Francia

La fotografia rimossa della partita di calcio a Gaza by Filippo Venturi

Questa fotografia, realizzata dal fotografo Jehad Alshrafi per Associated Press, che ritrae una partita di calcio giocata fra le macerie di Gaza, è stata selezionata ed esposta nel Deauville Sport Images Festival, nato nel 2025 con l'intento di esplorare le molteplici dimensioni dello sport in quanto fenomeno sociale, culturale e artistico.

La didascalia spiegava che si trattava dei giocatori palestinesi del Gaza Sports Club e del club Al-Ahly impegnati in una partita di calcio su un campo risistemato, circondato da edifici distrutti durante le operazioni terrestri e aeree israeliane.

Il 20 agosto però, Sylvain Larcher, esponente locale del Partito socialista, ha constatato che la fotografia, esposta sulla spianata del porto, è stata rimossa e sostituita con un'altra che mostra un altro soggetto.

Contattati dal giornale locale Le Pays d’Auge, gli organizzatori del festival hanno confermato che la fotografia è stata effettivamente sostituita per non urtare la sensibilità di nessuno, in seguito ad alcune richieste. "Non vogliamo entrare nella polemica, né urtare la sensibilità di chicchessia".

Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio e ripetuto di limitazioni alla possibilità di documentare, mostrare e far circolare ciò che accade a Gaza. Dal 2023 l’accesso indipendente alla Striscia è praticamente precluso ai giornalisti internazionali, mentre i reporter palestinesi hanno continuato a lavorare in condizioni estremamente difficili e pericolose. In questo contesto, la rimozione da una mostra europea di una fotografia, già selezionata ed esposta, non per contestazioni sulla sua autenticità o sul suo valore giornalistico ma, secondo gli stessi organizzatori, “per non urtare nessuno”, assume inevitabilmente il significato di un ulteriore atto di censura nei confronti delle immagini e delle testimonianze provenienti da Gaza.

Fonte: "La culture ne doit pas être soumise aux pressions": une photo de sport prise à Gaza retirée d’une expo à Deauville


The removed photograph of the football match in Gaza

This photograph, taken by Jehad Alshrafi for Associated Press and depicting a football match played among the ruins of Gaza, was selected and exhibited at the Deauville Sport Images Festival, founded in 2025 with the aim of exploring the many dimensions of sport as a social, cultural and artistic phenomenon.

The caption explained that it showed Palestinian players from Gaza Sports Club and Al-Ahly taking part in a football match on a reconditioned pitch, surrounded by buildings destroyed during Israeli ground and air operations.

On 20 August, however, Sylvain Larcher, a local representative of the Socialist Party, found that the photograph, displayed on the harbour esplanade, had been removed and replaced with another image showing a different subject.

Contacted by the local newspaper Le Pays d’Auge, the festival organisers confirmed that the photograph had indeed been replaced, following several requests, in order not to offend anyone. “We do not want to get drawn into the controversy, nor do we want to offend anyone.”

This episode forms part of a broader and recurring pattern of restrictions on the ability to document, display and circulate what is happening in Gaza. Since 2023, independent access to the Strip has been effectively denied to international journalists, while Palestinian reporters have continued to work in extremely difficult and dangerous conditions. In this context, the removal from a European exhibition of a photograph that had already been selected and displayed — not because its authenticity or journalistic value had been challenged but, according to the organisers themselves, “in order not to offend anyone” — inevitably takes on the character of a further act of censorship of images and testimony coming from Gaza.

Source: "La culture ne doit pas être soumise aux pressions": une photo de sport prise à Gaza retirée d’une expo à Deauville

Il caso di Gisèle Pelicot by Filippo Venturi

[immagine generata con intelligenza artificiale dal sottoscritto]

Il caso di Gisèle Pelicot

Negli ultimi tempi mi ha colpito molto il caso di Gisèle Pelicot; ne ho seguito gli sviluppi, fino al verdetto del tribunale di Avignone di giovedì 19 dicembre 2024.

L'ex marito, Dominique Pelicot, con cui è stata sposata per quasi 50 anni, è stato condannato a 20 anni di carcere per stupro aggravato. Per circa 10 anni l’ha drogata, somministrandole a sua insaputa un farmaco per renderla incosciente, per poi farla violentare da altri uomini. Secondo la polizia gli stupratori sarebbero almeno 83, gli identificati sono 54, di cui 1 deceduto e 2 rilasciati per insufficienza di prove, quindi 51 a processo.

Dominique Pelicot e una quindicina di imputati si erano dichiarati colpevoli, mentre gli altri avevano ammesso di aver avuto rapporti sessuali con Gisèle Pelicot, contestando però l’accusa di stupro, sostenendo che non fossero consapevoli che lei non avesse dato il suo consenso.

