea che i due paesi abbiano qualcosa in comune, quando si tratta dei giovani, sui quali pesano fortemente le aspettative dei rispettivi paesi.

Che tipo di ambientazioni e luoghi hai scelto per raccontare la Corea del Sud e perché?
In entrambi i paesi il mio lavoro si è concentrato sui giovani. In Corea del Sud ho voluto visitare gli ambienti dove studiano, coltivano i propri interessi e passano il tempo libero con la curiosità di assistere ai fenomeni del paese che mi avevano interessato: come l’importanza dello studio e i ritmi frenetici che affrontano gli studenti per ottenere i voti necessari per accedere alle tre università più prestigiose del paese; come la rilevanza di essere esteticamente accettati ricorrendo alla chirurgia plastica per avere gli occhi all’occidentale e, di conseguenza, gli effetti collaterali scaturiti dall’enorme stress a cui sono sottoposti i giovani, che sfocia nell’isolamento sociale, nell’alcolismo e, purtroppo, persino nel suicidio (La Corea del Sud ha uno dei tassi di suicidi più elevanti al mondo: 43 al giorno).

In che modo per quanto riguarda la Corea del Nord, hai lavorato per dare un’immagine diversa da quella ufficiale?
Sapendo che nel mio viaggio sarei stato scortato per tutto il tempo, ho deciso di fotografare i luoghi dove i giovani vengono formati e preparati ad inseguire il sogno coreano della riunificazione: mi riferisco ad asili, scuole, università e altri luoghi di studio pregni di simboli e messaggi della propaganda ai quali le mie stesse guide (o per meglio dire, «sorveglianti») erano ormai assuefatti e quindi la loro normalità era per me una realtà straordinaria, che ho cercato di fotografare in modo asettico e geometricamente perfetto, con l’obiettivo di trasmettere l’effetto teatrale, e quindi artificiale, dell’ambiente, comprese le persone, che sembrano in tensione, come in attesa di un segno di approvazione da parte del Supremo Leader.
Paradossalmente tutto ciò che mi era proibito fotografare – come i cantieri edili, eventuali segni di degrado di Pyongyang o magari qualche coreano ubriaco addormentato nell’aiuola di un marciapiede – non mi interessava e potevo mostrarmi ubbidiente con le mie guide, ottenendo così la massima collaborazione possibile quando dovevo scattare nei luoghi e nelle situazioni che loro ritenevano innocue.

In che modo la fotografia può modificare i nostri pregiudizi su alcuni luoghi del mondo?
La fotografia è un mezzo che, più di altri, può consentire ad un autore di ambire a descrivere un frammento della realtà e quindi anche di superare alcuni pregiudizi. Con il giusto approccio etico e senza la presunzione di avere tutte certezze in tasca, un fotografo può essere un testimone attendibile della realtà.

Intervista sul Corriere di Romagna by Filippo Venturi

Domenica 16 settembre, sul Corriere di Romagna, è uscita l’intervista che mi ha fatto il giornalista Marcello Tosi a proposito del mio lavoro in Corea del Nord, esposto in questi giorni al SI Fest, il Festival di Fotografia di Savignano sul Rubicone, presso l’ex Consorzio di Bonifica in Via Garibaldi 45.

Dopo il weekend inaugurale, appena conclusosi, le mostre del Festival saranno visitabili nei seguenti giorni:
- Sabato 22 Settembre, ore 15-19
- Domenica 23 Settembre, ore 10-13/15-19
- Sabato 29 Settembre, ore 15-19
- Domenica 30 Settembre, ore 10-13/15-19

La biglietteria, presso la Galleria L. Colombo in Corso Vendemini 62/64, chiude un’ora prima delle mostre.

Maggio informazioni QUI e QUI.

