Martin McDonagh

Il cinema di Martin McDonagh by Filippo Venturi

Una mia foto di John Malkovich a Forlì nel 2017, per lo spettacolo "Report on the blind", per Emilia Romagna Festival

Nel corso degli anni ho scoperto e apprezzato diversi registi. Uno di questi è Martin McDonagh, che credo si possa considerare un genio della scrittura drammatica contemporanea, sia in ambito teatrale sia cinematografico. E il passaggio dal teatro al cinema non è affatto scontato.

Io l'ho scoperto nell'agosto del 2009, quando ho visto per la prima volta "In Bruges". Quel film mi colpì al punto che, due mesi dopo, andai appositamente a Bruges per passeggiare per le vie che avevo adorato durante la visione.

Mi aveva colpito anche la facilità con cui il film riusciva a passare, nel giro di poche battute, dal comico quasi farsesco alla violenza, poi alla malinconia e alla tragedia, nel modo naturale e imprevedibile della vita vera. È facile provarci, difficilissimo farlo bene.

Successivamente ho visto altri suoi film, come "Tre manifesti a Ebbing, Missouri", ma è stato con "Gli spiriti dell'isola" che mi sono innamorato definitivamente del suo cinema. Sia perché è ambientato in Irlanda, uno dei paesi che adoro e dove ho viaggiato più spesso, sia perché, partendo da una frattura apparentemente banale in un'amicizia, McDonagh riesce a farci entrare dentro molto altro: la mortalità, la creazione artistica, l'isolamento, la depressione, la guerra civile e persino il senso dell'esistenza.

E poi c'è l'Irlanda stessa, con il suo folklore, le superstizioni, le figure quasi profetiche e quella sottile presenza del magico che non diventa mai vera e propria fantasia. È un mondo in cui realtà, mito e presagio sembrano convivere naturalmente, contribuendo molto all'atmosfera del film.

Ci sono almeno quattro caratteristiche che tornano nelle sue opere: dialoghi riconoscibili dopo poche righe; personaggi moralmente ambigui; la capacità di costruire conflitti a partire da situazioni semplicissime; e soprattutto una comprensione molto profonda del rancore, della solitudine, dell'orgoglio, dell'amicizia e dell'amore. Nei suoi lavori la crudeltà nasce a volte proprio dall'incapacità di comunicare affetto.

Mettiamoci anche che a McDonagh piace lavorare con Brendan Gleeson, un attore che trovo eccezionale.

Sul suo ultimo film, "Wild Horse Nine", appena presentato a Venezia, ho però qualche timore. Leggendo le prime recensioni e osservando ciò che emerge del film, le somiglianze con le opere precedenti sembrano numerose, quasi che McDonagh abbia ricombinato il proprio repertorio fino a rendere più visibili i meccanismi della sua scrittura.

Se da "In Bruges" a "Gli spiriti dell'isola" avevo percepito un'evoluzione notevole, con un respiro che si era progressivamente ampliato (al punto da considerare il secondo film un capolavoro), questa volta temo il rischio dell'autoimitazione e del ridimensionamento: che uno stile così riconoscibile finisca per trasformarsi in formula.

Ovviamente vedrò il film, sia perché continuo ad avere molta fiducia in McDonagh, sia per la presenza del grande John Malkovich!

Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin) by Filippo Venturi

Ho finalmente visto "Gli spiriti dell’isola" (The Banshees of Inisherin), un film di Martin McDonagh e, come sospettavo, devo riconoscere che è davvero notevole, come i precedenti del regista (In Bruges e Tre manifesti a Ebbing, Missouri).

Il film ha l'atmosfera di una pièce teatrale, con una narrazione intima che si svolge in pochi luoghi che si ripetono, incorniciati dagli splendidi paesaggi irlandesi, e con una grande cura della fotografia. Questo paese, che adoro e in cui sono stato diverse volte, fa da sfondo a una duratura amicizia fra due uomini che improvvisamente viene interrotta da uno dei due. Nel frattempo, di là dal mare, sulla terra ferma, risuonano i bombardamenti (siamo nel 1923).

Le dinamiche con cui questa amicizia si interrompe e si trasfoma in altro, possono sembrare una semplice metafora della guerra civile in corso ma, scavando più a fondo, accorgendosi anche di personaggi che sembrano secondari, emergono diverse stratificazioni narrative e figure enigmatiche che arricchiscono la trama, conferendole una certa complessità e interesse nell'interpretarne i significati, anche collegandosi a miti e leggende dell'Irlanda.

Colin Farrell, che di solito non mi è particolarmente simpatico, qui è magnifico, persino meglio di Brendan Gleeson, un attore che adoro.

Se dovessi trovare un difetto, direi che l'inizio potrebbe sembrare un po' ripetitivo, ma con un cast di questo calibro e una cura così meticolosa di ogni aspetto, è un dettaglio che si dimentica presto. Una volta che il film ingrana, è impossibile non lasciarsi coinvolgere e trasportare.