Gisèle Pelicot si è dimostrata una donna forte, che all’inizio della storia ha saputo affrontare con coraggio la terribile notizia ricevuta dalla polizia, cioè del ritrovamento di un archivio di video, chiamato “Abusi”, in cui il marito catalogava in modo ordinato gli stupri che lei subiva.

Gisèle Pelicot ha chiesto che il processo avvenisse a porta aperte - rinunciando alla propria privacy in cambio della nostra consapevolezza - affermando «Que la honte change de camp» (che la vergogna cambi campo), e che quindi non siano le vittime di violenza a doversi vergognare, ma chi la violenza la compie. Inoltre ha continuato a usare il cognome dell'ex marito, durante il processo, affinché i suoi figli e nipoti potessero essere fieri del cognome che portano; così che Pelicot non fosse solo ricordato come il cognome di uno stupratore.

Dominique Pelicot era stato meticoloso non solo nella gestione dell’archivio video, ma anche nella procedura che gli uomini che portava a casa dovevano adottare prima di stuprare sua moglie. Dovevano scaldarsi le mani su un termosifone, prima di entrare in camera da letto. Dovevano spogliarsi in cucina. Non dovevano puzzare di sigaretta o usare profumi, per non lasciare tracce. Se Gisèle si muoveva mentre era in corso uno stupro, Dominique ordinava all’uomo di uscire dalla stanza. Era molto attento a che tutto si svolgesse in sicurezza, ma non ha mai fatto indossare un preservativo. Nemmeno a uno stupratore che era siero-positivo.

Quando Gisèle Pelicot aveva cominciato a lamentare sintomi come la perdita di peso, la caduta dei capelli, le enormi lacune di memoria e le difficoltà a muovere un braccio, Dominique l’aveva portata dal medico, ma non aveva mai smesso di drogarla e di abusare di lei. Quando lei gli aveva detto di avere problemi ginecologici inspiegabili, lui l’ha accusata di tradimento.

Non bastasse questo - che sarebbe più che sufficiente per ritenerla una storia troppo esagerata, se non fosse che è vera - una delle parti più inquietanti riguarda gli uomini coinvolti. Hanno fra i 20 e i 70 anni e svolgono i lavori più disparati: infermiere, camionista, giornalista, vigile del fuoco, muratore e così via. Molti uomini vivevano a poca distanza da casa Pelicot, nel paese di Mazan, che conta appena 6.000 abitanti. Durante il processo sono stati descritti come padri meravigliosi, persone rispettabili e uomini tranquilli.

Questa storia esprime la pretesa maschile di un controllo totale sul corpo delle donne. Ma non solo.

C’è un ulteriore aspetto inquietante. Non mi è mai capitato di leggere che questi 51 uomini a processo avessero precedenti per stupro o reati analoghi. Però hanno stuprato con disinvoltura Gisèle Pelicot. Come è stato possibile?

Probabilmente l’avere il via libera dell’allora marito ha fatto sentire questi uomini legittimati nel compiere una violenza sessuale, non percependo più Gisèle Pelicot come una persona con cui empatizzare, svincolandosi dal dovere di interrogarsi sulla moralità delle loro azioni, percependo la donna solo come un corpo messo a disposizione, su cui riversare macabre fantasie, dominio fisico, sfoghi rabbiosi, frustrazioni e ogni altro sentimento e istinto fra i più reconditi.

Con questo non intendo sminuire quanto avvenuto o giustificare gli stupratori. Tutt’altro. Trovo estremamente preoccupante scoprire quanto una persona, anche la più equilibrata, possa ritrovarsi a compiere le azioni più disgustose e violente verso un proprio simile, se autorizzato da qualcuno.

Il caso di Gisèle Pelicot richiama inevitabilmente un'altra donna e un altro processo. Hannah Arendt, autrice de La banalità del male, analizzò il processo a Adolf Eichmann e la sua percezione del male come qualcosa di ordinario, che può essere perpetrato da persone comuni, quando si trovano a seguire ordini o si sentono autorizzate a farlo.

Il caso di Gisèle Pelicot ribadisce la pericolosità dell'abdicare alla responsabilità personale. Quando una struttura sociale, una figura di autorità o un contesto culturale legittimano il male, ridefinendo le regole sociali, è più facile che le persone vi partecipino, percependolo come "normale" o comunque non condannabile. Sta a ciascuno di noi, come individui e come società, interrogarci continuamente sul valore delle nostre azioni, che abbiano o meno conseguenze dirette su di noi.