Intervista per artwave.it by Filippo Venturi

Su artwave.it è uscito un articolo a cura della bravissima Anna Frabotta, che mi ha intervistato a proposito del mio lavoro sulla Corea del Nord :)

 

Korean Dream
Cosa significa vivere in Corea del Nord? Ce lo siamo fatti raccontare dal fotografo Filippo Venturi, uno dei pochi ad aver posato l’obiettivo nel paese di Kim. Il progetto tra i finalisti del Cortona on The Move (12 luglio - 30 settembre)
di Anna Frabotta - 08.07.2018

A volersela immaginare, la Corea del Nord, si fa davvero fatica. Pochi altri posti al mondo sono così interdetti all’umana (extra nord-coreana) presenza e di pochi altri posti al mondo si sente parlare solo e soltanto per interposta persona. E solo e soltanto di guerre presunte e minacciate, di armamentari bellici o nucleari e di dittatori dal bizzarro taglio di capelli.

C’è chi però quell’invalicabile muro fatto di silenzi e immaginari pensati è riuscito a scavalcarlo e a restituircene un racconto che, se non poteva essere del tutto fedele nelle meravigliose immagini, lo è sicuramente nelle parole.

Il nostro uomo è Filippo Venturi, fotografo cesenate classe 1980, diversi premi importanti alle spalle e un sogno chiamato Corea.
Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dall’inaugurazione del “Cortona On The Move” che lo vedrà tra i protagonisti proprio con il suo progetto Corean Dream, selezionato fra le New Vision del festival.

Filippo ci racconta di come, dopo aver lavorato a un progetto fotografico sulla Corea del Sud, da cui emerge una corsa alla perfezione talmente sfrenata e stressante da oltrepassare i limiti della sopravvivenza, sia cresciuta in lui la voglia di raccontare l’altra e più sconosciuta faccia della medaglia.

Ufficialmente Stato socialista con libere elezioni, nella pratica dittatura totalitaria basata sul culto della dinastia Kim, questo fazzoletto di terra di 120.540 km² nasconde innumerevoli contraddizioni, che partono dalla sua forma di stato e finiscono nell’avanzato sviluppo tecnologico cui fa da contraltare l’elevato livello di povertà e arretratezza della popolazione.

Entrarci non è semplice, sono molte le difficoltà per ottenere un visto cui soprattutto giornalisti e fotografi vanno incontro, molti i documenti da preparare, le relazioni da redigere e gli agganci fondamentali che bisogna avere, qualcuno che garantisca per te alle autorità coreane: “Ero piuttosto pessimista all’inizio, c’erano troppe cose che dovevano incastrarsi per il verso giusto, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Il mio contatto in Corea prima di partire mi ha preparato su come avrei vissuto in quelle due settimane, mi ha spiegato che sarei stato sempre accompagnato da quattro guide, che non avrei potuto lasciare l’albergo senza di loro… che poi le chiamano guide, ma in realtà sono controllori e censori. Ho lavorato in condizioni molto particolari e restrittive, con un fotografo che fotografava me e qualunque cosa inquadrassi e un livello d’isolamento mai sperimentato prima. Non c’è internet, non va il telefono e l’unico modo per mettersi in contatto col resto del mondo è utilizzare il telefono dell’hotel, ovviamente sotto sorveglianza”.

Anche le conversazioni in Corea si riducono all’osso, non si parla di politica, America o Trump, e soprattutto a scomparire è la riservatezza con microfoni piazzati ovunque, a partire dalle camere degli hotel riservati ai turisti stranieri, e l’ossessione per la spia occidentale ancora molto sentita. A tal proposito Filippo ci racconta di quando la giornalista che era con lui ha chiesto alle guide “Se ci fosse un nord coreano contrario al leader cosa succederebbe?” e, dopo attimi di preoccupato silenzio, la risposta è stata “ma chi è?”, trasformando una semplice ipotesi in una preoccupante e reale minaccia.

