Inarritu

Digger, breve recensione e parere personale /  by Filippo Venturi

Digger è un film che probabilmente farà flop al botteghino (almeno a giudicare dai primi dati) e che rischia di essere sottovalutato. Se fosse stato girato da Lanthimos o Kaufman, si griderebbe al miracolo.

Il problema è che chi lo rivaluterà, magari fra qualche anno, forse definendolo persino premonitore (in realtà siamo già sulla traiettoria per finire come i personaggi del film), rischia di farlo eccedendo nella direzione opposta.

È un buon film, con diverse idee e alcuni momenti molto interessanti, ma non lo definirei un capolavoro.

[Attenzione: seguono spoiler]

Tutta la prima parte è fatta bene ma abbastanza scontata, con personaggi più o meno riconoscibili tra figure realmente esistenti, resi in modo caricaturale. Una scelta che alla lunga rischia però di stancare, anche perché gli originali sono già fin troppo caricaturali di loro.

La scena dell'albero che cade e ciò che avviene subito dopo è forte, ti spiazza e fa improvvisamente salire l'interesse per il film. In seguito, quando scopri che la storia rappresentata a teatro si ispira a eventi realmente accaduti, arriva un altro capovolgimento, a sua volta seguito dal colpo di scena finale.

Oltre alla scena dell'albero, meritano una menzione quella in cui i leader americani sembrano preoccuparsi dell'uso di termini volgari per non offendere le donne presenti, per poi scoppiare a ridere osservando che non ci sono, la scena del discorso di Digger Rockwell ai leader europei e il finale.

Al di là di questi cambi di prospettiva, che sono suggestivi, la questione cruciale diventa:
Che cosa vuole comunicarci Iñárritu?

Secondo me il messaggio rischia di essere abbastanza semplice, ma non per questo scontato: essere consapevoli di un problema non significa essere capaci di affrontarlo o essere spinti a farlo.

L'interesse personale concreto, la necessità individuale, la comodità immediata tendono quasi inevitabilmente ad avere la precedenza su qualcosa di enormemente più importante ma lontano, astratto e collettivo, persino quando è in gioco la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta.

È una contraddizione che ricorda quanto osservava Günther Anders a proposito dell'uomo tecnologico. Siamo diventati capaci di produrre conseguenze enormemente superiori alla nostra capacità di immaginarle e, soprattutto, di sentirle come realmente nostre.

E questo meccanismo riguarda tutti: i responsabili, i testimoni e i consapevoli. Non significa naturalmente mettere sullo stesso piano chi provoca e trae profitto dalla catastrofe e chi semplicemente vi assiste o la subisce; significa riconoscere un limite che, in proporzioni diverse, ci riguarda tutti.

C'è poi qualcosa di ancora più amaro: persino la consapevolezza può diventare spettacolo. Il pubblico conosce la catastrofe, guarda la sua rappresentazione, riconosce e deride i responsabili, applaude. Poi esce dal teatro e torna a vivere dentro le conseguenze di quella stessa catastrofe. E noi spettatori di Digger, in fondo, stiamo facendo qualcosa di molto simile.

A questo punto subentra ancora di più il mio parere personale, ma ho l'impressione che il film finisca anche per mettere indirettamente in risalto l'importanza di chi prova a fare qualcosa di concreto e che, puntualmente, viene deriso o sminuito. Che si parli, ad esempio, della Global Sumud Flotilla o, ancora più direttamente in tema, di Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Fridays for Future e altri gruppi che vengono crocifissi perché chiudono una strada o lanciano vernice, nel tentativo di spostare l'attenzione su problemi epocali, ma finiscono puntualmente per attirare soprattutto rabbia e rancore perché ci impediscono di portare avanti i nostri impegni quotidiani.

Condividere la diagnosi è facile, accettarne concretamente le conseguenze molto meno. Possiamo considerarci perfettamente consapevoli di un problema, ma quando la risposta a quel problema interferisce con la nostra vita immediata, la gerarchia delle priorità cambia rapidamente.

Infine, andando ancora più fuori tema, sono convinto che oggi un film diretto e violento come NAZA sia più necessario, e forse anche più efficace, di un film che insiste sui propri virtuosismi e sul metacinema, fino al punto da rischiare di spostare l'attenzione dal messaggio al modo in cui quel messaggio viene costruito e comunicato.