E ad essere quasi del tutto assente è anche la percezione di vivere in una bolla, una specie di cattivo Truman Show alimentato dal Leader Supremo: “Avevamo preso l’abitudine di chiedere ogni mattina quale fosse la notizia del giorno, in quel periodo stavano facendo molti test missilistici e si parlava della minaccia di una possibile invasione da parte di Trump. Una mattina la notizia del giorno riguardava i festeggiamenti organizzati dal leader Kim Jong-un in onore degli scienziati, il giorno dopo ancora la notizia riguardava i complimenti di un politico di un paese confinante, non ricordo chi si complimentava per il test riuscito. Allora ho chiesto alle nostre guide se venissero mai date notizie negative e la risposta è stata sì, ma solo riguardo a paesi stranieri, ma in Corea apparentemente non succede nulla di brutto o meglio, stando alla nostra guida Kim, i giornali riportano solo le notizie adatte al popolo coreano, come fossero genitori protettivi. Qualcuno quindi è conscio dell’esistenza di una sorta di filtro, ma c’è una fiducia totale nel leader”.

E come in ogni Truman Show che si rispetti, devono esserci attori e figuranti. Secondo Filippo la popolazione nord-coreana potrebbe essere divisa in tre fasce: una include le persone che non hanno un ruolo di rilievo nella società, non possono uscire dal paese e informarsi correttamente, conoscono solo la realtà raccontatagli dalla propaganda di regime e quindi vivono in una sorta di mondo ovattato. Poi c’è un livello intermedio, come le nostre guide, che può percepire che c’è qualcosa che viene nascosto, ma la ritiene più una forma di tutela che una privazione di libertà. Infine c’è la fascia più alta, dirigenti di partito e professori universitari, che possono viaggiare all’estero e hanno accesso al vero internet: “È stato molto interessante incontrare del tutto casualmente un funzionario di partito che sembrava non vedesse l’ora di ricevere la proposta di un’intervista. Ci siamo dati appuntamento per la sera al Koryo Hotel, uno degli alberghi più importanti di Pyongyang. All’inizio lui sembrava quasi un attore americano, molto sicuro di sé e con un inglese quasi impeccabile, ma quando parlava si rivolgeva solo alla giornalista… la prima mezzora è passata con lui che ci provava con la giornalista in modo molto esplicito, ma lei è stata brava a riportare l’intervista sui binari. A quel punto è successa una cosa strana, il nostro uomo ha smesso di parlare in inglese e quindi abbiamo chiamato Kim, la nostra guida, per farci da interprete. È stata una strana intervista anche perché il funzionario di partito si è sbilanciato molto nelle risposte, ammettendo le problematiche legate all’embargo, come la carenza di acciaio e carbon coke, ma la cosa più interessante è stata proprio la reazione di Kim a cui, tra le domande della giornalista e le risposte del funzionario, si è aperto un mondo, venendo a sapere cose di cui era completamente all’oscuro, assassinio del fratellastro di Kim Jong-un incluso. Penso che Kim sia rimasto molto stupito da quello che ha sentito”.

Allo stupore di Kim facciamo seguire il nostro, non solo perché le nostre orecchie hanno ascoltato un racconto a tratti orwelliano, ma anche per il fascino delle foto che Filippo ci mostra, come a dire che la bellezza si nasconde anche dove meno te lo aspetti.

Filippo Venturi
Cesenate, classe 1980, è uno dei più promettenti fotografi italiani. Si occupa di reportage, documentari e lavori commerciali oltre che di progetti personali su questioni che ritiene interessante approfondire e portare all’attenzione degli altri. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e quotidiani, come The Washington Post, Die Zeit, Internazionale, La Stampa, Geo, Marie Claire, Vanity Fair, Io Donna/Corriere della Sera, Repubblica. Il suo progetto Made in Korea, ha vinto il secondo premio ai Sony World Photography Awards, uno dei più importanti riconoscimento nel settore che ogni anno premia le eccellenze della fotografia internazionale.
Per conoscere tutti i progetti e le prossime mostre di Filippo Venturi: www.filippoventuri.photography